Bacheca di gennaio 2006

1 gennaio 2006
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107 Responses to Bacheca di gennaio 2006

  1. geronimo il 1 gennaio 2006 alle 01:24

    Lunga vita al popolo degli uomini, lunga vita a nazione indiana.

  2. ale il 1 gennaio 2006 alle 14:24

    Per dirvi bravi è bello che abbiate pensato una pagina di questo tipo rinuncio al mio “tema libero” boh magari per ora chi lo sa.
    Buon anno buona vita buona voce, cose così.

  3. Lorenzo Galbiati il 1 gennaio 2006 alle 15:55

    “…Ma noi vorremmo che domani ci fossero anche musicisti, scienziati, persone che si occupano dei più svariati ambiti del sapere e della cultura…”
    Così nel “Chi siamo” di NI.
    Io sono un docente di scienze naturali (non so se questo mi conferisca la qualifica di scienziato) e mi chiedo se e come NI possa fare anche cultura scientifica. Ho letto in passato dei dialoghi su temi scientifici come l’entropia. Credo ve ne siano altri di grande attualità, specialmente in campo biologico, come il dibattito sulla bioetica, il confronto tra l’evoluzionismo e il creazionismo.
    Mi piacerebbe se in Italia la cultura scientifica e quella umanistica non fossero sempre due sorellastre che si guardano da lontano.

  4. cf05103025 il 1 gennaio 2006 alle 17:30

    Vorrei solo che con il nuovo anno alle illustrazioni che precedono il testo venisse dato autore, un nome, un qualcosa che facesse toccare con occhio, vedere che NI non si interessa solo di letterati e dei loro parti.
    Grazie ed auguri vivissimi
    Mario Bianco

  5. mag il 1 gennaio 2006 alle 17:55

    Ah Lorenzo, il cartografo!
    proponi tu argomenti insoliti, vediamo che si riesce a partorire.
    io tempo fa parlai d’entropia ma non ricordo se declinata al xosiale o in modo letterale.
    Ciao

    Magda

  6. marco il 1 gennaio 2006 alle 20:06

    buon anno a tutti. ho pensato di inaugurare il 2006 con quattro segnalazioni dedicate a Emilio Villa: qui e qui.

  7. gabriella fuschini il 1 gennaio 2006 alle 21:08

    Grazie Marco, impagabile.

  8. Enrico De Lea il 1 gennaio 2006 alle 22:35

    Un grazie a Marco anche da parte mia per le segnalazioni sul grande (e del tutto trascurato, ahimè) Emilio Villa.

  9. un villano d'antan il 1 gennaio 2006 alle 22:55

    Grazie, Marco. Aspettavamo. Speriamo che il tuo lodevole esempio serva a smuovere un po’ le acque intorno a questo grandissimo, trascurato personaggio. Già Davide Racca su queste pagine aveva gettato un bel sasso nello stagno. Bene.

  10. cf05103025 il 1 gennaio 2006 alle 22:59
  11. Cristoforo Prodan il 2 gennaio 2006 alle 00:42

    “Che fai stasera?”. Odio questa domanda. Specie quando me la fanno l’ultimo dell’anno. C’è sempre una dose di perversione nel farla. Vorranno sapere se sono un tipo “in” a cui aggregarsi? Oppure se sono uno sfigato da commiserare? Poi io dico sempre che non lo so. Ma è vero. Nel senso che non mi piace programmare. Non mi piace neanche stare da solo. Cioè, mi piace aggregarmi quando trovo qualcuno interessante con cui c’è qualcosa da dire. Vivere, parlare, pensare. Non avere schemi. Farsi trascinare da quelle sottili connessioni che ti danno le cose della vita. Inizi a fare qualcosa e ti ritrovi a farne un’altra. Oppure pensi a qualcosa e la tua mente ti porta fuori tema. Divaga. Perché divaga? Non ho fatto niente l’ultimo dell’anno. Ma proprio un cazzo di niente di tutto quello che comunemente si intende col “fare”. Mi sono messo a leggere, nel mio letto. Tutta la notte. Poi ogni tanto le telefonate e gli sms di auguri. -“Ma davvero stai da solo a casa?” -“Non ci credo, dai…” eccetera. Che palle! Ma io stavo bene. Non ero depresso. Volevo solo stupirmi. Fare una cosa diversa, fuori dal comune. Poi ho pensato a quanta fatica fa la gente per amarsi. Si incontra, organizza feste, viaggi, eccetera. Quella notte. Quella notte di oltre due anni fa. Che la mia ex aveva bisogno del pianoforte digitale che stava a casa mia e mi aveva chiesto di consegnarlo a un camionista che faceva trasporti di non ricordo cosa e tornava giù dalle sue parti. Ma l’appuntamento era di notte sul raccordo e io, che non amo le automobili, avevo chiesto a mio nipote ragazzo di accompagnarmi con la sua. Lui sta da me. Non sta bene con sua madre e il suo fratello minore. E poi l’ho visto crescere. Lo accompagnavo a scuola quando aveva quattro anni e io stavo a casa di mia sorella che si era separata e passava un periodo buio. E mi ricordo quella bara che portarono giù con l’ascensore quando suo padre era morto. Lui ventenne. Che senso di pesantezza quel giorno. La morte è pesante. Intendo fisicamente pesante. Un corpo morto torna a essere materia, pesante. E quando, dopo la consegna, tornavamo di notte verso casa, ci siamo fermati a prendere un caffè a un bar di piazza dell’alberone. Di fronte c’era il palazzo dove suo padre era nato e vissuto prima di incontrare mia sorella. Lui forse non lo sapeva o non se lo ricordava. Ma io non gli ho detto niente. Però mi è presa una tristezza profonda mentre lui parlava con me. Io pensavo a suo padre, al suo cammino da quello squallido palazzo fino alla sua nascita. Alle speranze che ti portano a cambiare vita per amore. Sì – quell’amore, quella fede in una possibile via d’uscita era lì ancora, dopo la catastrofe. E mi parlava ed era vivo e pieno di speranza anche lui. Niente di più semplice.

  12. mag il 2 gennaio 2006 alle 11:59

    Bello Cristopher,
    già che ci sono, dico che ques’anno ero indecisa tra la zingarata e starmene a letto, che per altro ho fatto molte volte, nella serenità piu’ assoluta.
    Cene e feste si fanno cosi’ spesso e tutto l’anno che accucciarsi puo’ essere davvero segnare un modo diverso di festeggiare.
    Finalmente e privatamente.
    Vedo che ti appassioni di musicologia( qui a Milano c’è il seminario permanente degli amici della musica, tenuto da ricercatori della Statale, circolo ristrettissimo sopratutto per la difficoltà degli argomenti trattati).
    Ho messo in bacheca di dicembre l’appuntamento a Bologna di scienze cognitive applicate alla musica. Cosa ne pensi?
    ciao
    Magda

  13. kristian il 2 gennaio 2006 alle 13:34

    IDEONA!
    I DE O NA!

    ‘sto carnevale tutti TROLL!

    propongo a barbandrea la parte del fake di angelini
    a raos la maschera di ruttoman (tanto lo so che va in moderazione)
    io aspiro a rotowash.

  14. kristian il 2 gennaio 2006 alle 13:35

    e. c.
    cavolo, avete mandato in vacanza Despammator…

  15. kristian il 2 gennaio 2006 alle 13:37

    e. c. dell’e. c.

    c’è, c’è, altroché

    a questo punto io interpreterò mestesso.

  16. claudio il 2 gennaio 2006 alle 14:29

    “L’Unità” di sabato 31 dicembre.
    “Egregio Signor T, perchè non risponde?”
    Pezzo a mio avviso bellissimo di Andrea Bajani. Mi piacerebbe vederlo commentato su NI.
    Un saluto, claudio

  17. Cristoforo Prodan il 2 gennaio 2006 alle 16:15

    Parlare di musica con i musicologi è inutile. Così come parlare di cultura negli gli ambienti accademici. La principale preoccupazione lì sembra essere quella di non pestare e di non farsi pestare i piedi. Gli sconfinamenti e il “crossover” non sono ammessi. Ma è naturale che ciò avvenga. Le università e i centri di ricerca fanno parte del sistema produttivo e di potere. La musica, in genereale, dà fastidio. Perché per sua natura è una complessa attività sociale di carattere pluridisciplinare. Il suo ambito si estende anche oltre la parola e tocca ambiti che riguardano la sfera intima della persona. Questo è sicuramente vero almeno da Beethoven in poi. La musica non più solo come mestiere asservito ai vari luoghi del potere, ma come diretta comunicazione fra il compositore e l’ascoltatore. Non a caso Bach, dimenticato dopo la sua morte, è stato riscoperto solo dopo la morte di Beethoven. Parlare di musica dunque significa aprire il vaso di Pandora.
    Interessante iniziare anche un discorso sul pensiero scientifico. Viviamo in un paese in cui la prima riforma della scuola è stata fatta sull’ideologia filosofica di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, che sconfissero – nei primi decenni del secolo scorso – le argomentazioni a favore dell’insegnamento scienza come cultura scientifica di Federico Enriques. Per questo abbiamo studiato per oltre mezzo secolo latino e greco, mentre la scienza veniva ridotta a mera tecnica. Il caso italiano è emblematico. Il fisico Giuliano Toraldo Di Francia, in una celeberrima tavola rotonda degli anni settanta del secolo scorso, coniò la definizione per l’Italia di “Paese in via di sottosviluppo”. Questo, portroppo è ancora tristemente vero.
    Come se ne esce? Gli intellettuali innazitutto. Essi dovrebbero prendere l’iniziativa del cambiamento attraverso una rigorosa presa di posizione morale, diffondendo senza peli sulla lingua e liberamente la cultura e le idee. Troppo spesso gli intellettuali italiani sono impegnati a criticare i loro colleghi, nell’italico crociano esercizio di giudicare non i contenuti ma cosa è “poesia” e cosa è “non poesia”. Non ci lamentiamo poi se i sostenitori del calciatore Di Canio fanno il saluto fascista interpretandolo come simbolo di “appartenenza”. Dove sono gli intellettuali che dovrebbero fornire gli strumenti per interpretare il mondo ai ragazzi di cultura medio bassa che vanno allo stadio?
    Un grande esempio di intellettuale che non ha paura di esporsi è Harold Pinter. Leggevo le sue cose teatrali quando avevo meno di vent’anni (e quindi oltre vent’anni fa) e mi ha fatto molto piacere che gli sia stato assegnato il premio Nobel per la letteratura del 2005. Ecco, Pinter in quell’occasione a scritto la sua lezione del Nobel dal titolo “Arts, Truth & Politics”. La riporto integralmente qui sotto. E spero che qualcuno abbia la volontà di leggerla. Secondo me dovrebbe essere studiata in tutte le scuole. Harold Pinter – lasciatemelo chiamare “compagno Harold Pinter” anche se lui non sarebbe d’accordo – con questa “lecture” dimostra di essere una figura di alto profilo umano, politico e intellettuale.

    Harold Pinter – Nobel Lecture
    Art, Truth & Politics

    In 1958 I wrote the following:
    ‘There are no hard distinctions between what is real and what is unreal, nor between what is true and what is false. A thing is not necessarily either true or false; it can be both true and false.’

    I believe that these assertions still make sense and do still apply to the exploration of reality through art. So as a writer I stand by them but as a citizen I cannot. As a citizen I must ask: What is true? What is false?

    Truth in drama is forever elusive. You never quite find it but the search for it is compulsive. The search is clearly what drives the endeavour. The search is your task. More often than not you stumble upon the truth in the dark, colliding with it or just glimpsing an image or a shape which seems to correspond to the truth, often without realising that you have done so. But the real truth is that there never is any such thing as one truth to be found in dramatic art. There are many. These truths challenge each other, recoil from each other, reflect each other, ignore each other, tease each other, are blind to each other. Sometimes you feel you have the truth of a moment in your hand, then it slips through your fingers and is lost.

