L’ASSALTO ALL’ALTO CASTELLO (2 di 2)

23 novembre 2005
Pubblicato da

generiche noterelle sparse, scritte di getto, in una fredda notte d’autunno

di Gianni Biondillo

3.
Di che popolo vado parlando se, il popolo, è notoriamente scomparso, sostituito com’è dall’uomo massa? Come posso confondere la cultura popolare con la cultura di massa, che è, per definizione, non cultura?
Ma, appunto, non è anche questo l’ennesimo luogo comune?

Non ho mai creduto al mito dell’autenticità, della purezza, del popolo. È un mito da antropologia della domenica. La “poetica della cultura popolare” è una poetica elitaria, che nasce da un contesto borghese. Il mitico monosoggetto “popolo” è un’invenzione al pari del mitico monosoggetto massa. Come se la storia non esistesse, come se non mutasse il soggetto e non venisse mutata dal soggetto stesso. La cultura popolare intesa come mitopoiesi collettiva esclude la possibilità di un autonomo, per quanto integrato, contributo dei singoli (il singolo, l’individuo è, appunto, appannaggio della cultura borghese. Il popolo non può mica permetterselo!). Come se non fossero esistite in passato, nel “popolo”, le specializzazioni. E invece c’erano: il fabbro non sapeva mungere una vacca, il muratore non sapeva tosare una pecora. E, dentro una cultura condivisa, c’era chi raccontava le storie, chi restituiva all’immaginario collettivo, tecnicamente, le storie del suo universo simbolico, scaturite da esso ma rielaborate, organizzate. Spesso confermandolo, altrimenti disfacendolo, mutandolo, reinventandolo.
La poesia dell’autentico è falsa e fa il paio con l’idea che l’uomo-massa sia portatore del nulla (cioè di nessuna cultura autentica). La massa è più complessa di come la si rappresenta. È fatta di persone. Di questa persona, di questo ragazzo, di questa donna. La cultura di massa è uno spaventoso deposito stratificato di aberrazioni, di imposizioni dall’alto, di resistenze culturali, di atavismi, di novità. Un etnologo del contemporaneo lo sa. Sa che questo intreccio fra antico e dominante, fra autonomo e imperialista non crea, banalmente, una monocultura granitica senza salvazione alcuna (come è snob pensarla così, com’è elitario). La massa non è indistinta, ne è monoliticamente caratterizzata, così come non lo era il popolo. L’urlo di dolore per la distruzione di culture autonome e popolari che si era levato dagli scritti di Pasolini era più che condivisibile, quando l’omologazione antropologica era in atto, 30 anni fa. Riproporlo oggi come un dato di fatto inderogabile e irrisolvibile, è innanzitutto trasformare Pasolini in un guru reazionario (cosa che lo avrebbe fatto imbestialire) e poi è non voler vedere la continua germinazione di processi locali di ideazione di identità, di comunità di sensi, di collettive aggregazioni etiche-estetiche. Di moltitudini.
L’idea che la cultura di massa sia tout cour volgare è, ancora una volta, un’idea che scaturisce da una visione del mondo tutta borghese. È la ricerca dell’autentico, del puro, del non compromesso, il disappunto verso “il facile”, il televisivo, il disprezzo dell’incolto, l’intolleranza verso il cattivo gusto; tutto ciò è un marcare una distanza sul piano del gusto, attraverso il disgusto. Il mio gusto è il gusto. Il resto disgusta, non ha dignità estetica.
E allora sì, diciamolo: la cultura di massa è volgare. Cioè è del volgo. Cioè è popolare. Dovrei e vorrei utilizzare il termine moltitudine, lo so. È filosoficamente più corretto e, a me, teoricamente, più vicino. Ma non essendo un filosofo (e dire “moltitudinario” al posto di “popolare” lo trovo incapace di risuonare) mi permetto di semplificare: la massa e il popolo, per me, oggi, sono la stessa cosa.
“Questo popolo”, così come “quel popolo”, non è puro e innocente. “Questo popolo” è frammentato in rivoli di progressismo e di reazione, “questo popolo” (questi popoli, questa molteplicità di realtà etiche-estetiche) si dà spesso al libro (o al cinema, o alla fiction tv) cercando anch’esso consolazione, intrattenimento. E spesso lo trova in una scrittura reazionaria, fatta di luoghi comuni, di psicologismi d’accatto. Ma non c’è solo questo, fortunatamente. In questo popolo, in questa molteplicità di realtà etiche-estetiche c’è chi cerca qualcos’altro. E spesso lo trova nel “genere”.

Credo sia innegabile che la letteratura di genere in questi anni abbia cercato di riempire quel vuoto nella letteratura popolare nazionale che riscontrava già in Italia Gramsci oltre 70 anni fa: “il tipo moderno del romanzo popolare è quello poliziesco, “giallo”, e in questo settore si ha zero.”(Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Editori Riuniti, 1977, pag. 161) Cioè, in pratica, che da 20 anni circa a questa parte, come semplici artigiani, senza arroganza né velleità artistica, un gruppo sempre più numeroso di scrittori abbia assolto a questa manchevolezza facendo propria una tradizione di letteratura popolare europea traducendola poi (anzi inventandola quasi da zero) in una nuova letteratura popolare nazionale. E finché si fossero fermati lì tutto poteva ancora starci, mi viene da dire. È quello che è accaduto dopo che non si poteva accettare.
E cioè che da questo materiale nuovo, germinante e incandescente qualcuno avesse deciso di affondare la lama, di andare oltre al genere, partendo proprio dal genere. Di fare “letteratura e basta”, ma attraverso una tradizione letteraria differente da quella “codificata”, borghese. O meglio incrociando più tradizioni letterarie senza più timori riverenziali di sorta.
Questa cosa, in sé, non è neppure una particolare novità. Il solito Gramsci (sì, lo so, lo leggo troppo: d’altronde se non lo leggo io, chi lo fa più?) ce lo ricorda. Esiste una precisa derivazione culturale dai romanzi d’appendice (i romanzi di genere dell’epoca!): Dostoevskij deriva culturalmente dai romanzi d’appendice di Eugène Sue, per fare un esempio gramsciano. In pratica Gramsci ci dice che certe correnti culturali possono avere una doppio ordine espressivo che porta o al romanzo d’appendice puro, “meccanico” o a quello “lirico” (e fa i nomi di Balzac, Dostoevskij, Hugo…). Cioè che si possa fare “letteratura e basta” avendo come derivazione culturale il romanzo d’appendice superandolo poi in un prodotto esteticamente alto. Quello che si ha è un’opera che non soddisfa solo il gusto estetico di un élite ma di un numero di lettori il più alto possibile, in quanto sa mediare le esigenze di lettura qualificate con quelle elementari (l’intreccio, ad esempio), altrettanto autentiche e legittime, tipiche del lettore occasionale “non qualificato”. La capacità di mediazione dello scrittore non sminuisce la sua qualità artistica. Shakespeare, ricorda Gramsci, “dimostra come si possa essere grandi artisti e nello stesso tempo ‘popolari’.” ( Antonio Gramsci, op. cit., pag 137)
Questo è quello che stanno facendo oggi alcuni autori di genere. E insisto su quel alcuni. Non è una cosa di un’intera categoria, non è un progetto collettivo. Ma è vero che questi autori vengano da una comunità letteraria che non è quella ufficiale. E pagano, per ciò, lo scotto.
Ma come, potreste dirmi, ma se non c’è quotidiano che non alleghi il giallo dell’estate, se non c’è mai stata così tanta attenzione al genere proprio come in questo periodo!
Certo è vero. Mi permetto persino di dire che c’è stata una sorta di egemonia del genere, che può essere apparsa come una vera e propria calata degli unni verso l’impenetrabile torre d’avorio della cultura. Ma, vedete, là dove il vero dominio culturale si esprime, e cioè nelle università e nei premi letterari, gli unni sono stati abbondantemente tenuti fuori dal portone d’ingresso.
Nelle università si tengono anche corsi sul genere, accostando spesso autori lontanissimi fra loro, in quanto fenomeno di sociologia della letteratura, non in quanto letteratura tout cour. Eppure non riesco a capire come si possa mettere sulla stessa barca autori insipidi di consolatori gialli urbani, con, ad esempio, la trilogia di Bustianu di Marcello Fois, che ha una caratura, una qualità della pagina che abbisognerebbe di altri tipi di affratellamenti e/o di padri nobili. Fois (continuo nell’esempio ma non è ovviamente il solo) è un autore del tutto consapevole, per nulla dozzinale, ha una scrittura colta, una pagina limata come una pietra preziosa. Ma, ahilui (e ben per noi) scrive gialli. Vergogna!
E i premi, questo mercato delle vacche culturale, questo mercimonio che cristallizza un autore, gli fa il mezzobusto pinciano, gli smuove considerevolmente il numero di copie vendute, lo ufficializza nella categoria di letterato imperituro, i premi letterari, che, dei mille che abbiamo in Italia si riducono sostanzialmente a due, lo Strega e il Campiello, e i giurati di questi premi, che hanno gratificato Pavese e Mazzantini come fossero la stessa cosa, quanti gialli e giallisti hanno nel loro novero?
Neppure uno. Non esistono. Dov’è allora il tanto decantato dominio thrillerista?

