Leccare la lingua altrui come quando ci si bacia/ 3a parte

21 marzo 2006
Pubblicato da

(continua il florilegio, iniziato qui e continuato qui a cura di) Alessandro Canzian 

Apro il mio laboratorio

MARCELLO FOIS

Io non parlo l’italiano o il dialetto, ma parlo due vere e proprie lingue. Il nuorese, fino all’età scolare è stata la mia unica lingua, e spesso mi rendo conto di pensare in sardo. Camilleri, in fondo, si può dire che abbia costruito un siciliano quasi «virtuale». In realtà, i personaggi dei miei libri che parlano in sardo, non potrebbero fare altro. Io ho scritto in dialetto quando certe frasi erano intraducibili, ma essenziali in bocca al personaggio. Credo che «una lingua in più», non sia un disvalore, non voglia dire provincialismo: al contrario; e poichè l’Italia è anche molteplicità di espressioni e di espressività, semmai può essere solo un elemento che accresce la cultura. Si può fare una letteratura nazionale, senza usare una lingua nazionale.

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Ho iniziato a scrivere facendo musica ed essendo un cantante mi occupavo dei testi. Automaticamente dai testi sono passato alle poesie, ai racconti e non paventavo la possibilità di pubblicare, né di ottenere delle risposte da parte di un potenziale editore: scrivevo semplicemente di quello che aveva direttamente a che fare con la musica. Oltretutto, essendo sempre stato il classico tipo che vive con la testa tra le nuvole, mi facevo dei gran film nella testa e avevo bisogno di scaricare in qualche modo. Attraverso la scrittura avevo trovato un modo immediato e facile. Non militavo nel campo della letteratura, non avevo amici scrittori né amici letterati o che amassero la letteratura, perché comunque l’estrazione era quella bassa perché vivevo in istituti o in orfanotrofi, in strutture dell’USL con piccoli appartamenti. La tendenza era quella di rifiutare sia l’istruzione classica, sia il concetto di “intellettualismo”, se così si può dire.

Il testo più assurdo che ho scritto è stato quello di due ragazzi hip hop che girano per Bologna. Lì per esempio ho usato molto lo slang bolognese sia perché parlavo della città di Bologna, (e lo slang bolognese evoca per forza di cose una città) sia perché volevo parlare della gioventù. Oltretutto dovevo scrivere un racconto molto breve e mi piaceva che anche la descrizione fosse composta da frasi molto brevi, quasi scandite a tempo di tre quarti come nella musica hip hop ed esposte come pillole di ricordi anziché essere una narrazione pura. Dei piccoli racconti nei racconti quasi come non c’entrassero niente. Quello, secondo me, è un linguaggio.

MARCO MANCASSOLA
Credo di star affinando una lingua. Leggendo i libri di molti colleghi, francamente ho spesso l’impressione di leggere pagine senza densità. Romanzi che sembrano sceneggiature, puri elenchi di azioni e di battute. Per contro, molti romanzi soprattutto anglosassoni hanno un grado di sviluppo dei personaggi che a me ancora manca. Non è detto che lavorerò in quel senso: più che a quella dei personaggi credo alla potenza del narratore, e mi piace che tutti gli altri personaggi passino attraversino un unico punto di vista, si impastino del sapore di quel narratore. Ma certo riconosco di invidiare la veridicità, la capacità di distinguersi e prendere vita propria di certi personaggi, nei romanzi di altri scrittori.