    I have often been asked how my plays come about. I cannot say. Nor can I ever sum up my plays, except to say that this is what happened. That is what they said. That is what they did.

    Most of the plays are engendered by a line, a word or an image. The given word is often shortly followed by the image. I shall give two examples of two lines which came right out of the blue into my head, followed by an image, followed by me.

    The plays are The Homecoming and Old Times. The first line of The Homecoming is ‘What have you done with the scissors?’ The first line of Old Times is ‘Dark.’

    In each case I had no further information.

    In the first case someone was obviously looking for a pair of scissors and was demanding their whereabouts of someone else he suspected had probably stolen them. But I somehow knew that the person addressed didn’t give a damn about the scissors or about the questioner either, for that matter.

    ‘Dark’ I took to be a description of someone’s hair, the hair of a woman, and was the answer to a question. In each case I found myself compelled to pursue the matter. This happened visually, a very slow fade, through shadow into light.

    I always start a play by calling the characters A, B and C.

    In the play that became The Homecoming I saw a man enter a stark room and ask his question of a younger man sitting on an ugly sofa reading a racing paper. I somehow suspected that A was a father and that B was his son, but I had no proof. This was however confirmed a short time later when B (later to become Lenny) says to A (later to become Max), ‘Dad, do you mind if I change the subject? I want to ask you something. The dinner we had before, what was the name of it? What do you call it? Why don’t you buy a dog? You’re a dog cook. Honest. You think you’re cooking for a lot of dogs.’ So since B calls A ‘Dad’ it seemed to me reasonable to assume that they were father and son. A was also clearly the cook and his cooking did not seem to be held in high regard. Did this mean that there was no mother? I didn’t know. But, as I told myself at the time, our beginnings never know our ends.

    ‘Dark.’ A large window. Evening sky. A man, A (later to become Deeley), and a woman, B (later to become Kate), sitting with drinks. ‘Fat or thin?’ the man asks. Who are they talking about? But I then see, standing at the window, a woman, C (later to become Anna), in another condition of light, her back to them, her hair dark.

    It’s a strange moment, the moment of creating characters who up to that moment have had no existence. What follows is fitful, uncertain, even hallucinatory, although sometimes it can be an unstoppable avalanche. The author’s position is an odd one. In a sense he is not welcomed by the characters. The characters resist him, they are not easy to live with, they are impossible to define. You certainly can’t dictate to them. To a certain extent you play a never-ending game with them, cat and mouse, blind man’s buff, hide and seek. But finally you find that you have people of flesh and blood on your hands, people with will and an individual sensibility of their own, made out of component parts you are unable to change, manipulate or distort.

    So language in art remains a highly ambiguous transaction, a quicksand, a trampoline, a frozen pool which might give way under you, the author, at any time.

    But as I have said, the search for the truth can never stop. It cannot be adjourned, it cannot be postponed. It has to be faced, right there, on the spot.

    Political theatre presents an entirely different set of problems. Sermonising has to be avoided at all cost. Objectivity is essential. The characters must be allowed to breathe their own air. The author cannot confine and constrict them to satisfy his own taste or disposition or prejudice. He must be prepared to approach them from a variety of angles, from a full and uninhibited range of perspectives, take them by surprise, perhaps, occasionally, but nevertheless give them the freedom to go which way they will. This does not always work. And political satire, of course, adheres to none of these precepts, in fact does precisely the opposite, which is its proper function.

    In my play The Birthday Party I think I allow a whole range of options to operate in a dense forest of possibility before finally focussing on an act of subjugation.

    Mountain Language pretends to no such range of operation. It remains brutal, short and ugly. But the soldiers in the play do get some fun out of it. One sometimes forgets that torturers become easily bored. They need a bit of a laugh to keep their spirits up. This has been confirmed of course by the events at Abu Ghraib in Baghdad. Mountain Language lasts only 20 minutes, but it could go on for hour after hour, on and on and on, the same pattern repeated over and over again, on and on, hour after hour.

    Ashes to Ashes, on the other hand, seems to me to be taking place under water. A drowning woman, her hand reaching up through the waves, dropping down out of sight, reaching for others, but finding nobody there, either above or under the water, finding only shadows, reflections, floating; the woman a lost figure in a drowning landscape, a woman unable to escape the doom that seemed to belong only to others.

    But as they died, she must die too.

    Political language, as used by politicians, does not venture into any of this territory since the majority of politicians, on the evidence available to us, are interested not in truth but in power and in the maintenance of that power. To maintain that power it is essential that people remain in ignorance, that they live in ignorance of the truth, even the truth of their own lives. What surrounds us therefore is a vast tapestry of lies, upon which we feed.

    As every single person here knows, the justification for the invasion of Iraq was that Saddam Hussein possessed a highly dangerous body of weapons of mass destruction, some of which could be fired in 45 minutes, bringing about appalling devastation. We were assured that was true. It was not true. We were told that Iraq had a relationship with Al Quaeda and shared responsibility for the atrocity in New York of September 11th 2001. We were assured that this was true. It was not true. We were told that Iraq threatened the security of the world. We were assured it was true. It was not true.

    The truth is something entirely different. The truth is to do with how the United States understands its role in the world and how it chooses to embody it.

    But before I come back to the present I would like to look at the recent past, by which I mean United States foreign policy since the end of the Second World War. I believe it is obligatory upon us to subject this period to at least some kind of even limited scrutiny, which is all that time will allow here.

    Everyone knows what happened in the Soviet Union and throughout Eastern Europe during the post-war period: the systematic brutality, the widespread atrocities, the ruthless suppression of independent thought. All this has been fully documented and verified.

    But my contention here is that the US crimes in the same period have only been superficially recorded, let alone documented, let alone acknowledged, let alone recognised as crimes at all. I believe this must be addressed and that the truth has considerable bearing on where the world stands now. Although constrained, to a certain extent, by the existence of the Soviet Union, the United States’ actions throughout the world made it clear that it had concluded it had carte blanche to do what it liked.

    Direct invasion of a sovereign state has never in fact been America’s favoured method. In the main, it has preferred what it has described as ‘low intensity conflict’. Low intensity conflict means that thousands of people die but slower than if you dropped a bomb on them in one fell swoop. It means that you infect the heart of the country, that you establish a malignant growth and watch the gangrene bloom. When the populace has been subdued – or beaten to death – the same thing – and your own friends, the military and the great corporations, sit comfortably in power, you go before the camera and say that democracy has prevailed. This was a commonplace in US foreign policy in the years to which I refer.

    The tragedy of Nicaragua was a highly significant case. I choose to offer it here as a potent example of America’s view of its role in the world, both then and now.

    I was present at a meeting at the US embassy in London in the late 1980s.

    The United States Congress was about to decide whether to give more money to the Contras in their campaign against the state of Nicaragua. I was a member of a delegation speaking on behalf of Nicaragua but the most important member of this delegation was a Father John Metcalf. The leader of the US body was Raymond Seitz (then number two to the ambassador, later ambassador himself). Father Metcalf said: ‘Sir, I am in charge of a parish in the north of Nicaragua. My parishioners built a school, a health centre, a cultural centre. We have lived in peace. A few months ago a Contra force attacked the parish. They destroyed everything: the school, the health centre, the cultural centre. They raped nurses and teachers, slaughtered doctors, in the most brutal manner. They behaved like savages. Please demand that the US government withdraw its support from this shocking terrorist activity.’

    Raymond Seitz had a very good reputation as a rational, responsible and highly sophisticated man. He was greatly respected in diplomatic circles. He listened, paused and then spoke with some gravity. ‘Father,’ he said, ‘let me tell you something. In war, innocent people always suffer.’ There was a frozen silence. We stared at him. He did not flinch.

    Innocent people, indeed, always suffer.

    Finally somebody said: ‘But in this case “innocent people” were the victims of a gruesome atrocity subsidised by your government, one among many. If Congress allows the Contras more money further atrocities of this kind will take place. Is this not the case? Is your government not therefore guilty of supporting acts of murder and destruction upon the citizens of a sovereign state?’

    Seitz was imperturbable. ‘I don’t agree that the facts as presented support your assertions,’ he said.

    As we were leaving the Embassy a US aide told me that he enjoyed my plays. I did not reply.

    I should remind you that at the time President Reagan made the following statement: ‘The Contras are the moral equivalent of our Founding Fathers.’

    The United States supported the brutal Somoza dictatorship in Nicaragua for over 40 years. The Nicaraguan people, led by the Sandinistas, overthrew this regime in 1979, a breathtaking popular revolution.

    The Sandinistas weren’t perfect. They possessed their fair share of arrogance and their political philosophy contained a number of contradictory elements. But they were intelligent, rational and civilised. They set out to establish a stable, decent, pluralistic society. The death penalty was abolished. Hundreds of thousands of poverty-stricken peasants were brought back from the dead. Over 100,000 families were given title to land. Two thousand schools were built. A quite remarkable literacy campaign reduced illiteracy in the country to less than one seventh. Free education was established and a free health service. Infant mortality was reduced by a third. Polio was eradicated.

    The United States denounced these achievements as Marxist/Leninist subversion. In the view of the US government, a dangerous example was being set. If Nicaragua was allowed to establish basic norms of social and economic justice, if it was allowed to raise the standards of health care and education and achieve social unity and national self respect, neighbouring countries would ask the same questions and do the same things. There was of course at the time fierce resistance to the status quo in El Salvador.

    I spoke earlier about ‘a tapestry of lies’ which surrounds us. President Reagan commonly described Nicaragua as a ‘totalitarian dungeon’. This was taken generally by the media, and certainly by the British government, as accurate and fair comment. But there was in fact no record of death squads under the Sandinista government. There was no record of torture. There was no record of systematic or official military brutality. No priests were ever murdered in Nicaragua. There were in fact three priests in the government, two Jesuits and a Maryknoll missionary. The totalitarian dungeons were actually next door, in El Salvador and Guatemala. The United States had brought down the democratically elected government of Guatemala in 1954 and it is estimated that over 200,000 people had been victims of successive military dictatorships.

    Six of the most distinguished Jesuits in the world were viciously murdered at the Central American University in San Salvador in 1989 by a battalion of the Alcatl regiment trained at Fort Benning, Georgia, USA. That extremely brave man Archbishop Romero was assassinated while saying mass. It is estimated that 75,000 people died. Why were they killed? They were killed because they believed a better life was possible and should be achieved. That belief immediately qualified them as communists. They died because they dared to question the status quo, the endless plateau of poverty, disease, degradation and oppression, which had been their birthright.

    The United States finally brought down the Sandinista government. It took some years and considerable resistance but relentless economic persecution and 30,000 dead finally undermined the spirit of the Nicaraguan people. They were exhausted and poverty stricken once again. The casinos moved back into the country. Free health and free education were over. Big business returned with a vengeance. ‘Democracy’ had prevailed.

    But this ‘policy’ was by no means restricted to Central America. It was conducted throughout the world. It was never-ending. And it is as if it never happened.

    The United States supported and in many cases engendered every right wing military dictatorship in the world after the end of the Second World War. I refer to Indonesia, Greece, Uruguay, Brazil, Paraguay, Haiti, Turkey, the Philippines, Guatemala, El Salvador, and, of course, Chile. The horror the United States inflicted upon Chile in 1973 can never be purged and can never be forgiven.

    Hundreds of thousands of deaths took place throughout these countries. Did they take place? And are they in all cases attributable to US foreign policy? The answer is yes they did take place and they are attributable to American foreign policy. But you wouldn’t know it.