4.
Faccio notare che tutta una letteratura emersa da poco o emergente, che si pone molto spesso come antagonista a quella ufficiale, si scaglia contro gli stessi soggetti (la critica letteraria che afferma la morte della letteratura, la premiopoli che non considera queste nuove leve) e però, allo stesso tempo, cerca anche di differenziarsi dagli “autori di genere”. Come a dire: noi non siamo ancora dentro all’alto castello, certo. Ma il nostro è un alto lignaggio, abbiamo il sangue blu anche noi. Non vogliamo entrare nella rocca con questo branco di plebei puzzolenti. In pratica “segnano il confine”, tengono borghesemente la distanza con chi reputano stia più in basso.
Di fronte (uso le categorie wuminghiane) ai “nientisti”, che sono quelli che, dentro l’impenetrabile rocca mantengono lo statu quo affermando con sconsolata sicumera: “non c’è più niente di buono ormai”; questa ondata di scrittori si pone in una posizione “quasi-nientista” (“non c’è più niente di buono ormai, a parte me che sono un genio, e pure i miei amici non sono male”): “In Italia, oggi, mostrarsi apocalittici è una strategia per rimanere integrati.” La dichiarazione di morte del romanzo (quante ne abbiamo lette dalla nascita del romanzo stesso?) o la strenue resistenza di pochi eroi, geni incompresi che lavorano per la posterità, in un mondo (e in un popolo-massa bue) che non li capisce serve, in realtà, “ad avere spazio su giornali e riviste, mantenere posizioni nell’accademia, riaffermare un potere vieppiù minacciato dai cambiamenti.”

Finché c’era da combattere battaglie di posizione il manipolo di carne da cannone dei giallisti è servito per svecchiare il panorama, ma se c’è da fare la madre di tutte le battaglie, se c’è da attaccarlo il castello e sostituirsi ai dominanti, questo deve essere fatto a scapito della plebe. Nessuno vorrà dare loro neppure l’onore delle armi. “Non c’è arte nei loro manufatti”, sembra che dicano, “è roba barbara, nulla a che fare con la vitale classicità dei nostri giovani versi”.
La paura vera è che la decadente schiatta bizantina che osserva dalle mura per non scomparire del tutto potrebbe decidere di iniettarsi sangue plebeo nelle vene, scavalcandoli. Non sarebbe certo la prima volta che accade: come interpretare i Meridiani di Hammett, Chandler e (orrore degli orrori) Camilleri se non una concretizzazione di questo timore?
A questo punto bisogna delegittimarli da subito, prima che sia troppo tardi.
Ma, vedete, la miopia, lo strabismo, di tutto questo darsi da fare sta nell’idea che ai cosiddetti scrittori di genere interessi veramente assaltare il castello. Quello che a loro realmente interessa è il rapporto fiduciario che hanno instaurato con la loro comunità di senso, che condivide con loro un’idea di letteratura non necessariamente sovrapponibile come copia carbone a quella dominante.
È proprio la posizione di margine che dà loro forza. Ai margini non significa marginalità. Ai margini, sul confine, sul limine, in periferia, si addensano gli eserciti barbari. Dai margini si erodono gli imperi.
In un certo senso quando accadrà (e prima o poi accadrà) che un autore di genere verrà insignito dalla aristocrazia bizantina del lauro di poeta, vorrà dire che al contempo la battaglia per la credibilità estetica sarà finalmente vinta ma anche che la sua spinta propulsiva si sarà indiscutibilmente esaurita.
Allora altri percorsi bisognerà intraprendere, altre resistenze.

(fine. Pubblicato su Stilos del 22 novembre 2005)

71 Responses to L’ASSALTO ALL’ALTO CASTELLO (2 di 2)

  1. ivan roquentin il 23 novembre 2005 alle 02:36

    @ Gianni: “Non ho mai creduto al mito dell’autenticità, della purezza, del popolo.”.

    Guarda caso sono tutte credenze mitiche di un pensiero di estrema destra, storicamente:)

    “A questo punto bisogna delegittimarli da subito, prima che sia troppo tardi.”

    Sono d’accordo (e tutto il tuo discorso non fa una piega, detto e scritto di fretta e senza argomentare, vista l’ora): ma come delegittimi chi vive sul dorato cocuzzolo o, detto altrimenti, chi evita accuratamente qualunque tipo di confronto diretto?

  2. Lucio Angelini il 23 novembre 2005 alle 09:09

    “Shakespeare, ricorda Gramsci, “dimostra come si possa essere grandi artisti e nello stesso tempo ‘popolari’.” ( Antonio Gramsci, op. cit., pag 137)
    Questo è quello che stanno facendo oggi alcuni autori di genere. E insisto su quel alcuni.”

    Aoh! An’ do stanno tutti ‘sti novi scespir?

  3. Alberto il 23 novembre 2005 alle 09:47

    @Gianni: d’accordissimo su tutto, mi riservo commenti più esaustivi appena potrò leggerlo con più calma. cmq un plauso.

    @Lucio: guarda Lucio, secondo me bisogna cambiare il concetto di “scespir”. Non possiamo pensare di valutare gli autori di oggi pensando ai grandi del passato. Sono due cose distinte, che vivono in mondi diversi.
    La letteratura, nel tempo, si è sempre modificata e, oggi come ieri, ci sono sempre quelli che non si rassegnano a queste mutazioni. Bene, questi signori/e reazionari saranno sepolti dalla forza del tempo perchè nessuno è mai riuscito a fermare le forze innovatrici. Mai.

