Forse si muore così

10 luglio 2007
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Un racconto di Andrea Bajani

Ti hanno data per morta per cinque anni di fila, eppure io ti ho vista sempre girare per casa. Almeno una volta la settimana c’era qualcuno che diceva La nonna sta per morire, ma poi tu alla fine non morivi mai. Ti vedevo camminare in cucina, sedere in poltrona, sparire dentro la porta del bagno, accendere e spegnere la luce ogni volta che uscivi. Così avevo pensato che forse ero io che non sapevo come si muore, e che magari tu eri già morta nonostante camminassi in cucina, sparissi dentro la porta del bagno e accendessi e spegnessi la luce ogni volta che uscivi. Forse ero io che sbagliavo a darti per viva, a pensare che tra i vivi e i morti quel che cambia è l’azione. Così succedeva che ogni tanto chiedevo a qualcuno notizie di te, ti vedevo passare, aspettavo che ti allontanassi, e poi sottovoce chiedevo È già morta? Ma tutti sottovoce mi rispondevano Non ancora e poi inchinandosi verso di me aggiungevano Ma non manca poi tanto. Ma tu non morivi mai, a dispetto di tutti i pronostici, e soprattutto alla faccia di chi ti voleva già a riposare sotto le aiuole. È ostinata, avevano sempre detto tutti in famiglia ogni volta che si parlava di te. E così mi ero fatto l’idea che fosse per ostinazione, che non ti decidevi a morire. Quando non vuole fare qualcosa, dicevano, non c’è verso di fargliela fare, e tra le cose che non ti andavano a genio con ogni evidenza c’era questa di traslocare nel regno dei cieli. Io comunque per sicurezza ogni tanto chiedevo, e a domanda uguale ricevevo sempre uguale risposta. Non ancora, ma non manca poi tanto.

Spiegarmi come si muore in ogni caso non me lo spiegava nessuno. Non c’è un modo unico per morire, mi dicevano, ognuno muore come gli pare. Il nonno, ad esempio, era morto mentre il barbiere gli faceva la barba e i capelli, issato sulla poltrona con l’asciugamano che gli copriva le spalle. Il barbiere aveva continuato a parlargli per tutta la durata del taglio, ma il nonno era uno di poche parole, e quando uno di poche parole non ti risponde non vai di certo a pensare che non ti risponde perché ha traslocato nel regno dei cieli. E invece il nonno era morto così, rasato, profumato, con ancora il segno del pettine in mezzo ai capelli. Nel giro di poche ore gli avevano tolto il lenzuolo da sopra le spalle, l’avevano messo dentro la bara, caricato su una macchina e io non ne avevo saputo più niente. Dove portano l’armadio?, avevo chiesto quando avevo visto la bara andare via dentro la macchina funebre. Lo traslocano nel regno dei cieli, mi avevi risposto. Traslocavano il nonno, quindi, e la tua casa all’improvviso diventava più vuota. Però il silenzio restava lo stesso, perché il nonno era un uomo di poche parole, sia quando era fuori di casa, sia quando era dentro. Se n’era andato via così, pettinato di fresco e chiuso dentro un armadio, e tu da quel giorno non ne avevi parlato mai più. Ti eri limitata a disporre la tua vita in un’altra maniera, come se il nonno avesse traslocato davvero, e a te fosse toccato di far sembrare piena la casa con i pochi mobili che ti aveva lasciato.

