Da: Artico

6 febbraio 2007
Pubblicato da

anime-bambino-200.jpg

di Francesca Matteoni

Ad Antonella Anedda.
Sasso Marconi, 6 settembre 2003

ARTICO

Il ghiaccio sospende l’acqua, ramifica
come l’impronta della luna.
L’occhio pronto a inghiottire ruota
e si sbianca – una perla o una bacca
di gelida fiamma.

I piccoli eschimesi portano lame e pellicce
ai fianchi dove i ghiacci stagliano ombre.
Gli eschimesi ricamano i morti nelle pelli
li trascinano tra i rami del gelo
azzurri, verdi senza foglie.
Cucito dentro il sangue è nero, immobile
freddo – si allunga tra le dita
della terra verso l’onda; solleva carni spente
come una bestia muta. La bestia
che noi lasciamo avvolgere dai gorghi.

I nostri morti scrivono il paesaggio.
Stendono sulle rive scaglie argentate
di pesce perché una luce piatta
ci immagini dal fondo.
I contorni. Il vapore appena attorno ai corpi.
I morti ricordano come l’acqua
cieca, materna – un petto lucido di guscio.

L’anima ha un suo luogo là sotto, piccola
di sassi e sonagli, approda al canto
delle balene all’antro caldo, ai fiati di molte creature.
Foche. Forgiano la deriva polare, il grumo
di saliva nella schiuma.
Gli eschimesi le cacciano nell’oceano
le lance, l’isteria delle reti – le chiamano streghe.
Sanno cosa vedono, occhi notturni, nudi –

nodo vischioso di mari, un sale amaro attorno –
il nervo, la fune tesa al fondo.

ERINNI

I mattini si aprivano stanchi ad un chiasso di donne.
I mantelli delle madri erano rossi come soli.
Lampi spessi di resina incendiavano le pance –
serbatoi di ogni luce in dono. Le loro cosce attorno
al collo, nodi di membra che sprigionano latte – emergevo.
Due lunghe cicatrici fendevano la schiena.
Le madri riponevano forbici e filo, lavavano la crosta
nera, cantando e cantando nenie nel buio.

Ma i sogni non avevano zucchero.
Quando venivano fuori dal sonno niente bocca né mani
tu eri quello del sogno, piccolo come piuma
in fondo a un prato o su una giostra
non ti sapevo toccare senza romperti.
(La tempra delle madri era feroce
m’impastavano perché il cuore fosse identico a loro
– assoluto esigente senza perdono –

restituivano vita e memoria affogando imponenti
statue pesanti gettavano sorti in cui non eri incluso.)
Non chiedevi di me. Mi lasciavi monete
di fiabe nel letto bugie strambe nel piatto
le tue scuse d’adulto improvviso, bambino codardo.
Anima senz’armatura vidi altrove cos’era un padre
come non fosse normale per tutti camminare spogli.
Ricucivo le zolle d’una terra malferma. Mi rifugiavo

per immaginarti – mela dell’albero d’oro
stivale d’orco regno in capo al mondo –
scura di cantine e soffitte piena di esorcismi
perché le madri sceglievano gli spazi piani,
le mura regolari, le ampie vetrate del giorno dove
stavo da me stessa accecata specchiata medusa.
Ogni volta era l’amore un gomitolo di serpi
a temere il peggio per non abbandonarmi. Temevano

il coltello del pane, una caduta di pietre, un cavo scoperto,
l’espressione del volto troppo uguale alla tua –
l’embrione pungente sotto pelle. Disegnavano
la geometria d’un uomo – gambe braccia busto,
il cerchio della testa – figurina di carta senza sesso.
La sera in cui le uccisi da me sola le dita
appiccicose d’interiora eri come immerso,
l’estraneità d’un pianto, le carni sigillate del distacco.

A Olive Higgins (those hard symbolic bones under the skin)WILLIAM BUTLER YEATS

LE BENDE

I (I Tre Volti)

La nebbia si leva nei suoi artigli.
Erba contratta in vapori un’attesa
di suoni. Vieni. Togli le bende
dalle mie membra e dal volto.

Non sarò certo Jane la Pazza
né la vecchia filatrice adunca
o la vergine nella sua tomba
con un fiore nelle mani fredde

Ma in un vincolo queste tre donne
mi sospingono a un uovo di carne
nella loro matassa d’amore
mentre il mondo va e viene.

Hanno l’odore dell’acqua. Correnti
sepolte. Considera questi miei seni
come erompono e insidiano l’ombra.
Nettare di un costato cadente –

Il mondo è scheletro e sangue.

II (Il Lupo)

Sul mio corpo di letto e tovaglia
un cannibale trascina la mascella
Le betulle si piegano torbide –
io sto – magra come un’ascia.

Vieni a prendermi.
Un taglio nel ferro il sentiero
fino alla bocca e al sudore
legno marcio nel fiume.

Non volevo i tuoi denti
i miei nervi trafitti –
Volevo l’aroma dei fiori secchi
ma so di stivale nel fango.