  4. riccardo ferrazzi il 23 novembre 2005 alle 11:15

    Caro Gianni, su tanti passaggi del tuo argomentare ci sarebbero da aprire delle discussioni approfondite. Sulla sostanza del tuo discorso e sulla conclusione sai che concordo. La letteratura “alta” è un fiore che nasce sul letamaio della letteratura dozzinale. Ciò che fa specie è la incapacità (a volte davvero sorprendente) di tanta gente qualificata a distinguere l’una dall’altra. Certo, nella contemporaneità manca la continuità del giudizio critico, ci sono le prese di posizione “ideologiche” in materia di estetica, ci sono le appartenenze ai “giri”, le amicizie e le inimicizie, ecc. ecc. Ma forse se non compare un libro che metta d’accordo tutti quanti può anche essere che, semplicemente, viviamo un periodo senza capolavori. Succede. Io non ho letto Piperno. Forse lo farò tra una decina d’anni – ho l’abitudine di leggere i best seller quando sono ormai dimenticati – e solo allora saprò se veramente ha rappresentato uno spartiacque nelle letteratura italiana. Per adesso, credo che dovremmo scrivere invece di discutere. Credo che dovremmo imparare a fregarcene di ciò che si legge sulle pagine culturali dei giornali. Altrimenti continueremo a scriverci addosso, a rifare le stesse storie dedicandole mentalmente al critico tale o talaltro così come una volta si dedicavano al Signore o al Cardinale. Io vorrei leggere un libro che mi metta sotto gli occhi un mondo nuovo. Anzi, mi piacerebbe scriverlo un libro così, ma siccome non credo di esserne in grado da questa consapevolezza traggo una conclusione assolutoria per chi non riesce a scrivere capolavori (e una conclusione sconsolata per chi accusa gli altri di non scriverli).

  5. temperanza il 23 novembre 2005 alle 11:20

    “Ma, vedete, la miopia, lo strabismo, di tutto questo darsi da fare sta nell’idea che ai cosiddetti scrittori di genere interessi veramente assaltare il castello. Quello che a loro realmente interessa è il rapporto fiduciario che hanno instaurato con la loro comunità di senso, che condivide con loro un’idea di letteratura non necessariamente sovrapponibile come copia carbone a quella dominante.”

    E allora va tutto bene, mi pare.

  6. temperanza il 23 novembre 2005 alle 11:26

    Cioè, quello che davvero non capisco è questo: se la letteratura di cui parla Biondillo non è interessata ad “assaltare il castello” e ha un rapporto fiduciario con la sua comunità di senso (o intendeva di riferimento?) e per di più vende, di cosa ci si lamenta qui? perché a me sembra chiaro che di qualcosa ci si lamenti, o che qualcosa si deplori.

    Forse qualcuno mi spiegherà.

  7. mauro il 23 novembre 2005 alle 11:57

    Temperanza, non credo si tratto di lamentazioni. Il pezzo descrive in maniera assai efficace, secondo me, uno stato di fatto. E’, certo, una visione personale del tema, ma ritengo sia assai condivisibile. Non lamento, direi; presa di posizione, piuttosto.

  8. mag il 23 novembre 2005 alle 11:58

    io credo che l’ambiguità sta nel volere sia stare nel castello che assaltarlo da fuori.
    come dice Bertinotti:noi siamo bilocalizzati, ubiqui, etc etc.
    Questo genera una marea di ambiguità, perchè se si punta all’autorevolezza del proprio dire, è chiaro che dal castello bisogna stare fuori.
    L’unica figura che potrebbe soddisfare entramebe queste funzioni, a cui è concessa qualsiasi eccentricità, è il giullare…..sarà il caso di sviluppare il genere satirico anzichè il noir?

  9. temperanza il 23 novembre 2005 alle 14:01

    Ben vengano le grandi opere nuove, noi lettori non aspettiamo altro.

    Dice oggi sul Corriere Angelo Guglielmi, il vecchio più aperto al nuovo che io conosca:

    “… La verità è che noi viviamo in un tempo molto fermo: basta pensare a cos’è stato il Novecento fino agli anni ’60-’70. Arbasino ha ragione … Dice che viviamo in un mondo spento, senza grandi imprese e pensieri. Stiamo ancora lavorando con le briciole stanche del secolo scorso e il Duemila non è ancora cominciato: per risolvere in maniera posticcia il desiderio di vivere una grande storia dobbiamo inventarci una guerra di religione tra musulmani e cattolici. E’ ridicolo. In realtà non stiamo vivendo assolutamente nulla.”

    Ha torto? Dimostrateglielo con grandi libri e smettetela di lagnarvi (perché sì, @mauro, io la lagna o la rivendicazione la vedo e la sento). Ed è curioso che si lagnino entrambi i campi, gli uni a quanto pare perché non vengono letti, gli altri perché nessuno ha ancora detto loro sei Gadda.

    Che noia!

  10. andrea barbieri il 23 novembre 2005 alle 14:12

    Quando leggo le sparate alla Guglielmi mi viene in mente sempre una cosa che disse Dario Voltolini, che più o meno era: non mi pare che ci siano dei Curtius oggi.

  11. mag il 23 novembre 2005 alle 14:18

    io pero’ vorrei conoscere tutte queste Entità che vengono nella mente di tutti, in momenti e luoghi diversi.
    vorrei sapere per esempio come fa la stessa “Cosa” a venire nella mente di persone diverse nello stesso momento.
    misteri neuorologici.

  12. gianni biondillo il 23 novembre 2005 alle 14:24

    TEMP. Forse “rivendicazione”, ma non “lagna”.
    è come se mi continuassero a dire:
    “Voi ci stuprate le donne”.
    E io: “Ma no, siamo pure sposati, non ci interessano le vostre donne.”
    E tu: “E allora di che ti lamenti? Va tutto bene, mi pare.”
    No, non va bene. perché la voce che si diffonde è che io stupri le donne altrui, non so se mi capisci. ;-)

    Io, oggi, non so se si stanno scrivendo grandi opere o meno. Ma so che c’è la buona volontà. Il tempo ce lo dirà per noi.
    Hai ragione, comunque: tiriamoci su le maniche e lavoriamo.

  13. temperanza il 23 novembre 2005 alle 15:47

    @Barbieri
    Mi sembra un paragone improprio quello di Voltolini, soprattutto se applicato a quello di cui si dibatte qui.
    Ci sono dei Mengaldo oggi, e non mi par poco. Voltolini come scrittore è allo stesso livello di Mengaldo (non dico di Curtius) come filologo? Se mi rispondi di sì, Barbieri, sono soddisfatta.

  14. Alberto il 23 novembre 2005 alle 15:58

    Io credo che di castelli da assaltare ce ne sia soltanto uno, quello delle vendite e quindi, in ultima analisi, della diffusione di una certa cultura. Chi crede di stare dentro l’alto castello come lo intende Gianni sbaglia perchè in realtà non sta da nessuna parte. L’alto castello esiste solo nella sua mente perchè esistono altre persone che glielo fanno credere invidiandolo, attaccandolo e volendo prendere il suo posto. Ma quale posto? Il niente, appunto, oppure, se vogliamo, il posto delle diatribe infinite e in massima parte inutili.
    Come hai detto nel tuo ultimo commento, Gianni, bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare, ma per prima cosa bisogna lavorare su noi stessi, scrollarci di dosso gli zombi che stanno cercando di carpirci e insistere, insistere, insistere.
    In Italia, in questo momento, chi meglio del giallo (e affini) può parlare liberamente di disagio sociale, criminalità, corruzione, abbandono, stupro, pedofilia, mafia, inquinamento, immigrazione clandestina, aborto, rivolte, omicidi, suicidi, attentati, terrorismo, serial killer, disoccupazione, degrado urbano, politica e povertà?