  
DIEGO MARANI
Studiando le lingue e fantasticandoci su ho finito per essere incapace di ogni radicalità in campo linguistico. Non ho ricette, non ho soluzioni da offrire. Uso i miei personaggi come cavie per i miei esprimenti: di lingua e di vita. Li porto dove io non oserei andare, per paura di perdermi o di impazzire. Se c’è radicalità in me, è forse quella di chi si è convinto che non c’è lingua migliore delle altre, che tutte sono belle e chiare allo stesso modo quando chi le parla ha qualcosa da dire, e chi le utilizza le sa rispettare. Se si suona il violino si devono seguire le regole del violino, rispettare le sue gamme, toccare le corde dove e come vanno toccate. Così con le lingue. Ogni lingua ha una sua momentanea verità. A quella dobbiamo accordarci per parlarla. Nei miei libri faccio affermare a un personaggio che la grammatica non è un ordine superiore proclamato da una divinità, ma la fotografia di un disordine in un momento del suo divenire. Così vedo ogni grammatica. Ma per parlare agli uomini di oggi è sulla loro grammatica che bisogna sintonizzarsi. Con tutta la consapevolezza della sua relatività. Qui si innesta il gioco dell’Europanto. Non c’è male nel giocare con le lingue quando il gioco non ha l’ambizione di diventare lui una lingua. Il gioco serve da antidoto all’integralismo linguistico di chi fa delle grammatiche strumento delle patrie (…) Se oggi noi abbiamo difficoltà a imparare la lingua dell’altro, è perché siamo prigionieri di un’ideologia, politica e linguistica. Quella dello stato nazionale, che ha fatto della lingua uno dei suoi simboli, assieme a patria e bandiera. La patria è un territorio, disegnato dalle guerre. Un puro artificio umano, che quasi mai coincide con la nazione. La bandiera è il simbolo politico di quella costruzione. Altro artificio umano. La lingua invece è un fenomeno naturale, che non si ferma alle frontiere della patria ma che segue altre logiche di diffusione, altri percorsi di esistenza. Ma lo stato nazionale si è impossessato della lingua in modo così subdolo e profondo che non ce ne accorgiamo più. Lo stato nazionale proclama che se si è italiani si deve parlare italiano e vivere nella patria italiana, che intrinsecamente la grammatica italiana è una verità rivelata, il libro che chiarisce il pensiero e, assieme all’idea di patria, il senso della vita di ogni patriota. In questo modo, inevitabilmente, la lingua dell’altro diventa qualcosa a cui non possiamo né vogliamo appartenere. Abbandonarsi alla lingua dell’altro diventa tradimento. Così noi siamo disposti ad avventurarci nella lingua straniera al massimo come esploratori o turisti, ma vogliamo tornarne intatti, incontaminati. Del resto per questo la chiamiamo “straniera”. Ma invece è solo con l’abbandono, con l’apertura incondizionata che si impara a conoscere, che si finisce per condividere con l’altro abbastanza di noi. Da questa conoscenza comincia la coscienza comune ed è proprio questa che manca all’Europa. Nell’ottica di verità della grammatica che l’ideologia nazionale proclama, l’errore diventa bestemmia e così dell’errore abbiamo il terrore quando cerchiamo di imparare una lingua. Finché non ci sentiamo vaccinati dal pericolo di ogni errore grazie allo studio della grammatica, non ci azzardiamo a parlare. L’europanto vuole abbattere proprio questo muro. L’errore è una tappa della conoscenza. Le lingue sono di chi le parla e nascono dal suono, non dalla pagina scritta. In realtà, nella storia dell’uomo, il segno ha sempre ucciso il suono. La vera lingua è solo suono. La parola scritta è un goffo, vano tentativo di catturare quel suono sempre volubile, mutevole, imprendibile.
Muovo le mie storie in un astratto limbo a metà strada fra il mondo vero e quello perduto, immaginario delle lingue. Ma in fondo uso le tematiche linguistiche per raccontare l’uomo. E’ nel dolore, nella paura di vivere, nella ricerca di un senso che si muovono i miei personaggi. E’ l’insensatezza che sento nella condizione umana a spingermi a buttare i miei personaggi in storie astruse, dove un suono può stritolare un’esistenza, dove un nome sbagliato innesca come una bomba una vita che nulla può più disinnescare, dove la pazzia finisce per essere un rifugio, un antidoto alla vita.

