ULISSE n. 5/6

31 dicembre 2005
Pubblicato da

È on-line il nuovo numero della rivista di poesia e pratica culturale “L’Ulisse” (www.lietocolle.com/ulisse), diretta da Alessandro Broggi, Carlo Dentali e Stefano Salvi. Il tema di questa nuova monografia pone al centro un censimento delle riviste letterarie cartacee italiane (soprattutto di poesia, ma non solo): ciascuna è presente con un articolo di presentazione e di analisi del proprio percorso. L’inchiesta ha inteso sondare il panorama e la lettura del presente che da queste traspare, l’impegno verso la poesia (nuova) e gli indirizzi di operatività che esse si danno.

« Appurare tutto quello che è accaduto nella fisionomia dell’odierno vuole anche dire vedersi nel mezzo di distanze a gorgo, mani nel buio, e segnati dall’ininterrotta violenza e violazione, a ridosso dei comportamenti (delle “idee” intercambiabili) indotti dai mass media: si soccombe in molti davanti all’incremento delle quote di svago, stancati di allettamenti frenetici e dall’immeditato scorrere, e condizionati, per adattamento noncurante, da un vuoto cospicuo. Sempre, attorno, pervasivi logorii ostacolano l’intelligenza. L’attualità, nostro volto, vive proprio dell’incremento dell’impronta su noi di questi logorii, e degli agguati della loro attività modellante; ovunque, assiduamente, si partecipa alle potenzialità della dispersione e della distrazione. È un’operazione che vuole restringere ogni individuo – per adesione all’offerta del frenetico, ai congegni dell’evasione-convulsione ininterrotta e al culto/rispecchiamento dell’immediato allettante (il gusto per il sùbito “passare oltre”, per l’avvistamento rapido o azzeramento dell’analisi, nel postulato della superficialità, ecc.) – ai richiami all’insofferenza verso pratiche che vogliano “trattenere” e non fornire l’intervento del sollievo. Tale è l’attenzione della poesia, assunta infatti nell’indifferenza della collettività. Per dirla con Adorno e Horkheimer: “Ogni voce discorde è soggetta a censura; l’addestramento al conformismo si estende fino alle emozioni più intime e sottili. In questo gioco l’industria culturale riesce a presentarsi come spirito obbiettivo nella misura stessa in cui riprende volta a volta tendenze antropologicamente vive nei suoi clienti. Ricollegandosi a queste tendenze, corroborandole e offrendo loro una conferma, essa può nello stesso tempo espungere, o anche condannare esplicitamente, tutto ciò che rifiuta la subordinazione” (in Lezioni di sociologia, 1966). Ma come si insedia allora chi oggi accoglie il “rischio” di parlare di nuovo di scrittura poetica? Quali gli ostacoli, quali i riferimenti idonei? »
[dall’editoriale di Stefano Salvi]

SOMMARIO

IL DIBATTITO
Almanacco del Ramo d’Oro
Annuario
Anterem
Atelier
daemon
Hebenon
Il Monte Analogo
Il Segnale
il verri
Kamen’
La clessidra
La Gru
La Mosca di Milano
Le Voci della Luna
Nuovi Argomenti
PaginaZero
Pagine
Polimnia
Qui – appunti dal presente
Re:
Semicerchio
Smerilliana
Steve
Sud
Tratti
Versodove

L’opinione
Andrea Cortellessa
Valerio Magrelli
Giudo Oldani

In dialogo
Biagio Cepollaro
Maurizio Cucchi

GLI AUTORI
Franco Buffoni
Andrea Inglese
Andrea Raos
Massimo Dagnino
Alberto Mari
Gherardo Bortolotti
Michele Zaffarano
Luigi Severi
Luigi Pingitore
Assunta Finiguerra
Matteo Fantuzzi
Marco Vitale
Vincenzo Della Mea
Massimo Orgiazzi
Fabiano Alborghetti
Paolo Artale
Alessandro Seri
Viviana Faschi

Omaggio
Paola Malavasi

Carte d’Artista
Gianluca Codeghini

44 Responses to ULISSE n. 5/6

  1. mag il 31 dicembre 2005 alle 16:45

    Non si insedia.
    deve trovare scavi sociali vergini da contaminazioni.
    Non è detto che la poesia si debba esprimere nei linguaggi classici, espressivi, visivi, letterali.
    Vivere fuori da tutto cio’ è già lirismo per l’esteticità che questo comporta.
    Il punto è se fare di questo un nuovo mercato o mantenerlo al riparo da avvoltoi da palcoscenico.