  15. andrea c il 23 novembre 2005 alle 16:17

    caro gianni, concordo pienamente con le tue rivendicazioni. lavorando in libreria mi diverto spesso ad immaginare i criteri secondo i quali vengono catalogati i libri, ci sono autori sparsi qua e là, ballard sta in fantascienza con crash e il mondo sommerso, in ‘narratori stranieri’ (come se questa poi fosse un’espressione sensata) con l’impero del sole e poi in gialli con millenium people. ma la tassonomia orientata al marketing la posso anche capire, ma quando la si applica alla ‘critica’ mi corre un brivido su per la schiena.
    a scuola qualche professore illuminato insisteva sui ‘livelli’ di lettura, sul fatto che ‘er pasticciaccio’ era un giallo, era un’opera poetica, era letteratura…e che se ne poteva godere a vari livelli. poi, ce n’erano di ancora più illuminati che insistevano sul carattere ‘non-gerarchico’ di questi livelli (a seconda, c’era chi li definiva organizzati a rizoma, chi parlava di struttura, ecc.), che fine ha fatto questo discorso che, per quanto ‘scolastico’ a me è servito ad affrancarmi da quella tara borghese che tu, gianni, sottolinei a ragione.

  16. Franco Melloni il 23 novembre 2005 alle 16:19

    E’ probabile che Guglielmi non sappia nemmeno cos’è Internet e non abbia mai messo le dita su una tastiera, ci ha ottant’anni, poverello, mica lo si può al corrente del fatto che il digitale è forse la più importante rivoluzione tecnologica dal telaio meccanico in avanti e negli ultimi vent’anni si sono imposte più invenzioni che nei due secoli precedenti. E’ chiaro che per lui il mondo è “fermo”, che volete che ne sappia? In un’intervista, tempo fa, diceva che in Italia c’è un unico vero scrittore: Ammaniti. Quest’ultimo, oggi su La Repubblica, si confessa patito (e si rivela grande esperto) di videogames. Spero che il critico impari dallo scrittore che incensa, e vada a cercare le storie dove si trovano oggi. Più grave, però, quando queste cazzate si dicono e si scrivono senza l’attenuante della tarda età.

  17. mag il 23 novembre 2005 alle 16:28

    spezzo una lancia in favore della rete e a sfavore della carta stampata.
    Il web, è una rivoluzione copernicana che rovescia il concetto del privilegio della scrittura, che per sincronismo, ubiquità e diffusione salta a grandi passi molte gerarchie editoriali.
    Inoltre è uno strumento gestibile dal basso, un’organizzazione orizzontale, a rete appunto, e non verticale.
    “fotti i media fatti media!”
    mag publieditor :-)

  18. temperanza il 23 novembre 2005 alle 16:59

    E’ probabile @Melloni, ma se non fosse vero tu hai scritto dodici inutili righe. E se poi lui invece sta leggendo, tanto per tenersi al corrente delle vette del dibattito contemporaneo, e non lo escluderei, sta anche sghignazzando.

  19. andrea barbieri il 23 novembre 2005 alle 17:08

    A me Guglielmi pare un “patacca”, non riesco a dirne altro.
    Sull’intervista a Ammaniti ho affisso un postino nella bacheca di novembre per far capire che le cose non sono così semplici come le mette l’intervistatrice (e Melloni).

  20. tashtego il 23 novembre 2005 alle 17:10

    In breve.
    L’uso di parole come “borghesia”, “intellettuali”, “popolo” può falsare un intero discorso se riferito all’oggi.
    Lo stesso vale per concetti quali “cultura alta”, “cultura bassa”, eccetera.
    Personalmente la sorte dei giallisti non mi sta a cuore più di quella dei gondolieri, nel senso che spero riescano a guadagnarsi agevolmente il pane col loro lavoro e a diventarci, perché no, ricchi. Ma non leggo gialli, perché di solito non riesce a fregarmi un cazzo di chi è l’assassino.
    Non penso che un giallo in sé sia peggio di un romanzo di Giorgio Montefoschi (mai letto, peraltro).
    Anzi, riconosco al genere l’onestà di essere, appunto, un genere, senza pretendere di descrivere il Mondo o di dire la Verità.
    Certo è facile categorizzare la scrittura non-gialla come fa Evangelisti e uno con un minimo di onestà intellettuale (e minore interesse) non lo fa.
    Però, a mio parere, tutta la scrittura oggi è di “intrattenimento”, come ogni narrazione del resto.
    Aggiungo che lo è sempre stata: solo al postutto si può dire se questo o quel libro diceva la Verità e a chi la diceva.
    La competizione tra migliaia di narrazioni differenti, scritte, parlate, filmate, musicate, eccetera è talmente spietata e intensa che non c’è praticamente spazio per l’Opera come la si concepiva un tempo.
    Dunque largo al romanzo giallo/noir (non esiste una denominazione non-cromatica?), a quello ginecologico, al romanzo abruzzese, cinofilo, eccetera.
    Resterebbe da dire che, se è vero che la letteratura non-gialla si può prendere facilmente (e giustamente) per il culo stile Evangelisti, lo stesso si può fare con quella gialla.
    Dunque uno a uno e palla al centro.
    Però il giallo intrattiene er people (la cui mente è poltiglia piccolo borghese: non venitemi a raccontare il contrario) in modo diverso e più efficace, mostrandogli l’altro da sé nel suo stesso mondo, che è come guardare da riva un naufragio ed emozionarsi per la sorte dei marinai avendo i piedi all’asciutto.
    Emozione Senza Vita che integra efficacemente Vita Senza Emozione.
    Pensa un po’: lo stesso noioso mondo in cui viviamo che si trasforma in jungla pericolosa per assassins e bande delle magliane e qualche amareggiato commissario del cazzo.
    Certo con l’occasione si può provare a descriverlo come fosse la realtà, a dire anche qualche Verità, ma, come nel latte Nestlè, i colori della confezione possono denaturare il contenuto.

  21. andrea barbieri il 23 novembre 2005 alle 17:14

    Uhm, mi rendo conto che fuori dalla romagna il termine dialettale “patacca” non si capisce bene :-) Diciamo che è affettuoso e che significa un certo spaesamento per le cose di cui si parla. Insomma, riguardatevi Amarcord.

  22. psychedelic fur il 23 novembre 2005 alle 17:26

    L’anatomy del giallo proposta da Temperanza ghiaccia l’eventuale sangue nelle probabili vene, ma è difficile dimostrarne l’invalidità (sul concetto di validità, cfr. almeno H. Kelsen, Reine Rechtslehre, Wien, 1934). Curioso poi che Voltolini tiri in ballo Curtius. Non credo infatti che lui si creda o si sia mai creduto Schlegel, Goethe o qualcun altro di questi minori studiati a suo tempo dal grande alsaziano.

  23. Ivan Roquentin il 23 novembre 2005 alle 17:36

    A me sembra che il pezzo di Gianni contenga una contestazione esplicita di alcuni meccanismi editoriali, associati ad alcuni pregiudizi del “senso comune”, che vengono criticati con puntualità nell’articolo. I casi sono due: o capisco quello che voglio capire, oppure a qualcuno è sfuggito il peso di alcune afffermazioni, visto il veloce divagare (non è un rimprovero, ma ero sicuro di tornare e trovare commenti più a tema)

  24. andrea barbieri il 23 novembre 2005 alle 17:37

    No, infatti non si crede Schlegel o Goethe. La battuta di Voltolini spiegata è così: oggi ci sono critici che lamentano la mancanza di capolavori ma non lamentano mai la mancanza di grandi critici come Curtius fu nel suo tempo. A me non pareva così difficile, comunque ora l’ho spiegata :-)

  25. gianni biondillo il 23 novembre 2005 alle 17:39

    TASH, devo darti questa notizia: nel noir scoprire chi è l’assassino non è mai stato fondamentale. Forse dovresti leggerli questi libri per capire che, da Conan Doyle, molta acqua è passata sotto i ponti.