    It never happened. Nothing ever happened. Even while it was happening it wasn’t happening. It didn’t matter. It was of no interest. The crimes of the United States have been systematic, constant, vicious, remorseless, but very few people have actually talked about them. You have to hand it to America. It has exercised a quite clinical manipulation of power worldwide while masquerading as a force for universal good. It’s a brilliant, even witty, highly successful act of hypnosis.

    I put to you that the United States is without doubt the greatest show on the road. Brutal, indifferent, scornful and ruthless it may be but it is also very clever. As a salesman it is out on its own and its most saleable commodity is self love. It’s a winner. Listen to all American presidents on television say the words, ‘the American people’, as in the sentence, ‘I say to the American people it is time to pray and to defend the rights of the American people and I ask the American people to trust their president in the action he is about to take on behalf of the American people.’

    It’s a scintillating stratagem. Language is actually employed to keep thought at bay. The words ‘the American people’ provide a truly voluptuous cushion of reassurance. You don’t need to think. Just lie back on the cushion. The cushion may be suffocating your intelligence and your critical faculties but it’s very comfortable. This does not apply of course to the 40 million people living below the poverty line and the 2 million men and women imprisoned in the vast gulag of prisons, which extends across the US.

    The United States no longer bothers about low intensity conflict. It no longer sees any point in being reticent or even devious. It puts its cards on the table without fear or favour. It quite simply doesn’t give a damn about the United Nations, international law or critical dissent, which it regards as impotent and irrelevant. It also has its own bleating little lamb tagging behind it on a lead, the pathetic and supine Great Britain.

    What has happened to our moral sensibility? Did we ever have any? What do these words mean? Do they refer to a term very rarely employed these days – conscience? A conscience to do not only with our own acts but to do with our shared responsibility in the acts of others? Is all this dead? Look at Guantanamo Bay. Hundreds of people detained without charge for over three years, with no legal representation or due process, technically detained forever. This totally illegitimate structure is maintained in defiance of the Geneva Convention. It is not only tolerated but hardly thought about by what’s called the ‘international community’. This criminal outrage is being committed by a country, which declares itself to be ‘the leader of the free world’. Do we think about the inhabitants of Guantanamo Bay? What does the media say about them? They pop up occasionally – a small item on page six. They have been consigned to a no man’s land from which indeed they may never return. At present many are on hunger strike, being force-fed, including British residents. No niceties in these force-feeding procedures. No sedative or anaesthetic. Just a tube stuck up your nose and into your throat. You vomit blood. This is torture. What has the British Foreign Secretary said about this? Nothing. What has the British Prime Minister said about this? Nothing. Why not? Because the United States has said: to criticise our conduct in Guantanamo Bay constitutes an unfriendly act. You’re either with us or against us. So Blair shuts up.

    The invasion of Iraq was a bandit act, an act of blatant state terrorism, demonstrating absolute contempt for the concept of international law. The invasion was an arbitrary military action inspired by a series of lies upon lies and gross manipulation of the media and therefore of the public; an act intended to consolidate American military and economic control of the Middle East masquerading – as a last resort – all other justifications having failed to justify themselves – as liberation. A formidable assertion of military force responsible for the death and mutilation of thousands and thousands of innocent people.

    We have brought torture, cluster bombs, depleted uranium, innumerable acts of random murder, misery, degradation and death to the Iraqi people and call it ‘bringing freedom and democracy to the Middle East’.

    How many people do you have to kill before you qualify to be described as a mass murderer and a war criminal? One hundred thousand? More than enough, I would have thought. Therefore it is just that Bush and Blair be arraigned before the International Criminal Court of Justice. But Bush has been clever. He has not ratified the International Criminal Court of Justice. Therefore if any American soldier or for that matter politician finds himself in the dock Bush has warned that he will send in the marines. But Tony Blair has ratified the Court and is therefore available for prosecution. We can let the Court have his address if they’re interested. It is Number 10, Downing Street, London.

    Death in this context is irrelevant. Both Bush and Blair place death well away on the back burner. At least 100,000 Iraqis were killed by American bombs and missiles before the Iraq insurgency began. These people are of no moment. Their deaths don’t exist. They are blank. They are not even recorded as being dead. ‘We don’t do body counts,’ said the American general Tommy Franks.

    Early in the invasion there was a photograph published on the front page of British newspapers of Tony Blair kissing the cheek of a little Iraqi boy. ‘A grateful child,’ said the caption. A few days later there was a story and photograph, on an inside page, of another four-year-old boy with no arms. His family had been blown up by a missile. He was the only survivor. ‘When do I get my arms back?’ he asked. The story was dropped. Well, Tony Blair wasn’t holding him in his arms, nor the body of any other mutilated child, nor the body of any bloody corpse. Blood is dirty. It dirties your shirt and tie when you’re making a sincere speech on television.

    The 2,000 American dead are an embarrassment. They are transported to their graves in the dark. Funerals are unobtrusive, out of harm’s way. The mutilated rot in their beds, some for the rest of their lives. So the dead and the mutilated both rot, in different kinds of graves.

    Here is an extract from a poem by Pablo Neruda, ‘I’m Explaining a Few Things’:

    And one morning all that was burning,
    one morning the bonfires
    leapt out of the earth
    devouring human beings
    and from then on fire,
    gunpowder from then on,
    and from then on blood.
    Bandits with planes and Moors,
    bandits with finger-rings and duchesses,
    bandits with black friars spattering blessings
    came through the sky to kill children
    and the blood of children ran through the streets
    without fuss, like children’s blood.

    Jackals that the jackals would despise
    stones that the dry thistle would bite on and spit out,
    vipers that the vipers would abominate.

    Face to face with you I have seen the blood
    of Spain tower like a tide
    to drown you in one wave
    of pride and knives.

    Treacherous
    generals:
    see my dead house,
    look at broken Spain:
    from every house burning metal flows
    instead of flowers
    from every socket of Spain
    Spain emerges
    and from every dead child a rifle with eyes
    and from every crime bullets are born
    which will one day find
    the bull’s eye of your hearts.

    And you will ask: why doesn’t his poetry
    speak of dreams and leaves
    and the great volcanoes of his native land.

    Come and see the blood in the streets.
    Come and see
    the blood in the streets.
    Come and see the blood
    in the streets!*

    Let me make it quite clear that in quoting from Neruda’s poem I am in no way comparing Republican Spain to Saddam Hussein’s Iraq. I quote Neruda because nowhere in contemporary poetry have I read such a powerful visceral description of the bombing of civilians.

    I have said earlier that the United States is now totally frank about putting its cards on the table. That is the case. Its official declared policy is now defined as ‘full spectrum dominance’. That is not my term, it is theirs. ‘Full spectrum dominance’ means control of land, sea, air and space and all attendant resources.

    The United States now occupies 702 military installations throughout the world in 132 countries, with the honourable exception of Sweden, of course. We don’t quite know how they got there but they are there all right.

    The United States possesses 8,000 active and operational nuclear warheads. Two thousand are on hair trigger alert, ready to be launched with 15 minutes warning. It is developing new systems of nuclear force, known as bunker busters. The British, ever cooperative, are intending to replace their own nuclear missile, Trident. Who, I wonder, are they aiming at? Osama bin Laden? You? Me? Joe Dokes? China? Paris? Who knows? What we do know is that this infantile insanity – the possession and threatened use of nuclear weapons – is at the heart of present American political philosophy. We must remind ourselves that the United States is on a permanent military footing and shows no sign of relaxing it.

    Many thousands, if not millions, of people in the United States itself are demonstrably sickened, shamed and angered by their government’s actions, but as things stand they are not a coherent political force – yet. But the anxiety, uncertainty and fear which we can see growing daily in the United States is unlikely to diminish.

    I know that President Bush has many extremely competent speech writers but I would like to volunteer for the job myself. I propose the following short address which he can make on television to the nation. I see him grave, hair carefully combed, serious, winning, sincere, often beguiling, sometimes employing a wry smile, curiously attractive, a man’s man.

    ‘God is good. God is great. God is good. My God is good. Bin Laden’s God is bad. His is a bad God. Saddam’s God was bad, except he didn’t have one. He was a barbarian. We are not barbarians. We don’t chop people’s heads off. We believe in freedom. So does God. I am not a barbarian. I am the democratically elected leader of a freedom-loving democracy. We are a compassionate society. We give compassionate electrocution and compassionate lethal injection. We are a great nation. I am not a dictator. He is. I am not a barbarian. He is. And he is. They all are. I possess moral authority. You see this fist? This is my moral authority. And don’t you forget it.’

    A writer’s life is a highly vulnerable, almost naked activity. We don’t have to weep about that. The writer makes his choice and is stuck with it. But it is true to say that you are open to all the winds, some of them icy indeed. You are out on your own, out on a limb. You find no shelter, no protection – unless you lie – in which case of course you have constructed your own protection and, it could be argued, become a politician.

    I have referred to death quite a few times this evening. I shall now quote a poem of my own called ‘Death’.

    Where was the dead body found?
    Who found the dead body?
    Was the dead body dead when found?
    How was the dead body found?

    Who was the dead body?

    Who was the father or daughter or brother
    Or uncle or sister or mother or son
    Of the dead and abandoned body?

    Was the body dead when abandoned?
    Was the body abandoned?
    By whom had it been abandoned?

    Was the dead body naked or dressed for a journey?

    What made you declare the dead body dead?
    Did you declare the dead body dead?
    How well did you know the dead body?
    How did you know the dead body was dead?

    Did you wash the dead body
    Did you close both its eyes
    Did you bury the body
    Did you leave it abandoned
    Did you kiss the dead body

    When we look into a mirror we think the image that confronts us is accurate. But move a millimetre and the image changes. We are actually looking at a never-ending range of reflections. But sometimes a writer has to smash the mirror – for it is on the other side of that mirror that the truth stares at us.

    I believe that despite the enormous odds which exist, unflinching, unswerving, fierce intellectual determination, as citizens, to define the real truth of our lives and our societies is a crucial obligation which devolves upon us all. It is in fact mandatory.

    If such a determination is not embodied in our political vision we have no hope of restoring what is so nearly lost to us – the dignity of man.

  18. P.P.P. il 2 gennaio 2006 alle 16:26

    @ Cristopher

    Sono i testi come quello che hai inserito sopra che io metterei in vetrina su NI. Complimenti. Bellissimo.

  19. gianni biondillo il 2 gennaio 2006 alle 18:55

    Cristoforo,
    il tuo commento è incredibilmente lungo, e tutto quell’inglese avrà fatto impazzire il despammer in dotazione. L’ho trovato per caso e l’ho rimesso in circolo. Perché è lungo ma assai interessante (e già che c’ero pure il commento di Krisitian, che ho trovato divertente).
    Sappi che, per me, se qualcuno ha da dire qualcosa sulla musica contemporanea, non può che farmi un piacere. Cercai, in tempi non sospetti, di accennare ai Sentieri Selvaggi, a Boccadoro etc. qui sulla prima versione di NI. Ma il mio è un approccio da ascoltatore, non da tecnico.
    Insomma: se hai qualcosa da dire mandacelo, lo posto volentieri.

    Auguro a tutti un 2006 ossimoricamente incazzoso e felice.

  20. gianni biondillo il 2 gennaio 2006 alle 19:32
  21. La Lipperini il 2 gennaio 2006 alle 19:47

    Ossimoricamente incazzoso??? E sia: auguri a tutti gli indiani anche da me.

