Ricevo e volentieri pubblico (RVP) Sparajurij

AMO ROMA DICO A OMAR
Erika epica Omar e pathos

di
Sparajurij

È a ripetere suoni il gioco. A ripetere suoni mentre tubi di fiato contengono nell’orizzonte crystal ball crisi. Se il piano in testa è riuscito, più lo si invoca meno s’è invisi; ora invece braccia si incrociano in uno spazio essenziale, e il rumore di passi si fonde al vento che turbina nel clangore penitenziale. Se io ripeto Omar, lo sputo dalla lingua alle dita che se lo passano con un movimento verticale e diventa metropoli, diventa città, diventa capitale. Omar si ripete senza senso per ogni viaggio e naufragio. Omar tende all’infinito e a Roma, ecolalico spleen in my gsm tim.

Quando mi schizzava addosso il sangue di casa pensavo anche ai soldi della gita. Al viaggio in treno tutti ammassati; Aldo e Luca loro no, figli della prof, ore d’aria in piedi no proofs. Nell’hotel dietro la stazione sarei stata in camera con Anna, per disfare letti con Omar che Anna lei lo sa, il quid dell’omertà. Io nipotina violenta lustrata di chiffon viola e new smalto smell. Like teen spirit nella capitale sono fuoco sacro per filastrocca schizzo, è l’età del ferro degli spinaci, è l’età del cranio abnorme e ormoni scratch. Pasticci brutti far fuori i parenti.

Mi vedo strusciante sul letto d’hotel come un gatto ruffiano e ridere pensando a quel mondo cioccolataio lasciato dietro. Omar vestito come Aladino, come Saladino, come un salatino lunare. Omar che se la tira che sbaraglia i crociati, che crocia gli sbaragliati che sbaglia i ragliati. Nella cucina Omar ed io sfoderiamo le spade ed è blood-house-music, globuli che volano per il karma del nostro popolo, noi veicoli scelti dai numi beati per far sboccare il vaso della potenza. Noi che abbiamo unito le tracce e siamo arrivati per primi nella capitale dell’impero, con lo scalpo dei barbari, sul carro alato, compiuto l’atto supremo, marciamo sui campi di marte, il rumore sordo della terra, le sbarre di Gambadilegno non fermeranno il tam-tam della guerra.

E c’è come questa specie di cosa, che mi sento in una primavera serena, grande come me come un dio una balena, e c’è questo sogno della città dipinta bella, di cose buone, saponette gonfie nutella. Romaomar nell’aria che si perde, il respiro ci prende plasma asperge: è un’ombra silenziosa che mi cresce nella pancia, occhi calmi che palpebreggiano cantanti, il volo che è stato sarà, è: estate, vacanze improvvisate, sciogliere le file scappare; e trovarsi così come in quel film pomeridiano sfrecciando per gli scavi il campidoglio le strade, baciando i culi del vento gli orizzonti il cemento, omar a roma con me, lo sento, accarezzati come due rette convergenti, i giardini i fiori imperiali e poi; il mare tutto omare che c’è.

A PreDestino, vivere e morire qui vorrei, in questo sogno vacanziero non svegliarmi al mattino, non svegliarmi con l’odore ecchimotico sanguoso, non sentire più il gusto delle luci artificiali, io che adesso, qui, a due passi dal niente mi riposo, ecco ascolta lo senti come rido, lo senti come stride il gioco, io lo so come si fa questa cosa, se le tue bocche sono schermi bianchi, lasciami il tempo per altri due amori, voglio vestirmi da budella-sposa, lascia accecare questi occhi stanchi, se vedi ombre nel buio alla stazione senti che parlano senti le senti?, stringi i denti gli istanti i momenti, che se mi ascolto con forza non è per.

Il sole primavera rimescola le ore prima, mentre evaporandoci ci conserviamo. È importante, dico a Omar, che i motorini non siano in riserva, meglio controllare prima di rubare, scrollare carcasse a liquidi ascoltare, non è accettabile sospendere la danza per un funerale. In sella svoltare angoli e angiòli protettrici diretti a San Pietro, a far invidia ai mostri, stretti in un tevere abbraccio scollinare il Gianicolo e all’una in punto, sopra ponti larghi, esplodere gelati al limone, nell’armonia del verbo, nella bellezza di Orione. Qui tutti bevono bevande con le bollicine, per sollecitar solletico e rantoletti. Nuova missione, oh motociclo fiorito, conquistare il Vaticano: Mullah Omar, Erika Papessa. Noi che stiamo prossimi dentro proiettili e viaggiamo verso Dio.

Amo Roma dico a Omar. E amo Diocleziano e con te amormio vendicheremo le menzogne sull’eliocentrico Giuliano. Balleremo stretti stretti e lenti tutti i cd di Sol Invictus, e a Roma registreremo un live e sarà l’incontro delle aquile a metà strada. Daremo tutti gli dei schiavi in pasto a novissimi leoni e rastrelleremo in ghetto, e più nessuno sarà solo. Un 5 a 0 sui laziali non ariani. Con pagana gioia scoperemo al Pincio dopo la visione dello sfracellato. Bonificheremo le mercificate pianure; per Sacro Romano Impeto l’un l’altra ci aduleremo, ci annulleremo adunati in massa al Circo Massimo. Amo Omar dico a Roma.

E se deve esser cella sia, Rebibbia, una culla, poesia.

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux. Ultimo romanzo pubblicato: L'amico spagnolo
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