  2. G. Andreasi il 31 dicembre 2005 alle 19:38

    Così, giusto per dire qualcosa d’intelligente: ma quale sarebbe il discrimine sostanziale e quindi qualitativo tra rivista “cartacea” e “non cartacea”? Perché discriminare le “non cartacee”? In nome di che cosa? Forse che la poesia riesce meglio su carta che in video? Mah… Strano, inoltre, che un tale discrimine provenga da un luogo… virtuale. Certe cose, comunque, andrebbero argomentate, non gettate lì come se niente fosse (dico questo a Inglese, in particolare).

  3. andrea inglese il 1 gennaio 2006 alle 17:47

    Andreasi mi soffermo sul tuo commento perché è purtroppo paradigmatico di un certo tipo di commenti: che io trovo poco intelligenti nel contenuto e arroganti nel tono: e in definitiva inutili; ma stavolta ho voglia di sottolinearlo: sollevi una questione che non esiste: “la discriminazione tra cartaceo e non cartaceo”, dove l’hai vista?, e come se non bastasse richiami all’ordine me che ho postato, come complice di chissà quale malefatta intellettuale… ok tutto cio’ è risibile, ma io quando leggo qualcosa di scritto, in rete come su carta – appunto! – la prendo seriamente, se il tono è serio; ma in questo caso, come in altri, è davvero fatica sprecata.

  4. mag il 1 gennaio 2006 alle 17:59

    sorrido lo stesso….:-)

  5. mag il 1 gennaio 2006 alle 18:33

    Sto leggendo un testo che Voi probabilmente conoscete meglio di me:
    “In cammino verso il linguaggio” Martin Heidegger.
    La disamina che qui si compie sul linguaggio poetico assurge a tecnicismi a volte pedanti, ma utili a chi, vivendo dentro e della dimensione poetico-allegorica, si pone questioni espressive e di valore ad essa legata.
    Credo che in questo testo ci siano spunti di riflessione e possibili risposte a cio’ che pone A.Inglese.
    ciao antipatici :-)

    Magda

  6. Mal il 1 gennaio 2006 alle 20:05

    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano sopratutto effeffe e Inglese, che hanno preso parte direttamente all’esperienza di Baldus, di queste parole di Biagio Cepollaro nell’intervista all’interno di questo numero di Ulisse:
    “Quando bisognava valutare la pubblicabilità di un testo poetico su Baldus, ciò che mi convinceva era il lavoro linguistico, la consumazione dei modi tradizionali e l’avventurarsi nelle possibilità della lingua. Allora ero convinto che uno stile poetico esprimesse, prima ancora che l’esperienza del poeta, il livello della sua criticità nei confronti della comunicazione sociale e, in generale, del mondo. Più la lingua risultava corrosiva, più veicolava le cicatrici della storia, più le funzioni intellettuali della letteratura mi apparivano svolte, realizzate. Cercavo l’extraletterario in controluce, quel mondo che in quegli anni veniva definito postmoderno e che sembrava ridurre l’arte a futile e chiassoso ornamento. L’idea del postmoderno critico era l’alternativa che offrivo alla fine delle Grandi Narrazioni di cui aveva parlato Lyotard nel ’79: col pastiche idiolettale puntavo ad una delle pochissime forme di realismo ancora possibili. Un realismo che svelasse le forme logiche e retoriche della moltiplicazione dei linguaggi che stava esplodendo in quegli anni e che dicesse anche la rabbia, la contraddizione, la sofferenza di una soggettività depauperata ma continuamente simulata dalla comunicazione sociale. Di conseguenza le poesie che venivano pubblicate su Baldus erano caratterizzate per lo più da questo tipo di tensione interna (citazioni, rifacimenti, ibridi, calchi, deformazioni parodiche etc.).
    Oggi mi provoca disagio ripensare a ciò. Le ragioni di questo disagio ho provato ad esprimerle nei Blogpensieri [supplemento al V Quaderno di poesia da fare, ndr] nella forma che ho trovato adeguata, convogliando il pensiero, aspetti della vita quotidiana e l’emozione, nella volatilità propria della Rete. Le riflessioni di allora razionalizzavano e semplificavano, distorcevano, in parte, il senso di un lavoro che era molto più ricco e significativo. L’ansia di dire la propria, nel crescente disfacimento dello ‘spazio pubblico’, distraeva dalla cosa detta, l’egotismo impoveriva e faceva diventare chiusure ciò che per propria natura erano splendide aperture.
    Ho un’idea molto diversa oggi della discutibilità del mondo e della poesia, soprattutto. Dopo venti anni di riflessioni e scrittura ciò che mi è rimasto è l’amore per la poesia, puro e semplice. Non ho nessuna poetica da sostenere, la poesia la faccio e non mi piace parlarne su. E la pubblicabilità di un testo poetico sulla rivista on line Poesia da fare dipende solo dal riconoscere in quel testo la consistenza di una ricerca che è a monte delle sua direzione linguistica. Ricerca a monte è ciò che uno è e diventa nel farla, la poesia. “