    Sui cromatismi sono d’accordo con te: giallo, nero, blu, verde… non ha senso.

    Eppure, invece, mai come ora c’è spazio ANCHE all’Opera (come la chiami tu) “come si concepiva un tempo”. Perché no, scusa? Uno scrittore di cosa ha bisogno, in fondo? Non è mica un architetto, come noi due, che se non ci viene la commessa importante non riusciremo mai ad esprimere la nostra idea di città, etc.

    E poi: ogni libro, in fondo, anche il più vero e urticante, ci fa vedere i naufraghi con noi che abbiamo i piedi all’asciutto. Non solo i gialli. Perché allora stigmatizzare solo quelli?

    Io, come te, non ho interesse della sorte dei giallisti. A me interessa la sorte degli scrittori e della scrittura. Punto.

  26. 23112005 il 23 novembre 2005 alle 18:15

    ma siamo nel solare, nel giovaile, in movimento, nell’intelligenza. nel “sentore” dinanzia a pagine di alta grandezza. se siamo qua, come pare, da questo articolo, perchè scagliarsi contro?Non chiedete di fare alta tensione, dunque non crocifiggete, chi sopporta e restituisce al massimo febbrette epigonali.
    vero, abbiamo letto una rivendicazione di ciccia; la tentazione del sublime. ma si vede che colui che ha scritto le noterelle sparse è altrove. che c’è di male?

  27. tashtego il 23 novembre 2005 alle 18:24

    a me interessa la mia sorte come lettore, gianni.
    non sarà fondamentale, biondillo, però come mai c’è sempre il morto? e c’è sempre l’assassino? e alla fine si viene sapere chi è? comunque io sono nato DOPO Conan Doyle, ma prima dell’estinzione della tigre dai denti a sciabola.
    approfitto del tema per segnalare ai più la lettura di un noir/giallo post-conandoyle dal titolo “Gli amici di Eddie Coyle”, di George V. Higgins, Einaudi Stilelibero: non ci si capisce molto, ma è bellissimo: consigliato allo scrivente che ha problemi con i dialoghi.
    Higgins era anche lui, come De Cataldo, un giudice. Ma quanto più bravo?
    Non ho (ancora) letto tutti i commenti qui sopra, quindi non so se qualcuno ha citato De Cataldo: ma quanto è brutto Romanzo criminale, da zero a cento?

  28. tashtego il 23 novembre 2005 alle 18:32

    a tutti quelli che non gli va di digitare “Shakespeare” consiglio, invece del solito “scespir”, il corrispettivo italiano “Crollalanza”.

  29. gianni biondillo il 23 novembre 2005 alle 18:36

    E nei romanzi “sentimentali” c’è sempre l’amore. E allora? Eros e thanatos, no? Alcuni sono capolavori altri fanno cagare, tutto qui.
    Se facciamo l’elenco dei “capolavori” della letteratura italica del ‘900 quanti sono quelli senza morto? O senza amore?
    Nei telefilm di Colombo si sa dall’inizio chi è l’assassino, eppure sono godibili lo stesso.
    In un sacco di “noir” NON si viene a scoprire chi è l’assassino. Io sto scrivendo racconti dove NON c’è MAI un morto. E allora?
    Non ci stiamo fermando alle apparenze, alla superficie? Non possiamo grattare e vedere cosa c’è sotto?

    Poi fai l’esempio di De Cataldo: ma scusa, proprio nel suo libro “scoprire chi è l’assassino” non interessa affatto. Te lo dice da subito!

  30. temperanza il 23 novembre 2005 alle 18:39

    @Tash
    Nel noir non importa sapere “chi” è l’assassino. Chandler noir, Hammett noir, Ellroy noir, Agatha C. giallo.
    E anche a me interessa la sorte del lettore, cioè la mia.

  31. temperanza il 23 novembre 2005 alle 18:44

    E Agatha scrive anche male.

  32. temperanza il 23 novembre 2005 alle 18:48

    E Poe? Letteratura

    (Mi tengo sui valori riconosciuti per evitare polemiche)

  33. temperanza il 23 novembre 2005 alle 18:48

    O qualcuno pensa che Chandler sia = a Poe?

  34. temperanza il 23 novembre 2005 alle 18:52

    Se qualcuno lo pensa gli ricordo che Poe ha scritto “L’uomo della folla”, che assieme a “Une passante” di Baudelaire è l’inizio della riflessione letteraria sulla grande città, e cioè sul Moderno.
    Chandler, che amo moltissimo, non è riuscito a segnare un punteggio altrettanto alto.

  35. kristian il 23 novembre 2005 alle 19:22

    temp, hai fatto tutto tu accostando giustamente poe a baudelaire: poetry.
    chandler è hard-boiled novel.
    bukowski (quando gli girava tanta benzina in corpo) entrambi.
    tanto per fare esempi generici.

  36. tashtego il 23 novembre 2005 alle 19:34

    non so.
    a me sembra che quella del criminale, dell’assassino, del poliziotto amareggiato del cazzo, siano esistenze estreme, poco probabili.
    e se nel real-mondo i morti ammazzati non mancano, sono molti di più quelli per incidente che quelli per lama di coltello.
    amo anch’io chandler, hammett, eccetera.
    ho letto uno scatafascio di noir, ma ho sempre di gran lunga preferito la fanta-scienza, perché, al contrario del noir, è come il latino per il medio prof de liceo: insegna a ragionare.
    so che il noir non è centrato sull’assassinio, ma eventualmente sull’ambiente che lo produce, eccetera.
    cioè incentrato sui sotto-boschi, la marginalità, la droga: tutti ambienti che titillano il lettore dall’esistenza invece opposta, caratterizzata dalla quiete, bisognosa di sicurezza, profondamente, irrimediabilmente vuota di accadimenti e tuttavia gravida, piena rasa fino all’orlo, di violenza et silenziosa sopraffazione, quella di cui nessuno parla perché è sottile insidiosa, poco spettacolare, noiosa, ma molto, molto più lesiva e micidiale: dunque meglio intrattenere col criminale, che rompere il cazzo col normale: oltre tutto nessuno si sogna di comprare libri del secondo tipo.
    en passant consiglio su crimine e criminali il bellissimo libro di Emilio Quadrelli, Andare ai resti, Derive Approdi, 2005, mi pare.

  37. temperanza il 23 novembre 2005 alle 19:40

    @Christian
    Ma infatti, quello che volevo dire è che quando gli esempi sono alti il genere importa poco, poesia, prosa, che differenza fa?
    Chandler non è all’altezza di Poe non perché abbia scritto hard-boiled (ma lui secondo me è più noir), ma perché Poe, per caso, o toccato dalla grazia, o perché più bacchetta rabdomantica di C., ha toccato un punto nevralgico del moderno. Magari se Poe invece di nascere quando è nato nasceva cinquant’anni prima non lo toccava, quel punto. E dunque quando Guglielmi parla di “tempo molto fermo” non starei tanto a diventare permaloso, se fossi uno scrittore, ma mi chiederei se è vero. E magari mi chiederei dov’è un punto altrettanto nevralgico. Non è colpa degli scrittori se il mondo è fermo. Nel senso che l’unica colpa di uno scrittore è di pensare poco a quello che fa. Di non essere uno scrittore serio. Ma se invece ci pensa bene e non si accontenta non è che possiamo chiedergli di più. Perché non tutto dipende da lui.
    Sono molto d’accordo con Tash, non mi ricordo se l’ho già detto, non è tempo di grande Opera, questo, e la colpa non è dei giallisti o dei non giallisti. Però non raccontiamoci storie consolatorie.