  22. mag il 2 gennaio 2006 alle 21:45

    Cristopher, Grazie molte per la tua disponibilità e ampiezza argomentativa, ne aprofitto per gettare nel maremagnum telamatico alcuni sassolini sperando si dipanino in dialoghi concentrici.
    In quanto alla tua riflessione sugli intellettuali come depositari etici di innovazione, sono pienamente daccordo e anzi preciso che il circolo nominato, “gli amici della musica”, è costituito da filosofi con indirizzo estetico, Carlo Serra, ne coordina le attività. http://users.unimi.it/~gpiana/fmitalia.htm
    Mi è capitato l’anno scorso di presenziare ad una giornata di studi sulla Carmen di Bizet, tenuta da Francesco Degrada, che non è piu’ tra noi, ma di cui ti mando alcune riflessioni sulla giornata come si evince dalle mail di seguito:

    02-06-2004
    Faccio seguito alla giornata di studi sulla Carmen di Bizet.
    Prendo spunto da argomentazioni comuni e vi ripropongo il tema interessantissimo della eccletticità di Carmen nel ricoprire tutto lo spettro delle figure retoriche sceniche e quindi chiederei di ampliare a Degrada questo tema magari declinandolo ripetto ad altri personaggi aventi la stessa caratteristica.
    Quindi dal punto di vista della drammaturgia, quali sono le grandi differenze prodotte dalla poliedricità scenica di un personaggio che abbraccia piu’ figure?
    Parebbe tema centrale di un classico dibattito filosofico incentrato sulla dialettica Molteplicità-unicità. quindi in cosa Carmen è unica nel molteplice e viceversa?
    In quanto all’alterità, l’esotismo, possiamo dire oggi che esiste un tipo “Carmen” ormai entrato a far parte della nostra drammaturgia se non addirittura nello stile di vita psicologico, tale da rendere oggi banale cio’ che per Nietzsche era l’apoteosi dell’amore dionisiaco e del naturale senso tragico, agito,liberatorio del reale?
    Molto bella la tematica affrontata da Franzini sull’ironico senso della morte, contrapposta alla cupa concezione wagneriana.
    quasi un ricercare nei bassorilievi dell’esistenza piu’ oscura gli altorilievi della grandezza umana…andare in basso per accrescere e illuminare la completezza esistenziale abbracciandone anche i lati foschi quasi rendendoli catartici.
    Magda Mantecca

    Cara Magda, rispondo brevemente al suo gradito messaggio, in quanto sono davvero subissato da impegni di ogni genere, fermo restando che potremmo apporondire l’argomento a voce, una volta che avessimo, come mi auguro, un’occasione per incontrarci. Il che sarebbe anche asai più simpatico.
    Molto sinteticamente; il personaggio di Carmen, non solo è connotato da Bizet – più di qualsiasi altro nell’opera – con una serie di inflessioni musicali che lo collocano nel dominio dell’esotico, dell’ispanismo, del gitano (come ho cercato di mostrare nel mio intervento); ma è anche l’unico che copre altresì tutti i registri stilistici (da quelli più bassi, del cabaret, sino a quelli retoricamente più alti) che sono di pertinenza degli altri personaggi. Questa caratteristica di Carmen sottolinea le sue capacità mimetiche (la sua capacità di indossare sopra il suo volto maschere sempre diverse e di “recitare” pertanto su diversi piani) e le sue straordinarie possibilità di “seduzione”. Da questo punto di vista mi colpisce la sua affinità con il protagonista del Don Giovanni mozartiano (per il quale mi permetto di rimandarla a un mio saggio facilmente raggiungibile: Francesco Degrada, Mozart, la maschera, la musica, in “Materiali d’Estetica”, N. 4 – Non ho sottomano l’anno e le pagine, mi scuso).
    Lascio al mio amico Franzini (ben più qualificato di me) l’incombenza di risponderle sugli aspetti più strettamente estetico – filosofici della questione.
    A presto, spero, con molti amichevoli saluti,
    Francesco Degrada
    ______________________________________________________________

    Grazie Cristoforo,
    Homen Nomen? cosa ami scoprire e circumnavigare?

    Magda

  23. rotowash il 3 gennaio 2006 alle 09:42

    Kristian grazie

  24. Lucio Angelini il 3 gennaio 2006 alle 09:48

    Vi invito a pregare per Camilla, come da mio blog.

  25. wovoka il 3 gennaio 2006 alle 14:38

    Davvero interessante quello scontro tra l’ambasciatore USA e Pinter, pare quasi il dialogo tra la natura e l’islandese: la “ragion di stato” (“ragione” inconfessabile di ceti dominanti e ferocemente interessati) si rivela inequivocabile nelle parole del primo ma l’intellettuale insiste nel voler intendere in maniera letterale (ed illusoriamente “vincolante”) ciò che tutti san benissimo essere soltanto propaganda. Non ho alcun dubbio che il quadro di Pinter sia quello più esatto, e che azioni analoghe alla sua vadano comunque sostenute, anche quando non soddisfino pienamente da un punto di vista intellettuale. Mi sembra infatti abbastanza fallimentare il tentativo, da lui abbozzato, di fondare la pretesa del drammaturgo di vedere meglio degli altri attraverso la Storia in virtù della competenza sulle proprie storie, ovvero in definitiva sulla propria capacità di animare delle marionette mentali. Questo equivale a pretendere che quegli aggregati cognitivi semi-autonomi, sui quali Pinter ci fornisce un vivido “insight”, equivalgano alle persone reali, anzi ne catturino in qualche modo l’essenza – cosa che risparmierebbe all’autore il peso di acquisire, e dimostrare, una reale competenza sulle aspre complessità del mondo. Perché perdersi nella matassa di vincoli materiali, quando si possiedono le chiavi dell’animo umano?

    Di conseguenza, tutte le volte che Pinter parla di “verità” occorrerebbe sostituirvi un più ragionevole “effetto di verità”. Nel lavoro teatrale, ci viene spiegato, non vi è una sola verità:

    > There are many. These truths challenge each other, recoil from each other, reflect each other, ignore each other, tease each other, are blind to each other. Sometimes you feel you have the truth of a moment in your hand, then it slips through your fingers and is lost.

    Questo assomiglia parecchio alle celebri “epifanie”, che sappiamo normalmente scaturire da un sufficiente (e ben formato) “tirocinio dei sensi e dell’immaginazione”. Ma in tal caso chiamarle “verità” è puramente metaforico: si tratta di esperienze personali che emotivamente appaiono in guisa di rivelazione, ma che andrebbero considerate “verità” soltanto nella misura in cui esse possono essere “estratte” dal corpo di Pinter e rese universali. Estratte in maniera tale che esse non richiedano più quel “tirocinio” che non solo potrebbe risultare semplicemente impercorribile dagli altri (e qui bisognerà vedere come prendersi tutela degli sfortunati) ma che alla fine rischia anche di costituirne l’unico fondamento. Tuttavia, se davvero esistono degli “archetipi”, una simile operazione potrebbe talvolta anche riuscire – altrimenti rimarrà un adattamento idiosincrasico, quando non superficiale e mimetico, ovvero una “moda” (cioé il frutto di una sottomissione simbolica). La risposta di Pinter a questa ovvia difficoltà mi appare insufficiente:

    > Political theatre presents an entirely different set of problems. Sermonising has to be avoided at all cost. Objectivity is essential. The characters must be allowed to breathe their own air. The author cannot confine and constrict them to satisfy his own taste or disposition or prejudice. He must be prepared to approach them from a variety of angles, from a full and uninhibited range of perspectives, take them by surprise, perhaps, occasionally, but nevertheless give them the freedom to go which way they will.

    Sembra una sorta di “autocertificazione”, ed infatti tutto quanto Pinter argomenta in seguito sembra basarsi più su di un punto di vista relazionalmente privilegiato (e quindi collettore di fonti più autorevoli e dirette) che non sulle competenze artistiche che egli ha tentato di mettere in causa nella prima parte del suo scritto.

  26. mag il 3 gennaio 2006 alle 16:13

    Aprofitto per postare il mio personale auspicio per il nuovo 2006
    augurandoVi un nuovo inizio alla maniera piu’ consona dei filosofi contemporanei, che della sospensione di certezza hanno fatto stile di vita.

    Con le parole che Edmun Husserl scrive nel 1923:

    “Dobbiamo avere il coraggio di una vita nuova e, innanzitutto,di un nuovo modo di vivere come scienziati.

    Il ritorno alle “madri”(della scienza dico io magda) è la ripresa all’indietro e in avanti, di una vita originaria che grazie alla chiarezza d’origine possa sostenere in tutto e per tutto il proprio diritto,il proprio senso, la propria onestà e comprendersi fino in fondo.

    L’Umanità puo’ riscattarsi solo da se’ stessa e puo’ farlo solo se noi, ciascuno di noi, compie per se’ stesso l’autoliberazione, se noi singoli troviamo il coraggio e la grande volontà di dirigere tutta la nostra intenzione alla chiarificazione, alla conoscenza e infine alla purificazione di noi stessi, e preparare su tale base l’idea di Umanità autentica universalmente accumunata, di un Umanità sovranazionale, che ammette solo distinzioni autenticamente nazionali.

  27. Cristoforo Prodan il 5 gennaio 2006 alle 01:04

    Ridurre la novità del pensiero scientifico alle idee filosofiche di Edmund Husserl è a dir poco fuorviante.

    Husserl è un filosofo e quindi il suo approccio alla scienza è riduzionistico. Tutto deve essere ricondotto nell’alveo della dottrina suprema che è la filosofia. Questo è particolarmente evidente nel suo lavoro incompiuto “La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale” (un’opera della maturità, scritta fra il 1935 e il 1937).

    Husserl vede come fattore di “crisi” del pensiero il fatto che le scienze si siano sostituite alla filosofia. Nella “matematizzazione” del mondo, iniziata con Galileo, Husserl vede inoltre la realizzazione di una “alienazione di senso”. La matematica è pericolosa perché è all’origine della crisi generale dell’essere umano. La scienza galileiana che si contrappone alla spiritualità diventa dunque addirittura un “pericolo estremo”.

    Mi sembra che Husserl, con tutto il rispetto che si può avere per un’importante personalità del pensiero occidentale, sia veramente fuori strada nelle sue considerazioni sulla scienza e sul vero valore del pensiero scientifico a partire da Galileo.