Ho percorso la lama fin dove
incide fino alla bocca e al sudore.
Non un frammento rimane.
Occhi in un buco d’ossa.

L’oceano la pancia.
Tu sei oscuro come il tempo
dell’anima come il calore
delle notti.

Intorno

la linfa è un vortice negli alberi.

(Londra, novembre 2002)

(Da: “Artico” – Crocetti, 2005)

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7 Responses to Da: Artico

  1. Marco Simonelli il 6 febbraio 2007 alle 04:57

    Accludo qui di seguito una breve recensione che scrissi dopo la lettura di Artico di Francesca Matteoni, consigliandone ai lettori di NI la lettura.

    Lo spazio in cui il testo poetico accade non è riconducibile ad un luogo geografico per il suo autore: piuttosto una scelta (istintiva? Meditata?) di locazione filmica di ciò che viene facendosi, una scena in cui far scorrere la propria affabulazione, un fondale davanti al quale porre il proprio dire. Un fondale in cui l’autore sceglie di essere contenuto. Nella poesia Paesaggio possiamo leggere due differenti ottave in verso libero, slegate tra loro dal triplo asterisco eppure strettamente unite da una figuralità glaciale mossa da sinestesie ( “i rami sognano la direzione della neve”, “l’orizzonte bianco, drappo di nidi/ sonnolenti”). In tutte le poesie di Artico è lo stesso paesaggio a raccontare liricamente l’autrice, s-oggetto spesso sottinteso eppure sempre presente nella tessitura poetica e grammaticale. Un io che diventa un quasi corale noi, usato spesso nella forma impersonale (“Si scivola sotto ai mastelli”; “Si è ricordati nelle case”). Come in Neurosuite di Margherita Guidacci (autrice verso cui Francesca, nell’intervista pubblicata in fondo al libro, dichiara di nutrire debiti culturali) la scenografia poetica si dilata dall’interiorità sofferente delle figure che popolano le pagine. Artico di Francesca Matteoni è un libro compatto ed essenziale che nei suoi 24 testi racconta, attraverso una mappatura energicamente tracciata, una sorta di spedizione e relativa ricognizione attraverso le “zolle d’una terra malferma”. L’iceberg, la cui parte emersa è una minima percentuale delle sue reali dimensioni, si frattura e si manifesta interamente creando una superficie praticabile solo da colui (colei, in questo caso) per cui “L’inverno è consolazione/ indomabile ghiaccio, puro”. Nonostante la matrice metaforica sia composta in parte da un immaginario quasi fiabesco, il timbro generale del testo poco ha in comune con la consolazione: la continua paratassi, la scelta di immagini dai contorni definiti, gli incisivi dettagli di un paesaggio interiorizzato (più che interno o meramente simbolico) non sono altro che gli stratagemmi retorici necessari ad un approccio dinamico e combattivo nei confronti di una realtà ostile. Una lingua scandita dallo sguardo che compie la sua iterazione dall’interno della condizione reale, abbandonandosi ad una descrizione quasi onirica di sé e della propria esperienza umana in una sorta di fase REM dei codici espressivi.

  2. cara polvere il 6 febbraio 2007 alle 11:27

    un apocalisse, come un maschile, come un figlia donna amante, come un maschile che si spiega in mezzo alla barbarie pleonasticamente apocalittica della vita.
    materie livide, cornici d’ossa e cornee in cui l’occhio ha vita a parte.
    sa d’insetto il verso, fumigante un lampo e poi di seguito la metamorfosi fredda che cela ancora antichissime ere di magma.
    tutto versa nella singola biografia d’ognuno: oggetti compresi.
    oggetti e corpi inadeguati alla cosmesi.
    il dio è l’io ostinato a ritrovarsi sacro nei nodi ristretti delle corde più alte del tempo
    lassù dondolano i nervi-betulle e il gorgo della parola.
    è un tendere di figlia alla vita
    e d’amante alla madre, alla donna
    come maschio che fa di se il suo doppio bucato e penetrabile
    come donna che timbra di nudi riti il suo darsi
    è un verso coraggioso che deforma il lettore che vi si specchia
    è una contusione nella “pancia” di una montagna.
    solleva e abbatte e scrive sulla punta del coltello la tenerezza
    disperata di una fuga, di una domanda di riconoscimento, di un nome
    “che se fosse un animale non sceglierebbe mai un uomo per spirito guida”

    altri modi per dire quello che leggo non so.

    mi fa piacere ri-leggerti anche qui, Francesca
    un caro saluto
    paola

  3. c.velardi il 6 febbraio 2007 alle 12:56

    !?

    “altri modi per dire quello che leggo non so”.

    in questi giorni, tra i commentatori – e non solo, ci sono parecchi candidati. ma c’è un favorito. cara polvere al posto di sircana.

  4. cara polvere il 6 febbraio 2007 alle 13:44

    @velardi
    lei mi lusinga, ma.
    non sono davvero un’ esperta di comunicazioni
    anzi, per dirla tutta, provoco disastri comunicativi, semmai.
    per commentare prendo in prestito l’istinto che è il mio (non il formaggino) conduttore d’energia migliore
    salut
    paola

  5. cara polvere il 6 febbraio 2007 alle 13:48

    e poi sempre @ Velardi

    che fa, m’interroga l’esclamazione?
    e la risposta non saprei, se la chiedesse a me.
    p.