  38. tashtego il 23 novembre 2005 alle 19:40

    e allora per esempio nel libro di Quadrelli si vede bene che i brandelli di società criminale, contrariamente alla società che apparentemente non lo è, cioè quella normale, sono intrisi di ETICA.
    Quadrelli mostra bene che l’unica vera società etica è quella criminale, né potrebbe essere altrimenti, vista l’assenza di garanzie e la centralità del ruolo che in essa vi gioca il concetto di FIDUCIA.
    dunque si potrebbe banalmente concludere che la vera società criminale è quella dei non-criminali e che il vero noir parlerebbe della vita nostra di tutti i giorni.

  39. Ivan Roquentin il 23 novembre 2005 alle 19:48

    Io ritengo che in un articolo le conclusioni, in genere, per la comprensione di cià che si sostiene, siano determinanti:

    G.B. scrive:

    “È proprio la posizione di margine che dà loro forza. Ai margini non significa marginalità. Ai margini, sul confine, sul limine, in periferia, si addensano gli eserciti barbari. Dai margini si erodono gli imperi.
    In un certo senso quando accadrà (e prima o poi accadrà) che un autore di genere verrà insignito dalla aristocrazia bizantina del lauro di poeta, vorrà dire che al contempo la battaglia per la credibilità estetica sarà finalmente vinta ma anche che la sua spinta propulsiva si sarà indiscutibilmente esaurita.”

    Il resto del discorso è una premessa perfetta per l’affermazione sulla credibilità estetica: mi sembra un discorso politico (qui, come sempre su NI, in anticipo sui fraintendimenti, occorre precisare che non è di un partito politico che sto parlando, ma della letteratura come “fatto sociale”, che Gianni ha compreso benissimo).

    Riposto qui il commento che ho scritto nel primo post, perché, immagino, i due post vengono letti in successione:

    Un’altra nota e un giudizio: “Non capisco però perché, nei confronti del romanzo di genere, invece, mettere autori estremamente diversi fra loro nello stesso calderone sia normale”

    Più del “genere”, che è un utile strumento per il linguaggio, mi pare che l’abuso della categoria “genere” serva a istituire, da un lato, un “macrogenere” fittizio, e dall’altro un tribunale pronto a processarlo (in toto). L’impostura del calderone mi sembra svelata, e da tempo. Non fatico neppure a individuare qualche inquisitore, Gianni. La tua allusione alla Letteratura alta, Alta e Maiuscola, Alta Maiuscola ed Autoproclamata, contiente un invito ad una riflessione quasi automatica: in un mondo letterario troppo affollato, secondo una logica da “darwinismo editoriale”, qual è la migliore strategia di autolegittimazione per un’elite trascurata, vituperata e ambiziosa? Ci si dichiarara membri di una casta a parte, sicuramente più degna, sicuramente più inetta. Il passaggio da genere a casta è parallello alla distribuzione di verità sotto forma di Maiuscole: membro di un “genere separato”, assegni al tuo genere dei meriti superiori, per semplice dichiarazione di valore, di solito pubblica e certificata: serve un critico e lo si trova, se non è già reclutato: un uomo per una missione (a volte una donna).

    “Questa cosa, detta così, non significa nulla. Tutto ciò che è scritto interpreta, ognuno a suo modo, il reale. Anche un romanzo di fantascienza o uno storico lo fa”

    Un punto su cui pare che intendersi sia complicatissimo, e non riesco a capire perché. Scrivere “è” interpretare, e insieme offrire un punto di vista: “fare una proposta sulla realtà”, probabilmente (spesso, in alcuni degli autori che nomini, la proposta è così esplicita da diventar politica nella forma di invito all’azione: rifiuta “una parte di mondo”, anziché indulgere all’infinito).

  40. lello il 23 novembre 2005 alle 20:19

    dice Temperanza che dice Guglielmi:” E’ ridicolo. In realtà non stiamo vivendo assolutamente nulla.”
    Davvero c’è da restare stupefatti! Nulla! Ma dove vive, non si fosse accorto dell’Iraq, della svolta neo-cons, della (che palle!) globalizzazione, di berluscone, della Costituzione fatta a pezzi avrebbe dovuto almeno accorgersi di tutto il casino successo sotto il comune diretto da quella bella lana del suo amico cofferati dove lui assessoreggia!
    Non stiamo vivendo nula! Roba da pazzi! Ma che volete farci a volte la morte, la fine, non è nelle cose, ma negli occhi di chi le guarda.
    Pfui!
    Lello

  41. temperanza il 23 novembre 2005 alle 20:33

    O madonna, Lello caro, spero davvero che qualcuno abbia capito, anzi, ci conto. Io a spiegare non mi ci metto.

  42. lello il 23 novembre 2005 alle 21:53

    No, vero? Perché è chiaro che Guglielmi pensava alla letteratura e non al mondo. Ma non è chiaro affatto: perchè se è vero che fuori dalla finestra della letteratura non sta succedendo niente ( e non è proprio così) comunque starebbe accadendo una cosa enorme. Che la letteratura sta assistendo impotente a tutto ciò e della letteratura fa parte anche Guglielmi, che invece sembra credere di poter stare alla finestra, commentando il passeggio.
    Non ti ci metti a spiegare… mi pare giusto
    senza polemica , nhe…

  43. lello il 23 novembre 2005 alle 22:00

    Sorry è saltata una stringa e un po’ nel copia incolla, il testo era:

    No, vero? Perché è chiaro che Guglielmi pensava alla letteratura e non al mondo. Ma non è chiaro affatto: perchè se è vero che fuori dalla finestra sta accadendo di tutto e in casa della letteratura non sta succedendo niente ( e non è proprio così) comunque starebbe accadendo una cosa enorme. Che la letteratura sta assistendo impotente a tutto ciò, alla catastrofe del mondo, e della letteratura fa parte anche Guglielmi, che invece sembra credere di poter stare alla finestra, commentando il passeggio.
    Non ti ci metti a spiegare… mi pare giusto
    senza polemica , nhe…

  44. ivan roquentin il 23 novembre 2005 alle 22:45

    “erchè se è vero che fuori dalla finestra sta accadendo di tutto e in casa della letteratura non sta succedendo niente ( e non è proprio così) comunque starebbe accadendo una cosa enorme. Che la letteratura sta assistendo impotente a tutto ciò, alla catastrofe del mondo,”

    Bella questa…

    Su Guglielmi: io ci andrei veramente cauto con gli insulti, sospetto che qualcuno dei presenti non abbia idea di chi sia Guglielmi (non per il nome, ma per il valore e l’opera di studioso). Che poi Guglielmi non possa essere aggiornato su alcuni fenomeni, beh…come fa notare Melloni, mi pare del tutto naturale.

