Articolo precedente
Articolo successivo

Anteprima Sud 9/ Alain Daniélou

untitled.bmp
Tagore and Gandhi
partitura_di_alain_danielou.jpg
Le trascrizioni di Alain Daniélou dei poemi cantati di Rabindranath Tagore realizzate durante l’interpretazione del poeta, Shantiniketan, 1939.

L’IMPROVVISAZIONE
di
Alain Daniélou
traduzione
di Martina Mazzacurati

La difficoltà dei musicisti occidentali contemporanei nel definire e comprendere la parola ‘improvvisazione’ è sintomatica di una certa evoluzione del concetto musicale.
In realtà l’improvvisazione è solo una facilità oratoria nello sviluppo di un’idea, se si intende la musica come un linguaggio che esprima pensieri e sentimenti, nelle regole di un determinato codice con una sua precisa grammatica.
Di conseguenza, l’improvvisazione dovrebbe essere tanto naturale quanto la parola, lasciando al musicista il compito di elaborare l’idea musicale in un linguaggio di maggiore o minore eleganza, sottilità di espressione o forza di convinzione, in proporzione alla qualità della sua formazione e al talento personale.

Un preludio di Chopin, un frammento di Liszt, una melodia di Schubert sono spesso trascrizioni di improvvisazioni. Il musicista insegue al pianoforte un’idea emotiva o descrittiva e sviluppa una forma melodica in uno schema (pattern) molto definito, pur nella libertà di interpretare quella stessa idea in modi diversi, seguendo la stessa formula o scegliendone altre. Chiunque si metta a suonare la composizione di Clair de Lune del Werther, potrebbe farla proseguire all’infinito così come le eco dell’improvvisazione zigana sono chiaramente percepibili dietro la scrittura di Liszt.
Non c’è dubbio che, fino al XIX secolo, i musicisti aspettavano con impazienza quella cadenza che permettesse loro di scatenare fuochi d’artificio sul tema, a seconda della fantasia del momento, senza allontanarsi tuttavia dal sentimento dell’opera, dallo stile, dal modo, movimento o formule.

In altri sistemi musicali l’improvvisazione segue la stessa procedura: per poter ‘improvvisare’ ha bisogno di qualcosa da dire, un tema emotivo e sentimentale, ma anche di una grammatica molto precisa, di una logica infallibile, di espressioni già preparate. In quanto processo mentale, lo sviluppo di un raga hindi non è per niente diverso da un discorso o da un sermone nel quale l’oratore cerchi di esprimere un’idea guida in una grammatica coerente, con effetti studiati minuziosamente.

Senza la forza dell’idea tematica ed emotiva, senza la griglia rigida della scala modale, delle formule prestabilite, delle sfumature dell’attacco, degli abbellimenti che permettono di dare corpo all’espressione, è impossibile parlare di improvvisazione.
È probabile che l’enorme libertà nei rapporti dei suoni e l’assenza di formule abbia indotto alcuni musicisti contemporanei a credere che nell’improvvisazione debba intervenire un elemento casuale, mentre è esattamente il contrario.
L’oratore che farnetichi parole a caso, senza un ordine logico determinato dall’espressione di un pensiero preciso in una formula linguistica convenzionale rigidamente stabilita, sarebbe contestato dalla sua platea e si troverebbe presto a corto di ispirazione.

Ebbene, nell’improvvisazione musicale accade esattamente la stessa cosa, poiché essa è frutto di una lunga pratica e di una padronanza assoluta delle regole di un linguaggio specifico. Non abbiamo altri mezzi per comunicare al di fuori delle formule del linguaggio e ne riconosciamo il valore dalla ricchezza del suo vocabolario, dalla complessità delle convenzioni della sua grammatica. Anche nella musica è così. Credere che la musica possa essere un mezzo di comunicazione avulso dal linguaggio convenzionale e classico – certo da ampliare e modificare, ma non ignorare – non è che un sogno infantile e sterile. La libertà così acquisita distrugge lo strumento di espressione più importante per l’essere umano, e cioè il linguaggio, musicale o parlato che sia. Le potenzialità del discorso libero e dell’improvvisazione restano eternamente prigioniere delle convenzioni di un linguaggio.