  7. andrea inglese il 1 gennaio 2006 alle 21:31

    su quel testo di Heidegger non mi pronuncio: ne ho letto tempo fa dei passaggi, all’interno di uno studio complessivo sul suo pensiero; credo che sia un filosofo a rischio per tutti i poeti, sopratutto se non sono dotati di anticorpi filosofici in grado di mettere il suo pensiero (affascinante) “in prospettiva”

    ringrazio Mal per aver riportato qui queste parole di Biagio: che trovo oneste e lucide. E certo ci porterebbero lontano, a volerci ragionare su. Diciamo che il modo di Biagio, manifesto nelle parole riportate, è uno dei pochi oggi che mi sembra adeguato per parlare di poesia. Parlare di poesia non è facile. Gli equivoci sono moltissimi, ad ogni frase. Due i rischi sempre incombenti. Da un lato, un grado di ingenuità insopportabile, con un linguaggio che si vuole comunicativo ed è solo approssimativo e, dall’altro, la versione ultra-specialistica, il poeta-professionista, con un gergo compiaciuto e un’ombra costante di grande vacuità. Biagio è uno che riesce a mantenere assieme la dimensione esistenziale del fare poesia (un coinvolgimento che non è mai puramente estetico-letterario) con la consapevolezza degli aspetti “tecnici” del fare poetico.

    Comunque mi hai dato un’idea. Ripubblicare qualcosa di Baldus e verificare come potremmo leggere oggi certi interventi, certi pezzi.

  8. il maligno il 1 gennaio 2006 alle 22:31

    Ti ringrazio Andrea della risposta e sono contento che tu abbia l’intenzione di pubblicare estratti di baldus su ni. Anche perchè ai tempi frequentavo le scuole medie e non mi curavo della pesia contemporanea. Noto tra l’altro che spesso, non sempre per fortuna, in rete o sulle riviste cartacee la discussione sulla poesia è ben più datata di quella dei tempi di baldus. Mi lascia comunque perplesso la dichiarazione di “disagio” di bc nei confronti di quell’esperienza, con particolare riferimento al postmodernismo critico, concetto da lui stesso concepito e definito all’epoca. Un mutamento di poetica è del resto rinvenibile più o meno in tutti i protagonisti del dibattito che ai tempi di baldus si è verificato intorno a queste categorie. Solo nelle parole di cepollaro però ho rinvenuto un tono un po’ “liquidatorio” dell’esperienza in questione. Ne convieni?

  9. mag il 1 gennaio 2006 alle 23:52

    “il livello della sua criticità nei confronti della comunicazione sociale e, in generale, sul mondo”.
    Sembra di cogliere tra le parole di Cepollaro e del thread in generale, un’angolazione circoscritta al dettaglio “poesia” ma conteporaneamente un sotteso grandagolare agonizzante riguardo la dimensione meta-poetica.
    Mantenendo il parallelismo con Heidegger, se lo specifico discorso puo’ avere riscontri nel testo sovracitato, sembrerebbe piu’ utile per il secondo aspetto, “Essere & Tempo”.
    Quindi puo’ essere conveniente dilatare e verticalizzare il campo d’indagine per focalizzare meglio la singola questione poetica, da sempre inserita in orizzonti di senso molto piu’ vasti?