  28. mag il 5 gennaio 2006 alle 08:45

    Certamente dopo il “Discorso sopra i massimi sistemi”, il mondo non fu’ piu’ lo stesso.
    Come non sentirci oggi, non ancora filosoficamente contemporanei, ma certamente moderni, eredi del pensiero che da allora forgia il nostro modo di vivere, su cui il positivismo regna pressochè incontrastato.
    I successori della scissione fenomenologica spesso sostengono che Husserl riduce la scienza ad una forma di psicologismo riduzionista.
    L’aspetto che invece vorrei sottolineare non è la penalizzazione matematica che Egli compie sul versante scientifico, ma l’aspetto profetico, sociologico e il tentativo di stendere un ethos Europeo che oggi piu’ che mai sembrerebbe attuale.
    Ricordo infatti che Husserl ha in qualche modo sofferto delle egemonie totalitaristiche della guerra subendo discriminazioni razziali.
    E’ innegabile l’importanza della formazione matematica dei piu’ grandi filosofi della modernità:Leibniz, finissimo logico, matematico, teorico dei linguaggi, Spinoza, piu’ fisico con la sua attività di ottico, Cartesio, padre del razionalismo.
    Anche Deleuze, nel suo inquietante e in fieri percorso di ricerca riconosce questo punto fondamentale;sostiene infatti che pur non essendo un matematico, intrattiene con i matematici rapporti di assoluta sintonia e comprensione.
    Credo si possa aggiungere come meta-senso, l’interpretazione che Thomas Khun applica alla “struttura della rivoluzioni scientifiche”, ovvero il concetto di “anomalia” considerata come momento aparadigmatico, estraneo, ma fondante i nuovi traguardi d’innovazione, in quanto trasversale su ogni forma di sapere costituito.
    L’aspetto dell’Epochè, è dunque cio’ che affascina in Husserl.
    Ho semplificato ovviamente, non essendo questa sede di lungaggini teoretiche.
    Mi congedo ricordandoTi il discorso che fece durante il festival della filosofia di Modena Umberto Galimberti nel settembre 2004 su cui ho relazionato:

    Prometeo introduce il discorso quando alla domanda:
    “Prometeo, tu che puoi piegare le cose di natura con la forza della tua abilità,dicci,è piu’ forte la legge di natura cioè la legge di Necessità, o la legge della tecnica?”.
    “E’ di gran lunga piu’ forte la legge indomabile di natura”.
    Ma questo, prosegue Galimberti, è stato vero per 2000 anni finchè la rivoluzione scientifica del 17 secolo, con Cartesio e Galileo, ha reso la natura da indomabile a indagabile, osservabile e ripetibile.
    Oggi la tecnica non è piu’ al servizio dell’uomo, ma l’uomo e piu’ precisamente il tecnocrate nato come mezzo , è egli stesso il fine in una società dove la conoscenza tecnologica diviene strumento di potere.
    Parlare di etica in questo ambito diviene retorico, in questo scenario non sono valutazioni di valore quelle che fanno la differenza tra egemonie politiche, ma la capacità degli stati di governare questi nuovi poteri diffusi e decentrati, come per esempio quello che terrorizza gli U.S.A. il no-making power,ossia la possibilità di chiunque di impedire il “funzionamento” delle macchine che governano ogni nostra funzione vitale.
    Nell’etica della modernità non viene promossa la cultura del valore, ma quella del funzionamento e della sostituibilità, quindi ogni risorsa umana è valutata in quanto ingranaggio che deve essere sostituito perchè il sistema tecnologico non puo’ fermarsi.
    http://www.laretedeimovimenti.it/fucina/nomadismi/festivalfilosofia

    Ciao

    Magda

  29. francesco forlani il 5 gennaio 2006 alle 08:53

    Eppure non più tardi di cinque anni fa c’è stata una vera e propria Husserl renaissance , attraverso i quaderni di fenomenologia, niente male. La crisis è il libro più complesso che abbia dovuto studiare – per me complesso sta per un complicato necessario- ma mi ha aiutato molto il fatto di sapere che autori a me carissimi, Edith Stein, Karl Jaspers, Martin Heidegger, Merleau Ponty, avessero in lui la matrice comune. Che il discorso sulla scienza di Husserl non sia esaustivo sono d’accordo, ma quanti lo sono? Se prendiamo la grande scuola epistemologica americana non troviamo affatto riflessioni condivise. Per me poi che mi riconosco nella troika, Kuhn, Lakatosh, Feyerabend , veri situazionitsi delle scienze.
    effeffe

  30. andrea barbieri il 5 gennaio 2006 alle 09:35

    Cioè, uno si assenta un attimo dalla bacheca che potrebbe essere un posto un po’ più cazzeggione, torna e ci trova Husserl Stein Jaspers Heidegger Merleau Ponty Kuhn Lakatosh Feyerabend: solo su Nazione Indiana! :-)

  31. francesco forlani il 5 gennaio 2006 alle 09:47

    e Rumenigge
    effeffe

  32. mag il 5 gennaio 2006 alle 11:28

    ah scanso di equivoci per il nostro Cristopher( Lambert che è un po’ miope pero’ l’eterno immortale), io NON sono un filosofo, pero’ mi diletto con la filosofia nella maniera piu’ divertente che si possa fare.
    Un cazzeggio nobile divciamo, volgarmente detto “Otium” anche perchè il “nec-otium” l’ho già avuto, di moda per l’esattezza.
    Poi una cosa che non mi spiego è, come mai quando leggo gli autori classici, anche i piu’ difficili in presa diretta, tipo Heidegger, Spinoza, Platone, li capisco perfettamente, e quando li leggo spiegati dai professori di filosofia non capisco nulla se non i disturbi comunicativi di taluni pessimi ermeneuti attuali?.
    Per esempio Essere e tempo non è poi sta cosa cosi’ impossibile.
    Dice bene G.D. quando sostiene che la filosofia va letta cneh e sopratutto dai non filosofi.
    Ecco ci tengo molto alla multidisciplinarietà e polifunzionalità della filosofia.

  33. mag il 5 gennaio 2006 alle 11:34

    Pero’ nel mio cazzeggio mi faccio assistere dai docenti eh, mica vago per conto mio, e ognitanto do’ pure degli esami.
    Quello di filosofia contemporanea è talmente vasto e denso di rimandi che anche io continuo a rimandarlo, intanto mi esercito con voi, che come laboratorio di “rete” mi sembrate molto ricettivi.
    grazie di esistere e scusate i refusi che oggi sono andata a vedere le multe che ho preso che fine hanno fatto…..dal giudice ovviamente:-)

  34. andrea barbieri il 5 gennaio 2006 alle 11:37

    Essere e tempo è leggibile, ma l’astrattezza dopo un po’ ti uccide.
    Spinoza mi pare molto più concreto, meno sbobinato del filosofo della selva nera. Infatti nella sua vita a costo di prendersi pedate, isulti e coltellate, si è sempre tenuto lontano dalle gabbie e dai furbastri del suo tempo. Addirittura cercava di dare a tutti, anche ai tamarri più truzzeggianti, la possibilità di rendersi liberi dalle mistificazioni.

  35. mag il 5 gennaio 2006 alle 12:00

    Si ma la pagata cara, e io romanticamente attratta dagli eroi del pensiero lo seguo.Come seguo un altro pazzo scatenato che vi consiglio:
    John Knox, fondatore del prebiterianesimo e accanito avversario della chiesa cattolica in Inghileterra e del potere temporale a lei conferito attraverso la corona regale.
    leggere assolutamente il libello:”l’ultimo squillo di tromba contro il governo delle donne” che non è un phamplet antifemminista ma antipapale.

    dici che Spinoza è facile perchè hai letto l’Etica, che è facile, ma il trattato teologico e politco, che il suo testo emblematico, non è proprio di facilissima lettura, perchè presuppone conoscenza teologica e sociologica dell’epoca e poi è lunghissimo e teoreticissimo.

    ciao Andrew.

  36. georgia il 5 gennaio 2006 alle 13:20

    beh, mag sei l’unica persona al mondo che dice che capisce *perfettamente* spinoza e heidegger … meriteresti davvero una cattadra di filosofia ad honorem ;-)
    Va beh, dai smetto subito di fare facile ironia perchè capisco benissimo che l’importante è esserCI;-).
    geo

  37. Cristoforo Prodan il 5 gennaio 2006 alle 13:33

    A proposito della complicazione del testo come garanzia di verità, c’è da dire che i filosofi in questo senso sono maestri nel complicare le cose. Non adottando un linguaggio formale trasparente, che chiarisce le premesse in maniera logica e consistente, spesso utilizzano il linguaggio naturale in maniera molto oscura. Quando qualche volta mi capita di leggere certi passaggi io proprio non li capisco ma – come diceva Leibniz a proposito di Aristotele se non sbaglio – può darsi che sono io che non ci arrivo…
    Un filosofo “sessantottino”, Gille Deleuze, arrivava persino a scrivere nel suo famoso “Difference et répétition” frasi del tipo: «Va attribuita la massima importanza al “tratto distintivo” t/z come simbolo della Differenza: differen(t)iare e differen(z)iare. L’insieme del sistema che pone in gioco l’Idea, come incarnazione e attualizzazione, deve esprimersi nella nozione complessa di “(in)-differen-t/z-iazione”». Da qui si capisce non solo che Deleuze non ha mai studiato seriamente la matematica, ma soprattutto che fa un utilizzo distorto di un linguaggio pseudo-matematico per dare “spessore” alle sue intuizioni. Ovviamente quello che esprime non ha nulla a che fare con l’uso che viene fatto del calcolo differenziale in matematica.
    Da questo punto di vista trovo allora molto più intellettualmente interessante concentrare gli sforzi per cercare di capire l’articolo del 1905 di Albert Einstein “Zur Elektrodynamik bewegter Körper” (“Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento”; l’articolo fondante la teoria della Relatività ristretta) che si configura non solo come un articolo fondamentale per la storia della scienza, ma anche come “un documento di ribellione generazionale” (così lo ha caratterizzato il sociologo americano Lewis S. Feuer nel 1982).

  38. eri il 5 gennaio 2006 alle 15:05

    ma secondo voi le periferie di milano come quarto oggiaro o baggio sono veramente cosi’ degradate e pericolose come dicono?io non credo xò voi cosa pensate??che pericoli crediate che ci siano?

  39. mag il 5 gennaio 2006 alle 16:00

    Ah Cristoforo, pensavo mantenessi un atteggiamento di attacco…invece sono sorpresa della tua analisi.
    Se citi Deleuze, qui trovi non solo degli estimatori ma addirittura delle sue incarnazioni, tanto che gli autori di N.I. gli hanno dedicato una piacevolissima serata svolta in chiave poetica.
    In quanto alle tue osservazioni circa la nebulosità o cmq l’atteggiamento di confine verso la matematica, da quello che dice Deleuze si evince una forte influenza gestaltica, ovvero delle teorie di campo olistiche, secondo cui il tutto è piu’ della somma delle parti se immerso appunto in una dimensione sinergica. In questa angolazione epistemologica si incontra perfettamente con Il genio della relatività.
    @Geo, era paradossale rispetto a quello che sento a volte nelle aule universitarie.
    Un po’ come leggere la bibbia in presa diretta, o sentirsela spiegare dai preti, un arbitrio imperdonabile, oltre che un oltraggio alla bellezza del testo.
    i Grandi autori parlano semplicemente, parlano in una dimensione empatica all’essere umano, che puo’ leggerne i livelli secondo le proprie capacità di comprensione;questo rende la filosofia accessibile a tutti.
    -Su Quarto Oggiaro l’esperto è Biondillo.

  40. mag il 5 gennaio 2006 alle 19:55

    cmq la laurea ad honorem in filosofia come Buttiglione non la voglio.
    Pazza si , ma non ancora inebetita.
    e cmq io sono piu’arzilla:-)

  41. Cristoforo Prodan il 6 gennaio 2006 alle 02:18

    Il famoso “disagio delle periferie”… Beh, direi che il bellissimo film di Kassovitz “La Haine” (1995) ci ha spiegato cosa può significare vivere in un ghetto. Specialmente se sei un migrante o un profugo.

    Jusqu’ici tout va bien. Jusqu’ici tout va bien…

    Il film (molto attuale anche per i recenti fatti di Parigi) si concludeva con una scena molto forte di violenza della polizia nei confronti di un nero immigrato. E uno dei protagonisti alla fine, di fronte a questo orrore, commenta nella sua testa (in realtà è una voce fuori campo che lo fa): “è la storia di una società che precipita. Fin qui tutto bene (Jusqu’ici tout va bien). Il problema non è la caduta… il problema è l’atterraggio.”.

    La vita nel nostro paese va sempre peggio. E le “periferie” sono le prime a soffrire di questa situazione che precipita. Riusciremo in qualche maniera ad “atterrare”?

  42. emma il 6 gennaio 2006 alle 09:32

    Mi associo (benché in ritardo) ai ringraziamenti a Marco Giovenale.
    Anche per le informazioni su dove reperire i libri di Villa.

