Lettera sulla dittatura

12 dicembre 2006
Pubblicato da

di Franco Arminio

Viviamo in una società totalitaria. L’affermazione, dolorosamente vera, suona falsa perché non si vede chi sia il dittatore e si pensa che la dittatura per essere tale debba somigliare a quelle del passato. La dittatura presente, che potremmo anche semplicemente chiamare la dittatura del presente, è come un suono assordante per chi ha i sensi capaci di percepirla.
Viviamo scontenti. Nessuno ci ha dato l’olio di ricino, nessuno ci ha vietato alcunché, eppure siamo qui prostrati da un’altra giornata vissuta sotto la tirannia di un tempo che uccide chiunque voglia confutarlo nel profondo. La pena più grande che ti dà questo tempo deriva dal fatto che sei sotto una lastra di piombo e sei lì a tentare di non farti schiacciare. Non vedi altre mani alzate vicino alle tue, protese nello stesso sforzo. In altre epoche era più facile soffrire o lottare tutti insieme. I problemi degli individui non si spiegavano in termini esclusivamente terapeutici (sei stressato, sei depresso, ecc..) ma in termini storici e sociali.

Adesso ogni sorte appare radicalmente personale, come se ognuno avesse un suo carcere confezionato a misura, un carcere da cui poco si intravede degli altri. Accade più o meno una cosa di questo tipo: stai con la pancia sotto le ruote di una macchina che si è rovesciata. Ti agiti, passa qualcuno e non ci pensa minimamente che sia il caso di darti una mano. Magari apprezza pure il tuo sforzo, ma poi fila dritto, perché c’è sempre altro da fare quando dobbiamo fare qualcosa per gli altri.

Qui c’è il primo problema: non c’è una dittatura di destra di cui subiscono le conseguenze quelli di sinistra. Paradossalmente la recente manifestazione dell’Italia berlusconiana era proprio intitolata manifestazione della libertà: per loro pure c’è una dittatura ed esercitata da quelli che impongono il pagamento delle tasse. In un certo senso la dittatura è esercitata da ogni individuo su tutti gli altri. E siccome le dittature amano le guerre, si può dire che è in atto una terza guerra mondiale mai dichiarata, una guerra che vede ogni individuo impegnato contro tutti gli altri. Anche questa affermazione è difficile da sostenere perché non si vedono le trincee, non si vede il sangue, al massimo c’è uno spargimento di fango. Il campo di battaglia c’è e corre in ogni forma di comunicazione che si stabilisce tra le persone. Una mail, una telefonata, perfino un saluto, non sono più gesti innocui, non sono semplice manutenzione degli affetti o degli odii. Oggi la comunicazione, in qualunque forma si produca, è in buona parte un atto bellico, è il punto di scontro tra il nostro narcisismo e quello degli altri.

Le ricette per capovolgere questa situazione sono divergenti, ammesso che sia simile la consapevolezza della situazione. Questo non è scontato. Tutti si lamentano, ma molti lo fanno per conformismo. Tutti si fanno vedere con la croce addosso, ma per alcuni è di ferro, per altri è di polistirolo.

Nessuno ti ammazza, ma tutto funziona a meraviglia per istigare i tuoi nervi, per infiammarli in una tensione senza lenimento. Non puoi trovare compagni di sventura, perché la tua sorte è la sorte di tutti. Nella odierna dittatura gli oppressi sono in numero minore rispetto agli oppressori e questa è la vera novità politica della situazione.

Non ci sono scorciatoie. Non ci sono compromessi possibili. Si cominci col dichiarare guerra ai molti dittatori in circolazione senza farsi ingannare dalle loro risposte. Pensate ai politici. Parli male della politica, cioè del loro lavoro, e loro ti dicono che sono d’accordo con te, anzi dicono anche peggio. Questa è una truffa. E allora oggi bisogna avere perfino il coraggio di sottrarsi a certi conflitti quando ti accorgi che sono truccati. La miglior ricetta non è il corpo a corpo coi dittatori, ma la distanza. Bisogna combatterli innanzitutto con la nostra lontananza. A volte è perfino auspicabile che loro non sappiano niente di noi.