  10. andrea inglese il 2 gennaio 2006 alle 00:04

    al maligno: probabile che ci sia un tono liquidatorio, anche se andrebbe detto: autoliquidatorio, visto che è il se stesso di allora, che Cepollaro – in primis – liquida. Fa parte del suo carattere, come artista, di procedere più che per progressive acquisizioni, oppure sbandamenti e ritorni, per invece radicali rivoluzioni: dove spesso è difficile – per lui – ricostruire una sorta di linearità del percorso, come nel procedere dialettico, che toglie e conserva. Qui faccio psico-critica, ormai. Me lo consento perché conosco bene la persona, e credo che – con circospezione – si fa sempe un po’ di psico-critica degli autori che si amano molto (anche quando non li si conosce per forza personalmente…)

  11. Giuliana Andreasi il 2 gennaio 2006 alle 11:32

    Bah, Inglese, io sarò pure “arrogante e inutile”, ma le tue parole stanno lì come un insulso enigma, e tu ancora non hai risposto a me, che sono una lettrice umilissima delle tue parole. Le quali, dunque, sono costretta a riportare di seguito: “Il tema di questa nuova monografia pone al centro un censimento delle riviste letterarie cartacee italiane (soprattutto di poesia, ma non solo)…”. Mi pare che in questa affermazione si postuli un nesso tra “letteratura”, “poesia” e “cartaceo”, che nessuno riesce a comprendere, credo, o quantomeno a giustificare. Io chiedevo, senza alcuna malignità, semplicemente che ci fosse svelato quello che altrimenti sono costretta ancora a definire “insulso enigma”. Il “letterario” unito a “cartaceo” e a “poesia” scombussola non poco: io credo che sarebbe bastato scrivere di “alcune riviste letterarie” – ma la mia è solo un’ipotesi, s’intende.
    Infine gradirei, Inglese, così come io parlo con te, che tu parlassi con me, e non con una categoria “paradigmatica”, giusto per sgravarti la coscienza e per onorare la massa. Chi vede “massa” e “gruppi” “paradigmatici dappertutto, invece che con singoli individui, finisce sempre per incontrarsi con i propri fantasmi, che non interessano quasi a nessuno.
    Un saluto da
    Giuliana Andreasi

  12. andrea inglese il 2 gennaio 2006 alle 11:45

    “Il tema di questa nuova monografia pone al centro un censimento delle riviste letterarie cartacee italiane (soprattutto di poesia, ma non solo)…”.

    Ma potresti immaginarti combinazioni possibili a piacere:

    “Il tema di questa nuova monografia pone al centro un censimento delle riviste scientifiche cartacee italiane (soprattutto di biologia, ma non solo)…”.
    “Il tema di questa nuova monografia pone al centro un censimento delle riviste filosofiche elettroniche italiane (soprattutto di epistemologia, ma non solo)…”.
    “Il tema di questa nuova monografia pone al centro un censimento delle cavalle dal manto bianco inglesi (soprattutto di giovane età, ma non solo)…”.
    “Il tema di questa nuova monografia pone al centro un censimento delle cancellate da giardino in ferro battuto norvegesi (soprattutto a doppio battente, ma non solo)…”.

    E quindi altrettanti enigmi dell’insiemistica.
    Buon anno

  13. G. Andreasi il 2 gennaio 2006 alle 12:34

    Quello che non riesco a farti capire, ING, è una cosa semplicissima, e cioè: le parole non si scrivono a caso. Le espressioni “ferro battuto norvegese” o “cavalle dal manto bianco inglesi” da te citate hanno un senso precisissimo e un significato piano e comprensibile, laddove il tuo “riviste letterarie cartacee” è semplicemente ridicolo, o insulso, o incomprensibile, come preferisci.
    G. A.

  14. kristian il 2 gennaio 2006 alle 12:53

    qui ci vuole un gentle(wo)men agreement:

    D: ‘quale sarebbe il discrimine sostanziale e quindi qualitativo tra rivista “cartacea” e “non cartacea”?’
    R: il tramite, altrimenti detto mezzo, o media.

