Una lingua che “dice”

22 febbraio 2006
Pubblicato da

di Gianni Biondillo

Omero.jpg

È da sempre una (doverosa) ossessione filosofica dover cercare l’essenza di ogni cosa del creato. Ma è innegabile che l’ontologia sia una disciplina che molto ha caratterizzato il Novecento. Roman Ingarden, ad esempio, ne L’opera musicale e il problema della sua identità si chiedeva: dove sta l’opera musicale? L’esecuzione influisce sull’autonomia dell’opera? La musica, asseriva il fenomenologo polacco, ammette l’unicità dell’opera anche nella molteplicità delle esecuzioni perché la sua essenza stava, in soldoni, nello spartito musicale. Cosa dire allora di tutta la musica improvvisata (jazz, rock, ma anche classica), mai scritta su carta, e, per definizione, irripetibile, o sulla musica concreta impossibile da annotare sul pentagramma?
Nell’architettura, ad esempio, la cultura idealista in Italia ha forzatamente cercato l’essenza dell’architettura nel progetto, identificando quest’ultimo nei disegni dell’autore. Eppure buona parte dell’architettura del mondo non è stata “disegnata”, semmai eseguita per tipologie consolidate, e per improvvisazioni e invenzioni in corpore vili, nei secoli addietro si utilizzava più spesso (per gli edifici di un certo valore, ben inteso) il modello ligneo, oggi l’etereo e inconsistente mondo della virtualità, e comunque, ve lo dico da professionista del settore, non ho mai visto un edificio eseguito in cantiere così come è stato pensato e disegnato in uno studio di architettura. Tra l’altro questa ossessione di autenticità data solo al disegno autografo ha permesso, in suo nome, scempi sul corpo di fabbrica, autentiche mutilazioni chiamate “restauri”. Ma questa è un’altra storia.
L’essenza, si diceva.
Confesso che per lungo tempo sono stato un fanatico “difensore della lingua”. La questione della lingua “è” la questione della letteratura, in Italia. Lo so bene, sono un gramsciano di ferro io! Banalizzando: quello che conta non è cosa dici ma come lo dici. Il tuo vocabolario, la tua sintassi è espressione dell’asservimento o della presa di distanza dal potere coercitivo della tua lingua madre. Ho sempre preferito la lingua spiraliforme ed eversiva di Gadda a quella retta e razionale di Sciascia. Anch’io, come Pasolini, come tanti altri, cercavo, innanzitutto, la qualità della pagina più che l’evento narrato.
E però tutto ciò, da un po’ di tempo, non mi basta più.
Le parole, per altro illuminanti, di Giacomo Sartori, lette su Vibrisse il 28 gennaio, non mi bastano più. Sartori dice: “Io credo che uno scrittore è uno scrittore degno di interesse quando modifica e reinventa la lingua nella quale si esprime.” Questo cercare l’essenza della letteratura tutto nella lingua mi pare oggi, comunque, riduttivo. O stranamente, indefinitamente, inclusivo e perciò vago (“La lingua intesa come sintassi, come costruzione grammaticale e/o come lessico, ma anche la lingua intesa come visione del mondo/filosofia/esperienza/sensibilità veicolata dai sintagmi linguistici propriamente detti.”)
Da un po’ di tempo a questa parte medito: buona parte dei libri che ho letto nella mia vita li ho letti in traduzione. Mi è spesso capitato di leggere lo stesso libro in traduzioni differenti. L’esperienza fatta da adolescente degli endecasillabi sciolti del Monti (“Questi è Vincenzo Monti Cavaliero/ Gran traduttor dei traduttor d’Omero”, diceva quella serpe di Foscolo) è stata ben differente dalla traduzione dell’Iliade, fatta anni appresso, della Rosa Calzecchi Onesti. Ho letto due Iliadi differenti? Due tradimenti?
Eppure…
Eppure l’altra sera mia figlia mi chiedeva una favola prima di andare a dormire. La voglia di alzarmi a prendere un libro mancava e le ho improvvisato la storia di una donna bellissima che ha il nome di sua madre, Elena, e della guerra che è scaturita dal ratto fatto da Paride. È una settimana ormai che mia figlia mi chiede di continuare a raccontarle queste storie. Siamo ad Ulisse, in questi giorni, che acceca Polifemo. Non sono un grande attore, e le parole del mio racconto non sono più alate delle parole di Omero (o del Monti? O della Calzecchi Onesti?).
E proprio in questi giorni, mentre racconto a mia figlia l’Odissea, mi chiedo: è dunque vero che la letteratura, la sua essenza, sta tutta, e soltanto, nella sperimentazione, nella reinvenzione sistematica della lingua? Nella ricostruzione di un mondo attraverso una lingua? Cosa so io della lingua di Tolstoj? Cosa mi sono perso, veramente, non parlando correntemente il russo?
Ingarden, dicevamo, dà ad un sistema di scrittura convenzionale, lo spartito, l’onere dell’essenza della musica. Altri danno al progetto architettonico l’essenza dell’architettura stessa. Ma: lo spartito “non si sente”. Il disegno, comunque, per quanto tecnico, burocratico, esecutivo, “si vede”. Questo gli dà un valore formale superiore allo sparito e, potremmo dire, autonomo rispetto l’architettura stessa. Esiste una storia dell’architettura fatta anche di disegni, per capirci; ma non esiste una architettura che non sia costruita.
Con la letteratura accade però qualcosa di ancora differente. La letteratura è qualcosa “che dice”. C’è una imprescindibilità al raccontare. Proprio perché, per sua natura, la lingua esprime e comunica, insieme, indissolubilmente.
Questo incantamento del racconto supera le barriere linguistiche, supera l’omerico originale greco, il classicistico Montiano, il filologico Calzecchionestiano, il raffazzonato biondillesco e arriva, magico, a mia figlia.
D’altronde i francesi o gli inglesi leggono i loro classici spesso ritradotti, solo noi leggiamo Dante ancora così come Dante aveva scritto. Non dico che vorrei perdermi questa straordinaria opportunità (quanto è lenta la nostra lingua a mutare, a pensarci bene) ma non vorrei neppure pensare che l’idea di Dante che ha il resto del mondo sia falsa in quanto non linguisticamente appropriata. È stato un grande sperimentatore, l’Alighieri, ma non è stato solo quello. È stato, anche, un grande costruttore di storie, di metafore, di allegorie.
Certe narrazioni superano di fama persino gli intenti dell’autore stesso: il naso di Pinocchio si allunga solo un paio di volte nel romanzo di Collodi, i mulini a vento di Cervantes sono combattuti in una mezza paginetta appena da Don Chisciotte. Eppure queste immagini sforano il libro ed entrano prepotenti nel nostro immaginario collettivo. Indipendentemente dalla lingua in cui sono sorti, sono stati espressi, sono stati formulati. È qualcosa, quasi, di oltrelinguistico.
Sto, perciò, sconfessando le parole di Sartori? No. Dico che, semmai, cercare l’essenza di una scrittura solo dentro un unico ambito (la capacità d’innovazione linguistica) non basta a spiegare la letteratura. È ancora un modo Novecentesco (il secolo delle avanguardie a tutti i costi) di porsi il problema.
Intendiamoci: non si può narrare senza una lingua, è ovvio. Di più: non si può raccontare senza una tecnica, che, a dirla con Vittorini, non è quella da cui si parte, ma quella a cui si arriva. Il percorso per raggiungerla, lo sbarco nel mondo della tecnica è, in fondo, la creazione della propria voce. Ma per dire (dato che inevitabilmente la letteratura “dice”) cosa?
La ricchezza e la modernità di molti testi sta nell’aver saputo esprimere metafore che si sono poste come universali nella nostra cultura condivisa. Shakespeare ci è lontano storicamente e al contempo vicinissimo nella sua capacità di confonderci, entusiasmarci, commuoverci (non ho paura a dirlo. Non ho paura a mettere i sensi in gioco. L’estetica, in fondo, nasce come disciplina filosofica che tratta il conoscere sensibile).
Shakespeare tocca l’uomo, l’umano, l’umanità. Tutta la letteratura lo fa. È solo quella che “ci tocca” che diventa, per me, letteratura. A prescindere, paradossalmente, dalla sua stessa manipolazione linguistica. Dal suo essere “scritto bene”.
È della “verità” che stiamo parlando. Concetto vaghissimo e pericoloso, me ne rendo conto. Non intendo, per dirimere dubbi, la “verità assoluta”. Non esistono verità assolute, ma solo verità “umane, troppo umane” da costruire nella prassi, quotidianamente, e condividere (il tema della condivisione, alla fine, crea quella relatività delle comunità di senso, e, di conseguenza, il loro eventuale contrapporsi per modelli. Ma qui entriamo nel politico). La capacità di toccarci che ha ancora Omero dimostra come l’uomo occidentale, proprio dal punto di vista antropologico, sia tuttora immerso in una cultura millenaria, forse differente nelle forme esterne ma ancora, nel sepolto, antichissima. Una cultura che continua, spesso con oscillazioni di differente intensità, a porsi sempre le stesse domande, e cerca, da sempre, risposte che ogni volta le arrivano per frammenti, incomplete. (Anche questo essere frammento da dover completare, di volta in volta, da riaggiornare, trovo sia profondamente letterario).
Col cambiare dell’uomo e della sua idea di verità cambierà la percezione dell’opera letteraria. Oggi molti indiscussi capolavori che ci parlano con voce ferma furono, quando videro la luce, considerati opere di terz’ordine, se non, addirittura, restarono dimenticati per secoli. Le loro domande non risuonavano. Al mutare del sistema di valori condivisi muta la stessa percezione del valore letterario dell’opera. Non è impossibile che Omero “torni a morire”, che la sua opera si trasformi in un rudere senza significato alcuno. Per dirla con Proust: “La durata eterna non è promessa alle opere più che agli uomini.” Però sentirmelo ancora addosso, dopo oltre duemila anni, condividere ancora le sue metonimie, affascinarmi ancora al suo racconto, alle gesta, alle metafore, alle allegorie, me lo fa sentire padre, fratello, umano. Vero.