Faccio un esempio che agli stupidi suonerà delirante: nella mia provincia io non penso affatto di avere un ruolo “politico” inferiore a quello esercitato dai politici in voga. Io produco delle visioni del mio territorio. Sono visioni che possono essere minime, e perfino fallaci, ma sono presenti, sono utilizzabili. I politici sono dei semplici custodi del loro potere. Fanno la guardia al mondo che c’è, non lavorano per farne un altro, dunque il loro ruolo è assai meno importante di quel che sembra.

Capisco che la loro impotenza ha più consenso della mia e questa è la prova della dittatura, che è tale proprio perché deve tutelare le ingiustizie presenti nella società.

Io penso che non valga tenere il broncio al tempo presente, penso che questo tempo sia straordinariamente penoso, ma che dia anche la possibilità di radicali avventure esistenziali: basta avere il coraggio di compierle. E qui il coraggio non può che venire dalla disperazione, dalla sensazione che in fondo noi non abbiamo nulla da perdere e invece loro da perdere hanno tanto. Ecco il nostro potere, la nostra leggerezza, la nostra eleganza contro la goffaggine dei cosiddetti potenti. La sfida è in corso e l’esito è incerto. Il guaio è che non siamo abbastanza feroci da affondare i colpi. Non bisogna essere in molti per cambiare l’epoca. Questa società ha paura anche di poche anime vive, per questo dà libero sfogo ai morti. Per questo fa parlare tutti e tutti insieme, per soffocare le voci che possono incrinarla veramente. La dittatura una volta agiva sul silenzio, adesso agisce sul rumore, lo aumenta a dismisura. Pensate a tutti i discorsi sulla finanziaria attivati e custoditi dai celerini mediatici di Porta a Porta.
Spero che questo testo venga percepito per quello che è (come diceva Canetti, si tratta solo di stabilire per chi ci scambiano). La mia è una lettera dal carcere, inviata, senza troppe meditazioni, ad altri carcerati. Mi piacerebbe che stimolasse la produzione di altre visioni sulla dittatura in cui siamo immersi. Mi piacerebbe che queste visioni prendessero a stare insieme in un ardore insonne che si opponga ai falananna che ci assediano.

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32 Responses to Lettera sulla dittatura

  1. wovoka il 12 dicembre 2006 alle 08:46

    Io credo che Arminio “abbia ragione” soltanto a metà. Scopre la società mimetica descritta da Girard (“oggi la comunicazione, in qualunque forma si produca, è in buona parte un atto bellico, è il punto di scontro tra il nostro narcisismo e quello degli altri”) ma il suo vedere “ogni individuo impegnato contro tutti gli altri” rimuove l’altro lato della medaglia: ogni individuo (o quasi) è al tempo stesso impegnato PER tutti gli altri, cioé l’irrisolvibile ambivalenza di questa società. Egli si interroga su tante cose, ma non da dove gli derivi la possibilità di trascurare il lavoro dei campi, o la facile possibilità di comunicare. Fertilizzanti e cavi, e tutto ciò che ci sta dietro, sembrano non sfiorare mai il suo sensibile pensiero.

  2. robertologo il 12 dicembre 2006 alle 09:57

    Ah, il bieco Konfortismus!

  3. Giancarlo Tramutoli il 12 dicembre 2006 alle 10:25

    a

  4. Giancarlo Tramutoli il 12 dicembre 2006 alle 10:31

    Interessante (m’è scappata una “a” lassù)… ma non ho tempo di pensarci su, c’ho gente davanti al mio box. Che pensare, a volte, è davvero un lusso. Ciao Franco.
    PS
    ieri m’è arrivato il tuo Circo da IBS, poi ti farò sapere.

  5. franz krauspenhaar il 12 dicembre 2006 alle 11:54

    Mai sparata una mail da un campo di battaglia. Mai stato su un campo di battaglia, oltretutto; solo in poligoni di tiro, ma allora si comunicava con la trasmittente.
    Mai stato carcerato in casa mia, al massimo in casa d’altri (ma comunque potevo evadere senza troppe conseguenze).
    Anche a naja – ebbene si – non mi sentivo in trappola.
    Che sia pazzo?
    Un caro saluto a Franco.
    ps: sostanzialmente concordo con Wovoka, che saluto.

  6. alcor il 12 dicembre 2006 alle 14:09

    Un’affermazione come questa :

    “Una mail, una telefonata, perfino un saluto, non sono più gesti innocui, non sono semplice manutenzione degli affetti o degli odii. Oggi la comunicazione, in qualunque forma si produca, è in buona parte un atto bellico, è il punto di scontro tra il nostro narcisismo e quello degli altri.”

    ha tutti i meriti, ma anche tutti i limiti del paradossale e del provocatorio.