  43. rotowash il 6 gennaio 2006 alle 12:18

    @ NI

    cari indiani da lunedì rotowash va in pensione, perché secondo me è un progetto fallito. Nasce un nuovo soggetto: italia roto party. purtroppo vi arriveranno i miei commenti da un ip che voi censurate sempre. vi prego, non mi censurate più, e io vi prometto che farò sempre dei commenti educati e mai volgari e soprattutto che non insulterò mai nessuno, nemmeno inglese e raos. grazie, italia roto party (ex-rotowash)

  44. p. il 6 gennaio 2006 alle 13:02

    Mal, maledizione, dove sei finito? Fai qualcosa, fermalo, cerca di dissuaderlo, io mi sento già orfano. Roto, ti prego, non farlo, scendi dal cornicione, intus rede, fumati qualcosa (tieni, un po’ di roba: ,;:?!””*-.^,,) ma non farlo: la nostra vita dopo la tua dipartita non avrebbe più senso e non basterebbe il tuo clone dalle sembianze di schifani a colmare il vuoto. Ripensaci: ci/ti fai solo del male.

  45. Mal il 6 gennaio 2006 alle 18:21

    @p. : In soggetti come lui (il roto in dipartita, intendo) l’autolesionismo e la volubilità sono inevitabili. Fa uso scriteriato di storie troppo pesanti!! Guarda come cambia lo stile! Ora ha scoperto la punteggiatura (sebbene si capisce che è un fenomeno recente). Certo, se la sua scomparsa verrà confermata dai fatti, mi mancherà questo fenomeno con il cervello occupato da vapori elettrodomestici. Il clone però potrebbe rivelarsi anche meglio, non essere così pessimista.

    Mi sconvolge lo sprazzo di lucidità che filtra dalla frase “rotowash va in pensione, perché secondo me è un progetto fallito.” Un fenomeno che nell’elemento in questione risultava ancora latente agli osservatori.

  46. p. il 6 gennaio 2006 alle 18:54

    Sì, Mal, la tua analisi (insieme alla tua/nostra speranza) è largamente condivisibile. La mia paura, però, sta tutta concentrata su quel “party” della sua nuova identità. In che senso va inteso? Se è un party come festa, la cosa mi sgomenta, vista la quantità di porcherie psicotrope che in quei raduni circolano: se il nostro non regge una canna a base di virgole e punti, cosa gli succederà quando gli proporranno, magari, di “usare” il congiuntivo? Se per party s’intende un partito, la cosa più che sgomentarmi mi procura un senso di vuoto e di orrore. Ma ci pensi: costui, nel suo delirante vagabondaggio da un’identità all’altra, sarebbe anche capace di staccarsi dal casinodellelibertà e di proporsi in tutto il suo splendore ai mastellati e ai rutellati che non aspettano altro che profughi. Che fare, in quel caso? Io corro a rileggere Vladimir, magari ne ricavo qualche indicazione per porre argine al proliferare di queste entità mutanti. Tu tieniti pronto: se la seconda ipotesi sul party è vera, ci sarà da combattere di brutto.
    Comunque io lo preferisco come rotowash, senza ex: non so perché, ma mi fa meno paura.

  47. Mal il 6 gennaio 2006 alle 19:46

    P., non preoccuparty, a me questo roto non fa paura, mi sembra innocuo.

  48. rotowash il 7 gennaio 2006 alle 02:46

    ragazzi io vi giuro che sono una bravissima persona e non vi deluderò. Spero anche che con questo nuovo nome non verrò tanto insultato magari riuscendo a dire delle cose intelligenti o che quasi nessuno aveva pensato. italia roto party/rotowash

  49. georgia il 7 gennaio 2006 alle 16:02

    Vorrei ricordare le due manifestazioni del 14 gennaio e chiedere alle donne (ma anche agli uomini di buona volontà) di dare visibilità alla cosa.
    Sul mio blog potete trovare alcune notizie e link
    geo

  50. gabriella fuschini il 7 gennaio 2006 alle 16:26

    Io ci sarò.

  51. mag il 7 gennaio 2006 alle 18:03

    io avrei in corso un convegno, ma ci tengo ad essere aggiornata.
    grazie

    Magda

  52. p. il 8 gennaio 2006 alle 21:39

    Indiani, ci siete? Prendete nota di questa segnalazione e predisponetevi alla bisogna: stavolta è veramente necessario, doveroso soprattutto.

    Tra poco più di un mese, ricorre il decimo anniversario della (tragica) morte del più grande poeta italiano del Novecento (insieme ad Emilio Villa, per il quale qualche spirito sensibile, intelligente e colto già si è mosso): Amelia Rosselli. Pubblicare qualcosa di suo, e invitare a una discussione seria e costruttiva, sarebbe anche un modo per cancellare l’obbrobrio perpretato ultimamente da una certa rivista che non ha ritenuto opportuno dedicarle non dico una pagina, ma nemmeno un rigo, nella sua foga masturbatorio-celebrativa. Questo la dice lunga sul criticume imperante nel novanta per cento delle riviste letterarie e tra i compilatori di certe antologiuzze natalizie stile sanremofumosi. Vedete di non accodarvi al gran carro del nulla di cui sopra, visto che, quando vi va, sapete proporre testi e problematiche di grande interesse e rilevanza. In ogni caso, non si tratterebbe di una celebrazione, solo di un bel colpo in piena faccia a un mondo culturale che fa della piccineria e dei traffici di bassa lega la sua ragion d’essere. Grazie, cari, ci conto davvero. E credo non solo io.

  53. p. il 8 gennaio 2006 alle 21:45

    Va da sé che “perpretato” sta per “perpetrato”. Vedete ora di non “perpretare” anche voi.

  54. gabriella fuschini il 9 gennaio 2006 alle 00:17

    Grande P., che proponi cosa degna e doverosa…speriamo davvero che venga presa nota della segnalazione.

  55. Cristoforo Prodan il 9 gennaio 2006 alle 00:23

    Hey “p.”, io non sono del settore. Tuttavia mi farebbe piacere sapere, da persona dotata di media intelligenza, qual’è la rivista a cui ti riferisci. Non sarebbe più onesto – intellettualmente onesto intendo, ché di onesto in senso stretto in questo Paese c’è rimasto ben poco – fare nomi e cognomi? Altrimenti rimaniamo nel solito donchisciottismo di certi situazionisti nostrani…

  56. p. il 9 gennaio 2006 alle 01:29

    Mi spiace, Cristoforo, ho postato verso le 01.15 una risposta lunga ed articolata alla tua gentile richiesta, ma dopo il submit comment è letteralmente saltato tutto. Ho scritto un altro post, in cui chiedevo se era possibile recuperare il primo, ed è saltato anche quello. Se hai la pazienza, visto che sono molto stanco, domani cercherò di soddisfare la tua richiesta, proprio perché il donchisciottismo situazionista non è proprio la mia religione. Comunque la rivista a cui alludevo è “Poesia”. A domani, se avrai voglia di leggere, sperando che qualcuno recuperi qualcosa dalla rete.
    Buonanotte.

  57. p. il 9 gennaio 2006 alle 01:32

    Adesso ‘sto maledetto sembra che funzioni, prima indicava errori nel database di collegamento. Boh.

  58. gdc il 9 gennaio 2006 alle 03:27

    Patrizia Vicinelli (1943 -1991)

  59. p. il 9 gennaio 2006 alle 08:44

    @ gdc
    Concordo pienamente. Grandissima.

  60. Mal il 9 gennaio 2006 alle 12:08

    @ c.p.
    Sono il critico ufficiale di p. dunque ti rispondo io. E’ uscito un numero speciale, nel dic.2005 di “poesia” crocetti editore con, se non mi ricordo male, 400 (!) poeti del 900. Tra i poeti italiani sono presenti daria menicanti, fernanda romagnoli, margherita guidacci, angelo maria ripellino ma non amelia rosselli (nè, ovviamente, la vicinelli). Comunque c’è poco da commemorare, c’è da leggerle, in silenzio o ad alta voce. Stamattina non ho un cazzo da fare (o, almeno, ne sono convinto). Comincerò con sleep-sonno (ed. san m.dei giustiniani), componimenti in inglese della rosselli tradotti in italiano da antonio porta. Poi passerò a “non sempre ricordano” e infine un po’ di calzavara, giusto perchè da qualche parte lo si è nominato. Possiedo un suo solo libro e volentieri lo riapro: “Come se. Infralogie” (all’insegna del pesce d’oro). Ovviamente, anche se c’è poco da commemorare quel poco bisogna farlo, vi tocca miei cari indiani. O avete esaurito per il pasolini le batterie celebrative?

  61. Andrea Raos il 9 gennaio 2006 alle 12:17

    Le nostre batterie stanno benissimo, grazie!
    Non sapevo dell’anniversario dell’Amelia perché le date non sono il mio forte. Ma decennale o no, qualcosa si farà, è più che doveroso.

  62. francesco forlani il 9 gennaio 2006 alle 13:12

    C’è un’edizione di Impromptu, probabilmente impossibile da ritrovare pubblicata da Mancosu Ediszioni ( di cui faceva parte anche Biagio Cepollaro, Luna persciente, pref. di G. Guglielmi, .), Lello Voce, Musa) che comprendeva libro (molto elegante) e cassetta audio. Mi chiedevo se esistessero in Italia altre opere della Rosselli con letture registrate dall’autrice. Sentirla dire le cose che ha scritto, senza nulla togliere alla parola scritta, è un’esperienza importante per chi non l’avesse mai ascoltata.
    effeffe

  63. p. il 9 gennaio 2006 alle 14:49

    Ringrazio sentitamente Mal per il suo intervento in risposta a C. P. Sono disponibile, qualora lo ritenga oppurtuno, ad articolare anche meglio il discorso appena accennato e a motivare con esempi concreti le mie critiche. Mi è rimasto, oltre alla stanchezza per una dura giornata lavorativa, soprattutto l’amaro in bocca per l’intervento che avevo postato stanotte, non perché contenesse chi sa quali verità, ma, soprattutto, per il fatto che mi era costato un’ora di impegno e di scrittura. Peccato, anche se alla fin fine forse serviva soprattutto a me, per fare un po’ di chiarezza a me stesso su una questione che mi sta particolarmente a cuore.
    Ringrazio anche Raos e Forlani per la loro disponibilità (sulla quale non avevo e non ho mai avuto nessun dubbio): oltretutto li citavo, insieme ad altri validissimi autori che transitano spesso da queste parti – penso a un Giovenale o a un Sannelli, ad esempio, senza nulla togliere ad almeno un’altra decina di poeti di grande spessore – per chiedere molto retoricamente, sempre in riferimento alle scelte (?) della sunnominata rivista, quanto la loro scrittura fosse debitrice nei confronti di Govoni, Corazzini et similia, o quanto piuttosto crescesse e sviluppasse timbri autentici di voce e spessore di stile e contenuti nel confronto critico coi vari Villa, Rosselli, Vicinelli, Calzavara ed altri “minori” di questo calibro. Ma si trattava, come detto, di una domanda retorica: la risposta la conoscono loro, ed è la stessa che conosciamo tutti, o almeno tutti quelli che amano coloro che sono capaci di lasciare tracce profonde, da meditare e attraversare, non quelli (detto comunque con grande rispetto nei loro confronti) che sono figli di una stagione e che, nel migliore dei casi, lasciano sulla sabbia dei labili glifi che il primo vento cancella e affida all’oblio.

  64. Mal il 9 gennaio 2006 alle 14:50

    @effeeffe
    è stata pubblicata per s. marco dei giustiniani nel 2003 una versione di impromptu con cd audio. Credo che la lettura della rosselli contenuta nel cd (davvero straordinaria) sia proprio la stessa che era stata originariamente pubblicata da mancosu.

  65. Mal il 9 gennaio 2006 alle 14:52

    @p: sante parole.