(pubblicato su Stilos del 14.02.2006, con un titolo talmente forviante che neppure ve lo riporto)

43 Responses to Una lingua che “dice”

  1. mag il 22 febbraio 2006 alle 22:16

    posso commentare?

  2. Nicolò La Rocca il 22 febbraio 2006 alle 23:16

    Gianni, sono più o meno d’accordo su tutto e nello stesso tempo non lo sono, semplicemente perché non ho una mia teoria della letteratura, neanche nel senso intransitivo da te esposto. Ho notato che negli ultimi tempi gli scrittori amano tornare sul senso del loro scrivere e con ancora maggiore passione (e temerarietà…) sulla “teoria della letteratura”. Boh, che dire… da un lato tutto ciò è uno strascico della concezione novecentesca dell’autore (quando per la prima volta oltre a produrre metafore riflette – talvolta con un certo onanismo esibito – su se stesso), dall’altro mi fa pensare che probabilmente bisognerebbe tornare alla corrente, lasciarsi cullare e cercare di guidarla mentre si è travolti. Il senso del nostro scrivere lo si avrà tra decenni, quando qualche academico sistemerà i pensieri e le pagine confuse e potenti di questi anni.
    P.S. io invece amavo la lingua retta e razionale di Sciascia ma quando scrivevo la mia lingua era molto più simile a quella spiraliforme ed (esteriormente) eversiva di Gadda. Per fortuna oggi credo che (almeno nelle mie intenzioni) la mia lingua sia più vicina a Sciascia. La pagina pulita di Sciascia è uno dei prodotti sperimentali più potenti che abbiamo avuto nel secolo scorso. Gadda a volte mi sembra – sono consapevole dell’esagerazione – come la maglietta di Calderoli, al suo cospetto – senza uscire dalla metafora – Sciascia diventa un pensatore che vive la fede sulla pelle, nel quotidiano.

