Quando il prete va in fabbrica
Un’intervista a Luisito Bianchi

15 novembre 2005
Pubblicato da

di Andrea Bajani

“Ho capito che i quadri dirigenti non richiedono di apprendere qualche cosa ma solo di chiudere gli occhi, eseguire gesti una volta, due volte, cento volte, finché sei ammaestrato per bene, come succede con gli animali del circo”. È il 5 febbraio del 1968 e don Luisito Bianchi fa il suo ingresso in fabbrica, alla Montecatini di Spinetta Marengo, come operaio turnista addetto alla lavorazione dell’ossido di titanio. Quando ne uscirà saranno passati tre anni, e la sua conclusione amara sarà: “i tre anni di fabbrica m’hanno persuaso che oggi, nella situazione attuale, l’evangelizzazione non è possibile”. Quel periodo Lusito Bianchi lo racconta in Come un atomo sulla bilancia, che oggi Sironi ripropone a oltre trent’anni dalla prima uscita del 1972 e a due anni dalla riedizione dello straordinario romanzo La messa dell’uomo disarmato. Libro ibrido, a metà tra il diario, la testimonianza e la confessione Come un atomo sulla bilancia è la cronaca di un’immersione nella fabbrica, che porta insieme gioia e profonda lacerazione interiore. Come fare, si chiede Luisito Bianchi, a essere prete-operaio, a essere contemporaneamente l’uno e l’altro? Tra registrazioni della vita di fabbrica, amicizie forti strette sul lavoro, lotte sindacali e piccole e grandi miserie, Come un atomo sulla bilancia ha la forza dirompente e scandalosa di un libro non pacificato scritto da un uomo che alla Chiesa del potere risponde con una chiesa di gratuità, che si trova di fronte allo scandalo, in fabbrica, di uomini che dalla chiesa si aspettano altro. “Ma qual è questo volto di chiesa che i miei amici […] mi richiedono? Ecco, è molto semplice: quello di una comunità che non ha nessun potere, di nessuna sorta, che non possiede oro né argento ma che dà gratuitamente quello che gratuitamente ha ricevuto: la fede la speranza e la carità”.

Quando è uscito per la prima volta, Come un atomo sulla bilancia, era il 1972, periodo di contestazione e momento nevralgico per la vita delle fabbriche. E lei, da prete, decise di andarci a lavorare dentro per tre anni. Perché?
Il mio intendimento era molto particolare. Quello che volevo capire era come poteva la chiesa essere chiesa in una situazione così snervata. Era quello il motivo per cui mi trovavo lì. Ho sempre voluto essere nella chiesa fino in fondo. E andare in fabbrica per me voleva dire cercare di capire come poteva essere credibile la chiesa. Io potevo esserlo, come persona, ma quello che mi interessava era che lo fosse la chiesa. E quell’interrogativo rimane aperto ancora oggi, forse ancora di più. Il potere della chiesa non mi interessava, perché a quel potere io non davo cinque centesimi. Il potere è sempre mortificante, e la longa manus della Chiesa era tanto visibile allora quanto oggi. Allora la presenza politica della chiesa era molto evidente. C’era un partito, al governo, che conteneva nel nome l’aggettivo “cristiano” ed era con quel partito che si identificavano i praticanti. Come si fa a predicare il gratuito cercando al tempo stesso di accumulare potere? È come fare la campagna antifumo con la sigaretta in bocca. Io ero andato lì per vivere quella situazione dopo essermi occupato a lungo di lavoro, e lì ho trovato una possibilità di gioia, di annuncio gratuito, nel fare l’operai turnista insieme agli altri operai.

Già, però lei non era esattamente un operaio. Era un prete che faceva l’operaio.
Infatti. Per me, in quanto prete, l’esperienza della fabbrica è stata fondamentale per recuperare la dimensione del lavoro come fonte di recupero dell’annuncio evangelico. Il mio mestiere non può essere l’annuncio. Io posso essere operaio, infermiere o altro, è questo che conta. Il mio era un recupero dell’annuncio cristiano: cercare il sostentamento perché l’annunicio del gratuito fosse gratuito davvero. Era un fatto di coerenza: trovare il sostentamento nel lavoro per essere gratuiti nel ministero. Ora tutto è stato conglobato nel sostentamento del clero. Ora il prete ha una sua busta mensile. Così è stato cancellato quello che per secoli fu un tentativo di riforme in quella direzione. Per questo io, in linea con la tradizione da San Paolo in poi, ho sempre fatto di tutto per mantenermi. Dopo la fabbrica io ho sempre continuato a fare altri lavori, dal traduttore al benzinaio all’inserviente d’ospedale. Avevo scelto la fabbrica, in quel periodo, perché era stata la più snobbata dalla chiesa. La chiesa si limitava a dire “La chiesa è con voi”, e poi faceva la sua visita. Agli operai la religione non interessava. La religione dava loro esclusivamente la garanzia di poter dire “Io sono a posto col prete”.

