Incommunicado 2005. Come si tortura, oggi, e perché

20 novembre 2005
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Di Andrea Cortellessa

Le parole per dirla
In comune, guerra e tortura, hanno anzitutto questo: sono, oggi, parole impronunciabili. Come la guerra – che oggi si chiama peace-keeping o (al suo aumentare d’intensità) peace-enforcing – la tortura si esercita, certo: ma si fa a meno di chiamarla col suo nome. La si può al limite ammettere, ma in negativo. A posteriori. La si è fatta, ma oggi non più.

È di questi giorni la notizia ( «New York Times» del 19 marzo) delle dichiarazioni rese al Senato degli Stati Uniti dal direttore della CIA, Porter J. Goss, convocato a rendere conto delle 108 vittime, dal 2002 a oggi, fra i prigionieri della «guerra al terrorismo» (bilancio di un’inchiesta interna delle forze armate): «Gli Stati Uniti non praticano né permettono che si utilizzi la tortura». Ma alla domanda «può affermare oggi che, prima della fine del 2004, l’intelligence non abbia usato tecniche d’interrogatorio fuorilegge?» Goss ha risposto: «Non sono in grado di affermarlo». Per aggiungere che, da quando ha assunto la guida dell’Agenzia, i suoi uomini si sono attenuti alla definizione che di «tortura» ha dato il 30 dicembre 2004 un apposito memorandum del Dipartimento di Stato, che reinterpreta – in senso permissivo – la Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite.

Quest’ultima è stata adottata il 10 dicembre 1984. Il suo articolo 4 impone, agli Stati che la ratifichino, di «far sì che tutti gli atti di tortura siano previsti come violazioni della legge penale». L’Italia l’ha ratificata nell’89, ma non ha ancora introdotto il reato di tortura nel proprio ordinamento. La Camera ha congelato quest’adempimento dopo l’approvazione in aula di un emendamento della Lega Nord, il 22 aprile 2004, che introduce il concetto di «reiterazione» della tortura stessa. L’effetto sarebbe quello di legalizzare la tortura: ove, naturalmente, “non reiterata”. Per fare un esempio concreto, uscirebbe da qualsiasi sanzionabilità la situazione verificatasi a Bolzaneto dopo il G8, nel luglio del 2001.

Eccesso di zelo. Poiché, allo scopo di eludere la Convenzione, esiste una strada più agevole: appunto quella di non chiamare la tortura col suo nome. Basti dire che il George W. Bush che il 13 novembre 2001 istituisce Commissioni Militari d’inchiesta di fronte alle quali non sono applicabili «principî di legge e regole di valutazione della prova generalmente vigenti nei processi penali celebrati nelle corti distrettuali degli Stati Uniti» è lo stesso che il 26 giugno 2003 dichiara che «gli Stati Uniti sono impegnati nell’abolizione mondiale della tortura e guidano questa battaglia con il buon esempio». A fronte di una simile oltranza, possono venire a mente la «neolingua» del 1984 di George Orwell o la «LT1» di Victor Klemperer (cfr. LT1. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, La Giuntina 1998). È proprio con la violenza che si fa alla lingua di una comunità che si penetra nelle sue fibre più riposte: sino a impadronirsene. Sono artifici vecchi quanto la politica. Nelle Guerre del Peloponneso Tucidide ricorda che dopo i massacri di Corcira fra i Greci, per giustificarsi, «si era dato alle parole un senso diverso dal loro significato abituale: l’audacia sconsiderata era così divenuta coraggioso attaccamento al proprio partito, il prudente temporeggiare pusillanimità dissimulata sotto un bel nome, il buon senso non era più che pretesto per l’infingardaggine e l’esatta intelligenza delle situazioni impotenza totale; fine dello spirito veramente virile era divenuto la violenza forsennata». La citazione è in un libro che andrebbe ristampato: Lo Stato di tortura (Laterza 1963), dell’allora poco più che trentenne antichista Pierre Vidal-Naquet, in prima linea nel denunciare le pratiche di polizia e forze armate francesi, in Algeria, a partire dal 1954.