    D: ‘perché discriminare le “non cartacee”? In nome di che cosa?’
    R: rimandando la definizione di ‘discrimine’ alla prima risposta, si tratterebbe allora, stando alla lettera del pezzo preso in esame, di censire le riviste non cartacee – compiere cioè un’operazione identica nel territorio di un media diverso (si potrebbero ad esempio includere in una ricerca comparativa, oltre all’elenco delle pubblicazioni online, indagini intorno alle trasmissioni letterarie televisive e radiofoniche), in nome e per conto delle Pagine Bianche Letterarie che andranno in stampa entro fine 2006 e di cui Andy I nonché altri lestofanti di NI 2.0 son prezzolati veicolatori.

    Tanto per dire qualcosa di intelligente e argomentato.

  15. andrea inglese il 2 gennaio 2006 alle 13:23

    si si un arbitrato sereno e super partes è necessario, anche se la petulanza della ANDR stimola la mia: quello che non capisci ANDR è che non è mia quella frase (primo; e questo era di facile comprensione); secondo: e qui m’inginocchio alla più pedante didattica: attribuire alle riviste l’aggettivo cartacee non è discriminazione di un bel niente (anzi: si ricorda implicitamente che non si parlerà delle riviste elettroniche, che comunque esistono), come attribuire “italiane” alle suddette riviste non è un atto di nazionalismo razzista: ma chi riuscirà a spiegartelo?

  16. G. Andreasi il 2 gennaio 2006 alle 19:13

    Kristian coglie e raccoglie, ma tu, ING, sei davvero duro de’ coccia. Pazienza. L’unico sollievo è sapere che la frase subdola non è tua. Ma anche qui, scusa la petulanza: quando uno presenta un pezzo con quattro righe e sapendo che NI non ha un comitato di radazione, etc etc – chi vuoi che sia responsabile delle parole scritte in presentazione, se non colui che “posted”?

  17. Para Noia il 2 gennaio 2006 alle 19:36

    Perchè nella lista dei poeti avete messo per primo Buffoni? In ordine alfabetico spettava ad Alborghetti! A cosa si deve questa scelta? Sono per caso ponderate allusioni subliminali? Volevate subdolamente offendere i versificatori? Vi ho scoperto, voi di ni 2.0 non la passerete liscia. L’ira di cucchi vi travolgerà. Non avete scampo.

  18. stefano salvi il 2 gennaio 2006 alle 19:50

    Intervengo velocemente, dato che la frase indicata “sulle riviste letterarie cartacee” è di mio pugno, per dare un chiarimento.
    La frase non voleva affatto significare/istituire nessuna graduatoria di importanza o rilevo, né volevo caricarla di sottintesi e allusioni al fatto che solo in luoghi “cartacei” si fa poesia: intendevo solo e intendo (letteralmente) che in questo numero de “L’Ulisse” non si parla di riviste on-line, siti, blog ecc., ma solo di riviste appunto “cartacee”. Inizialmente, si pensava in effetti a un numero dell’Ulisse (rivista che dirigo con Carlo Dentali e Alessandro Broggi) che includesse anche la disamina di siti e blog culturali; ma non è stato possibile, per evidenti problemi di maneggevolezza, lunghezza e coerenza interna del progetto complessivo: si è quindi decisa una bipartizione, e si è voluto partire dalle riviste “cartacee” per una sorta di impostazione “cronologica” ed anche in virtù della volontà di sondarne la resistenza a ridosso degli attuali sommovimenti dei formati e dei linguaggi.
    Sul complicato, cruciale mondo dei siti e dei blog culturali, e sulle sue diverse specificità, focalizzeremo sicuramente una delle prossime uscite.

    Grazie per l’attenzione, buon anno, un saluto a tutti.

    Stefano Salvi

  19. andrea inglese il 2 gennaio 2006 alle 21:54

    Titolo per una monografia: “Proust”; si alza uno e dice: eccheccazzo ma comecazzo vi permettete di non parlare di Omero-Dante-Milton-Voltaire-Godard-Borges (il portiere del real madrid)-AnnaMagnani-il golfo di Suarte-il castoro dalle zampe-molli-il tugsteno-l’olio al sedano-lo smazzo di coca a Leeds. E checazzo!