  3. Nicolò La Rocca il 22 febbraio 2006 alle 23:21

    Accademica con due c. Ho una figlia di due anni che ha rotto lo schermo del mio portatile, la fessura del floppy e un sacco di altre parti del PC. Questa c in meno è il prodotto delle sue devastazioni…

  4. Roquentin.net il 23 febbraio 2006 alle 08:12

    Gianni Biondillo: a proposito di “una lingua che dice”…

    (un breve commento a questo pezzo di Gianni Biondillo; consiglio anche di leggere questo pezzo di Giacomo Sartori) Caro Gianni, come fai notare, è vero che essenza, idealismo e verità sono concetti vaghi e pericolosi (parafrasando), soprattutto al cr…

  5. db il 23 febbraio 2006 alle 08:18

    Ha ragione Biondillo che certi periodi di fioritura artistica non sono affatto in rapporto con lo sviluppo generale della società, con la sua condizione materiale. E’ vero cioè che l’arte greca presuppone la mitologia greca, i.e. la natura e le stesse forme sociali inconsapevolmente rielaborate dalla fantasia popolare. Questo e non altro è il suo materiale specifico: eppure quell’arte e quell’epos ci danno godimento estetico, e per più di un aspetto valgano ancora come modello inarrivabile.
    Ora, dei suoi racconti epici serali, Biondillo ci ha mostrato gli effetti sulla figlia. E lui? Un uomo non può tornare bambino, senza diventare infantile. Ma non lo rallegra forse la spontaneità del bambino e non deve tendere forse, sia pure a un livello superiore, a riprodurne la verità? Non è forse ormai accertato che nella natura del bambino sopravvive il carattere proprio di ogni epoca nella sua verità naturale? Perché l’infanzia storica dell’umanità, laddove si è svolta nel modo più bello, non dovrebbe esercitare un fascino eterno, proprio come epoca destinata a non ritornare più? Il fascino dell’arte greca non è in contraddizione con la situazione arretrata della società da cui nacque, ma si alimenta dal fatto che quella situazione non può tornare.
    Spero di non essere finito O.T., e se la discussione prenderà una piega seria, conto di aggiungere qualcosa.

  6. Ivan il 23 febbraio 2006 alle 12:33

    Un rilievo di passaggio, db: “Ma non lo rallegra forse la spontaneità del bambino e non deve tendere forse, sia pure a un livello superiore, a riprodurne la verità?”

    La spontaneità penso che rallegri quasi sempre, però non sono d’accordo sul resto. I vecchi studi di Jean Piaget sullo sviluppo morale e intellettuale del fanciullo (vecchi ma non “superati”) parlano di un articolazione complicata del rapporto tra il fanciullo, la verità, il mondo esterno e i genitori. L’autorità genitoriale è verità, quale che sia il senso del termine verità; l’epica, traslata o meno, il mito di Ulisse o un altro mito, nel racconto di un genitore al fanciullo, risentono anche del peso di questo rapporto: il mito acquista più forza, ma il mito sottende un “tipo di verità” che sfugge al potere dichiarativo comunemente inteso, e in questo caso sfugge anche al fanciullo; molto prima dell’età adulta, l’Ulisse ha la forza del padre, più che della grecità. Breviter: non sono sicuro che la verità del bambino debba essere un’aspirazione per l’adulto, tutt’altro.

    Il punto centrale del pezzo, secondo la mia modesta opinione, è questo:

    “Con la letteratura accade però qualcosa di ancora differente. La letteratura è qualcosa “che dice”. C’è una imprescindibilità al raccontare. Proprio perché, per sua natura, la lingua esprime e comunica, insieme, indissolubilmente.”

    Dove Gianni, che prima confessa un certo tipo di fascinazione estetica per la parola (la frase, il discorso, etc.), poi spiega che la fascinazione non gli basta affatto.

    “La ricchezza e la modernità di molti testi sta nell’aver saputo esprimere metafore che si sono poste come universali nella nostra cultura condivisa.”

    Perché una metafora si può porre come universale, se non perché parla della condizione umana? Posto che a premessa di tutto il discorso c’è un rifiuto di ragionare per essenze, non vi è altro genere di pretesa universale, ritengo, che questo. Universale, cioè che riguarda tutti gli uomini, uno ad uno, in tempi e modi diversi.
    Ovviamente, anche la “condizione umana” è soggetta a fluttuazioni, per dirla con un umorismo.

    E’ molto bella questa frase: “Le loro domande non risuonavano.”

  7. ale il 23 febbraio 2006 alle 12:56

    D’accordo assolutamente con Gianni.
    Soltanto, “il modo novecentesco”, vivo oggi, mi pare non sia più un “modo di porsi il problema”, ma semplicemente una rotta tracciata, o un intento “formalistico” (o magari, meglio, un’idea del tracciare rotte con la scrittura, o una serie di esercizi di giustificazione teorica di varie ricerche di forme), che peraltro condivido e anzi vivo.
    Cioè, direi soltanto, vale tutto a seconda se parliamo dell’essere delle letterature, o del dover essere.

  8. Ivan il 23 febbraio 2006 alle 14:01

    @ Ale

    “Cioè, direi soltanto, vale tutto a seconda se parliamo dell’essere delle letterature, o del dover essere.”

    Non sono sicuro di aver capito. Piccola ambiguità: stai citando Hume oppure intendi riferirti, con il passaggio dall’essere al “dover essere”, alla necessità di non lambiccarsi con le essenze ma di concentrarsi sul senso politico della scrittura?

    (o nessuna delle due?)

  9. ale il 23 febbraio 2006 alle 14:28

    No no, alludo, sempre, a un “dover essere” letterario, non politico.
    Hai ragione Ivan, ho riletto ed è vero che mi son espresso in modo ambiguo, ma è solo che tenevo più a quel che dicevo sopra; poi alla fine ho fatto forse solo un’inutile pallottola areodinamica.
    Intendevo dire che secondo me “il modo novecentesco di porsi il problema” non è ormai più da tempo una chiave di lettura a posteriori e (dunque, in quanto chiave di lettura comunque arbitraria) un movente critico; ma invece oso dire, a 180 gradi da lì, un impegno proprio programmatico. Non si tratta insomma più (per chi è di quell’indirizzo di pensiero e ne garantisce la sopravvivenza, spostandolo diciamo di habitat) di “cercare l’essenza di una scrittura solo dentro un unico ambito (la capacità d’innovazione linguistica)”, ma piuttosto di “imporre” l’essenza eccetera.
    Basti vedere anche (ma solo per dirne una) quanti critici negli ultimi tre o quattro decenni sono intervenuti con prove creative informate a una tale visione della funzione della letteratura, si sono cioè (apparentemente) spostati di ruolo.

  10. ale il 23 febbraio 2006 alle 14:29

    “aero”!