  7. orchid il 12 dicembre 2006 alle 15:52

    ce lo mettiamo qualche luogo comune, eh?

  8. genseki il 12 dicembre 2006 alle 16:36

    Quanto è antipatico dover apparire dopo quel SAYS. È obligatorio? Non riesco a comprendere bene quale sia l’obiettivo di Arminio. La sua convinzione, mi pare, che tutti o quasi tutti siano oppressori in una societá che si configura come un nuovo tipo di dittatura è un modo contorto di descrivere una visione individualista e intimista della societá.
    Se è così, come dice Arminio, allora le difficoltá sono, ancora una volta tutte interne all’individuo. Se siamo tutti in qualche modo dittatori possiamo soltanto liberarci da noi stessi! Se siamo prepotenti e prevaricatori è contro noi stessi che dobbiamo fare insorgere la nostra dignitá.
    Il sospetto che mi viene è che il profondo dispetto e dispetto di Arminio per la politica si basi su una sorta di cattolicesimo profondo: siamo tutti dittatori, l’uomo è peccatore, il peccato originale etc.
    Credo che questa societá possa invece liberare creativitá ed energia soprattutto collettive e comunitarie e le liberi ove non si cerchi di riproporre ribellismi e rivoluzionarismi fini a se stessi.
    Probabilmente, oggi, come si potrebbe dire distorcendo Kojève, l’avventura della libertá passa per qualche tipo di snobismo!
    Con stima
    genseki

  9. farminio il 12 dicembre 2006 alle 18:27

    mi ero ripromesso di non intervenire, ma intanto c’è da rispondere al saluto di franz e giancarlo, poi questa storia della cattolicesimo penso sia la la cosa più estranea che mi si possa attribuire.
    ho detto in altre occasione di sentirmi un fedele disoccupato, intendendo che le religioni che ci sono per me sono prodotti scaduti, scandalosamente inadeguati e pericolosi.
    ringrazio genzki che mi fa pensare al fatto che tante miei ansie vengono proprio dal fatto di non riuscire a condividere con molti questo sentimento della vita che potrei definire “prepaolino”.
    mi fermo qui.

  10. wovoka il 12 dicembre 2006 alle 19:31

    Rispondo anch’io al saluto di Franz, e saluto anche farminio che ho sentito qualche tempo fa su Radio3 ritornando dal lavoro, e ne ero contento, come si trattasse di qualche mio cugino :-)

  11. tashtego il 12 dicembre 2006 alle 20:46

    cos’è un “falananna”?

  12. gilcagnè il 12 dicembre 2006 alle 22:00

    mi meraviglio, tash: è uno che addormenta il prossimo. tra gli scrittori contemporanei, i “falananna” si sprecano. eh.

  13. farminio il 12 dicembre 2006 alle 22:16

    l’espressione l’ho presa da un libro di ripellino (autore che amo infinitamente). il libro recentemente è stato ristampato, ma avevo l’edizione antica. non mi spiace questa tranquilla lettura o non lettura del testo che ho proposto. in fondo dobbiamo sempre ricordarci di non incentivare il rumore.

  14. Trespolo il 12 dicembre 2006 alle 22:23

    Franco, leggo una prima volta il tuo scritto e mi pare di condividerlo; mi fermo, anche perché non mi piace condividere troppo lo ammetto, e lo rileggo.
    Boh, confusione in aumento: su un lato sono d’accordo, non chiedermi quale ci devo pensare, sull’altro in completo disaccordo. Ma anche qui buio pesto.

    Deve essere la cena pesante (pasta e fagioli con doppio giro di lesso e novello). Almeno ho provato a inventarmi una scusa… ma nel frattempo ci penserò.

    Buona notte. Trespolo.

  15. mirko il 12 dicembre 2006 alle 23:49

    Si è vero.Le troppe informazioni ci schiacciano,siamo come tanti piccoli
    tesori cacati su questa landa da un piccione con la diarrea.
    Però,il sole splende,il mare si muove,e la gente può stare zitta.
    Questa dittatura ci piace?O dobbiamo costruircene per forza una?
    La società piano piano sparisce!Il concetto di società ha plasmato tante generazioni.Oggi la storia della società sparisce,cerca di farlo,lo fa.
    E questo dovrebbe farci sentire entusiasticamente liberi.
    Anche se non riusciamo a vendere tante copie di un libro o di un vaso!