Da allora tutti avevano preso a darti per morta, perché senza il nonno, dicevano, tu non eri nessuno. Da quel giorno ogni volta che ti andavi a tagliare i capelli tutti si guardavano col pensiero che era venuto il momento del tuo trasloco nel regno dei cieli. Un po’ lo pensavo anch’io, a dire il vero, perché dopo la morte del nonno per me si moriva così, col lenzuolo sopra le spalle issati sul trono di qualcuno che ti taglia i capelli. Così tutte le volte che andavi dalla tua parrucchiera ti chiedevo se potevo venire, che già il nonno me l’ero perso, non volevo perdermi anche te che morivi. Ma la parrucchiera ti prendeva la testa, te la lavava, te la tagliava e tutte le volte che uscivi eri viva come quando eri entrata. Alla parrucchiera non osavo chiedere se eri ancora tra i vivi, dopo che ti aveva tolto il lenzuolo, e così mi limitavo a camminarti accanto, viva o morta che fossi. Poi ti vedevano anche gli altri, tagliata di fresco, e si vedeva che ci restavano male, che anche quella volta avevano sbagliato a fare le previsioni del tuo trasloco. Col tempo però tutti si sono dimenticati di te, nessuno più chiedeva niente a nessuno quando andavi a farti tagliare i capelli. Capitava che qualcuno dicesse Poveretta, o che qualcuno si prendesse la briga di telefonarti, o venirti a suonare per sapere se avevi bisogno di nulla. Di solito tutti usavano me, per queste incombenze, per farti sentire un po’ meno sola. Ti parlavano un po’ dal citofono, con la spalla appoggiata al portone, e poi dopo un po’ ti dicevano Bene, io vado, però adesso arriva su il tuo Lorenzo. Così mi caricavano nell’ascensore e tu mi aprivi la porta un piano più su, come mi avessi tirato su dentro un cestino calato giù dal balcone.

Poi all’improvviso un giorno hai smesso di tirarmi su chiuso nell’ascensore. Al citofono hai detto Ciao Lorenzo, ci sentiamo poi per telefono. Io ho guardato la mamma, che era lì con me con la spalla appoggiata al portone, ho guardato il citifono e poi ho agitato la mano in segno di saluto, come se da quei buchini tu potessi vedermi. Da quel giorno tutti hanno ripreso a darti per morta, o a dare per imminente il tuo trasloco nel regno dei cieli. Come se non bastasse tutti dicevano che al telefono sembravi una persona diversa, a qualcuno facevi addirittura paura, ti sentiva rispondere Pronto e poi buttava giù. Ogni tanto si provava con le telefonate di gruppo, ci si metteva tutti intorno a un telefono, uno faceva il numero e tutti gli altri si avvicinavano con la testa il più possibile alla cornetta. Io stavo lì sotto, abbracciato a quel mazzo di gambe, e da là non riuscivo mai a sentire che cosa succedeva dentro il telefono. Capivo che rispondevi perché le gambe a cui ero allacciato si agitavano tutte insieme, e qualcuno sopra di me diceva Ciao come va? Poi però nessuno diceva più nulla, e dopo poco rimettevano giù il telefono e si mettevano tutti seduti in salotto, due o tre su una sola poltrona, qualcuno sul divano e io che finivo sempre seduto per terra. Per un po’ si stava tutti in silenzio, finché qualcuno non diceva Ma da quand’è che ascolta la musica? Tutti si guardavano in faccia, passandosi la domanda uno per uno finché non arrivava da me, che dicevo Non lo so. Tutti insieme allora scuotevano la testa a destra e sinistra che era come dire Ci siamo, siamo vicini al trasloco nel regno dei cieli.

