Cronache pavesiane

6 dicembre 2005
Pubblicato da


disegno di José Muñoz

Hotel Occidente
di
Francesco Forlani

Quando ci siamo svegliati la città dormiva ancora. La pioggia tirava a lucido le strade e dalle finestre arrivava giusto il riverbero del lampione, dritto davanti al balcone. Non so neppur’io come nel giro di una serie di gesti, falsamente domenicali, macchinetta del caffè, lavarsi, vestirsi, allacciarsi le scarpe con la premura di chi si chiede perché ora, di domenica, mi sia ritrovato in un chiosco piantato come un chiodo ai piedi delle Molinette.
Seduto ad un tavolino che si faceva prendere a schiaffi dal vento, avevo davanti a me un pericoloso svicolo con curva a gomito, dietro di me il complesso ospedaliero e a qualche passo, proseguendo sulla sinistra la maternità con di fronte, giusto all’entrata di una viuzza, l’obitorio.

Inutile dire che in quella mezzora, ora d’attesa avevo potuto notare che il numero di persone, più o meno coscienti, alcune non più, che si recavano all’obitorio era di gran lunga superiore a quelle che varcavano la soglia delle natalità. M’ero immaginato anche la scena delle ostetriche e infermiere che facevano a botte per prendersi quel po’ di lavoro che una terra un tempo scoppiettante di salute e di baby boom, ai nostri giorni assai stancamente e di rado partoriva infanzia – come se non ci fosse rimasto del botto di un tempo che l’odore della polvere da sparo. Per non parlare di quell’altro luogo, così tristemente balzato alle cronache per via dello strano vizio dei suoi abitanti. E non parlo dei morti, poveri loro, ma di chi avrebbe dovuto curarsene e che invece obbligava ad assistere a riti orgiastici e perversi.

Insomma è domenica mattina, molto mattina e troppo domenica, piove ed io sono qui ad un passo dalla palestra dove Gabriella fa il suo stage di Aikido. Quello che mi affascina delle tribù non è tanto la condivisione dei codici, delle parole, dell’esperienza comune, quanto la sensazione di appartenenza che portano con sé cucita addosso come una seconda pelle, soprattutto quando la tribù si incontra come tale.

Io quel momento posso solo immaginarlo esattamente come il significato di tante di quelle parole che Gabriella mi ha sussurrato e che mi scivolavano addosso senza che neppure una vocale, che so, una virgola, mi restasse dentro. Tatami, no, quella l’ho imparata subito, perché era in sé ridondante, due volte amore, seppure provocatoriamente narcissica ed interrogativa. Ma tu t’ami? Provo ammirazione nel vederli arrivare da diverse città, con mezzi diversi eppure accomunati dallo stesso desiderio di ritrovare il maestro e di ritrovarsi. Che poi si traduca il tutto con un’arte, seppure marziale, questo lo si coglie solo dopo avere a lungo osservato quel complesso sistema di riti e abitudini che si configura in ogni gruppo.

Non so dire cosa mi abbia colpito di più, se la calma di una dirigente in carriera, il sorriso dell’impiegata di concetto, la determinazione di una segretaria, o forse il tono austero di una coppia, lui ingegnere lei casalinga, e di quell’altra lui disoccupato e lei direttrice del personale, a braccetto. Insieme agli altri- se ne contavano almeno una trentina- ognuno compieva quello stesso gesto di lasciare ogni cosa al di qua della soglia, come se per entrare nel vivo della lezione fosse necessario spogliarsi di tutto, dimenticare, appunto. E l’arte marziale diventava gioco forza un’arte dell’oblio. In cui rispetto ad altre non contava la forza fisica, lo sguardo incarognito, l’occhio arrossato e sanguinolento, ma la capacità chirurgica di fare leva. Sugli arti, le dita, il ginocchio e per quello non si domandava un fisico bestiale ma agilità del corpo, rapidità del gesto. Quando sono entrato mi sono accomodato in fondo alla sala, sulle panche di legno che silenziosamente- proprio come chi vi stava seduto- osservavano le spade ,di legno anch’esse, appoggiate alle pareti e inguainate in tessuti solcati da ideogrammi.

E così l’arte del piegare consentiva uno scambio dello spazio col tempo. Ecco!- penso – mentre la crisi che attraversiamo ci riduce ad accumulatori di roba e a memorie, se solo riuscissimo ad andare oltre quel tempo! Un tempo come dire, intasato di dati ed esperienza che immancabilmente ad ogni settembre, quando è tempo di bilanci rifugge ogni ricerca di senso. Esco una sola volta per fumare una sigaretta e come un pugno inatteso il freddo che mi ha investito al chiosco, si ripresenta attraverso brividi e vento. Improvvisamente come un sipario, cala sul puro spirito degli altri e di quanto più o meno segretamente accadeva nel quadrato composto dagli astanti, un bisogno, anzi il bisogno per eccellenza e con esso l’impellenza dell’atto.