  11. b.georg il 23 febbraio 2006 alle 16:31

    certo, sì, non si può separare dimensione stilistica e dimensione narratologica (genette, credo, boh?). Anche se questo fatto non fornisce affatto criteri normativi né in un senso né in un altro: “gradi zero” dello stile o della narrazione possono essere scelti e utilizzati promiscuamente senza causare alcuna decadenza in termini di valore (ancora genette, o eco: la critica deve mostrare le varianze, non solo le invarianze, che non deve confondere con norme).
    Piuttosto, connettere a questi lati la questione dell’ideologia (lo dico a modo mio: ciò che il diagramma della singolare piegatura della lingua-mondo denuncia contro lo stesso autore e contro la sua “posizione nel mondo”, autore che diventa così primo lettore e non già prometeico produttore – su questo consiglio il bachtin di Linguaggio e scrittura) è un settore imo ancora aperto.

    Riesumare “l’umano” o “l’universale delle metafore di ogni tempo”, con o sensa tocchi, mi pare invece una via nuovamente idealistica, come si mostra ad esempio in:
    “La ricchezza e la modernità di molti testi sta nell’aver saputo esprimere metafore che si sono poste come universali nella nostra cultura condivisa.”

    a parte il fatto che la modernità non è un criterio universale (per principio), il discorso è circolare e tautologico, presuppone i suoi risultati. Altre metafore avrebbero del resto prodotto altre culture condivise. Ergo l’universalità è imo il lato vuoto del problema, quello meno interessante (a meno di non fare un discorso diverso, largamente incomprensibile, che considera i contesti di senso e l’intreccio natura/senso e la costituzione pragmatica dei significati e della lingua come piegatura – e della scrittura come piegatura al cubo – ma ci porterebbe lontani e comunque non verso “l’umano”).
    Oltretutto, la letteratura può morire domattina, e non cambierebbe proprio niente. (scusa la sbrodolata, ultimamente imbratto poco così mi sfogo)

  12. db il 23 febbraio 2006 alle 17:37

    Il pregio del post è il suo parlare franco, senza tecnicismi. Il difetto è di partire polemico, contro Sartori. Sartori dice: m’interessa la qualità linguistica e non l’anima profonda. Biondillo replica: no, casomai il contrario. Una volta un cattolico e un protestante dibatterono così a lungo e così acutamente, che alla fine il cattolico si dichiarò protestante, e viceversa. Evidentemente non si erano posti un problema: cos’è la religione?
    L’impostazione stessa cioè è sbagliata, e ricorda le dispute liceali sulla preminenza del contenuto o della forma. Questo per dire non che Biondillo e Sartori sono dei liceali, ma che lo siamo volenti o nolenti tutti: liceali e accademici, platonici e aristotelici. Faccio l’esempio più I.T.: il problema della lingua. Nel Cratilo di Platone si confrontano due posizioni: il linguaggio è un mezzo di comunicazione o un’espressione autonoma del soggetto a contatto col mondo, in primis naturale? Le alternative sono due, e tali sono rimaste per millenni (ché qui l’e-e non vale, o non risolve nulla): Heidegger o Davidson non possono non cadere entro uno dei due corni. Cosa sono costoro allora? dei seguaci? No, sono dei ricamatori nel senso alto, nel senso cioé che articolano sempre di più l’opzione. Attenzione: non nani in groppa a giganti, la statura dell’uomo aumenta o diminuisce assai meno nella storia. Semplicemente, i Greci sono venuti prima, e una costellazione particolare di condizioni ha permesso che il problema venisse formulato, e con notevole chiarezza. Coi moderni e post- vale per i Greci quel che vale coi cristiani per Cristo: non c’è differenza sostanziale tra i contemporanei di Cristo e i discendenti. Solo che qui il nocciolo è la fede, lì la conoscenza (tutta la conoscenza, compresa l’arte).
    Un gran bel ricamo, di cui noi moderni possiamo andare fieri, è l’aver spostato metafora e metonimia dai manuali di retorica a cosa? All’umano. Quando si dice *l’umano* s’intende un campo d’indagine, e nulla più. Lo può affrontare un idealista (tipo Hegel), un materialista (tipo Feuerbach) ecc. Si può anche non affrontarlo, e ci sono posizioni filosofiche che si vantano di ciò. Che dire? Così di sicuro si perde molto già in partenza: immaginiamo se Einstein avesse programmaticamente ridottto il suo campo d’indagine! Quel vanto tra l’altro simula spesso una delusione di base, tipo la volpe e l’uva. Mi ricordo che una volta Fortini disse, più o meno: la bocca che si apre per negare si smentisce da sé, per il fatto che si apre. Ineccepibile.
    Ora, metafora e metonimia non solo stanno alla base della formazione linguistica normalmente intesa, ma governnano anche esperienze limite, di passaggio alla lingua. Un es. , che è al contempo una domanda non retorica: le catene benessere/su/bianco e malessere/giù/nero (dove a occhio metafora e metonimia stanno intrecciate), sono esperienze universali del genere umano o attengono a particolari specie (culture, epoche ecc.)? Riflettiamo prima di rispondere, perché ne va precisamente dell’umano.

  13. temperanza il 23 febbraio 2006 alle 18:54

    Bisogna avere qualcosa da dire, per dirlo, su questo sono d’accordo con GB.

    Ma sento il retrogusto di un equivoco, in questo pezzo, la contrapposizione (uno per tutti) di Gadda e Sciascia. Di parola e azione. Di parola e narrazione. Di parola e idea.

    La convinzione – o l’ipotesi – che la forza di un’idea possa bastare.

    Un’idea in un cervello muto è un paradosso, e se per assurdo un’idea potesse formarsi fuori dalla lingua (un’idea di mondo come ce la consegna la letteratura, o anche la storia, non un’idea musicale o matematica) non passerebbe e sarebbe di per sé inoperante.

    Quando si parla di lingua, così almeno io avevo letto Sartori, si parla del “dire nel modo più efficace ognuno a suo modo”.
    Nel forzare il proprio strumento per dire con l’esattezza del miniaturista quella precisa parola o idea poetica che si è manifestata come grumo originario e sulle prime quasi afasico nel cervello poetante.

    Non mi pare che Sartori parlasse di innovazione nel senso di sperimentazione avanguardistica (tra l’altro, ha innovato, Gadda, o non ha piuttosto sottoposto a tensione?)