A leggere le frasi del tempo (non escluse quelle dell’allora ministro François Mitterrand…), si può credere sia cronaca di oggi. Il Presidente del Consiglio Guy Mollet, parlando ai compagni socialisti, si sdegnava per il parallelo fra l’esercito francese e la Gestapo: «Hitler impartiva direttive che prevedevano questi metodi barbari, mentre […] abbiamo sempre dato ordini in senso completamente opposto. D’altra parte abbiamo promosso inchieste e sono state pronunciate delle condanne che hanno punito atti biasimevoli; ma questi atti, lo ripeto, potrebbero quasi contarsi sulle dita di una mano». Da un lato, l’eufemismo degli atti biasimevoli, dall’altro l’eterna teoria delle “mele marce”: la stessa ricetta di Donald Rumsfeld. Al «doppio pensiero» (a sua volta orwelliano) pensa Vidal-Naquet nell’immaginare lo sconcerto del giovane francese che sbarca in Algeria: «non è partito per fare la guerra, egli è un “pacificatore”; ma la “pacificazione” è peggio della guerra». Si pensa alle distinzioni nostrane fra pacifisti irresponsabili e coraggiosi pacificatori: come li ha appunto definiti Gianfranco Fini. Ma è proprio il doppio pensiero che può trarre in inganno militari che si trovano in quella che è, ma nessuno dichiara, zona di guerra: come dimostra la ricca casistica irachena di errori catastrofici, “danni collaterali” e “fuoco amico”.

Cinque giorni dopo la firma degli accordi di Evian, che nel marzo del ’62 mettevano fine ai combattimenti, la gazzetta ufficiale francese pubblicava due provvedimenti di amnistia. Uno per gli insorti dell’FLN, l’altro per i loro carcerieri: «Sono amnistiate le infrazioni commesse nel quadro delle operazioni di mantenimento dell’ordine dirette contro l’insurrezione algerina». Infrazioni, mai pubblicamente ammesse da alcun organo dello Stato, lo erano – implicitamente – all’atto di cancellarle con un tratto di penna. È quello che Antonio Marchesi e Alessandra Gianelli (nel reader recentemente pubblicato da Carocci, Tortura di Stato. Le ferite della democrazia) chiamano «il paradosso della tortura»: assolutamente vietata ma universalmente diffusa. Su 191 Stati membri delle Nazioni Unite il Rapporto annuale di Amnesty International per il 2004 denuncia la pratica della tortura in 132: fra i quali l’Italia.

Legalizzare la tortura?
Seppure alla loro maniera grossolana, i parlamentari leghisti sono in linea col più avanzato pensiero neo-con. Tortura di Stato intende rispondere – da un punto di vista strettamente giuridico – alla più attrezzata apologia della tortura che si sia udita negli ultimi tre secoli: il saggio sul Terrorismo di Alan M. Dershowitz, giurista dell’entourage dei Bush (tradotto da Carocci nel 2003). Dershowitz sposta la questione, da quello etico, su un piano strettamente utilitaristico (non estraneo, a suo tempo, al pensiero illuministico: dal Cesare Beccaria di Dei delitti e delle pene al Pietro Verri delle Osservazioni sulla tortura): «un individuo in possesso di informazioni atte a sventare un piano criminale che potrebbe fare molte vittime, che si rifiuti di collaborare con le autorità, dovrebbe essere torturato?». In altri termini: vale più l’intangibilità di un singolo colpevole o la vita di decine di persone innocenti? Al fine di evitare l’uso indiscriminato della tortura, argomenta Dershowitz, occorrerebbe introdurla nell’ordinamento solo in casi eccezionali, solo se sotto il controllo della magistratura e solo se inferta da personale medico o paramedico.

Come fanno notare Franco Maria Di Sciullo e Francesco Rimoli sono argomenti insidiosi, ma fondati su presupposti tutt’altro che indiscutibili. Anzitutto che l’interrogato sia effettivamente colpevole di atti terroristici ed effettivamente sia a conoscenza di informazioni tali da sventarne altri (ciò che proprio l’interrogatorio dovrebbe in primo luogo appurare); e che la tortura sia davvero impartita allo scopo di ottenere informazioni. Mentre è proprio questo il grande inganno della tortura: che già gli illuministi avevano smontato. Le informazioni ottenute con la tortura sono inaffidabili: se il corpo umano non è materia standard, come diceva Beccaria la tortura «è il mezzo più sicuro di assolvere i robusti scellerati, e di condannare i deboli innocenti». Il torturatore lo sa benissimo; non di meno continua a infierire. Perché il vero scopo della tortura non è ottenere informazioni. Lo spiega l’antropologa Elaine Scarry (La sofferenza del corpo, il Mulino 1990), che ricorda lo slogan dei torturatori sudvietnamiti: «Se non sono colpevoli, picchiateli finché non lo saranno».