  66. andrea raos il 9 gennaio 2006 alle 15:00

    a “p.”
    mi dispiace per i commenti saltati. Ho guardato in archivio e non c’è nulla. Non ho idea di cosa sia potuto accadere.

    Se avete testi in edizioni rare o introvabili della Rosselli, mandatemeli a ndriacambria@hotmail.com e li pubblico senz’altro. Grazie,

  67. p. il 9 gennaio 2006 alle 15:26

    Andrea, approfitto della tua disponibilità per sapere se è solo un problema mio (del mio pc, intendo) o non riguardi anche altri utenti: sempre più spesso succede, come stanotte del resto, che si azzeri l’intero sito e compaia una scritta che segnala un errore di collegamento a un database. Di cosa si tratta? Tieni conto, qualora la mia segnalazione risultasse fumosa, che non capisco una beata fava di computer e strategie di superamento di eventuali intoppi (forse non capisco niente anche di tante altre cose, ma questo è un altro discorso). Grazie.

  68. Andrea Raos il 9 gennaio 2006 alle 18:45

    P., non credo che sia un problema solo tuo.
    L’ultima volta che è successo, Jan ci aveva spiegato che – lo dico con parole mie – al provider gli era caduto il server sul template del database e questo era il problema. Insomma, più o meno. Per dire che anch’io non so una mazza di computer, ma sono quasi certo che non è la tua macchina ad avere problemi.

  69. gabriella fuschini il 9 gennaio 2006 alle 20:14

    @ mal
    sopporta per favore la domanda cretina, ma se sei di milano hai idea di dove posso cercare per trovare Improptu?

  70. gdc il 9 gennaio 2006 alle 20:19

    San Marco dei Giustiniani ha pubblicato “Improptu” con cd relativo. Segnalo un numero speciale della rivista “Trasparenze” su Amelia (17-19), dello stesso editore…

  71. Mal il 9 gennaio 2006 alle 20:32

    @gabriella: No, non sto a milano. Se vuoi però posso fartelo avere in qualche modo. Il mio pusher tratta questo tipo di robbba

  72. gabriella fuschini il 9 gennaio 2006 alle 20:54

    @ Mal:
    Davvero? non mi prendi in giro?

  73. Mal il 9 gennaio 2006 alle 21:07

    No, non ti prendo in giro.

  74. gdc il 9 gennaio 2006 alle 23:39

    Da 15 anni mi manca Patrizia Vicinelli (9 – 1 – 1991)… e un mese dopo esatto Corrado Costa…

  75. Mal il 9 gennaio 2006 alle 23:54

    Corrado Costa. Grazie gdc per ricordare anche lui, nel cd allegato al libro sul convegno dei 40 anni del gruppo63 (ed.pendragon) c’è una splendida versione della sua poesia “retro”. Eccezionale veramente, chissà se in rete è disponibile l’mp3, non credo… Nello stesso cd anche la vicinelli e spatola in esecuzioni stupende e una lettura bellissima della poesia “il sasso appeso” di balestrini. Purtroppo non mi ricordo, ma forse c’è anche la rosselli. Non ho i miei libri con me, non posso controllare se erro……..

  76. gdc il 10 gennaio 2006 alle 06:41

    Vorrei segnalare la raccolta degli interventi “giornalistici” di Amelia Rosselli, “Una scrittura plurale – saggi e interventi critici”, a cura di Francesca Caputo, Interlinea, Novara, 2004 (pp. 362, euro 20). Il numero speciale di “Galleria”, a. 48, n. 1/2 (gennaio- agosto), Caltanissetta, S. Sciascia, 1997 e gli Atti della giornata di studio Firenze, Gabinetto Vissieux, 29 maggio 1998, raccolti nel “Quaderno del Circolo Rosselli”, n. 17, 1999, ” Amelia Rosselli – Un’apolide alla ricerca del linguaggio universale”. Vi è anche un numero della rivista “Il Caffè illustrato” che non possiedo e non ho mai visto.

  77. matteoantonante il 10 gennaio 2006 alle 09:47

    Ieri sera ho visto il Cavaliere in TV. La solita pagliacciata, la solita aria di menzogna, la solita faccia di bronzo, il solito finto sorriso, il solito vittimismo di questo nostro povero presidente che non hanno lasciato lavorare in pace, e mi riferisco ai cattivi, i mangiabambini comunisti, che non hanno fatto altro che lanciargli accuse e infamie , quando lui povero Silvio, continua a dire che la maggiorparte dei giornalisti italiani sono comunisti, che il nostro intero sistema è in mano ai dittatori rossi !
    allora che fare? che fare quando un demagogo fa della menzogna e dell’arroganza la sua dialettica, che fare quando il più grande barzellettiere d’Italia , ci racconta l’ennesima bufalata dicendoci che la situazione economica italiana è in ascesa, che la maggiorparte dei lavori sono a tempo indeterminato e che il livello di disoccupazione è sceso oltre modo?
    La farsa Berlusconi, il suo intero reggimento di clown compreso il suo presidente OPERAIO! si sono nutriti di una linfa molto speciale, gli ignoranti e i teledipendenti! Finirà questa spaventosa barzelletta?

  78. mag il 10 gennaio 2006 alle 13:44

    Vi mando una cosa che ho scritto il 6 aprile 2005 quando Silvio, se ricordate, comparse dopo anni di silenzio video.

    http://www.bergamoblog.it/modules.php?name=IndyNews&file=article&sid=4480

    SILVIO MON AMOUR
    Diavolo d’un Silvio, hai colpito anche stavolta!
    E cosi fu che gli Italiani, tra uno zapping e l’altro, una grattata a pruriti diffusi e sbadigli annoiati,hanno subito l’ennesimo colpo di coda del nostro amatissimo presidente, che come il jolly di corte, stravolge i palinsesti mediatici e politici e ci regala la sua apparizzione improvvisa.
    Pare anche che sia ormai piu’ miracoloso di San Gennaro, anche se ancora le pie donne non ne raccolgono il sangue.

    Ma se davvero vincerà le prossime elezioni, come dice lui,avere vinto queste, sarà facile vederlo trasudare liquido rosso, per tanto dovremmo preparare le sindoni e le vergini che lo asciughino.
    Cosi dopo 9 anni, ci concede l’omaggio di una diretta, che conferma onde ce ne fosse bisogno, la stretegia “shock” dell’utilizzo televisivo a modi Vanna Machi.
    Sia chiaro: Lui, non ha perso, sono gli altri che l’hanno ostacolato, e sopratutto ha salvato l’Italia dal baratro comunista e ridato slancio all’economia locale.
    Benedetta apparizione dal santissimo Don Bagget Bozzo, somigliante a Tinto Brass nel film “il conclave” , che ovviamente pur di sorreggere il Cavaliere, e pur di somigliare al Santo Padre morente, ci allieta i sonni con le sue dolci movenze linguistiche e gestualità “aggraziate.”
    Nessun confronto reale è mai esistito tra Silvio Berlusconi e Massimo d’Alema, ne’ tantomento con Rutelli, perchè sono finti contraltari da sempre simulanti in modo teatrale un dibattito inesistente tra destra e sinistra, che siccome non esiste, o cmq non è quella di D’alema, da decenni prende per i fondelli gli illusi del riformismo e della svolta a sinistra.
    Nella stessa serata abbiamo quindi due leader,uno finto, Berlusconi, di forma istituzionale, su rai tre, senza rivali, che spara le sue solite stralunate affermazioni da circo equestre, e uno vero sulla A7,Bertinotti, grande analista economico, serio, acuto, anche lui senza rivali cerca di sostenere come puo’ le sue posizioni eccellenti e convinzioni lucide e ampiamente argomentate..
    Lo scontro vero sarebbe stato tra Silvio e Fausto, che ovviamente l’avrebbe massacrato ….ma cio’ non è stato.
    Quindi, lo scontro che dobbiamo cercare di costruire non è tra destra e sinistra, perchè non esistono, ma tra IL Vero E il Falso, che abitano indistintamente i due schieramenti.
    Quindi tra i veri e convinti uomini di coscienza e i veri e convinti uomini di interesse. altri confronti non sono possibili.
    Cerchiamo di capirci, dei conigli estratti dal cappello di Silvio, non sappiamo che farcene, le strategie mediatico-comunicative hanno fatto il loro corso, dal momento che la seduzione del mezzo televisivo appare ormai perdente rispetto alla ben piu’ alta potenza argomentativa e convincente che ormai ha preso tutti gli italiani: la verità storica e la coscienza profonda di non volere piu’ essere burattini in mano a imprenditori plastificati.

    LInguaggi assurdi, pessima figura, Silvio, se mi pagassi fior di soldi saprei io come ridarti smalto, e magari farti vincere le prossime elezioni, previa revisione delle alleanze, del lifting, del modo di porti,ma sopratutto previa iniezione di coscienza nella calotta cranica e sentimenti reali nel muscolo pulsante.

    Ma per farlo anche io dovrei prima subire delle metamorfosi, intanto dire che i comunisti sono tutti degli iettatori, portatori di disgrazie,e poi dimagrire, abbronzarmi e vestirmi d’azzurro.
    (suggerisco in sottofondo la canzone di Umberto balsamo:
    “se sei tu l’angelo azzurro questo azzurro non mi piace…..”)

    Scherzo ovviamente, con Silvio, atteggiandomi a consulente comunicativa, del resto come lui ha fatto con noi per tutti questi anni…

    Ridateci un presidente del consiglio Vero!!!!!!uno degli “Incredibili!”!!!

    magda mantecca

  79. Franco Melloni il 10 gennaio 2006 alle 17:58

    “comparse dopo anni di silenzio video”

    Comparve.

  80. mag il 11 gennaio 2006 alle 06:48

    comparse….come comparsa…è un malapropismo:-)
    cmq grazie, anche perchè di solito di refusi ne faccio tantissimi e molti piu’ di quelli segnalati.

    Magda

  81. Lucio Angelini il 12 gennaio 2006 alle 06:52

    Segnalo un ciclo di dibattiti sui DIECI COMANDAMENTI a Venezia. Il programma nel mio blog.

  82. mag il 12 gennaio 2006 alle 10:23

    ah ma c’è stato poi berlusca con berta….ieri da vespa pero’.
    me li sono persi

  83. mag il 12 gennaio 2006 alle 10:31

    a questo punto vale quello che dice Pelevin. l’altro, non puo’ parlare nel sistema perchè viene inglobato e il suo valore, la sua parola diventa poltiglia da triturare nel malasma colettivo.
    Non parlo piu’ tanto non serve a niente.

  84. andrea barbieri il 12 gennaio 2006 alle 23:57

    CAPRONI!

    “Harold e la matita viola”
    di Crockett Johnson
    € 7,75

    Articolo al momento non presente presso tutti i negozi della città prescelta.
    Il titolo e’ stato posto fuori catalogo dall’editore/produttore.

  85. Lucio Angelini il 13 gennaio 2006 alle 08:46

    Per Andrew Barbers. La premessa a “Libro illustrato senza illustrazioni” nella terza puntata de “Il fantasma di Andersen”: http://www.carmillaonline.com

  86. francesco forlani il 13 gennaio 2006 alle 09:11

    di Andersen ho tradotto dal francese un romanzo italico che mi aveva divertito molto.
    effeffe

  87. Lucio Angelini il 13 gennaio 2006 alle 09:33

    Parli de “L’improvvisatore”? Esiste un’ottima traduzione in Bompiani.