    Una mia opinione: pensare alla letteratura senza pensare al mondo è una contraddizione in termini. La letteratura, insisto, è un “fatto sociale”: chi separa letteratura e mondo separa con l’accetta ciò che non è mai stato diviso…

  45. temperanza il 23 novembre 2005 alle 22:53

    @Lello

    Sta accadendo di tutto, ma di fronte a questo tutto noi siamo fermi, il nostro tempo è fermo, le lascia accadere, non produce politica, non produce soluzioni, non produce proposte, non produce discorso che metta in moto alcunché, non produce utopia non produce utopia non produce utopia non produce utopia e non producendo utopia le gambe del futuro sono tagliate. Così pare a Guglielmi.
    E’ più chiaro adesso?
    E se non la produce, e questa è forse la nostra tragedia, non è perché noi non vogliamo. (E quando parlo di utopia parlo non delle nostre chiacchiere anodine che chiedono qualche utopiuccia qui) ma UTOPIA.
    E forse se non la produce è perché è ancora tramortito dalla massa di utopia prodotta in passato e dalla massa di disastri che quella massa di utopia ha prodotto.
    E anche dalla massa di analisi defatiganti che li hanno seguiti, di cui io essendo non vecchia come Guglielmi ma vecchia la mia parte, mi assumo la mia parte di responsabilità

    Ci sono situazioni di stallo in cui nessuno vorrebbe essere in stallo, ma lo stallo c’è. Le buone intenzioni non servono a niente ma le analisi severe servono. Certo, se a un vecchio che parla così invece di ascoltarlo si risponde “è vecchio non sa usare il computer”, poco si caverà dal buco, certo non il famoso ragno, ma credo anche poco d’altro.

  46. temperanza il 23 novembre 2005 alle 22:56

    Naturalmente anche Gugliemi ha la sua parte di colpa. La peggiore peste del ventesimo secolo è stata a mio avviso l’intelligenza, l’abbiamo messa molto in alto, si è parlato dell’autonomia della politica, si sarebbe dovuto parlare dell’autonomia dell’intelligenza. E Guglielmi e i suoi fratelli sono stati forse i più intelligenti fratelli d’Italia. Dunque Guglielmi è stato a suo modo un untore.

  47. andrea barbieri il 23 novembre 2005 alle 23:15

    Molto intelligente Guglielmi quando di fronte a Camere separate metteva in dubbio che Tondelli fosse uno scrittore. Molto intelligente quando intitolava la recensione ai Canti del Caos: Moresco il tuo caos è solo un sfottò, e poi gli dava del “piazzista” (citazione letterale). Molto molto intelligente.

  48. andrea barbieri il 23 novembre 2005 alle 23:19

    Ah, molto intelligente il fratello di Gugliemi Nico Orengo quando dal suo box di tuttoLibri, non avendo nient’altro da dire, ci parla del pozzetto in vetroresina del trimarano di Soldini. Intelligentissimo. Un grande uomo.

  49. tashtego il 23 novembre 2005 alle 23:42

    Concordo con Temperanza, quasi su tutto.
    Quindi concordo nella sostanza anche con Guglielmi.
    L’aspetto più triste di questo blog affiora con l’affiorare della sensazione che sia costituito da scrittori giovani che soffrono molto – troppo – per non essere entrati – ancora – nel palazzo della letteratura.
    Ma presto sarà il vostro turno.
    Dunque allegri.

  50. ivan roquentin il 24 novembre 2005 alle 03:49

    “Molto intelligente quando intitolava la recensione ai Canti del Caos: Moresco il tuo caos è solo un sfottò, e poi gli dava del “piazzista” (citazione letterale)”

    Non lo sapevo, ma per alcuni è difficile non essere d’accordo (tra cui me).

    Ecco Moresco, mancava. Per me Moresco è molto peggio di un piazzista, come per tanti altri. Ma non credo che qui si possa criticare Moresco, se non ricordo male, senza essere insultati.

  51. Ivan Roquentin il 24 novembre 2005 alle 06:16

    Visual comment: Mr. tall or Mr. Scarpa

  52. lello il 24 novembre 2005 alle 07:07

    Thats,,
    ho quasi 50 anni e, credimi, dal palazzo della letteratura entro e esco da tempo.

    Temperanza, lo slancio utopico, l’UTOPIA, di Guglielmi ognuno la potrà rilevare con facilità compulsando la sua programmazione di politica culturale a Bologna: l’hai visto, lo conosci? Vedresti quanto spazio c’è per i giovani e per la sperimentazione, insomma per l’UTOPIA.
    Insisto: PFUI!!!

  53. andrea barbieri il 24 novembre 2005 alle 09:29

    Io nel palazzo della letteratura – credo di averlo dimostrato fino allo sfinimento – non desidero entrare e questo semplicemente perché il mio istinto non è scrivere. Sono un lettore e ho una grande curiosita, ammirazione, per chi scrive perché mi pare che la letteratura sia una miniera di pensiero (quando è buona e oggi in italia è buonissima a mio parere). Mi pare che gli scrittori siano i più bravi oggi ad analizzare, a scoprire meccanismi, a produrre pensieri utili al mondo.
    Lello penso che tu sia Lello Voce cioè la persona tanto utopica da lanciare in rete lo slogan: “Chi tocca Moresco muore!”
    Io penso che nella vita si può fare di meglio no?, te lo dico – credici o no – affettuosamente perché hai fatto delle belle cose.

  54. Bartolomeo Di Monaco il 24 novembre 2005 alle 09:29

    Credo che la realtà offra i suoi argomenti in ogni tempo, e quindi anche oggi, e tocca alla sensibilità degli artisti coglierli.
    Oggi abbiamo in Italia ottimi scrittori in questo senso, alcuni non più tanto giovani, altri ancora nel pieno della vita, i quali parlano poco sui quotidiani e sulle riviste letterarie, ma analizzano assai profondamente il mondo attraverso le loro opere. Ne nomino alcuni, ovviamente dal mio punto di vista: Carlo Sgorlon, Carmine Abate, Raffaele Nigro e – l’ho scoperto da poco, ma è davvero un pezzo da novanta – Gaetano Cappelli. Sono solo quelli che mi entusiasmano di più, ma ce ne sono altri.

    Chi dice che il romanzo è in agonia, non legge molto, secondo me.

    Tornando al problema dei generi, sollevato da Biondillo, credo che la suddivisione in generi abbia un senso e possa essere utile soltanto per disporre in un certo ordine i libri sugli scaffali della libreria, ma la classificazione legittima è solo quella tra buoni romanzi e cattivi romanzi.

    Bart

  55. Maura il 24 novembre 2005 alle 11:21

    Gianni, sono d’accordo con te.

  56. Il fantasma di Moresco il 24 novembre 2005 alle 11:58

    Sono tornato. Mò esco….

  57. tashtego il 24 novembre 2005 alle 12:45

    “…la classificazione legittima è solo quella tra buoni romanzi e cattivi romanzi”.
    Vabbè, Bart, messa così sono buoni tutti e Biondillo poteva fare a meno di spenderci tutte le parole che ci ha speso.
    Qui qualcuno cercava di approfondire un po’ di argomenti nel merito.
    Ma come cappello di chiusura, come amen, buon andare benissimo.
    Cioè in sintesi: i libri belli ci piacciono, quelli brutti no.

  58. kristian il 24 novembre 2005 alle 13:35

    @Temp: LA VUOI SMETTERE? SONO STUFO. CAPITO? S-T-U-F-O!
    COME TE LO DEVO RIPETERE CHE NON MI CHIAMO CHRISTIAN? CHE NON SI SCRIVE COSI’? MI TOCCA GRIDARTELO, ECCO!
    SI SCRIVE GEORGIA! IMPARALO.
    altrimenti è facile dire che in rete è tutto un tacalì.

  59. temperanza il 24 novembre 2005 alle 14:22

    @Lello
    Ho parlato di slancio utopico IN Guglielmi? Evidentemente soffro della sindrome di personalità multipla.