Apro quelli degli altri
TIZIANO SCARPA
Su Nicola Lagioia
Benché calibratissimo, e prensile, e mondovoro, e sottile, e colto, e sussidiaristico, il tuo stile è spontaneo. Sì, non sobbalzare. Te lo ripeto: spontaneo. Il meandro della sintassi, le protasi tirate per una pagina prima di collassare nella valvola sfogatoria dell’apodosi, l’ipotassi continua, secondo me mostrano il pensiero nell’istante suo farsi (il pensiero linguistico, ovviamente), del suo farsi scrittura, naturalmente. È come se tu fossi rimasto fedele alla prima stesura, riscrivendo questo libro (giacché sono certo che tu l’hai riscritto assai: non sfugge affatto l’enorme lavoro che ci dev’essere stato di messa a punto lessicale): e la prima stesura, come sa chiunque ne abbia stesa una, non viene fuori affatto semplice: nelle prime stesure il racconto si dipana garbuglioso, le frasi nascono aggrovigliate nei loro cordoni ombelicali ipotattici. Semmai, si semplifica dopo (chi ci tiene a farlo), nelle stesure successive, fracassando le articolazioni subordinative e mettendo le frasi in fila per due, spalmando il discorso in una catena di paratattiche cordiali e gioviali e ma oh, quanto comunicative… Tu hai lasciato la frase immersa nel suo coltissimo primo vagito complicato, le hai deterso le corde vocali giusto quel tanto che basta a far risuonare più forte la sua sorgività selvaggiamente complessa.
WU MING 1
Su Emilio Sarzi Amadè
Polenta e sassi, potente narrazione della guerriglia partigiana pubblicata da Einaudi nel 1977, meritoriamente riscoperta e ripubblicata […] Oltre al ritmo e ai dialoghi tirati, ai mille aneddoti, al pathos della narrazione, a colpirmi in Polenta e sassi è l’impasto espressivo, la lingua materica e onomatopeica, gonfia di sedimenti: frasi e versi in tedesco sovente senza traduzione (lo stesso incipit è una frase in tedesco, peraltro sbagliata); detriti di diverse parlate e dialetti; inglese strascicato e bofonchiato (come quello del dialogo tra Johnny e i pelapatate britannici, al termine di primavera di bellezza di Fenoglio: “We tuk an’ ran our domdest, knee-deep in coold, muddy watter”); pronunce storpiate (“lovo givano pev le stvade, ma le cime sono nostve“); rumori con cui si esprimono gli oggetti, in una dimensione quasi animistica: ss-cciang, si lamentano i fili del telegrafo disturbati dalla guerra; sciafff, annuncia il bidone aviolanciato; pùm pùm pùm pùm, sbotta la 20mm, poi c’è il “pùm lungo lungo”, il ta-pùm (e “i tanti tà-pum assieme”), il tà tà tà tà tà, il frrr delle pallottole che ti sfiorano; infine ci sono i versi con cui si comunica tra uomo e animali (conversazione tra uomo e capra a suon di cià cià cià).
Nella narrativa e nella memorialistica della Resistenza è spesso evocato il grammelot, o meglio il pidgin, la stentata e sbrindellata “lingua franca” che i partigiani erano costretti a parlare tra loro. Le vicende della guerra e dell’armistizio avevano portato nelle brigate fuggiaschi e disertori d’ogni provenienza, del Nord e del Sud Italia, del resto d’Europa e degli altri quattro continenti. Tra i partigiani vi erano ex-prigionieri di guerra russi, inglesi, canadesi, indiani, australiani, neozelandesi, brasiliani etc. Nella guerriglia si dovette sperimentare un “plurilinguismo della liberazione”, non dissimile da quello che Sarzi Amadè o Vitaliano Ravagli dovettero conoscere anni dopo nel Sud-Est asiatico, tra cinesi che parlavano in mandarino o in cantonese, vietnamiti e laotiani d’ogni tribù, cambogiani, e osservatori da tutto il mondo conosciuto. Fenoglio, il più grande narratore della Resistenza, mandò in tilt il pidgin, usò la propria anglofilia per farlo detonare e trasformarlo nella lingua “plastica, malleabile a proprio talento” che troviamo nelle stesure provvisorie de Il partigiano Johnny.