  14. gianni biondillo il 23 febbraio 2006 alle 19:31

    Perdonate, sono appena tornato da fuori Milano per lavoro, e già devo ripartire. Quindi non potrò essere esaustivo.
    Innanzitutto grazie Ivan, Temp, etc. della bella qualità dei commenti.
    Poi:
    – il mio è un modo di affrontare il problema da “scrittore” non da filosofo. Come dire, da dentro la bottega, così come fu suggerito dai vari pezzi di Rizzante, Sartori, Inglese.
    – Non sto neppure facendo, Nicolò, una teoria della letteratura, ma un discurso attorno a.
    – B.Geog. Solo una nota (bello il tuo intervento). Il mio universale non è UNIVERSALE, evidentemente. Ma lo è “contestualizzato”. Lo dico in più punti. Non esistono valori assoluti ma solo quelli condivisi “strada facendo” (scusa la banalizzazione, ma vo’ di fretta). Persino le opere, per me, muoiono (lo dico pure nel mio pezzo sul restauro e la conservazione architettonica…)
    – Dario (db): io non sto contrapponendomi a Sartori, sia ben inteso. Mi sto “integrando”. Dico che le sue parole sono illuminanti, ma non mi bastano più. (e comunque ti adoro, lo sai da solo!) ;-)

    ciaociao, mi dileguo, G.B.

  15. Giacomo S. il 23 febbraio 2006 alle 20:31

    io credo fermamente che prima di parlare è doveroso leggere (non mi riferisco a Temperanza, obviously); mi si attribuiscono, tramite il fraintendimento di Biondillo, pensieri che non sono miei, che sono a mille miglia dai dai miei (“Sartori dice: m’interessa la qualità linguistica e non l’anima profonda”);
    gs

  16. snaporaz il 23 febbraio 2006 alle 20:49

    @gianni
    fuorviante fino a che punto, il titolo di Stilos?
    tipo “Quattro bassotti per un danese”?

  17. db il 23 febbraio 2006 alle 21:06

    Giacomo S. scrive qui sopra: *io credo fermamente che prima di parlare è doveroso leggere (non mi riferisco a Temperanza, obviously); mi si attribuiscono, tramite il fraintendimento di Biondillo, pensieri che non sono miei, che sono a mille miglia dai dai miei (”Sartori dice: m’interessa la qualità linguistica e non l’anima profonda”);*

    G. Sartori scriveva su Vibrisse: “In realtà non importano le motivazioni dell’autore, importa fino a un certo punto la sua poetica, importa ancora meno – e in questo dissento profondamente da Mozzi, che riprende Citati – la sua “anima profonda”. Conta solo il risultato, i testi, la loro eventuale novità (linguistica).”

    Sartori, quante miglia lei è lontano da se stesso? Adesso mi replichi pure che ho frainteso… (ma io intanto ho perso 5 mn. della mia vita a rincorrere le sue paturnie) E pensare che io non sono affatto in disaccordo con la sua tesi! Mah, misteri profondi dell’anima…

  18. temperanza il 23 febbraio 2006 alle 22:13

    Uno scrittore ha diritto di essere ambiguo e anche di essere contraddittorio.
    Grazie a Dio uno scrittore non fa concorsi, non ha garanzie, si avvicina, si allontana ed esprime il suo pensiero in modo ondivago e a volte è persino lontano da se stesso, per poter mettere meglio a fuoco quello che fa/pratica/pensa. Le vie dell’arte, anche quando l’artista ( questa sera voglio vigorosamente pensare lo scrittore in questa veste) riflette su di sé godono di questo statuto privilegiato.

    Questo sopra per DB che mi è sembrato un tantino professorale, ma con un sorriso (anch’io ho perso qualche nanosecondo della mia vita a leggerti, e lo ho fatto con certo piacere, tuttavia)

    La cosa vale naturalmente sia per Biondillo che per Sartori.

    Non voglio spingervi a mediare a tutti i costi, ma è un peccato far divampare inutili flames su un argomento che interessa tutti, io non sono andata a rileggermi ( adesso) tutto Sartori su vibrisse, ma ne ho un ricordo complessivo ben preciso che mi ha portato a dire quello che ho detto.

    Tra l’altro, in riferimento a Citati e a Mozzi, il prendere le distanze dall’ “anima profonda” aveva un certo valore relativo che non ha senso fraintendere e prendere alla lettera.

    Dico tutto questo non per difendere Sartori che lo sa fare benissimo da sé, né per polemizzare con Biondillo, che tra l’altro ha detto cose, soprattutto nella prima parte, che mi hanno attizzato subito la curiosità, ma solo perché vorrei che la discussione, che mi interessa molto, procedesse e non si chiudesse così, con un piccolo inutile scazzo.