Inutile non pensarci e fingere colpetti sulla pancia come se una misteriosa voce avesse deciso di traslocare nelle interiora, e meno che mai risolvere tutto andando altrove, perché a parte l’obitorio e la maternità non c’era assolutamente nulla che potesse richiamare la sola idea di servizi igienici. Gabriella si volta in quel preciso momento ed il sorriso che mi porge è l’ennesimo segno della cecità assoluta dell’amore. Con un gesto risoluto traccio allora una linea precisa che va dalla panca alla segreteria e poi di lì, grazie alle preziose indicazioni di un addetto, fino al locale sito esattamente sullo stesso asse. Ovvero a meno di mezzo metro dal Tatami, ad un’eternità dalla leggerezza.

Entro mantenendo la stessa dignità di un prigioniero inglese nei campi nazisti, e poi, tralascio descrizioni che toccherebbero un immaginario declinato su un ventaglio che andava dagli ultimi giorni di Pompei, a King Kong ( prima scena tra le palizzate) una devastazione assoluta ai limiti della perdita della coscienza e di un pallore di porcellana uscita di fabbrica.

E nel silenzio assoluto che ne era seguito bisognava fare sparire ogni traccia. Una parola! Niente che avesse partecipato alla catastrofe voleva lasciare quei luoghi, come certi ospiti che più ti parlano di ultimo bicchiere e di ultima sigaretta e più quei beni quasi moltiplicandosi rinviano all’infinito il commiato. Un concerto per sciacquoni soli e spazzola, con la certezza di avere come minimo attirato l’attenzione dei presenti e rovinato ogni immagine di sé- la novità della relazione con Gabriella faceva si che ci si amasse come tra icone. Il sudore, il tempo interminabile, una materia che più passava il tempo più impregnava l’aria.

Il tutto accompagnato dalla scoperta di avere per errore occupato il locale riservato alle donne. Che quando non fai parte di un gruppo sei un intruso e il più delle volte ti guardano male ma se poi sei di un altro sesso, immediatamente i compagni di rito penseranno che sei il solito maschio in cerca di avventure. Colle loro donne. Il tempo si dipana all’inverosimile e la sconfitta si colora dei toni più grigi, quasi grigi come il cielo la domenica mattina, in un giorno di pioggia, in una città del nord che per comodità chiameremo Torino.

Allora non resta che il gesto di ammissione della colpa e secoli di cultura cattolica riaffiorano dal nulla ammantando di pietas ogni tua caduta, esattamente come il prete della prima infanzia ti liberava dal male e da dio con la recita di qualche preghiera. Prego. E quasi distrattamente, appoggiandomi a quel tasto metallico che ormai brucia, un acqua più potente lava via tutto.

Stento a crederci e quasi ne faccio una colpa di quella perdita di fede. Ritrovo addirittura su una mensola un deodorante potente che dice Lavanda. E lo grida addirittura quando ne provo la spruzzata.
-Nulla più nulla mi trattiene qui, penso. Apro la porta di un gesto preciso e meccanico confidando che non vi sia nessuno davanti a me magari una donna, e men che meno lei.
Il maestro mi guarda negli occhi. Non ricordo il suo nome né mai lo ricorderò. Ma non potrò dimenticare il suo sorriso.
– Benvenuto al primo corso- mi dice. E solo l’inchino ci fa staccare lo sguardo dal cielo.

14 Responses to Cronache pavesiane

  1. oh il 7 dicembre 2005 alle 06:32

    Perché non possiamo non dirci cattolici. Bel racconto, di vita e vite passate e trascorse.

  2. bernardo il 7 dicembre 2005 alle 11:11

    bello!

  3. stefano z. il 7 dicembre 2005 alle 13:54

    Se fossi un leospitzer qualunque, forse illustrerei il tuo stile ritmico e la tua “Weltanschauung” a partire dalle doppie e dalla scelta più o meno consapevole delle parole che le contengono.
    Ma questo, mi sa, non è che un pedante sofisma intellettualoide, se non altro perché la critica stilistica e la parola “Weltanschauung” sono cadute in disuso.
    Per il resto, mi impressiona come in prosa il tuo istrionismo si abbottoni, per così dire, in un liso panciotto color pastello, spiritoso e malinconico.
    HerzlichSt

  4. stefano z. il 7 dicembre 2005 alle 14:40

    (Fuor di sofisma, trovo in questa tua prosa un impulso “poetico”, fonico-ritmico, molto funzionale al tema narrato.)