Print Friendly, PDF & Email

26 Commenti

  1. Improvviso o “impromtu” indica sempre qualcosa di inatteso, che non è stato previsto, qualcosa che avviene al di là della nostra volontà, che ci sorprende perché non l’avevamo progettato e preparato in alcun modo. Il termine improvvisazione dunque, se non deve essere considerato come mero flatus vocis, deve mantenere, anche nel suo significato tecnico musicale, il concetto di improvviso sopra descritto. Questo è l’aspetto che mi pare venga sottaciuto, o trascurato, o comunque non ben espresso in questo pezzo di Alain Danielou.
    Il problema dell’improvvisazione è centrale nell’arte moderna, e anche nella lettaratura. La sua difficoltà sta proprio nel tenere insieme i due elementi dell’involontarietà (del non arbitrario) e quelle del linguaggio (della logica) senza che confliggano distruggendo l’opera.

  2. Franzesco foglio qvesto numero di zud azzolutamente, ach!
    Molto bel tema. Direi a Sandro che forzosamente l’improvvisazione si serve dei mezzi espressivi dell’autore, quelli che lui comunque ha a disposizione. Qualsiasi esperimento e` carico di teoria, dicono i filosofi della scienza da molte decine d’anni. Ciao a.

  3. nel jazz il concetto di improvvisazione è “leggermente” diverso. Un pezzo come, ad esempio, SO WHAT di Davis ti permette un’ampia gamma improvvisativa scevra, anche, da schemi predefiniti. Si può andare ben oltre il banalissimo modale.

  4. Mi sembra azzeccata l’espressione di Antonio:”l’improvvisazione si serve dei mezzi espressivi dell’autore”. Ciò significa appunto che l’elemento non volontario, non cosciente, (lo spontaneo, il non arbitrario) CONDUCE DA SE’ la composizione sulla base dei mezzi espressivi posseduti dall’autore. Ciò ha senza dubbio una corrispondenza con quanto spesso avviene nella scoperta scientifica, in cui un lungo lavorio intellettuale, una teoria lungamente riflessa, giunge a compimento all’improvviso, come in sogno, o addirittura in sogno, come se la nostra mente lavorasse per noi.

  5. Mi sento di sottolineare questa frase, molto incisiva ed arguta!

    Senza la forza dell’idea tematica ed emotiva, senza la griglia rigida della scala modale, delle formule prestabilite, delle sfumature dell’attacco, degli abbellimenti che permettono di dare corpo all’espressione, è impossibile parlare di improvvisazione.

  6. Occuparsi di forme mentali significa partecipare, con modalità diverse rispetto agli ambiti del conoscere e dell’esperire, a processi comunemente sottesi, le cui matrici sono individuabili nei contenuti mentali profondi insiti nelle dinamiche precedenti l’elaborazione concettuale.
    In questo senso, protagonista del teatro dell’espressione emotiva e concettuale, riunita nel symbolon dell’espressione mentale, è l’esperienza prelogica, che orienta ad una conoscenza sintomale, indiziale, per dirla con Bruno, umbratile, e che costituisce lo sfondo germinativo in cui l’immaginazione creativa è ricettacolo contemporaneamente di innovazioni artistiche e rivoluzioni scientifiche.
    In questa dimensione avulsa da domini e ingerenza, si ritrova la pienezza primigenia di facoltà spesso arbitrariamente separate: pensiero aleatorio e pensiero pragamtico.
    La dimensione mentale del pensare “come se fosse” è premessa necessaria per qualsiasi mutamento, innovazione, teorizzazione, evoluzioni che modifichi significativamente gli orizzonti di senso e in questo caso, aggiungo, che consenta creatività e improvvisazione.
    E’ quindi questa sensibilità verso l’aleatorio, inteso come interiorizzazione del possibile, che permette l’estensione dello spettro del comune vocabolario d’atti.

    amen:-)

  7. L’improvvisazione
    raggiunge la sua efficacia
    quando colpisce
    come folgore sull’acqua
    la nostra attenzione…

    l’mprovvisazione è Arte.