    Che l’UTOPIA siano i giovani e la sperimentazione lo pensi tu, io no di certo. (E credo poco anche al maternage istituzionale). Dunque stiamo parlando di cose diversissime.

    E per ultimo, che tu entri e esca dal palazzo della letteratura mi lascia fredda. Lo dici per accreditarti? Mi spiace, sono poco sensibile alle medagliette.

    @Andrea Barbieri
    Guglielmi fratello di Nico Orengo? Ma è uno scoop!

    @Kristian
    Hai tutte le ragioni, davvero, mi scuso (ma non sapevo che fossi parente di Georgia).

    E per mettere i puntini sulle i: IO NON CONDIVIDO QUASI MAI I GIUDIZI LETTERARI DI GUGLIELMI, forse questo contribuisce a chiarire come penso io, se non quello che pensa lui, ma ho i miei dubbi…

  60. temperanza il 24 novembre 2005 alle 14:34

    @Kristian
    Cos’è un tacalì?
    Se vale per “cosa approssimativa e abborracciata”, beh, fratello, è un tacalì, e io ho contribuito la mia parte. Così approfitto per mandare un saluto a tutti, sparisco per un po’ e vado a disintossicarmi.

  61. Loredana Lipperini il 24 novembre 2005 alle 15:30

    Biondillo, non solo sono d’accordo su tutto, virgole e spazi vuoti inclusi, ma mi segno accuratamente il sottofinale:
    “Ma, vedete, la miopia, lo strabismo, di tutto questo darsi da fare sta nell’idea che ai cosiddetti scrittori di genere interessi veramente assaltare il castello. Quello che a loro realmente interessa è il rapporto fiduciario che hanno instaurato con la loro comunità di senso, che condivide con loro un’idea di letteratura non necessariamente sovrapponibile come copia carbone a quella dominante”.

  62. tashtego il 24 novembre 2005 alle 15:50

    Ma quale sarà l’idea “dominante” di letteratura?

  63. emma il 24 novembre 2005 alle 16:26

    Di tempo ne ho poco e per forza devo fare delle scelte.
    Non leggo gialli né noir, non leggo bestseller, non leggo fantascienza, non leggo romanzi rosa. Ammetto di faticare moltissimo a leggere i romanzi in genere (il genere romanzo), anche quelli dell’“alto castello”.
    Può darsi che mi tagli fuori da me medesima dalla possibilità di conoscere per davvero il “reale”.
    Senz’altro tutto ciò è grave, ma cerco di sopravvivere. In fondo c’è sempre qualcuno che sta peggio.
    La cosa che per davvero mi colpisce è questo tornare in continuazione sugli stessi argomenti.
    E il giallo che qua, e il noir che là, e la fantascienza che la sa sempre più lunga di tutti.
    E poi la letteratura popolare, e poi Gramsci, e poi i classici che senza saperlo sono stati tutti giallisti o scrittori di noir, e poi la Benedetti che è miope, acida e pure cattiva…
    Non so gli altri, ma questi discorsi non mi avvicinano neanche di un millimetro al giallo, al noir o alla fantascienza.

  64. ivan roquentin il 24 novembre 2005 alle 17:39

    @ Kristian: cos’è quel deleted sotto il nick? Non vorrai mica scomparire?

    Riguardo “chi tocca Moresco muore!”, nel caso non si tratti di una metafora girerò con spessi guanti; nel caso si tratti di una metafora, ha ragione Lello Voce (non credo di costituire un’eccezione). C’è gente che non ama essere messa in discussione, per abbandonare il piano personale, che è del tutto irrilevante. Non è una gran novità…

    Sul pezzo di Gianni: anche a me è piaciuto molto il finale, come scrivevo, ossia la conclusione: se si prescinde da quella il discorso perde metà delò suo peso.

  65. gibril il 24 novembre 2005 alle 17:49

    Sono letteralmente (mi stava sfuggendo un “letterariamente”) diviso tra:
    – tashtego (23 novembre, h. 23.42);
    – temperanza (in qualsiasi giorno e a qualsiasi ora);
    – lello (24 novembre, h 7.07: il secondo capoverso e la sua sacrosanta
    verità – purtroppo; il primo, da persona di valore qual è, poteva
    benissimo evitarselo).
    Ma poi sento che una piccola parte di me corre anche in direzione di Andrea Barbieri e di Emma.
    Cosa mi sta succedendo? Vi prego, continuate, magari mi aiutate a fare un po’ di chiarezza su me stesso: è tutta la vita che tento, non vorrete smettere proprio adesso!

    Uno spettatore (?) molto, molto interessato.

  66. kristian il 25 novembre 2005 alle 00:15

    ivan, tu forse mi piglierai per folle, ma è tutta quanta una fottuta macchinazione ai miei danni. una sorta di cospirazione pan-atlantica che si manifesta sotto forma di pentacolo. non posso dire altro sull’argomento. la rete pullula di popàp dissimulati dagli agenti di regime, una mossa avventata finirebbe per cancellarmi definitivamente da ogni possibile virtualità.

    temperanza, sì mò drè a tacalì vi àlter dò? lo chiedeva mio padre all’indirizzo mio e di mio fratello quando ci trovava per l’ennesima volta intenti a litigare furiosamente, magari perché lui voleva fare ultraman e non era possibile, dato che io ero megaloman e non c’era posto per altri protagonisti nelle mie fantasie di fratello maggiore.
    altra cosa poi è il tagalè, ovvero il gioco del celài.

  67. tashtego il 25 novembre 2005 alle 10:58

    @kristian
    “sì mò drè a tacalì vi àlter dò”.
    più difficile?

  68. andrea barbieri il 25 novembre 2005 alle 13:21

    Kristian mi sa che non siamo lontanissimi noi due, almeno per dialetto…

  69. mag il 25 novembre 2005 alle 13:44

    Kristian,
    benvenuto nel grande fratello di regime , se ti puo’ consolare io ho anche i telefoni, la casa , la macchina monitorata..oltre che il picci…
    capita a chi rompe le palle, non preoccuparti è come se ci avessero dato una targa di benemerenza….

  70. Tintii di nero il 25 novembre 2005 alle 15:26

    […] Due interessanti interventi sul giallo, il noir e la letteratura più in generale di Biondillo (prima parte e seconda parte) e Krauspenhaar su Nazione Indiana. (via Chiaroscuro) […]

  71. mag il 26 novembre 2005 alle 09:23

    Ci tenevo molto e mi incazzavo moltissimo per la rivendicazione autoriale dei miei contenuti.
    Poi ho visto che per lo piu’ è una guerra spesso polverizzata.
    Perchè, se capisco che contenuti miei vengono clonati e commercializzati dal Gatto e la Volpe della situazione, è giusto che m’incazzi, ma se vengono veicolati da autorevolissime figure intellettuali su scala internazionale, che attivano attraverso questi contenuti delle piccole rivoluzioni di senso di grande effetto, come mi devo sentire?
    Beh, siceramente non so’ cosa pensare, se non sentirmi gratificata per avere contribuito a modificare e sensibilizzare attraverso chi ha mezzi e risorse, alcuni ambiti comunicativi e culturali.
    Senza l’intercessione di questi Robin Hood dei media, certamente da sola non sarei mai arrivata a tanto, ma nessuno da solo potrebbe….
    Quindi forse vale la pena di riflettere sulla modalità di rivendicazione del diritto d’autore, visto il panorama tanto rivoluzionario in corso.

    Magda



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