  6. Tommaso Lisa il 6 febbraio 2007 alle 19:06

    Ciao Francesca,
    Marco mi ha segnalato la tua uscita su N.I. colgo subito l’occasione per postare la recensione a Artico, scritta per Poesia ma mai pubblicata. Domani sera c’è la riunione di RE: con Raveggi per questo terzo numero, che ospiterà il tuo bel saggio sui luoghi desolati. A presto
    Tom

    Francesca Matteoni, Artico, Milano, Crocetti, 2005, Euro 9.

    Le ventiquattro liriche di Artico, di Francesca Matteoni (1975, nata a Pistoia ma da anni risiedente a Londra) mettono in scena una poesia dai toni boreali e oscuri, tramata di paesaggi notturni, dalla neve del nord estremo. Artico è infatti «il luogo dove l’anima ha il suo attraversamento lentissimo, solitario» (come si legge nell’intervista, posta in appendice al volume). Si tratta di una scrittura dagli scenari fiabeschi (Andersen è uno degli scrittori più amati dall’autrice), venata da riferimenti al mito classico, e che della fiaba riprende la crudeltà e il filo di salvezza. Il libro, solo apparentemente esile, è scandito in micro-sezioni tematiche numerate, che danno profondità e complessità alla struttura. La lirica della Matteoni non teme la prima persona e, pur tendendo al diario, si distanzia dal tono autobiografico della confessione per descrivere, con una figuratività distanziante, situazioni emozionali algide e astratte. Questa poetica di oggettivazione dei sentimenti, che non ha molti referenti nella tradizione lirica italiana (la Matteoni si limita ad inserirsi in una genealogia che, discendendo da Leopardi, arriva a Amelia Rosselli, Margerita Guidacci e Antonella Anedda) dialoga col romanticismo anglosassone, dai poeti laghisti fino a William Butler Yeats (l’opera del quale è stata studiata, in relazione alla mitologia celtica e all’esoterismo, nel corso della tesi in Storia delle Religioni), a Dylan Thomas e Sylvia Plath. Artico si serve di un “metodo mitopoietico” che usa l’aspetto folclorico non in funzione restaurativa (di chiusura nei confronti della reatà) ma quale strumento per arrivare alla radice di conflitti plurisecolari (in situazioni dove, leopardianamente, di fronte a un’imperiosa “natura matrigna”, l’uomo si sforza di porre in salvo pochi, deboli, ma preziosi frammenti di senso); si tratta di un diario della vita interiore che si snoda in corporei meandri di ritmi e assonanze, tra emblematiche figure di animali, alberi, case, architetture di luce e di ombra. La trasformazione ciclica della natura si specchia nel mutamento della condizione liminare dell’io, colto nel momento di passaggio (tipico della fiaba) tra adolescenza e età adulta. Lo stile, pur essendo il tema “magico-onirico”, è ossificato e epigrammatico: i testi sono scanditi in stanze (talvolta di quartine) segno di una minuziosa opera di montaggio del materiale verbale. Pur non ricorrendo alla forma chiusa o alla metrica, Artico assembla con tagli stranianti gli sparsi fotogrammi immaginativi secondo un processo di “sottrazione” e “scomposizione”. Questa tecnica, che comporta un cosciente distacco e, al contempo, un ininterrotto dialogo (rappresentato dalla poesia stessa), conferisce solidità d’impianto e una cifra stilistica “distanziante” inconfondibile. La poesia della Matteoni, oltre a ricorrere spesso al “correlativo oggettivo”, tratto che ne rafforza l’essenzialità stilistica, si caratterizza per le immagini archetipiche (terra, aria, fuoco, acqua, come teorizava Gaston Bachelard, tra di loro implicati), e per una misura visiva degli spazi che contribuisce alla memorabilità. A certificare la notevolezza di Artico sta il fatto che tale opera d’esordio è il distillato delle antologie del Nodo sottile (dal primo volume, del 1999 al quarto del 2004), progettate dal Comune di Firenze e dall’Assessorato alla Cultura Archivio Giovani Artisti, e coordinate da Vittoro Biagini e Andrea Sirotti. La silloge quindi, oltre al punto d’arrivo di un progetto condiviso, costituisce una solida base di sviluppo per la poetica della Matteoni, i cui testi erano precedentemente apparsi, oltre che nel secondo volume di Nodo sottile (2001), sulle riviste fiorentine “Semicerchio” e “Re:”.

  7. sitting targets il 7 febbraio 2007 alle 18:34

    recensioni molto ben scritte, anche se questo dovrebbe essere uno spazio per i commenti, non un tazebao critico. semplicemente, si potrebbe dire che queste poesie sono feroci. nel senso migliore del termine. chi vive intesamente le sue emozioni sa senz’altro quel che voglio dire.



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