La tortura non ha fini utilitari – tali, cioè, da poter essere messi sul piatto di una bilancia. La sua funzione è, al contrario, pura; per così dire, intransitiva. Essa è la manifestazione del potere assoluto. Il suo statuto non è dunque conoscitivo, bensì politico. O meglio, per dirla con Michel Foucault, biopolitico. In Sorvegliare e punire, storico saggio del ’75, Foucault traccia un suggestivo parallelo con la teoria, di Ernst Kantorowicz, dei «due corpi del re». Secondo la teologia giuridica medievale la sovranità regale ha un corpo fisico, transitorio, e un altro che permane nel tempo, legandosi a individui diversi; all’altro polo, il corpo del condannato: che è quel corpo, ma anche un «meno di potere» simmetricamente inverso al «più di potere» rappresentato dal re. Quanto più un potere si voglia assoluto, slegato da delimitazioni e contrattazioni (secondo quella che una vecchia terminologia, a sua volta resa inutilizzabile, chiamava democrazia), tanto più necessita di corpi sui quali esercitare il proprio assoluto arbitrio. La spirale autoritaria delle istituzioni francesi negli anni Cinquanta sta lì a dimostrarlo. Ma lo dimostra ancora più chiaramente quanto è seguìto, negli Stati Uniti, all’11 settembre del 2001.

Stati d’eccezione
Giorgio Agamben definisce Stato di eccezione (nel suo libro che reca proprio questo titolo, Bollati Boringhieri 2003) il Patriot Act, approvato dal Senato degli Stati Uniti un mese dopo l’attentato alle Twin Towers. Lo spropositato aumento di competenze attribuito al potere esecutivo è in linea con precedenti novecenteschi tutti legati alla guerra, minacciata o in corso. Così finì la democrazia in Italia negli anni Venti e in Germania nel decennio seguente. Il funzionamento dello stato di eccezione, spiega Agamben, è «duale»: «alla costituzione legale» – che, si badi, non viene revocata – si affiancano norme che progressivamente ne erodono e snaturano lo spirito; sino a «una seconda struttura» di fatto, «giuridicamente non formalizzata». Per questo lo stato di eccezione non è «una pienezza di poteri», bensì «un vuoto e un arresto del diritto». All’interno dello spazio politico regolato dalla legge se ne iscrive uno anomico, uno «spazio senza diritto» entro il quale l’imperio del potere è assoluto, non regolato.

In questo spazio (e in questo tempo) i corpi possono essere puramente assoggettati – cioè ridotti a nuda vita. La concezione di una nuova e pressoché inedita figura politica, quella dell’enemy combatant che non viene considerato prigioniero né accusato (e dunque non sottostà né alla Convenzione di Ginevra né all’ordinamento giuridico degli USA) ma semplicemente detainee, passa infatti per una ridefinizione dello spazio e del tempo. La costruzione del campo di prigionia nella base di Guantanamo, a Cuba, decretata da Bush il 13 novembre 2001, risponde a entrambi questi requisiti: da un lato la località viene scelta in quanto extraterritoriale, fuori della giurisdizione delle Corti americane e remota agli occhi del mondo; dall’altro nessun detenuto di Camp Delta, non essendo mai stato dibattuto un giudizio né pronunciata una condanna, sa quanto tempo dovrà restarci.