    M.I.L.P
    movimento per un’Irpinia libera e “protestante”

  16. Il Treno a Vapore il 13 dicembre 2006 alle 01:05

    Da giovane, dunque in un’altra era geologica, mi lessi qualcosa di Prevert per una poesia sull’amore che faceva colpo sulle ragazze. Ho un vago ricordo di qualche cosa sui fiammiferi e sugli intellettuali, ma di più non so ora dire, il senso poteva essere di stare attenti a loro. Forse.
    Comunque, sono per nulla d’accordo con le considerazioni proposte, trovo da un lato qualunquistica l’opposizione potenti/popolo e dall’altro “cervellotica” la rappresentazione di una moltitudine di “oppressi” alle nostre latitudini. Conosco benissimo l’imperio dei grandi produttori internazionali e la “cultura” che a forza e di forza ne consegue. Conosco la devastazione psicologica di tanta parte del nostro mondo e di quello giovanile in particolare. Ma mi si dica quali e come e dove e con chi e per fare cosa le “radicali avventure esistenziali”

    Il presente lo ha generato la storia, dove non ci sono buoni né cattivi, ma solo chi vince e chi perde. E chi pensa di avere perduto -dimenticando che i veri perdenti non mangiano non si lavano cagano nel fango e muoiono molto presto- si metta il camice entri in laboratorio e si provi a stimolare concrete reazioni con concreti reagenti: se fallirà (e resterà nei lai) potrà prendersela solo con la propria insufficienza.

    Ma poi, ognuno la pensi come crede: è questo il bello, no?

    Buonanotte

    Mario A.

  17. gilcagnè il 13 dicembre 2006 alle 10:56

    trespolo, su quale lato è d’accordo? quello destro immagino.
    non mangi pasta e fagioli e lesso la sera. o nel sonno…

  18. farminio il 13 dicembre 2006 alle 11:37

    stamattina un mio amico mi dice che uno scrittore è uno che non sa niente e questa è una cosa che ho sempre pensato. io non so niente della dittatura, non potete aspettarvi da me un incremento di conoscescenze sull’argomento. l’ho scritto perché sento qualcosa che opprime e la parola dittatura mi è sembrata la più adatta.
    il fatto è che gli scrittori quando diventano pubblico diventano gente che sa troppo e allora eccoli a lamentarsi delle insufficienze altrui. quando vado nei paesi a presentare il mio libro riesco ancora a parlare della bellezza, ma anche della morte. non c’è la dogana in cui ti chiedono perché hai questo e non quest’altro nella tua valigia.

  19. sergio garufi il 13 dicembre 2006 alle 12:52

    “Viviamo in una società totalitaria. L’affermazione, dolorosamente vera, suona falsa perché non si vede chi sia il dittatore”

    un totalitarismo acefalo, economico, privo di un referente unico.

    “Paradossalmente la recente manifestazione dell’Italia berlusconiana era proprio intitolata manifestazione della libertà: per loro pure c’è una dittatura ed è esercitata da quelli che impongono il pagamento delle tasse.”

    Libertà da e libertà di, la differenza sostanziale la spiegava bene l’altra sera in tivù quel collega inglese di Pardi a Firenze, quello del ceto medio riflessivo (ora non ricordo il nome). Libertà da è il libero mercato per come lo intendono i forzitalioti, ossia libera volpe in libero pollaio.

  20. maria il 13 dicembre 2006 alle 15:11

    era lo storico Paul Ginzborg
    maria

  21. farminio il 13 dicembre 2006 alle 17:59

    caro sergio
    aspetto le tue annotazioni sul circo. intanto ti faccio sapere cosa penso della possibilità di un’isola

  22. p. il 14 dicembre 2006 alle 00:44

    Di gradevole lettura, ma le parole hanno un significato che gli è proprio.