  20. marco il 3 gennaio 2006 alle 03:03

    oh Inglese, mica penserai di cavartela così! menzogna! Lo so che sei un perverso fautore delle riviste cartacee, che ti aggiri incappucciato spacciandoti per Stefano, che “L’Ulisse” è un sito di copertura del priorato di Sion, e che tu e gli altri templari indiani state tramando per riportare la monarchia francese in Italia… ricorda che ho foto compromettenti che ti ritraggono mentre sposti una colonna di Rennes-le-Chateau per disseppellire il Graal di Caarta. manigoldo. non la farai franca

  21. G. Andreasi il 3 gennaio 2006 alle 11:29

    Io credo che uno che scriva una cosa e poi dica “non volevo intendere questa cosa”, abbia come minimo commesso qualche errore – per non dire che abbia qualche non piccolo problema con le parole.
    Dall’incazzatura spasmodica di ING nel suo ultimo post deduco che ci sia rimasto male. Non ti preoccupare, ING, poi ti passa. Ciao. G.

  22. G. Andreasi il 3 gennaio 2006 alle 12:12

    E’ venuta a casa mia Mary, stiamo prendendo un aperitivo, parliamo di questa discussione sul “cartaceo” ecc. Lei dice una cosa semplicissima, che io sto cercando di dire forse senza successo da qualche giorno qui dentro. Mary: “una rivista letteraria o è una rivista letteraria (buona, sottinteso) o non lo è (buona, sottinteso). Può essere scritta su carta, su pietra, su roccia, su rame, su bronzo. Se uno fa un’inchiesta, la fa sul “letterario”, non sul “cartaceo” o “bronzeo” o “eburneo” o… “virtuale”. Se aggiunge “cartaceo” al letterario, vuol dire qualcosa, e cioè che il “cartaceo” connota il letterario. Questa può essere una stupidaggine (per me), ma per altri può essere veritiero, niente di male. Almeno, però, che lo si dica apertis verbis”.
    Saluti anche da Mary, anche all’imbronciato ING. G. e M.

  23. andrea inglese il 3 gennaio 2006 alle 12:27

    Incazzatura spasmodica: ma invece a me il teorema Andreasi mi diverte moltissimo: è logica platonica, pre-aristotelica. Ogni volta che parli di x, chiedi scusa di non aver considerato tutto il non-x (dopo averlo nominato puntigliosamente).

    E mi ispira elenchi, moltissimi elenchi. Un po’ eterocliti, ma illustrano lo stesso il teorema. Uno si alza e dice: “cara, ti preparo il caffé latte”. E si sente rispondere: “Ecccheccazzo perché discriminare lo spaghetto, la sogliola, la tagliata, il budino, la pastafrolla, la montecchia, la sciappasuga, il postinaccio, la merlovana al gratin, il cortobacco ai ferri, la melcombutta assortita e ripiena… ecchecché! Perché?”

    Dopodiché lui impara. Si alza e dice:”Cara ti preparro caffélatte, ma senza disprezzare lo scorfano mangiato crudo, il bue cotto sulla pira, la birra in botti di caravella spagnola, né tantomeno i broccoli e nasturzi e le le lepri marzoline.” E cosi via. In una sorta di sceneggiato televisivo filosofico abnorme, dove – happy end – i due si intendono a gesti silenziosi.

  24. kristian il 3 gennaio 2006 alle 12:52

    andy I, io voglio partecipare a quel pasto pantagruelico lì!

  25. gianni biondillo il 3 gennaio 2006 alle 23:01

    A me la melcombutta resta sempre sullo stomaco se la mangio a cena.

  26. mal il 3 gennaio 2006 alle 23:57

    Io sto allestendo una pira in giardino. Non vedo l’ora di cuocerci un bel bue sopra. Grazie per l’idea, AI.

  27. G. Andreasi il 4 gennaio 2006 alle 10:55

    La mia amica Mary è molto delusa dalla tua inconcludenza, ING, e sarebbe tentata di farti qualche domanda su “platonico” e “prearistotelico” – ma poi ha desistito, ha il ragù in punto di arrivo.
    Io no, invece, non sono delusa, perché in fondo mi diverte vederti attaccato così visceralmente a una discussione che, se non fosse importante, e se non muovesse in te qualche dubbio, avresti già archiviato da tempo.