Le condizioni estreme della detenzione a Guantanamo sono state mostrate da fotografie e narrate da reportage (come quello di Carlo Bonini, Guantanamo, Einaudi 2004; mentre Judith Butler ne ha mostrato le caratteristiche di “campo” biopolitico: si veda il suo Vite precarie, Meltemi 2004). Le prime denunce di tortura “vera e propria” risalgono al dicembre 2002, quando il «Washington Post» riferì che essa veniva utilizzata nella base di Bagram, in Afghanistan: detenuti costretti in ginocchio per ore, privazione della vista con uso prolungato di maschere da saldatore annerite con la vernice, continuo uso della luce elettrica per spezzare l’equilibrio del sistema nervoso. Ma si dovrà attendere l’aprile del 2004 perché la CBS trasmetta le immagini degli incappucciati legati agli elettrodi, nel mega-carcere iracheno di Abu Ghraib. Seguirà lo stillicidio di sorridenti tableaux vivants allestiti dalla soldatessa Lynnie England, che tutti abbiamo negli occhi. (Il cerchio si chiude con la recente decisione degli USA di trasferire i detenuti di Guantanamo presso paesi alleati che la tortura pratichino senza impedimenti giuridici, come l’Arabia Saudita. Di torturarli, diciamo, in outsourcing.)

Vidal-Naquet ricorda che «la polis greca […] negando l’umanità agli schiavi considerava normale la tortura inflitta al servo e abominevole crimine la tortura inflitta all’uomo libero»; mentre Agamben ricorda che l’obiettivo della macchina concentrazionaria nazista era precisamente l’annientamento dell’individualità, prima e più che la morte, dei suoi prigionieri. La riduzione a nuda vita passa, insomma, per la negazione dell’individualità: revoca della cittadinanza (esiste dal 2003 una bozza di legge statunitense che ipotizza di sottrarla ai cittadini americani da interrogare), sottrazione del nome proprio, negazione dello statuto stesso di umanità. Ora, è esattamente questo l’effetto della tortura. Come mostra Elaine Scarry, il momento della confessione è quello in cui il mondo della vittima, i suoi convincimenti, la struttura stessa della sua personalità, vengono meno di schianto. È questo il trionfo del torturatore – non certo il contenuto della confessione. La tortura «annuncia, realizza brutalmente, accusa e sfida la condizione del proprio essere altro da sé, la condizione dell’essere contro, il fatto di essere il proprio nemico». Che a questo segua o meno la morte, per il torturatore non ha importanza.

Segreto e splendore dei supplizi
Per Agamben «è significativo che una simile trasformazione dell’assetto costituzionale oggi in corso in misura diversa in tutte le democrazie occidentali, benché sia perfettamente nota ai giuristi e ai politici, rimanga del tutto inosservata da parte dei cittadini. Proprio nel momento in cui vorrebbe dar lezioni di democrazia a culture e tradizioni diverse, la cultura politica dell’Occidente non si rende conto di averne del tutto smarrito il canone».

Ma una dialettica profonda, tra segretezza ed esibizione, è costitutivamente soggiacente al dominio biopolitico dei corpi. Foucault indica una soglia decisiva, tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX, proprio nella «sparizione dei supplizi». Se in precedenza il potere li spettacolarizzava per esibire il proprio atroce «splendore», in séguito essi vengono sottratti alla vista. D’altra parte, alla spettacolarità dell’èsito si accompagnava la segretezza della procedura che vi conduceva: «oscura non solo al pubblico, ma allo stesso accusato». Oggi i supplizi vengono comminati in un segreto infranto solo dal “furto” e dalla trasmissione di immagini come quelle di Abu Ghraib. Lo status definito incommunicado, di una prigionia – quello per cui l’accusato non può comunicare con legali o famigliari –, è la prima condizione perché si trasformi in supplizio. Ma che la tortura abbia in primo luogo la funzione simbolica e cerimoniale di affermare ed esibire la maestà del potere lo dimostra il fatto che una componente “spettacolare” permanga tenace, nelle pratiche dei torturatori. Sintomatiche certe metafore: la stanza delle torture era «sala di proiezione» nelle Filippine, «sala cinematografica» nel Vietnam del Sud, «palcoscenico con le luci blu» in Cile. Come spiega Elaine Scarry, la tortura «trasforma la vista della sofferenza nello spettacolo totalmente fittizio ma, per i torturatori e il regime che essi rappresentano, totalmente convincente del potere». Le foto-ricordo di Lynnie England, e dei tanti altri torturatori che continuano – con mancanza di cautela apparentemente incomprensibile – a documentare le loro imprese, si spiegano così.