Mi sembra però che l’operazione di Sarzi Amadè sia un’altra: la reinvenzione costante della lingua rende protagonisti, ciascuno a modo proprio, anche le bestie e gli oggetti inanimati. La guerra non è solo “mondiale”, non è solo “civile”, è anche totale, coinvolge l’intero mondo percepito dai sensi e lo fa scontrare col mondo altrui. Una guerra tra mondi, basata su una totale mobilmachung. Nella prefazione a una recente edizione de La casa in collina di Pavese, Giovanni Raboni faceva notare che il protagonista del libro, Corrado, usa la parola “nemici” una sola volta in tutto il libro, e lo fa riferendosi a oggetti inanimati, gli aeroplani. Sarzi Amadè porta quest’attitudine un po’ più in là. Il combattente partigiano se la prende col prosciutto e con la carne di pecora; prende come nome un sostantivo riferito a luoghi, oggetti o eventi atmosferici (Venezia, Burrasca) come ad abolire il confine tra sé e mondo attorno; le stesse espressioni “polenta e carburo”, “polenta e stracci”, “polenta e sassi”, con l’accostamento di organico e inorganico/incommestibile, finiscono per alludere alla stessa cosa […]
Su Girolamo De Michele
Questa nazione è terra di mitopoiesi per eccellenza, i fasti della cronaca e gli scatti della memoria (on/off) regalano ogni giorno spunti e materiali. Vivere qui è, per un narratore, condanna (perché un narratore è un cittadino) e privilegio.
A volte Scirocco si fa criptico, stratifica accenni, allusioni, riferimenti obliqui, alcuni li chiarisce in Appendice ma altri no, e uno si chiede: io sì ho capito di che parla, di chi parla, condivido queste ossessioni, sono uno speedfreak della memoria, ma altri? E’ un romanzo multi-livello, questo, godibile anche da chi non coglie tutto, oppure è un romanzo iniziatico travestito da noir (e il punto di vista del noir è sempre quello della vittima, ci ricorda chi ne sa)? De Michele vuol dirci che la memoria, la memoria d’un Paese, la memoria dei movimenti e delle classi oppresse, è cosa che dobbiamo meritare, che si guadagna col duro lavoro, con la cerca, come quel Graal di cui tutti straparlano? […] Questo non è un romanzo di genere, non è un poliziesco. E’ l’emulazione riuscita di un romanzo di genere al fine di creare un diversivo (anzi, se si potesse dire: un eversivo). Se uno non lo capisce, nemmeno capirà che va accadendo nella narrativa di noi che viviamo qui, oggi (non credo nelle Patrie Lettere, non me ne frega un cazzo). Se uno non lo capisce, non avvertirà la pressione ai bordi delle pagine, gli scricchiolii dapprima lontani poi concerto d’orchestra, come quando lo squalo passa sotto la già malconcia barca di Quint (grande interpretazione di Robert Shaw, nel terzo film di Spielberg). Questa “pressione” è la stessa che a ogni riga rischia di mandare in pezzi Romanzo criminale di De Cataldo, Noi saremo tutto di Evangelisti, Grande madre rossa di Genna, e potrei citare tanti altri, come Michele Serio, il Camilleri dei romanzi storici… E’ il rischio che la materia narrativa straripi, travolga le barriere, forzando e spaccando ogni regola, ogni preoccupazione di stile e di lingua.
“Sbavature” se ne vedono,  punti in cui l’argine cede un poco all’impeto del fiume, ma è inevitabile che sia così, mica giochiamo con secchiello e paletta: cerchiamo di fare i conti con qualcosa che sfida il mestiere, sfida il linguaggio stesso come strumento e come mondo, è l’inenarrabile che sentiamo di dover narrare.
Chi si sottrae al compito, anzi, chi nemmeno s’accorge del compito, dello squalo che sfiora lo scafo, poi non venga a lagnarsi dello stato della Letteratura (si noti la maiuscola) in Italia etc. etc. etc.

