Articolo precedenteIl tè
Articolo successivoda Sud n°5

Granelli di polvere e formiche

di Franco Arminio

Soli e scontenti. Quello che ci riempie per un attimo, è già scaduto per il successivo. Ho l’impressione che, per la prima volta da quando gli esseri umani sono al mondo, l’esistenza sia diventata semplicemente il sintomo di un corpo che non esiste. Non so bene cosa significhi questa frase, ma è la seconda volta che la scrivo, è un pensiero che non si vuole allineare agli altri, li vuole rifondare.

Oggi ho l’impressione che non sentiamo la tristezza o l’allegria come stati d’animo naturali, così come è naturale che un albero sia spoglio o fiorito. Sentiamo l’allegria come qualcosa che non possiamo letteralmente mantenere in noi, come un organo estraneo che prima o poi sarà rigettato. E sentiamo la tristezza come un’ingiustizia, una disgrazia che non spettava a noi ma a qualcun altro. Mi pare che ci sia un’irritazione fondativa ormai nel nostro essere al mondo. Non abitiamo più il nostro corpo, abbiamo smesso di diventare padri e figli, amici o fratelli.

Io mi vedo continuamente impegnato a costruire un’impalcatura intorno a un palazzo che non c’è. La delusione è il mio pane quotidiano, l’impazienza la mia religione.

È la società delle protesi. Una poesia, un amore, una partita a carta, dormire o dare da mangiare al gatto, tutto sembra svolgersi in una sottile dislocazione rispetto al suo luogo proprio, tutto sembra avvenire un attimo prima o un attimo dopo del tempo giusto. Nel mio caso la vertigine viene dal fatto che anche questo sentimento è in qualche modo irreale. Come se io rubassi il mio stesso portafoglio e poi di questo portafoglio non c’è traccia. Ho la sensazione che è proprio in questa trasformazione della vita in un bottino da agguantare che sta una parte grossa dei miei problemi e forse anche dei vostri. È una trasformazione che è maturata nel corso dei millenni, ma che solo negli ultimissimi tempi è scoppiata in mezzo a noi e non tutti, ovviamente, ne sono colpiti allo stesso modo. Una malattia dall’incubazione lentissima, rallentata, sepolta da carestie, guerre, epidemie che la storia di volta in volta proponeva. Così è anche adesso, mi pare, ma tutto avviene dentro una pellicola spettacolare, avviene senza la necessità che debba avvenire. Più che tra il caso e la necessità, pare che la partita si giochi tra il caso e la futilità.

Adesso la mente se ne va da un’altra parte e penso che per millenni abbiamo avuto dei o tiranni che guidavano la danza: solo nel novecento è comparsa, in alcune zone del mondo, l’idea che le persone potessero decidere che cornice mettere intorno al quadro della loro vita. Era la nascita della politica, ma nel giro di pochi decenni già ne stiamo celebrano la sua morte o la sua volatilizzazione. Proseguendo per grandi spigoli direi che questa è la società volatile, tutto un vorticare di polveri che non si posano mai: polveri le nostre poesie, le nostre ire, i nostri progetti, i nostri rimpianti. Tutto sta nell’aria senza prendere la pace di una forma, il decoro di nascere e morire. La letteratura, secondo me, per avere ancora una funzione dovrebbe persuaderci alla resa. Oggi l’unica rivoluzione possibile è la resa. So bene che detta così questa frase non significa molto. Dovremmo metterci buoni, a terra, granelli di polvere e formiche, e da lì farci teneramente compagnia.

Print Friendly, PDF & Email

4 Commenti

  1. “Sentiamo l’allegria come qualcosa che non possiamo letteralmente mantenere in noi, come un organo estraneo che prima o poi sarà rigettato”

    è una frase esatta. Molto vera.
    Ma, secondo me, questa è la forma dell’allegria ‘oggi’.
    Non è uno sbaglio, è una necessità. La enorme quantità di consapevolezze che si sono aggiunte alla emancipazione dal vecchio ordine religioso-morale hanno creato le ben note nevrosi della vita urbana e poi tecnologica. Eppure molti fra cui me tengono molto a parechie di queste nevrosi, che hanno marcato forme di libertà e di possibilità individuali prima inimmaginabili…
    una delle tante loro manifestazioni è la consapevolezza che il dolore è ingiusto e l’allegria passeggera. L’universo vastissimo e noi polvere leggera e insensata.

    Il mondo non è più giovane.

    Un bellissimo post comunque, vien voglia di farsi una gran parlata su.

  2. ma le frasi esatte non interessano quasi a nessuno, perché le frasi esatte vengono da grandi fatiche.
    f.a.

  3. ma le frasi esatte non interessano quasi a nessuno, perché le frasi esatte vengono da grandi fatiche.
    f.a.

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Mots-clés__Coniglietti

di Orsola Puecher
"... questa lettera gliela invio a causa dei coniglietti, mi sembra giusto che lei ne sia al corrente; e perché mi piace scrivere lettere, e forse perché piove."

Distopia del ritorno

di Lisa Ginzburg
C'è in ogni ritorno un moto circolare; quasi, verrebbe da dire, è essenza del rivolgersi all'indietro, sua prospettiva obbligata, una geometria concentrica

Apocalisse e altre visioni

Maria Grazia Calandrone scrive dell'ultimo libro di Alessandro Celani, archeologo, studioso e poeta prematuramente scomparso, del desiderio di "abitare un’unica realtà, che abbracci ogni elemento vivo e morto, conosciuto e sconosciuto".

L’Anno del Fuoco Segreto: Su Monomeri e Futuro

di Gabriele Merlini «E comunque, se ti interessa, lascia perdere e ascolta me.» Vicino al materasso la lampadina ha la silhouette della befana e il telefono trasparente, nel caso provi a inclinarlo, emette ancora quello strano rumore di oggetti che scoppiano per inattese pressioni dei polpastrelli.

Storie di Fiorino: lago in collina

(l'ultima storia di Fiorino è qui) “Paolaaa!” “Sì, bestia?” Ecco, era quello che lo colpiva di lei, di quella ragazzina di tredici...

Mots-clés__Latte

di Enrica Maria Ferrara
Il giorno che sono arrivato qui. Mi hai detto che ti hanno rubato il latte. Prima non sapevo che cos’era che l’aveva sconvolto. È stato quello, credo. Sapevo solo che c’era qualcosa che l’aveva fatto a pezzi.
Print Friendly, PDF & Email