Ma quanto si verifica in ogni stanza della tortura non riguarda solo le vittime. Chi si lascia in disparte è il torturatore. A sua volta incommunicado: senza voce e senza sguardo. (Ma qualche squarcio, in questo velo nero, si comincia a produrre: è del 2001 il caso, clamoroso, della pubblicazione delle raggelanti memorie del generale Aussaresses, gran cerimoniere dei campi d’internamento durante la battaglia d’Algeri.) La disumanizzazione che la sua azione produce nella vittima è la sua stessa disumanizzazione. Chi ha descritto questa dinamica nei toni più asciutti e implacabili è uno scrittore serbo, Aleksandar Tišma, nel suo racconto Scuola di empietà (contenuto nel libro omonimo, pubblicato nel 1978 e tradotto in Italia, dalle Edizioni e/o, dieci anni dopo). Nello scorcio della Seconda Guerra Mondiale il frustrato ufficiale Dulič demolisce poco a poco il corpo di un giovane comunista, Ostojin: anche se il suo superiore gli ha detto che i suoi complici, ormai, sono tutti presi. A scatenare la furia di Dulič è il pensiero del proprio figlio gracile e malato, a casa, lontano. Solo quando ha terminato di affogare Ostojin viene folgorato dal pensiero che quelle due vite in bilico si assomigliano; e che, come lui ha goduto la sua onnipotenza prendendo la vita della sua vittima, così l’Onnipotente potrebbe fare con quella di suo figlio. Ma così non avviene. E lui, ormai folle, grida: «Grazie, Dio mio! Tu non esisti, Dio mio!».

Il personaggio di Tišma – il quale ha il coraggio di raccontarci tutta la storia dal suo repellente punto di vista – ci ricorda la posta che è in gioco oggi. Argomenta Francesco Rimoli che l’argomento utilitaristico a favore della tortura soffre di un ultimo presupposto erroneo: che la minaccia venga dall’esterno. Mentre il cittadino occidentale, spaventato dalle forze oscure del terrorismo, dovrebbe temere quelle altre forze oscure che si stanno scatenando proprio a casa sua. Nella sua indifferenza o addirittura col suo consenso. Il rischio di vedersi coinvolto da qualche falsa confessione, ove la tortura si generalizzasse, non sarebbe minore di essere coinvolto in un attacco terroristico. Anzi.

Non è solo fantasia di scrittori apocalittici. È il rischio concreto che abbiamo di fronte. Basta aprire i giornali. Dopo l’oltraggiosa formula socialismo reale, s’è finalmente letta – orgogliosamente rivendicata – la sua antistrofe: «Le gravissime violazioni della dignità umana perpetrare nel carcere iracheno di Abu Ghraib […] non chiamiamole torture […] il lavoro di intelligence non è un balletto. È catturare i sospetti di terrorismo, farli parlare, accumulare la maggiore quantità di informazioni […] Solo quando emergono pubblicamente violazioni dei diritti umani come quelle di Abu Ghraib, la buona educazione democratica impone che i responsabili siano perseguiti e severamente puniti. Per il resto, le “dure repliche della realtà”, gli imperativi della sicurezza ci suggeriscono di fingere di non sapere, ci consigliano di lasciare che “quei” metodi rimangano, oltre che nel profondo dei centri segreti, in quello delle nostre coscienze di buoni democratici. Perché ci conviene. Ipocrisia? Cinismo? No. È la “democrazia reale”» (Piero Ostellino, «Corriere della Sera», 15 maggio 2004).