10 Responses to Leccare la lingua altrui come quando ci si bacia/ 3a parte

  1. gianni biondillo il 21 marzo 2006 alle 16:06

    dopo due ore estenuanti di tentativi rinuncio a capire come mai non riesco ad omologare il testo. Pigliatevela con Jan che ci ha cambiato il “retrobottega” e nessuno di noi riesce più a racapezzarcisi. ;-)

  2. andrea raos il 21 marzo 2006 alle 16:23

    giusto, anch’io per esempio non sono nemmeno riuscito a scaricare l'”ottimo e gratuito” irfanview! (e quanto a capire cos’è…).

    mi fa venire in mente lo sturiellèt di paz in cui c’è un tale (mi sembra tràs, il rifiuto di san giorgio a cremano) che tenta di farsi un sugo al tonno e il blocco non si spezza, e lui si mette a cristonare e a picchiarlo col mestolo urlando “altro che grissino!”

    jan, spira vento di rivolta… ;-)

  3. Raffi il 21 marzo 2006 alle 16:42

    Ho dimenticato cosa volevo dire. A momenti mi strozzo nel tentativo di contenere (essendo io in ufficio) la risata spontanea e improvvisa che mi scappava dai denti immaginando il folle che picchia un tonno col mestolo.

  4. cilindri il 21 marzo 2006 alle 17:45

    senza offesa, ma mi sembra veramente un “oh come mi sono divertito oh come mi sono divertito!”. con in più un mica tanto sotteso “oh come siamo bravi oh come siamo bravi!”. un po’ di umiltà no, eh?

  5. gianni biondillo il 21 marzo 2006 alle 18:13

    Cilindri, non ho capito: con chi ce l’hai, scusa?

  6. cilindri il 21 marzo 2006 alle 18:49

    non con te oh biondillo, che sei sempre di molto puntuale e democratico e quant’altro. non c’è l’ho con nessuno in particolare, solo che questa mi sembra una miniantologizzazione di scrittori ancora, come si dice, da farsi. perchè non aspettare un decennio prima di farsi le pacche sulle spalle? e i critici che ne pensano? solo questo, sempre senza nessunissima offesa.

  7. Alessandro Canzian il 21 marzo 2006 alle 20:51

    Beh, l’intento non era quello. Si diceva che gli autori italiani non si pongono il problema della lingua e non si esprimono al riguardo, e il florilegio voleva essere una raccolta di pareri sulla lingua (propri ed altrui) dati dagli autori medesimi, assemblati senza aggiungere giudizi di merito su questo o quello scrittore. Non si tratta di “pacche sulle spalle” semplicemente perché la vicinanza di mani e spalle è opera mia, del “montatore”. Queste frasi non vengono da una tavola rotonda in cui erano tutti insieme, ma da diverse interviste raccattate in rete senza un criterio particolare, seguendo solo la memoria e le libere associazioni.

  8. Alessandro Canzian il 21 marzo 2006 alle 20:51

    “propria ed altrui”

  9. cilindri il 21 marzo 2006 alle 21:37

    caro canzian, questo suo è un modo di rispondere che trovo ottimo. coi lettori è giusto avere questo atteggiamento.

  10. tashtego il 22 marzo 2006 alle 14:50

    @cilindri
    mi si nota di più se entro in NI con disprezzo, oppure se faccio il simpatico da subito?