Questa cosa che ascoltavi la musica e non volevi vedere nessuno turbava gli animi di tutti quanti. A casa tua c’era sempre stato silenzio, sia quando il nonno era in vita, sia dopo che era andato a farsi tagliare i capelli per l’ultima volta. La musica che veniva fuori a tutto volume dal tuo telefono li spaventava più di qualsiasi altra cosa nel mondo. Così un giorno, dopo l’ennesima riunione in salotto, un pezzo della famiglia ha deciso di iniziare gli appostamenti e l’altro pezzo si è messo in movimento per trovarti l’armadio più consono all’imminente trasloco nel regno dei cieli. Poi la sera, quando ci si riuniva di nuovo in salotto, chi aveva fatto l’appostamento diceva che cosa aveva visto e sentito, e chi era andato a informarsi per la tua sepoltura riferiva agli altri prezzi e modalità. Così si è venuto a sapere che dalla tua casa ogni giorno verso sera usciva un signore, anziano a sufficienza da portersi dir vecchio, ma non così tanto da aver perso ogni fascino. Tutte le sere il signore usciva da lì, montava in macchina e se ne andava. Nel gruppo degli appostati c’era sempre qualcuno che stava accanto al portone, e quando il signore usciva, teneva aperta la porta e faceva entrare gli altri del gruppo. Così si saliva tutti coi piedi di velluto su per le scale e poi ci si mettava con l’orecchio incollato alla porta. E dietro la porta c’era sempre quella musica forte, che faceva guardare in faccia perplessi, e a qualcuno fare il segno della croce. Più gli appostamenti andavano avanti, più dalla porta arrivava la musica, più il signore usciva da casa, e più la sera si parlava soltanto di prezzi e modalità del tuo trasloco nel regno dei cieli. A me ormai nessuno chiedeva più niente, che non c’era più bisogno di caricarmi su un ascensore e per il resto non sapevano che farmi fare, di fronte alla tua prossima morte.

Poi finalmente un giorno hai chiamato che era sera tardi. Il primo che ha risposto ha spalancato gli occhi verso gli altri, gli altri hanno capito, e si sono buttati contro il telefono come giocatori di rugby. Ma tu hai detto Voglio parlare con Lorenzo, e tutti si sono allontanati delusi. Io ho detto Pronto, tu hai detto Ciao, poi hai aggiunto Devo parlarti ma vieni da solo. Così una mattina mi sono trovato sotto il tuo portone, da solo, tutti gli altri nascosti dentro le macchine coi giornali aperti davanti alla faccia. Ho suonato e dal citofono mi hai chiesto Sei solo? Io mi sono voltato, ho guardato gli altri dentro la macchina e ho detto Ma certo. Poi sono entrato nell’ascensore e tu mi hai aperto la porta un piano più su, con un sorriso che ti ingrandiva tutta la faccia. Quando mi sono trovato dentro ho trovato una casa tutta diversa, i mobili tutti spostati, e dovunque nastri colorati, tappeti. Anche tu indossavi un vestito con molti colori, e i capelli tirati su in un modo che non ti avevo mai conosciuto. Mi hai fatto sedere sul divano, e mi hai detto Senti, Lorenzo, la nonna si è innamorata di nuovo. Poi ti sei seduta accanto a me sul divano, mi hai preso la mano e non hai detto più niente. Sono rimasto accanto a te finché non è scesa la notte, gli altri che da fuori fischiavano e io che non volevo lasciarti la mano. Forse allora, mi sono detto, si muore così.

[ Pubblicato in Mordi & Fuggi Manni, 2007. Ne approfitto per fare un grande in bocca al lupo all’editore Manni, che con questa antologia inaugura la collana Punto G ]

18 Responses to Forse si muore così

  1. daniele il 10 luglio 2007 alle 15:38

    bellissimooooooooooo!!!!!!!

  2. missy il 10 luglio 2007 alle 15:40

    siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!!!!

  3. Tino S. Fila il 10 luglio 2007 alle 16:09

    grazie bajani, una pagina di letteratura al giorno come questa e leggere riacquista ancora senso. aiuta a vedere il mondo con occhi che non sapevamo, o non sapevamo più, di avere.