  28. marco il 4 gennaio 2006 alle 16:10

    l’imminenza del ragù:
    chiaro segno che perfino
    l’amica nun je la fa più

  29. andrea inglese il 4 gennaio 2006 alle 19:12

    Bè, dai, discussione importante… Non esageriamo. Un diversivo. Ero immerso fino a pochi giorni fa in storie di megaorrore. L’astruso tuo teorema mi ha suscitato più che dubbi, fascinazione. Il tuo non piegarti all’evidenza, la resistenza in buona fede – non ne dubito – alla logica.

  30. G. Andreasi il 5 gennaio 2006 alle 09:49

    Tu, ING, maneggi concetti gravi come se fossero quisquilie: adesso l’evidenza e la logica. Dovresti essere più accorto nella loquela, meno fanfarone.

  31. mag il 5 gennaio 2006 alle 11:41

    guarda che se cominci a parlare di logica vado a prendere Frege e i suoi codici linguistici.

  32. andrea inglese il 5 gennaio 2006 alle 13:22

    bene andreasi: da fanfarone quale sono passo a fanfaronate più gustose; tienti stretta la tua piccola boria, tanto è poco nociva; nessuno di noi ne porterà le conseguenze: saluti anche alla Mary (senza disprezzo di John, di Jim, di Marcovalda, di Genesiro, di Multifranco, di Bastiangianni, di Mossaliviona…)

  33. G. Andreasi il 5 gennaio 2006 alle 18:43

    Mary dice che la annoi più del ragù che deve cuocere sei-otto ore.

  34. marco g. il 6 gennaio 2006 alle 00:49

    m’aridice di Mary e del ragù!
    davvero non se ne può più

  35. emma il 6 gennaio 2006 alle 09:38

    Nell’inchiesta di “Ulisse” sulle riviste – parecchio interessante – non trovo indirizzi, periodicità, costi degli abbonamenti, modalità di distribuzione, reperibilità, ecc.
    Considerato quanto si dice (si lamenta) nell’editoriale di Stefano Salvi, considerato che molte delle riviste presentate hanno una diffusione parecchio limitata e non sono reperibili in libreria, perché non dare anche *queste* coordinate?

  36. andrea inglese il 6 gennaio 2006 alle 10:35

    emma hai ragione: trasmetto l’osservazione agli ineteressati

  37. G. Andreasi il 6 gennaio 2006 alle 16:19

    Marco, scusa, io non so chi tu sia, né a che pro intervenga in questa discussione che mi pare seria, a maggior ragione per il ragù, che, confronto alle immani cazzate che di solito si sparano qui dentro, mi pare degno del massimo rispetto. Possibile che l’unico tono ammesso sia quello “ironico”? Marco, sii un po’ più serio.

  38. Il dottore il 6 gennaio 2006 alle 16:29

    Andreasi G., l’esaurimento nervoso è una brutta bestia. Ma si può curare. Parlare di mary e del ragù per poi chiedere di smetterla con l’ironia e di essere seri è un chiaro sintomo di questa diffusa patologia. Non cominciare subito con i farmaci pesanti. Prova prima con la camomilla, i fiori di bach o fatti una canna.

  39. G. Andreasi il 6 gennaio 2006 alle 20:26

    Ecco che appunto il tipo di intervento stupidamente dottoresco qui sopra conferma l’iimanità delle cazzate che si sparano qui dentro – altro che sacro e serissimo ragù!

  40. uno specialista il 6 gennaio 2006 alle 22:59

    Signorina puntoG, perché non ascolti il consiglio del mio collega e inizi subito la cura? Dài, un po’ di buona volontà e forse ne esci.
    Povero ragù.

  41. G. Andreasi il 7 gennaio 2006 alle 10:37

    Caro Specialista, ovvero amante certamente del summenzionato dottore, perché non provi ad abbracciare un po’ di più il tuo sodale, invece di perder tempo con il mio punto G, che di te altamente se ne frega?

  42. uno specialista il 7 gennaio 2006 alle 10:50

    Povero ragù!

  43. el mismo marco il 8 gennaio 2006 alle 03:21

    the enigmatic village of rennes-le-chateau is haunted by ghosts’ swords. andrew the great came to french following the arrest of the english templars in january 1308. his dual nature was preserved within the underground stream of occult activity known to the cathars’ uranium graal, mary magdalene’s serotonine hot orange nut, made of paper. hence, his strong fight in defence of paper reviews

  44. el mismo marco il 8 gennaio 2006 alle 03:33

    suvvia, si gioca



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