  19. db il 24 febbraio 2006 alle 00:01

    @ temp.
    tu per me sei solo un nick, ma un nick particolare, in quanto corrisponde (ed è uno tra i pochissimi visti qui) al tenore dei tuoi discorsi. Il tuo sorriso lieve insomma si nota anche tra le righe. Detto questo
    chi è lo scrittore? chi l’artista? chi il professore?
    chi è lo scrittore ecc. in generale, e chi è lo scrittore ecc. qui, in questo particolare contesto?
    E ammesso, e purtroppo non concesso, che lo sapessimo, quali diritti particolari avrebbero o dovremmo concedere loro? La prudenza (un’altra virtù cardinale prossima a te) direbbe: nessuno. E soprattutto qui, dove noi tutti coincidiamo esattamente con quello che scriviamo/depositiamo in un commento. Qui siamo tutti e soltanto voci scritte che s’intrecciano e si confrontano. Se il confronto fosse ad es. sul salto in alto, ci vorrebbe il metro, sulla corsa il cronometro ecc. E qui? Il metro è più complesso, ma possiamo individuare qualcosa.
    1. il dizionario d’italiano. Se io presunto scrittore scrivo qui “rosa” e poi nel dialogo comincio a dire che è verde, commestibile ecc., un interlocutore mi fermerà esclamando: “lattuga”! E se col mio presunto diritto gli dirò che per me è una rosa, prima o poi si finirà a consultare il dizionario, e sarà questo il metro.
    2. Lo stesso varrà per la sintassi (immagina se all’interlocutore rispondessi: “la rosa saremo l’altra domenica evviva!”) e per la logica. E come la padronanza richiesta del lessico sarà un minimo, così varrà anche per la padronanza della logica, il cui minimo è il principio di non contraddizione: una rosa non può nello stesso tempo essere e non essere un vegetale – o lo è o non lo è. Questo insieme di metri-regole è l’unico ad aver diritto qui, e assoluto, su tutti noi, che di fronte a esso siamo tutti uguali, e poveri, e sudditi. Per il resto invece, siamo assolutamente liberi, di proporre un’idea, di cambiarla anche presto ecc.
    Dal tuo commento vedo che la pensi diversamente, ma spero che ti ravvederai presto. Inoltre scrivo queste righe perché ritengo che qualcun altro, magari senza partecipare ma guidato dal lume naturale e dal buon senso, veda la cosa, e veda lo scempio della logica che qui è in atto: che la mia breve sintesi infatti coincida col passo di Sartori da me sopra riportato, è il dato minimo per cui non si può dire che siamo in una gabbia di pazzi.
    E’ quasi un mese che leggo NI: purtroppo vedo una costante, ossia che il dialogo non costruisce, ma tende a implodere. Biondillo mi ha detto dei troll, degli O.T., ma io ho maturato una convinzione diversa, ossia che il nemico vero di un blog congegnato come NI non sia esterno, ma interno. Sarà capitato a tutti, ad es. in metro, di parlare con passione assieme ad altri: be’, lì possono spintonarti, possono sbucare troll ecc., ma quasi non ce se ne accorge. Questa non è la situazione media di NI.
    La questione dei nick non è la fondamentale. Cosa ben più grave è quando un redattore mette un post e non segue il dibattito (come uno che t’invita a cena e poi ti pianta lì), quando un redattore postante come Inglese afferma che i tuoi O.T. sono divertenti, e tu gli chiedi quali sono perché non sai dove sei andato fuori tema, e non ti risponde ecc…
    Avrai capito che non starò molto ancora, e già qui sto uscendo dalla porta – salvo magari poi seguire il consiglio di S. Paolo, che in un mondo di matti bisogna passar per matti, e rientrare dalla finestra come non già una rosa, e neanche una lattuga, ma una primula (nera, perché sono anarchico da non ricordo più quando).
    Concludo in bellezza: con Biondillo ci siamo incontrati, siamo già quasi amici, e se glielo chiedi penso ti dirà che sono assai affabile. Be’, ti rivelo un piccolo tratto psicofisico che non conosce nemmeno Gianni: ho gli occhi che fulminano. Di rado, e solo con una categoria di persone: i balordi intellettuali (mentre quelli di strada sono in genere amici miei)

    Dario

    PS vedi, tu hai letto qualcosa di me perché hai voluto. Anch’io ho letto l’articolo di Sartori perché ho voluto. Quando però Sartori in un commento sentenzia che la gente dovrebbe leggere prima di parlare e che io ho preso il suo bianco per nero, io ho dovuto rileggerlo. Era nero, e quindi lui, che mi ha fatto tornare al suo articolo per niente, mi deve esattamente i miei 5 mn. di vita. E me li dovrà anche fra vent’anni.

  20. ale il 24 febbraio 2006 alle 00:25

    Sono ancora tutto sommato bei tempi quando (o finché) si può dire “Bei tempi quando [(…)!]”
    E dunque non mi lamento, và.

  21. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 02:36

    @DB

    Grazie per la lezione, ma è stata breve e per apprendere ci vuole una certa ridondanza e dunque resto della mia opinione, che riassumo: non vedo contraddizione nel discorso di sartori perché la parola non è immobile e univoca, ma acquista nel contesto riferimenti impliciti e si carica di senso in molti modi – poi naturalmente sono d’accordo con Ivan, c’è modo e modo.

    Tu pratichi un pensiero unico, caro DB (anche tu per me sei solo un nick, un po’ professorale), quello filosofico, che fa coincidere il pensiero con la logica in modo diretto ed evidente, per questo altrove invito voi ragazzi a tenere giù le zampe dalla poesia che nel suo farsi si muove tal biscia.

    Hai ragione la coda dei commenti tende a implodere, ma anche questa implosione lascia frutti, intanto amicali, come hai potuto notare tu con Biondillo, e non è poco, e anche, per chi ragiona sdrucciolevolmente, creativi. Implodendo collega sinapsi che poi operano in modo strano e sotterraneo, bisogna però venire qui senza pregiudizi, di generazione (i miei) e anche d’altro genere, come immagino possan essere i tuoi, e lasciare che operi.

    C’è nel filoso una certa qual nobile rigidità, un certo disprezzo per materiali meno nobili dei suoi, che invece chi lavora in modo più creativo accoglie aspettando di vedere cosa ne esce.
    Forse restando potresti mettere a confronto questo, con il tuo pensare, non solo i discorsi, che a volte, ti do ragione, sono deliranti, e anche scemi.

  22. b.georg il 24 febbraio 2006 alle 02:47

    sul fatto che “l’umano” sia il perno o il precipitato, ribadisco la mia perplessità. Non che non lo si possa anche chiamare così, per carità, è solo che secondo me è infecondo cercare perni. Alla fine questo discorso ricade nella ricerca dei “canoni” letterari, tendenza sempre riemergente (con nomi anche altisonanti oltreoceano) quanto futile.

    Sul fatto che un universale non sia universale ma provvisorio e che ciò lo toglierebbe d’impiccio, è una questione secondaria e non voglio aprire un dibattito: vorrei solo capiste che dal mio punto di vista non si può sostenere una cosa simile. Quando viene prodotto un ossimoro è un momento di grazia perché significa che bisogna cambiare le premesse del proprio pensiero (nell’ultima parentesi incomprensibile accennavo a una direzione, peraltro nota in filosofia tra chi ne sa più di me), e non che bisogna trattare l’ossimoro come fosse logico, facendo finta di niente, come niente fosse. È un punto di ritorno, non di avanzamento.

    Infine vorrei difendere gianni da un equivoco: a mio parere il suo punto non è il rapporto tra contenuto e forma (in effetti questione liceale come dice db) ma tra scrittura e storia. Una delle cose che volevo dire sopra è che tale rapporto è sempre dialettico, non normabile, e in più sottoposto a mode e correnti.

    Ad esempio, nel mio piccolo di lettore e imbrattatore dilettante di bit: a me infastidisce sommamente l’eccesso di storia (come manganelli penso che “la cruna dell’ago è un ottimo thriller ma se togli la trama resta la pagina bianca” o anche: “alle trame preferisco i temi”); penso che scrivere storie ben oliate come si faceva nell’ottocento sia oggi del tutto fuori luogo (pur comprendendo come il ritorno della fiction sia un aspetto postmodern che ha un suo significato profondo, anche se è un significato opposto a quello che i più credono e con cui io comunque polemizzo, e anche sapendo che non necessariamente la letteratura deve evitare di irritare).