  4. andrea bajani il 10 luglio 2007 alle 16:13

    grazie davvero

  5. elena gottardello il 10 luglio 2007 alle 18:52

    La mia nonna era una bimba piccola durante la prima guerra mondiale. Durante la seconda guerra era mamma di bimbi piccoli. Ha impastato per anni tagliatelle e polenta, raccolto sui campi, seminato negli orti, governato animali, e cristiani. La ricordo quando a ottant’anni mi vegliò insonne, per due notti, in ospedale. Nessuno del personale del reparto credette avesse quell’età. Ricordo che già allora cominciavo a pensare che dovevo pur prepararmi a perderla. Quando aveva tosse, o un dolore di stomaco, o pesantezza alla testa, o gonfiore alle gambe, non diceva niente, ma intorno a lei notavo scuotersi di teste rassegnate. e a me si stringeva lo stomaco. A gennaio ha compiuto 100 anni. Dico 100. Ricordo tutti a dire quanto è in gamba, e brava, e incredibile. Mi sono chiesta spesso come ci si può sentire quando ti dicono Toh, sei ancora viva? Ma la nonna sorride a tutti, non sembra farci caso. L’altro giorno ho chiamato per salutarla. Non c’era. Se n’è andata in montagna. Io non so come morirà la nonna, nè quando. Mi sembra eterna. E non provate a dirmi che non è vero. Forse è il suo modo di morire. Vivere facendo finta che la fine davvero non ci sia.
    elena g.

  6. Chapuce il 10 luglio 2007 alle 21:11

    Traslocare nel regno dei cieli,
    vien voglia di preparare le valigie!

    e questa ostinazione, così saldamente ancorata alla terra, al corpo, alla vita, questa ostinazione va alimentata ogni giorno di più….

    innamorarsi di nuovo, anche alla fine, questa è vera forza!
    Complimenti Andrea.

  7. paolo il 10 luglio 2007 alle 21:36

    bravo! grazie

  8. Barbara il 10 luglio 2007 alle 22:06

    Veramente stupendo, una valanga di complimenti !
    Di una dolcezza incredibile, davvero.
    E quel ‘abbracciato a quel mazzo di gambe’ è un piccolo gioiello di immagine.
    Grazie !

  9. missy il 10 luglio 2007 alle 22:35

    io l’ho letto e riletto… non mi capitava da tempo, in Internet. Pregevolissimo, caldo, assurdo e sincero. Uno stile che è tra i miei preferiti. Ha ragione Barbara, e rilancio: è tutto un gioiello di immagini.

  10. viadellebelledonne il 10 luglio 2007 alle 22:57

    molto bello, molto tenero, piacevole, ha un senso compiuto, bella fine, bella morte. bravo e complimenti. antonella

  11. antonio sparzani il 10 luglio 2007 alle 23:20

    grazie Andrea, che meraviglia, non smettere assolutamente.

  12. Barbara Gozzi il 11 luglio 2007 alle 10:48

    Mi è piaciuta l’atmosfera sospesa. Irreale a tratti. La figura della nonna è così forte da sembrare viva e in movimento. Certe volte è così che succede. Immagini, sequenze e azioni incomprensibili (ai più) eppure così chiare per chi le vive per quello che sono. Scelte.

    Complimenti.

  13. Dominica il 11 luglio 2007 alle 13:42

    Davvero molto apprezzato, e per come dice, e per quello che dice, oltre a quello che pure si può intuire sulla natura dei rapporti umani.

  14. maria luisa il 11 luglio 2007 alle 15:56

    E’bellissimo. E’ lo sguardo che rimane quello fisico di un bambino, dal basso verso l’alto, verso un mondo adulto incomprensibile o altrettanto buffo. Le facce dietro i giornali, i fischi dalla strada e questo filo rosso tra la nonna e Lorenzo, l’unico che vede i colori, i suoni i silenzi e li abita senza giudizi. Commovente.

  15. silvia il 11 luglio 2007 alle 19:24

    anche io l’ho letto tutto d’un fiato, un racconto davvero speciale.

    Grazie Andrea.

  16. CalMa il 13 luglio 2007 alle 16:12

    Veramente molto ma molto bello.

  17. Ueuè il 15 luglio 2007 alle 15:36

    Racconto eccezionale, ai limiti della perfezione. Coraggioso anche, per il linguaggio e l’argomento molto controcorrente. Bravo.

  18. Francesca E. Magni il 23 luglio 2007 alle 14:59

    E’ un bellissimo sogno, magari la vecchiaia potesse prendersi simili rivincite.

    E’ un dipinto crudele e cattivo perché è maledettamente vero.

    Ho letto anche “Cordiali saluti” e c’è la stessa lente lucidata a nuovo e puntata sulle brutture umane quotidiane.

    I miei complimenti

    fem



indiani