  88. francesco forlani il 13 gennaio 2006 alle 09:46

    exact!
    era per una fotografa stregata dal maestro e soprattutto per il suo amore per la lirica (cantante). Ne tradussi due terzi e controllai la traduzione con una traduttrice danese. Quello che mi colpì di più era il doppio passaggio (danese francese italiano) che in passato capitava spesso per le letterature di lingua minore. Avevo a disposizione una traduzione italiana ma era molto vecchia (credo anni 50 /60) e un pò farraginosa. Comunque il mestiere dell’improvvisatore, sarebbe fantastico ristituirlo. La magia delle parole, il corpus affabulatorio, e soprattutto la sfida col pubblico. Quasi uno slam contemporaneo.
    effeffe
    ps
    per i non addetti l’improvvisatore era uno (scrittore? autore?attore?) che prima dell’opera a teatro intratteneva il pubblico dal palcoscenico raccontando una storia i cui personaggi era lo stesso pubblico a suggerirli.

  89. Lucio Angelini il 13 gennaio 2006 alle 11:02

    Direi che oggi improvvisano un po’ tutti (per esempio i tuttologi in tivù):-)

  90. francesco forlani il 13 gennaio 2006 alle 11:13

    Tuttiggì volevi dire
    effeffe

  91. Rodrigo il 13 gennaio 2006 alle 21:42

    Unu pagu de NazioneIndiana, immoi, on air, aicci e gai:

    RadioTreSuite

    “DeAndreide”

  92. Paolo Baron il 15 gennaio 2006 alle 22:41

    Ciao Andrea,
    sono di passaggio per ringraziarti di aver postato nel blog della Fernandel il mio intervento nel blog della Lipperini
    http://www.fernandel.it/forum/viewtopic.php?t=327

    ho apprezzato il “tam-tam” e continua a seguirci.

    Saluti

    Paolo Baron
    http://www.toilet.it

  93. Writer il 16 gennaio 2006 alle 22:58

    Città del Messico

    Una avenida larga, di sei corsie. Anticamente si chiamava rio, il fiume. Fiumi di veicoli nei due sensi. Taxi, autobus di linea, peseros, automobili americane che passano rapide o a singhiozzo, fino a punteggiare la strada come un caleidoscopio in movimento.
    Il parco secolare davanti. Vista dall’alto, la città è un’estensione amorfa e infinita di case basse, di isolati rettangolari, spazi rappresi e duplicati, tagliati da strisce d’asfalto. Dal basso, si vede un cielo azzurro, solcato da nubi e un ribollire di edifici mal costruiti, traverse chiuse e numeri civici a quattro cifre.
    Sullo stretto marciapiede s’addensa una folla che sembra non aver fretta, compressa tra i venditori ambulanti di chicles, caramelle e cioccolata, i chioschi di tacos, una moltitudine di bancarelle, le edicole, i negozi di articoli informatici, le farmacie, i centri commerciali ampi e lussuosi. Un ospedale ed un cancello da cui entrano ed escono centinaia di persone vestite con jeans o con gonne a scacchi, qualche camice bianco.

    Un odore di cipolla fritta, di carne, di mais che impasta l’aria. Con permiso, con permiso. Cerco di farmi largo nel muro di persone che sembra ostruire il passaggio, pensando che il Distretto Federale, l’antica Tenochtitlàn, la sterminata Città del Messico non è cambiata, è rimasta uguale nel tempo. Forse un po’ più caotica e rumorosa, magari ancora più inquinata, ma identica a se stessa. Con permiso, con permiso. Attraverso correndo l’incrocio tra Universidad e Rio Churubusco, schivo un gruppo di studenti nella loro uniforme – maglia verde e pantaloni neri -, vengo guardato distrattamente da una donna dai tratti indigeni che allatta il suo bambino seduta sul bordo della strada, scendo una scala e m’inoltro nella metropolitana. Sono le due del pomeriggio, non è l’ora di punta, quando agonizzi in vagoni ricolmi e non riesci ad uscire, se non spinto da flussi contrastanti di passeggeri.
    Vado verso il centro, alla ricerca di un ricordo che sbiadisce al ripresentarsi, sostituito da immagini sempre un po’ diverse. Negli scompartimenti, a ogni stazione, entrano dei giovani e, con voce stentorea, provano a vendere coltellini multiuso, giornali, penne biro, manuali di ortografia, ombrelli. Tutto per pochi pesos, poche centinaia di lire. Qualche cieco, appoggiato al suo bastone, canta e mantiene un equilibrio miracoloso tra la folla indifferente. Molti dormono, seduti sui sedili verdi o addossati alle pareti oscillanti. Qualcuno legge fumetti con assorta concentrazione. Eugenia, Etiopia, Centro Medico, Niños Heroes. La metropolitana mi riporta indietro. Ogni fermata un anno. Quando arrivo a Balderas e scendo con energia frettolosa, è come se fossi tornato al 1986. 1986, l’anno della ritorno, del rientro in un paese benestante e ignaro, in una Italia che aveva perso i propri figli per strada e che m’accoglieva con un turbinio ostile di immagini […]

  94. georgia il 17 gennaio 2006 alle 01:47

    Vi segnalo che su arcoiris.tv è possibile vedere il video della manifestazione di Milano.
    Sul mio blog ho messo direttamente i link
    georgia

  95. Lucio Angelini il 17 gennaio 2006 alle 18:43

    Ehi, ma tu sei ***g E o r g i a***! Ti ho riconosciuta dalla E.

  96. s/z il 18 gennaio 2006 alle 15:08

    che fine ha fatto wovoka? e temperanza, che fine ha fatto?
    NI sta perdendo per strada i suoi migliori commentatori?

  97. georgia il 20 gennaio 2006 alle 00:37

    Hanno querelato il blog di annasetari perchè aveva fatto una critica umoristica della trasmissione Confronti condotta da gigi moncalvo (ex direttore della padania), a me sembra una cosa di una gravità inaudita e che ci riguardi tutti e l’intera libertà della rete
    La notizia sul blog di anna
    http://solotesto.splinder.com/
    Il post incriminato è leggibile qui

  98. lucio angelini il 20 gennaio 2006 alle 09:03

    Segnalo l’articolo IL TRIANGOLO ROSA in

    http://www.lucioangelini.splinder.com

  99. francesco forlani il 20 gennaio 2006 alle 09:26

    Blog come Samizdat

    effeffe

  100. andrea barbieri il 20 gennaio 2006 alle 12:09

    Dalla lettura del post non riesco a immaginare il contenuto della querela.
    Comunque sì, è una cosa importante, perché se da un lato è vero che il web viene anche usato per dire cose ignobili, la vicenda può avere una portata intimidatoria verso chi si muove nel diritto di espressione, o chi addirittura fa critica seria e preziosa.
    Credo che occorra pensare tutti assieme sul da fare.

  101. georgia il 20 gennaio 2006 alle 13:22

    beh intanto Nazione indiana (e ogni blog) dovrebbe dare risalto al fatto facendoci sopra un intervento o postando il post di anna , visto che la cosa riguarda tutti e la libertà di ogni blog.
    Anna infatti non è stata provocatoria o leggera, o personalistica, ma ha solo esercitato il suo diritto di critica di una trasmissione televisiva pagata dai noi col canone, e noi è chiaro che abbiamo tutto il diritto di criticare (trasmissione e conduttore) senza che quello si faccia prendere dai permali e quereli.
    geo

  102. s/z il 21 gennaio 2006 alle 12:58

    bella l’idea degli articoli a caso, nella colonna sx della homepage

  103. claudio orlandi il 23 gennaio 2006 alle 13:00

    La Casa della Poesia Pier Paolo Pasolini in collaborazione con
    «Nuovi Argomenti»
    presenta l’incontro:

    Io so. Ma non ho le prove.

    A trent’anni dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini «Nuovi Argomenti» dedica al suo redattore non requiem e commemorazioni, ma qualcosa di diverso. Un atto d’accusa.Una sezione di giovani autori chiamata IO SO.

    Un pugno di scrittori emergenti ha analizzato – anche sulla base della propria esperienza – la frase “so ma non ho le prove”, affrontando sette diversi problemi con piglio “corsaro”:
    la deriva avventuristica della nuova economia italiana, il multiculturalismo in tempi di terrorismo, la criminalità organizzata e l’uso dei minori, l’antisemitismo di sinistra, la pedofilia nella Chiesa cattolica, lo stragismo vent’anni dopo, la percezione della guerra nei Balcani.

    Gli scrittori hanno sempre più indizi. E forse anche le prove.

    Ne discutiamo insieme Sabato 28 Gennaio alle ore 17.00 a Casa Pasolini in Via Giovanni Tagliere 3, Rebibbia (luogo in cui il poeta visse tra il 1951 e il 1953) con :

    Mario Desiati: scrittore, redattore di «Nuovi Argomenti» e curatore della sezione IO SO.

    Roberto Saviano: giornalista freelance, promotore di inchieste sulla camorra e l’illegalità, curatore della sezione ed autore dell’articolo di apertura Io so e ho le prove

    Helena Janeczek: scrittrice e poeta, autrice dell’articolo Umma di Gallarate

    Alessandro Leogrande: giornalista e scrittore, redattore del mensile «Lo Straniero», autore dell’articolo Ragazzi di mafia

    Marco Di Porto: giornalista pubblicista, autore dell’articolo Cromosomi di sinistra

    Marco Lodoli: scrittore, presidente dell’Associazione Casa Pasolini

    Per raggiungere Casa Pasolini – Via Giovanni Tagliere 3 (Roma)
    Metro B fino a Rebibbia (capolinea)
    Autobus 311(Via di Casal de’Pazzi), scendere davanti al carcere in Via Bartolo Longo. Prendere la salita dopo la rotatoria.

    info: claudio 3402207778

  104. Lucio Angelini il 26 gennaio 2006 alle 08:35

    Avverto Sergio Garufi di avergli ciulato un vecchio post fin-de-siècle per il mio blog:-/

  105. Cristoforo Prodan il 27 gennaio 2006 alle 02:56

    Alle otto di sera del 27 gennaio 1756 nasceva a Salisburgo Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart, meglio conosciuto come Wolfgang Amadé (o Amadeus) Mozart.

    Bambino prodigio, Wolfgang fu inizialmente sfruttato a fini economici dal padre Leopold, che lo fece esibire in tutte le corti e i salotti europei quasi come un fenomeno da baraccone. Il giovane Mozart si emancipò a fatica da questo ruolo, divenendo il primo musicista compositore moderno che poteva contare solo sulle sue capacità nel proporsi al mercato musicale. Non ottenne mai il tanto ambito posto fisso come musicista di corte, nonostante il padre avesse fatto di tutto perché cio avvenisse.
    Il genio e l’unicità di Mozart derivano proprio dalla duplice necessità della sua biografia che lo costrinse ad essere contemporaneamente un intellettuale innovatore della musica europea e un abile seduttore del suo pubblico.
    Fu massone, illuminista e rivoluzionario. Personaggio di straordinaria umanità e voglia di vivere, non ebbe mai grande simpatia per i poteri costituiti.
    Sposò Constanze Weber dalla quale ebbe due figli. Visse soltanto 35 anni, lasciandoci i più grandi capolavori di tutta la storia della musica.

  106. kristian il 27 gennaio 2006 alle 09:04

    segnalo il pezzo sulla Shoah (molto utile come base di partenza per percorsi che si prolunghino lungo tutta questa giornata ammutolita sotto la neve) uscito oggi a cura del collettivo http://www.unitadicrisi.org

  107. mag il 30 gennaio 2006 alle 18:16

    Ho letto il post di Anna…..
    se dovessero querelare tutti quelli che scrivono contro gli idioti, il pianeta si spopolerebbe…..adesso capisco perchè tante restrizioni ai dissidenti e provvedimenti disciplinari…
    Ciao Auguri , cmq la prossima volta Anna, colpisci piu’ duro, tanto ti querelano anche per le stronzate, tanto vale guadagnarsele davvero.

    Magda



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