Insubordinarsi
Chi minimizza la gravità di avvenimenti come quelli di Abu Ghraib sottolinea che sono venuti immediatamente alla luce, a differenza di tanti orrori novecenteschi conosciuti ad anni, se non decenni, di distanza. E aggiunge che la tanto democratica Francia fece quel che fece, in Algeria, indisturbata dall’opinione pubblica. Questa è una menzogna bella e buona. È vero, Vidal-Naquet lamenta che l’Affaire Dreyfuss scoppiò perché in un giorno vennero stampate 300.000 copie del J’accuse di Emile Zola, mentre ai suoi tempi «J’accuse dovrebbe essere trasmesso per televisione», ma «lo Stato non si accusa da solo» (a noi, felici abitanti di Berlusconia e Murdochia, corre un brivido lungo la schiena). Ma ci fu un movimento d’opinione senza precedenti. La Dichiarazione sul diritto all’insubordinazione firmata da 121 intellettuali, nel 1960, ruppe il silenzio: e pose la Francia sul banco degli accusati a livello mondiale. Fu una spinta concreta in direzione del trattato di Evian, un anno e mezzo dopo.

L’impegno instancabile di Vidal-Naquet dimostra quanto avesse ragione a richiamare la Schuldfrage enunciata da Karl Jaspers, riguardo ai crimini nazisti, una quindicina d’anni prima. Ci fu chi seppe, e non agì: «la cecità dinanzi all’altrui sventura, la mancanza d’una immaginazione del cuore, l’intima indifferenza per la stessa infelicità che salta agli occhi, tutto questo costituisce colpa mortale». Agire, in questo caso, equivale a denunciare. Chi sa – allora come oggi – deve dire, in tutti i modi possibili. È tempo che si rompa l’incommunicado: pena la nostra umanità.

(apparso in “Galatea. European magazine”, XIV, 4, aprile 2005)

4 Responses to Incommunicado 2005. Come si tortura, oggi, e perché

  1. georgia il 20 novembre 2005 alle 18:31

    Nadia Anjuman 2
    Faccio un altro OT su
    Nadia Anjuman (la poetessa afgana uccisa) di cui il mio blog ha gia postato una traduzione in italiano (dal farsi) di una delle poesie (che circolano in rete in lingua originale) fatta gentilmente, dietro mia richiesta, da una bravissima blogger persiana, il suo blog si chiama ventod’oriente
    Volevo segnalarvi che ho postato ora un articolo, apparso sul Sunday Times il 13 novembre, su di lei di Christina Lamb (definta da chomsky, proprio riguardo all’Afganistan corrispondente di grande esperienza), un articolo in cui accenna anche ai circoli di cucito (Sewing Circles) della città di Harat dove alcune ragazze (fra cui Nadia) si runivano di nascosto per studiare.
    Trovo miracoloso che dai quei circoli sia uscita una grande poetessa e noi come minimo la dovremmo far conoscere.
    Le abbiamo bombardato il paese per espoortarvi la democrazia, abbiamo invalidato migliaia di persone e non siamo riusciti neppure a farla vivere libera e continuare a scrivere. Beh almeno ora dovremmo farla diventare talmente famosa che almeno sia ritenuto doveroso far luce sulla sua morte prima che venga insabbiato tutto.
    georgia

  2. georgia il 20 novembre 2005 alle 18:32

    di cortellessa c’era ieri, su Alias, un bellissimo articolo su Deleuze
    geo

  3. luigi il 22 novembre 2005 alle 00:23

    Grazie Andrea per questo bellissimo intervento. E grazie, ancora di più, perché una delle più insidiose tentazioni in questi tempi oscuri, tempi di quotidiano stupro della realtà, di inesausto sfoggio d’arroganza nell’affermare il falso contro ogni evidenza, fino a trattarlo come cosa salda, è proprio quella di cedere alla stanchezza e all’esasperazione che fanno ammutolire. La forza di prendere la penna in mano, e dire, ancora una volta, e sempre, che cosa sia la tortura, dove la si pratichi, e perché, è tutt’altro che una risorsa scontata. Manzoni, parlando nella “Storia della Colonna Infame” dei giudici ciechi di crudeltà e malafede del processo contro i presunti untori, se ne esce con un rovesciamento durissimo del motto evangelico che bisognerebbe sempre ricordare:”e se essi non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere”.

  4. Ivan Roquentin il 23 novembre 2005 alle 19:00

    Poche spiegazioni e alcuni suggerimenti

    1) La mia mail non è il cestino dei rifiuti: gli anonimi sono liberi di commentare sul blog, non ci sono limitazioni di sorta, se si escludono i malfuzionamenti di flickr; 2) La chiusura è durata poco, ma il weblog



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