    (e in questo senso indicavo come la trilateralità storia-stile-ideologia vada colta assieme rispettando la singolarità della piegatura della lingua mondo, che non può avere regole preventive, il che non significa si muova nel vuoto)

    Ma appunto è una posizione, la mia, irrilevante, perché adeguata al mio gusto e ad alcune cose che ritengo importanti nel mio tempo. Del tutto prospetticamente, quindi in modo idiosincrasico, quindi senza alcun valore normativo.

    attorcigliato come al solito, sorry :)

  23. b.georg il 24 febbraio 2006 alle 02:50

    immagini ci sia qualche problema nei commenti.
    ho scritto il pippone e me l’ha messo prima di altri scritti dopo :)
    spero sia chiaro lo stesso
    ciao

  24. magda mantecca il 24 febbraio 2006 alle 03:04

    Parlare di 900, lingua, linguaggi e sensi, implica riferirsi in maniera quasi obbligata a Heidegger, ma noto che qui nessuno lo ha colto, nemmeno il filosofo.
    Mi riferisco alla rilettura che Egli compie sull’utilizzo della lingua all’interno del comprendere, cooriginaria al il trovarsi (befinden) e il discorso (rede).
    Inoltre centrali sono gli aspetti della dejezione del linguaggio, deietti appunto nella prassi “allamano” dell’indifferenza.
    Cio’ che la lingua puo’ fare emancipandosi dalla deiezione ovvero dalla curiosità in luogo del pensiero, dalla chiacchiera in luogo del discorso, e dall’equivoco in luogo della comprensione, è svilupparsi in genuinità, anzi “genuinità” inautentica o autentica.
    Gli oggetti Puri della lingua, gli oggetti teorici nuovi, inediti, sono cio’ che appare come qualcosa di estraneo a tutto cio’, apparentemente incomprensibili, matrici primarie di nuovi sensi.
    forme di concetto-emozione-parola che sono anche le fonti della produzione poetica, per Heidegger, parola assoluta e universale.

    La cosa genuina(veramente sua) che dice Biondillo, al di la’ delle articolazioni e della bella mostra di buona scrittura, è il dubbio, il dubbio che la relazione tra la parola esterna e il sentimento interno sia piu’ importante della pagina ben scritta, del progetto ben fatto, della musica ben eseguita, anzi no, ben stesa.
    Quindi l’essenza di questo post è il moto interiore prodotto dalla parola improvvisata, anzi di piu’, dalla parola drammatizzata che è vita.
    Topos dove il mithos e il logos si fondono.(Plato docet)

    Magda

  25. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 03:18

    Cos’è successo ai commenti? Io avevo scritto dopo Ivan.

  26. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 03:22

    @Ivan
    Di nuovo, ho scritto dopo i tuoi due commenti ed esco prima, giuro che non c’entro.
    Già c’è un certo brusio, se salta anche l’ordine cronologico sarà impossibile seguire il filo della non-discussione

  27. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 03:26

    E non avevo scritto alle 3 di notte, ma pochi minuti fa, e sono già le 10 e 30 di mattina del 24 febbraio.

  28. b.georg il 24 febbraio 2006 alle 03:57

    quello che accade è che i due commenti di ivan rimangono sempre alla fine. Avrà fatto un contratto con il web master :)
    (scherzo, neh)

    @magda: magari uno heidegger (e l’emancipazione dalla deiezione verso la genuiità, e la parola assoluta, e la poesia come lingua dell’essere) non lo usa apposta, cioè: lo rifiuta. :)

  29. tashtego il 24 febbraio 2006 alle 04:12

    Io pure penso che il topos è “dove il mithos e il logos si fondono”, per dire.

  30. Ivan il 24 febbraio 2006 alle 07:05

    @ B.georg: “Piuttosto, connettere a questi lati la questione dell’ideologia (lo dico a modo mio: ciò che il diagramma della singolare piegatura della lingua-mondo denuncia contro lo stesso autore e contro la sua “posizione nel mondo”, autore che diventa così primo lettore e non già prometeico produttore – su questo consiglio il bachtin di Linguaggio e scrittura) è un settore imo ancora aperto.

    Infatti. Per quanto non sia un problema “troppo aperto”. Non appena scrivi, “fai” ideologia del tuo tempo, se racconti (voglio escludere il caso che si scriva sulla Luna).

    “Ergo l’universalità è imo il lato vuoto del problema, quello meno interessante”

    E quanto all’universalizzabilità? Non è del tutto irrilevante (ne ho appunto scritto, B.Georg): dipende da quanto peso dai alla parola, e quali pretese le imputi. L’universalità di Gianni non è la stessa universalità di cui parli tu, è implicito nella premessa, IMO. Escluse le essenze, è chiaro che si parla di un universale precario, provvisorio. Non è interessante l’universale, è interessante la domanda (perché Shakespeare, et cetera). Non sono sicuro di essermi spiegato, vista la fretta.

    @ Temperanza: “Uno scrittore ha diritto di essere ambiguo e anche di essere contraddittorio.”

    Perfettamente d’accordo (lasciamo perdere le considerazioni su quanto si possa estendere questo diritto quando si fa stratagemma)

  31. Ivan il 24 febbraio 2006 alle 07:11

    @ Gianni: scusa, non so perché non mi aveva “caricato” il tuo intervento e uno di db, per cui la mia precisazione sull’universalità è del tutto inutile.
    (La questione per B.Georg, invece, resta)

    @ db: “Nel Cratilo di Platone si confrontano due posizioni: il linguaggio è un mezzo di comunicazione o un’espressione autonoma del soggetto a contatto col mondo, in primis naturale?

    DB, scusa ma non sono d’accordo quando dici che la questione è rimasta immutata (a meno che non mi sia perso qualche altro intervento). E’ completamente mnutata. E’ mutata con la semiosi di Peirce, con la svolta linguistica, con Wittgenstein…e così via.

    Perdona la vaghezza, ma ho paura di andare OT (nel caso il discorso prosegua sarò meno approssimativo)

  32. magda mantecca il 24 febbraio 2006 alle 13:41

    dopo aver sdoganato con qualche richiamo alto, tanto per stare nel branko, vorrei dire che nell’articolo in questione la parola che “dice” non c’è.
    la parola che dice, ovvero, quella intesa come ponte, come relazione, in questo caso sarebbe quella della bambina,che qui non c’è.
    Ovvero la reazione e la elaborazione della figlia alla trasformazione verbale del padre.

    heidegger non è un “filosofo”.

