Guy Debord 3

S e p a r a z i o n e

In questa terza tranche della Società dello Spettacolo, di Guy Debord, emerge la parola separazione. Passa di qui un filo, o forse una matassa di fili, che avvolge – per come li leggo io – in qualche modo sia Pasolini che Deleuze. E anche quel che sta succedendo a Parigi in queste settimane. Ecco qua:

20. La filosofia, in quanto potere del pensiero separato, e pensiero del potere separato, non ha mai potuto da se stessa superare la teologia. Lo spettacolo è la ricostruzione materiale dell’illusione religiosa. La tecnica spettacolare non ha dissipato le nubi religiose in cui gli uomini avevano deposto i loro poteri staccati da loro stessi: le ha soltanto riallacciate a una base terrena. Così è la vita più terrena che diviene opaca e irrespirabile. Essa non respinge più nel cielo, ma alberga presso di sé il suo ripudio assoluto, il suo ingannevole paradiso. Lo spettacolo è la realizzazione tecnica dell’esilio dei poteri umani in un al di là; la scissione compiuta all’interno dell’uomo.

21. Quanto più la necessità viene a essere socialmente sognata, tanto più il sogno diviene necessario. Lo spettacolo è. il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno.

22. Il fatto che la potenza pratica della società moderna si sia staccata da se stessa, e si sia edificata un impero indipendente nello spettacolo, non può spiegarsi che con quest’altro fatto, che questa pratica potente continuava a mancare di coesione, ed era rimasta in contraddizione con .se stessa.

23. È la più vecchia specializzazione sociale, la specializzazione del potere, che è alla radice dello spettacolo. Lo spettacolo è perciò un’attività specializzata che parla per l’insieme delle altre. È la rappresentazione diplomatica della società gerarchica dinnanzi a se stessa, dove ogni altra parola è bandita. Il più moderno è qui .anche il più arcaico.

24. Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza. L’apparenza feticista di pura oggettività nelle relazioni spettacolari nasconde il loro carattere di relazione fra uomini e fra classi: una seconda natura sembra dominare il nostro ambiente con le sue leggi fatali. Ma lo spettacolo non è il prodotto necessario dello sviluppo tecnico visto come sviluppo naturale. La società de!lo spettacolo è al contrario la forma che sceglie il suo proprio contenuto tecnico. Se lo spettacolo, considerato sotto l’aspetto ristretto dei «mezzi di comunicazione di massa», che sono la sua manifestazione superficiale più opprimente, può sembrare invadere la società come una semplice strumentazione, questa in effetti non è nulla di neutro, ma la strumentazione stessa che conviene al suo automovimento totale. Se i bisogni sociali dell’epoca in cui si sviluppano delle simili tecniche non possono trovare soddisfazione che tramite la loro mediazione, se l’amministrazione di questa società e ogni contatto fra gli uomini non possono più esercitarsi che per l’intermediario di questa potenza di comunicazione istantanea, è perché questa «comunicazione» è essenzialmente unilaterale; di modo che la sua concentrazione non fa che accumulare nelle mani dell’amministrazione del sistema esistente i mezzi che le permettono di continuare questa amministrazione determinata. La scissione generalizzata dello spettacolo è inseparabile dallo Stato moderno, vale a dire dalla forma generale della scissione nella società, prodotto della divisione del lavoro sociale e organo del dominio di classe.

25. La separazione è l’alfa e l’omega dello spettacolo. L’istituzionalizzazione della divisione sociale del lavoro, la formazione delle classi avevano innalzato una prima contemplazione sacra, l’ordine mitico in cui ogni potere si avviluppa dalla sua origine. Il sacro ha giustificato l’ordinamento cosmico e ontologico che corrispondeva agli interessi dei grandi, ha spiegato e abbellito ciò che la società, non poteva fare. Ogni potere separato è stato dunque spettacolare, ma l’adesione di tutti a una tale immagine immobile non significava altro che il riconoscimento comune di un prolungamento immaginario alla povertà dell’attività sociale reale, ancora largamente risentita come una condizione unitaria. Lo spettacolo moderno esprime al contrario ciò che la società può fare, ma in questa espressione il permesso si oppone assolutamente al possibile. Lo spettacolo è la conservazione dell’incoscienza nel cambiamento pratico delle condizioni di esistenza. Esso è il proprio prodotto, ed è esso stesso che ha posto le sue regole: è insomma uno pseudo-sacro. Esso mostra ciò che è: la potenza separata sviluppantesi in se stessa, nell’ aumento della produttività realizzato per mezzo del raffinamento incessante della divisione del lavoro fino all’ultima parcellizzazione dei gesti dominati allora dal movimento indipendente delle macchine; e che lavora per un mercato sempre più esteso. Ogni comunità e ogni senso critico si sono dissolti nel corso di questo movimento, nel quale le forze che hanno potuto crescere separandosi non si sono ancora ritrovate.

26. Con la separazione generalizzata del lavoratore e del suo prodotto, si perde ogni punto. di vista unitario sull’attività compiuta, come ogni comunicazione personale diretta fra i produttori. Seguendo il progresso dell’accumulazione dei prodotti separati, e della concentrazione del processo produttivo, l’unità e la comunicazione divengono attributo esclusivo della direzione del sistema. La riuscita del sistéma economico della separazione è la proletarizzazione del mondo.

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2 Commenti

  1. Molto estemporaneamente alcune riflessioni di getto, per elaborazioni piu’ acute, prendero’ una settimana di ferie:-)

    ” La filosofia, in quanto potere del pensiero separato, e pensiero del potere separato, non ha mai potuto da se stessa superare la teologia. Lo spettacolo è la ricostruzione materiale dell’illusione religiosa.”
    intendi che la liturgia sia ad esclusivo appannaggio delle religioni?
    ma il mithos non è ethos atropologico prima che teologico?
    e perchè non introdurre liturgie filosofiche?

    Certo lo spettacolo è crogiuolo di indicibilità, valvola di sfogo, che se appiattita non assurge piu’ alla sua funzionee quindi, come gestione di potere, è divenuta perversa e come la ritrai giustamente è autoreferenziale e funzionale al potere stesso anzichè rappresentarne il controaltare.
    non per nulla i veri politici odierni, quelli che operano evoluzioni di senso sul collettivo, sono gli attori e i comici.

    “Lo spettacolo è la conservazione dell’incoscienza nel cambiamento pratico delle condizioni di esistenza” questo è un monolite che crea un consenso assoluto.

    Poi operi un’analisi sulla schizofrenia dello spettacolo che sembrerebbe funzionale all’unità del sistema, quindi il paradosso della divisione che diviene ontologia, funzione, organo vitale utile e strumentale al totalitarismo del potere precostituito.

    Sento delle induzioni un po’ troppo azzardate, ma non le colgo ancora logicamente.

    Ciao e grazie

    Magda

  2. scappando dal webpoint do qualche dritta per alcuni libri (scusandomi se non posso controllare se altre segnalazioni simili sono già comparse):
    – La società dello spettacolo (Baldini Castoldi Dalai)
    – L’internazionale situazionista (ed.Nautilus; disponibile, ordinabile nelle librerie di movimento)

    fortemente consigliato:
    – Opere cinematografiche (Bompiani)

    consigliato:
    – Panegirico (Castelvecchi: solo il tomo I, il II immagino sia una ‘invenzione’ postuma degli editori francesi, non so)

    sono testi (fra i molti che andrebbero letti e cercati) che si possono reperire. non trovandoli in libreria, ordinateli: arrivano.

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Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.
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