    Inoltre, temo che questa frase spieghi buona parte del tuo ragionamento:

    “Capisco che la loro impotenza ha più consenso della mia e questa è la prova della dittatura”

  23. Luca il 14 dicembre 2006 alle 10:41

    Quel che s’è perso per strada è, secondo me, la storia. Le vicende d’un intero paese son percepite, dal suo corpo sociale, attraverso il filtro atomizzante del trantran, della piccola routine, della partitella gestionale. La politica, già teatrino, è oggi, nella percezione diffusa, una sitcom impiegatizia, lontana anni luce da ogni senso di epos e pathos, e costruita giorno per giorno da situazioncelle salaci, scaramucce, battutine volatili che si divorano l’un l’altra a ciclo continuo nell’attenzione disattenta di tv accese sullo sfondo.

    L’intelligenza delle cose sembra bloccata in un eterno, bidimensionale ora: il presente è saturato da un fenetico e caotico proliferare di microaccadimenti che prosciugano e sfiniscono il bisogno di “trama”, che ostruiscono i punti di fuga prospettici verso il prima e il dopo. Ogni tentativo di racconto più ampio, si sgretola contro questo fragoroso rumore. Del recente passato, rimangono solo un senso di stordimento e una serie di frammenti disordinati e contradditori, come dopo una nottata in discoteca. Il futuro è solo una promessa (una minaccia) di caos incrementale.
    La piazza, come luogo del populismo e della politica, ma prim’ancora come spazio sociale e di relazione, ovverosia come luogo ove sviluppare un’intelligenza condivisa delle cose, è semplicemente morta – quantomeno nelle grandi città del centronord: è tutt’al più luogo di parcheggio o di turismo. Ma questo è un sintomo, non una causa.

    Chi non ha la voglia, il tempo, gli strumenti intellettuali per provare ad aggirare o scardinare questo muro di rumore, deflette l’innato bisogno di interpretare, intelligere e creare una trama, cioè un ordine, verso l’interno, sulla materia ancora plasmabile del proprio privato: il lavoro, la famiglia, la casa. Se da quella palla informe di rumore che è lo spazio percepito del mondo emergono segnali che minacciano di toccare questo giardino segreto, questo oggetto assolutizzante degli investimenti psichici, affettivi, creativi di così tanti individui, ecco che emerge dal quieto permanere delle masse smarrite come un moto di scandalo, di sacrilegio, un germe informe di protesta e mobilitazione – più una somma di lamenti individuali che un moto organizzato, per ora. Ma poiché tutto sembra portare verso la sperequazione e l’immiserimento, probabilmente in un non lontano futuro ne vedremo delle belle.

    Tutto quel che non tocca in modo immediatamente tangibile – ricordiamo, non c’è prima e non c’è dopo – il giardino segreto, passa oltre, accanto alle vite, in un senso di anestetica inevitabilità.
    Ovvio che, in questa distesa di milioni di intelligenze ritratte come paguri e dedite al giardinaggio, chi ha l’energia di dotarsi di un disegno e di perseguirlo con volontà (e i villains, in questo genere di cose, sono i più bravi) ha, di questi tempi, gioco facile.

  24. lc il 14 dicembre 2006 alle 11:12

    Arminio ha ragione la dittatura c’è ed è sotto i nostri occhi, è strisciante, è nelle nostre vite. l’individuo che è solo individuo, l’inesistenza di azioni, luoghi ed idee collettive in cui ci si può riconoscere sono le caretteristiche della nosta società. quest’individualismo che è stato spinto all’estremo ci rende soli, ci costringe alla sofferenza di sentirsi impotenti davanti a chi ha il potere. la distinzione non è potenti/popolo, ma è tra gli individui

  25. wovoka il 14 dicembre 2006 alle 22:17

    Concordo, quasi parola per parola, con Luca Carlucci. Penso che ne vedremo delle belle. Oggi una mini-coda verso la tangenziale di Mestre in andata, e una maxi-coda nell’estenuato ritorno – la percezione, inequivocabile, dell’imbecillità globale della nostra specie – e l’ho sentita anche tutta mia, nelle vene irritate che mi sbattevano dentro la testa.

  26. farminio il 14 dicembre 2006 alle 22:36

    sono stato a presentare il mio libro in un paese della mia provicnia. alla fine un giovane assessore ha detto che mi voleva parlare. ci siamo infilati in una macchina. mi ha raccontato la sua solitudine, la sua sofferenza. incontro sempre più spesso gente così, gente che avverte la dittatura…

  27. franz krauspenhaar il 15 dicembre 2006 alle 09:27

    Splendido l’intervento di Carlucci, sono d’accordo con Wovoka, dice tutto.