  33. ivan il 24 febbraio 2006 alle 15:13

    Chiedo aiuto: B.Georg, non ci sto capendo niente: pensavo di nuovo di non aver letto il tuo commento, è in risposta al mio? Scusa, sono un po’ tonto.

    Magda: non ho capito perché Heidegger non è un filosofo (sperando che non metta il messaggio in cima agli altri)

  34. b.georg il 24 febbraio 2006 alle 16:34

    Ivan: boh!
    causa guasto tecnico ogni commento è andato per conto suo. vorrà pur dire qualcosa ;)

  35. snaporaz il 24 febbraio 2006 alle 16:55

    state vaneggiando, o sbaglio?

  36. db il 24 febbraio 2006 alle 17:54

    La parole est moitié à celui qui parle, moitié à celui qui écoute.

    Ha ragione Ivan a notare l’ingenuità del mio riferimento al bambino greco. Solo, mi è venuto in mente figurandomi Biondillo con la figlia, e chiedendomi cosa potrebbe “imparare” da lei (mentre lei, fortunata, “impara” da lui). L’ingenuità è di Marx, di cui avevo copincollato un brano del 1859, aggiungendogli l’apostrofe a Biondillo. Non l’ho fatto per giocare, da anni coi miei allievi faccio così, e cioé tolgo l’autore, e discutiamo senza sapere chi è, avvicinandoci pian piano all’individuazione, che però non è la cosa più importante (anche loro lo fanno con me, a volte mi fanno uscire pazzo).
    Il problema che pone Marx è importante, se al bambino greco sostituiamo il bambino freudiano o piagetiano, ossia un mondo solcato da contraddizioni violente. In mezzo a tali contraddizioni nasce il linguaggio (gli illuministi, cui L. -Strauss ha reso l’onore che meritano, ci hanno lasciato pagine meravigliose sui cris, sulla genesi della parola rispetto al verso degli animali – soprattutto Rousseau, il paranoico, commovente da quanto acuto). Quando si parla di umano, non c’entra l’umanesimo, e neanche l’umanismo. Odio e amore (certo, declinati) sono o no i motori dell’umano-universale (così Spinoza, più categorico ancora di Freud)? Vogliamo aggiungerci, come suggerisce Bion, la curiosità di sapere? Ora, il linguaggio è molto più innervato al basso di quanto sembri. Ad es. se dico ai ragazzi: andiamo avanti! nessuno si muove (per fortuna), ma la lettera si riferisce al movimento fisico, e solo metaforicamente al pensiero, alla lezione ecc.
    Ora, sono convinto (grazie a Jakobson) che il poeta vada molto più giù dei non-poeti alla radice della lingua, e che questo movimento non sia solo un esercizio stilistico, ma carne della sua carne. La sua cioè è insieme un’esperienza linguistica e una lingua esperita, esperita nelle sue radici pre-linguistiche, nella sua continua genesi. Potremmo dire che ha i nervi più scoperti, e quindi vive lingua e mondo più intensamente. Il modo in cui lo vive, la realtà di questo mondo, il contesto linguistico e letterario che gli è dato ecc., tutto ciò entrerà nella sua opera. E tanto più entrerà, meglio sarà. Da questo punto di vista il genio sarebbe uno che nella sua opera ha fatto coincidere mondo e lingua. Mi viene di getto un nome: Kafka.

    DB

    (scrivo secco non per sicumera, ma per risparmiare spazio)

  37. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 19:39

    per risparmiare tempo, forse, perché spazio ce n’è in abbondanza.

  38. magda mantecca il 24 febbraio 2006 alle 19:41

    Hediegger non è un filosofo perchè non produce concetti nè metafisicherie, ma introsuce un metodo di fenomenologia “rivisitata” allo studio dell’essere, del Sein ma piu’ di altro del Ci.
    Un’operazione restauratrice sul senso delle cose, riclassifica i linguaggi delle filosofie già esistenti (platone, hegel, husserl,gli scolastici, brentano, Delthey)dando nuovi sensi.
    Diciamo che è l’Enrico Ghezzi della filosofia, pruce un Blob di altre, come dice db, è un ricamatore di altissima finezza, restauratore di senso.
    cose che è molto difficile da trovare.

  39. mag il 24 febbraio 2006 alle 20:16

    errata corrige:
    introsuce=introduce
    cose=cosa

  40. db il 24 febbraio 2006 alle 22:05

    DB: *scrivo secco non per sicumera, ma per risparmiare spazio*
    Temp.: *per risparmiare tempo, forse, perché spazio ce n’è in abbondanza.*

    Se invece di scrivere trascrivessi il mio parlato, automaticamente ovvero in fretta, sarei lungo il doppio. Perciò asciugo-secco (si parva licet, la lima del Leopardi, o s’io fossi donna, la limetta per le unghie), ovvero spendo altro tempo ID EST non risparmio.
    La banda dei commenti è larga mezza pagina, per cui il testo si dispone in verticale: secondo me, testi lunghi risultano così al lettore fastidiosi, o sfuggenti. Se e quando NI deciderà di allargare la pagina, scriverò meno secco e spenderò meno tempo.

  41. temperanza il 24 febbraio 2006 alle 22:13

    @DB
    Se lasci uno spazio tra un periodo e l’altro il lettore non fa fatica e un po’ di respiro permetterebbe di seguirti meglio.
    Tanto qua non si fa spreco di carta.

  42. mag il 25 febbraio 2006 alle 01:21

    @Ivan
    Intendo dire che non è un filosofo perchè è un ermeneuta.

  43. Ivan il 27 febbraio 2006 alle 08:53

    Capito Mag…(non c’è dubbio che sia un ermeneuta, ma “l’essere per la morte” di “essere e tempo” non è più ermeneutica, tanto per dire: già da allora faceva dell’ermeneutica la base della propria “ontologia esistenziale”). In ogni caso, grazie, era solo un dubbio.

    Scusa B. Georg, mi sono letteralmente “perso per strada”, avevo pochissimo tempo e non sono passato neppure a rileggere, riprendo la questone “a parte”, qui discuteremmo in tre



indiani