Quello, d’altra parte, era il periodo dei preti-operai, soprattutto in Francia.
In realtà in Italia stava muovendo i primi passi allora. Io avevo fatto un percorso che non poteva che portarmi lì. Io ero laureato in scienza politiche. Avevo insegnavo in seminario sociologia. Ai tempi ero stato mandato dal vescovo in una parrocchia con l’impegno di interessarmi dei giovani della fabbrica Pirelli. Ai giovani dicevo “Avete sbagliato”. Avevo rapporti con molte persone, alcune anche dichiaratamente marxiste. Rimasi lì solo due anni, perché poi il vescovo volle che diventassi assistente provinciale delle Acli. In quegli anni fui molto vicino al mondo del lavoro, soprattuto al settore dell’agricoltura. Fui anche accusato di essere un comunista, un sovversivo. Ci fu un momento, poi, in cui ci fu un cambio nello staff dirigenziale delle Acli e mi vollero a Roma. Ma dopo tre anni chiesi di potermene andare, perché avevo delle riserve sull’impostazione della funzione dell’assistente. Si voleva fosse la coscienza cristiana del movimento, mentre io pensavo che ogni cristiano dovesse avere una sua automomia, non dettata, nelle scelte poliche e sociali, da una direttiva esterna. Fu così che tornai indietro e chiesi di poter andare a lavorare in fabbrica. Il vescovo, forse per il rimorso di avermi mandato a Roma, acconsentì.

Quindi la chiesa non le mise troppo i bastoni tra le ruote.
In qualche modo fui graziato. Al termine del mio curriculum di lavoro tornai dal vescovo e gli dissi “Torno in diocesi, ma con la mia storia”. Volevano darmi l’insegnamento della scuola cattolica, ma io dissi che avrei rifiutato l’assegno, e così non mi ci mandarono. Quando poi mi mandarono gli incartamenti per essere iscritto al sostentamento del clero, io non risposi. Ma dalla mia curia non insistettero e il mio vescovo non disse nulla. Per questo mi ritengo graziato.

Lo rifarebbe oggi?
Oh sì, certo. Salute permettendo.

(Pubblicato sull’Unità il 5 novembre 2005)

6 Responses to Quando il prete va in fabbrica
Un’intervista a Luisito Bianchi

  1. Carlo Capone il 15 novembre 2005 alle 19:02

    Don Peppino Diana fu ammazzato in sacrestia la domenica delle Palme del 94. Dava fastidio. In un posto, Casal di Principe, in cui a volte il padrino regala al cresimando la pistola invece della penna.
    L’avevo conosciuto due anni prima a un convegno sulla legalità – cui partecipavano, se ben ricordo, anche Caselli e Don Ciotti -in San Lorenzo Maggiore. Le cui colonne tremarono alle invettive su Curia, politici e camorra. Il tema era l’ettalogo o l’ottalogo, un documento della CEI sulle prospettive di una nuova Chiesa nel clima di rinnovamento civile e morale che si andava annunciando. Iniziò con calma, poi non ce la fece e si mise a urlare. Al culmine – convinto che le chiacchere, e i convegni, non servissero a niente – si slacciò il colletto, lo gettò in aria insieme alle carte e se ne andò.
    Mi scuso per l’OT (che magari tanto tale non è). Ma sentivo di farlo.

  2. andrea barbieri il 16 novembre 2005 alle 09:05

    Intervengo solo per ringraziare Andrea Bajani per i pezzi che posta su NI, mi sembrano importanti.

  3. andrea inglese il 16 novembre 2005 alle 10:59

    “Ora il prete ha una sua busta mensile. Così è stato cancellato quello che per secoli fu un tentativo di riforme in quella direzione. Per questo io, in linea con la tradizione da San Paolo in poi, ho sempre fatto di tutto per mantenermi.”

    Ecco un punto di vista, apparentemente “innocuo”, ma che farebbe terremoto nella Chiesa cattolica, se fosse sostenuto da un numero importante di cattolici.

  4. francesco forlani il 16 novembre 2005 alle 16:23

    E’ veramente un testo potente, caro Andrea B. Mi ha ricordato un libro di Sciascia, dalla parte degli infedeli, che ho sempre amato.

    effeffe

  5. enrico de lea il 17 novembre 2005 alle 12:00

    Grazie Bajani. Splendida intervista.

  6. enrico de lea il 17 novembre 2005 alle 12:04

    Grazie per questa splendida intervista. Bisognerebbe riscoprire la radicalità di una certa cultura cristiana extra moenia (Camillo de Piaz, Balducci, Milani, Buonaiuti etc.)



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