  28. farminio il 15 dicembre 2006 alle 13:14

    caro franz
    hai visto che ho imparato la lezione.
    non mi sono lamentato coi commentatori. magari più avanti proporrò una seconda puntata del discorso. non è che mi sono rassegnato. è che con troppa foga si combatte male.

  29. Truman Burbank il 17 dicembre 2006 alle 11:22

    Noi apolidi

    Impressioni di tarda primavera.

    Noi senza patria ci aggiriamo sperduti per un mondo che non riconosciamo più. Ci hanno chiamati cittadini globali, ma in realtà ci hanno tolto la nostra patria e la nostra eredità culturale.

    Restiamo chiusi in casa per ore ed ore davanti a schermi vacui che narrano di mondi virtuali (come degli eremiti in casa direbbe Galimberti). Poi ci scuotiamo dal torpore ed usciamo.

    Per strada corrono macchinoni enormi e minacciosi, parenti dell’autocarro protagonista di Duel. Ai lati dalla strada marciapiedi semideserti. Persone che si trasferiscono rapidamente dal parcheggio alla loro destinazione (solitamente un negozio). Alcuni sembrano parlare da soli, ma sicuramente parlano ad un telefonino invisibile.
    Molti di questi individui desolati cercano riparo nel rapporto di coppia. Una pubblicità insistente spiega che due è meglio di uno (cciù is megl che uan).

    In un angolo una coppia si bacia. Durante il bacio la ragazza devia leggermente lo sguardo e digita un SMS sul suo telefonino.

  30. Wallace il 17 dicembre 2006 alle 13:13

    aggiungerei in maniera grezza che oltre ad essere ingabbiati in questa realta’ virtuale o incantesimo siamo obbligati al consumo come ratti da esperimento(perche’ cosi’ ci considerano)risultato di una politica di massificazione avvenuta negli anni.
    LA RIVELAZIONE E’ NELLA RIVOLUZIONE!

  31. farminio il 17 dicembre 2006 alle 14:49

    certe volte penso che chi oggi non sente un bisogno di rivoluzione è semplicemente morto

  32. Wallace il 18 dicembre 2006 alle 00:25

    per non farvi prendere dall’oscurita’ vi dedico un pensiero di max herman:

    Vai in pace in mezzo al rumore e alla confusione, e ricorda quale pace può esserci nel silenzio. Per quanto possibile, ma senza resa, sii in buoni rapporti con tutte le persone, dì tranquillamente e chiaramente la tua verità; e ascolta gli altri,
    perfino gli ottusi e gli ignoranti,
    anche essi hanno la loro storia.
    Evita le persone forti e aggressive,
    esse sono opprimenti per lo spirito.
    Se ti paragoni agli altri,
    potresti considerarti inutile e sgradevole, ma sempre ci saranno persone più grandi o meno di te stesso.
    Goditi i tuoi successi così come i tuoi progetti. Conserva l’interesse per la tua carriera per quanto modesta possa essere, è una realtà, che nel tempo, le fortune cambiano.
    Opera con cautela nei tuoi affari,
    perché il mondo è pieno di inganni
    ma non lasciare che questo ti renda cieco di fronte alle virtù esistenti;
    molte persone combattono per alti ideali, e dovunque, la vita, è piena di atti di eroismo. Sii te stesso. E, principalmente, non fingere nell’affetto, nessuno è cinico nei confronti dell’amore, perché a dispetto di aridità e disillusioni,
    esso è perenne come l’erba.
    Prendi con dolcezza l’esperienza degli anni, lasciando andare, garbatamente, le cose della giovinezza.
    Rafforza il tuo spirito per difenderti dalle sventure improvvise,
    ma non affliggerti con fantasie oscure,
    molte paure sono figlie della fatica e della solitudine. Al di là di una sana disciplina, sii gentile con te stesso.
    Tu sei figlio dell’universo,
    non meno degli alberi e delle stelle
    e hai il diritto di stare qui;
    e che ti sia chiaro o meno,
    non c’è dubbio che l’universo si stia dispiegando come dovrebbe.
    Perciò sii in pace con dio,
    comunque tu lo concepisca,
    e qualunque siano il tuo lavoro e le tue aspirazioni nella rumorosa confusione della vita,
    conserva la pace nella tua anima.
    Pur con tutte le sue illusioni, le miserie e i sogni infranti,
    è ancora un mondo meraviglioso.
    Sorridi. Cerca di essere felice.



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