  5. ricardo il 7 dicembre 2005 alle 15:10

    Un leospitzer qualunque, fosse nei dintorni – e magari c’è – si risentirebbe dell’associazione a un avverbio così diminutivo. A parte questo, nel pezzo del Forlani ci sono echi inevitabili del Thovez e di quell’area plumbeo-erotica che soltanto una città come Turin-la-morte (l’avesse vista quel gran belga, buonanima!) sa trasmettere ai suoi ospiti, per lo più nolenti.

  6. stefano z. il 7 dicembre 2005 alle 15:19

    Se è per questo, il leospitzer in questione si domanderebbe innanzitutto che ci azzecca la sua critica stilistica con l’analisi delle doppie e del ritmo…
    E comunque questo umorismo melanconico non è neanche troppo lontano da quello del Forlani parigino delle Métromorphoses.

  7. ricardo il 7 dicembre 2005 alle 15:49

    Sì, è ben vero. Ma il leospitzer redivivo sarebbe curioso della vita e del mondo, oltre che di ogni teoria possibile, per cui inagherebbe anche gli aspetti fonosimbolici della prosa forlaniana. En ce qui me concerne, non ho riscontrato soverchio umorismo, ma è questione di gusti sensazioni emozioni e altro bavardage consimile, temo.

  8. francesco forlani il 7 dicembre 2005 alle 17:01

    Sancho Panchotte

    effeffe

  9. oh il 7 dicembre 2005 alle 17:05

    Ma in che senso e con che significato, se pure?

  10. stefano z. il 8 dicembre 2005 alle 22:52

    Ti dirò, Ricardo, a me sembra essenzialmente umoristico lo sguardo che coglie la prossimità di certi opposti, come un reparto maternità e un obitorio, il vento freddo di Torino e il “quadrato composto dagli astanti” oltre una soglia interna al medesimo luogo, che trasforma in un solo passo trenta borghesi occidentali in una “tribù” solidale; come anche, in modo diverso, tutto il breve paragrafo che preferisce omettere certe descrizioni “pompeiane”, e poi tutta la sequenza finale.
    Certo, tutto questo è sciolto nel grigio lirico di una domenica mattina, ma…

    Herzlich,
    Donkey Hot

  11. ricardo il 9 dicembre 2005 alle 07:09

    Non è impossibile né praeter legem che tu e io si abbia diversa concezione dell’umorismo, oltre che diversa simpatia e/o antipatia per Torino. Nel pezzo che si sta commentando pare a me d’intravedere i prolegomeni per una cérémonie des adieux composta e intanto però non priva di tutte le solennità del caso. In questo senso vedrei dell’umorismo, o meglio del grotesque, non so.

  12. matteo il 12 dicembre 2005 alle 00:48

    Questo racconto è da brivido.
    All’autore interesserà forse sapere che è necessario leggerlo due volte prima di capire le azioni del protagonista io narrante.
    Alla prima lettura non restano che luce bianca, grigio di cielo, tatami, obitorio e ostetricia. Questo racconto mi ha evocato un’ immagine che ho in testa da quando inizia la mia memoria e non so nemmeno se l’ho vista davvero o è frutto di qualche attività onirica o molto peggio. E’ una fotografia grigia di pioggia e di tetti, di antenne contro il cielo, di periferia operaia, vista dagli occhi di una donna schiacchiata contro il sedile di un taxi, con le mani intrecciate sulla pancia, il fiato tagliato e gli occhi al cielo, oltre le lacrime d’acqua sul vetro, gli occhi a una città che non è quella dove corre adesso, per le strade in un taxi, verso l’ospedale, nella città dove non è nata e dove le toccherà mettere al mondo un figlio.
    Francamente, non c’entra nulla, ma questo racconto, che è bello di una bellezza spiegabile solo rovistando nei luoghi in cui non si guarda mai, mi ricorda mia madre, ventiquattrenne, da Roma a Torino, il giorno che io sono nato.

  13. francesco forlani il 14 dicembre 2005 alle 09:54

    @ voi o lettori anarchici conservatori di questo post

    Quanto ho letto nei vostri commenti mi ha fatto capire. Cose che probabilmente accompagnano i giorni e le percezioni che uno ha di essi, le convinzioni, ma soprattutto la narrazione che le realizza. Ci sono molte leggende che accompagnano il rapporto autore lettore. Una di quelle vuole che il lettore “veda” in un testo quello che l’autore non ha visto. Ebbene non è una leggenda. E’ qualcosa che può accadere come ora ed il fatto di sapere che alcuni di voi non hanno nemmeno trentanni mi riempie di gioia. Perchè da una parte mi fa vostro “allievo” e dall’altra mi permette di sperare. Ad ogni modo mi arricchisce e questo si sa, per poter accadere deve passare per la consapevolezza di essere molto povero.
    Grazie ancora.
    effeffe
    ps
    spero solo di fare autant come lettore per voi “autori”

  14. di folco il 12 febbraio 2006 alle 01:08

    magnifico
    et en Français sans doute aussi

    bello effeffe



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