  8. Il linguaggio senza l’espressione è vuoto, l’espressione senza il linguaggio è muta. L’uno è la condizione della possibilità dell’altra e viceversa. In un’opera d’arte debbono stare necessariamente insieme. Il problema è che l’espressione (l’emozione, l’impulso), che si modifica storicamente, trova un linguaggio vecchio, inadeguato a rappresentarla. Allora l’espressione deve rompere le leggi linguistiche tradizionali e stabilirne di nuove in grado di accoglierla integralmente. Questo c’è di vero nell’insistenza di Danielou (e di Charlotte) sulla permanenza di un linguaggio qualsivoglia in arte. Meno convincente è il suo lasciare sotto silenzio la funzione della pulsione, dell’emotività, del dolore, che devono assolutamente esprimersi anche contro il linguaggio socialmente accettato, distruggendolo e rinnovandolo.

  9. “In questo senso, protagonista del teatro dell’espressione emotiva e concettuale, riunita nel symbolon dell’espressione mentale, è l’esperienza prelogica, che orienta ad una conoscenza sintomale, indiziale, per dirla con Bruno, umbratile, e che costituisce lo sfondo germinativo in cui l’immaginazione creativa è ricettacolo contemporaneamente di innovazioni artistiche e rivoluzioni scientifiche.”

    Ohi mamm’ d’ ‘o carm’n’!!!

    Luminamenti non avrebbe saputo fare di meglio (o di peggio).
    Ma, per caso, ti sei laureata con lui?

  10. Scusate, ma la riproposizione in chiave scherzosa, con corredo di battuta in napoletano, di una frase del commento di Magda (che tra l’altro stimo e conosco), era “da censura”?

    Sì? E allora vi saluto. E’ stato bello, ma anche le cose belle, prima o poi, finiscono. Addio.

    Stat’v’ bbuòn, e continuàt’ pur’ accussì, che jàt’ sicuramènt’ luntàn’.

    p.s.

    La frase incriminata, in calce a un passo “filosofico” del commento della suddetta, diceva più o meno così:

    Ohi maronn’ d’ ‘o carm’n’! Non so se Luminamenti avrebbe saputo fare di meglio (o di peggio). Ma per caso ti sei laureata con lui?

    p.s.s.

    Bah!!!

  11. Al volo un grande di quella che si definisce “musica improvvisata”:
    Derek Bayley, scomparso nel 2005.
    Dal tintinnio più delicato al ruggito feroce delle corde della sua chitarra “preparata” simile al pianoforte di Cage. Discontinuità, assoluto spezzarsi del timbro, della scala modale, pause infinite. Inpennate e silenzi. Dove l’improvvisazione non è solo lo sviluppo di un idea secondo regole seriali, in una griglia rigida, come nella musica tradizionale orientale, o nelle variazioni della musica classica mero sviluppo di un tema, ma discontinuità, brivido dell’emozione, libero dialogo fra gli strumenti e i musicisti.
    Casualità e sfida.
    Ironia e spirito dada.

    melancholy

    eman27a

    con il percussionista Han Bennick

  12. così…come, parlando di musica creativa improvvisata, la SUN RA ORCHESTRA o citando un altro chitarrista Bill Frisell o il nostro Trovesi, la lista è lunga.

  13. certo che sì, ma mi piaceva qui ricordare Derek Bailey, bei periodi, bei ricordi e cose così… no melense musichette!

  14. “Tutti i santi devono essere considerati colpevoli fino a quando non se ne dimostri l’innocenza”.

  15. A proposito di improvvisazione pubblicai su sud numero 0 un testo che Louis Sclavis (http://sclavisfansite.jp/) e http://www.inclinaisons.com/)
    scrisse per noi e che potete trovare su NI. https://nazioneindiana.com/index.php?s=sclavis
    sul finale scrive:

    “La lingua napoletana non ha il futuro. È quello che accade nella improvvisazione di una musica: nel momento in cui è suonata già non esiste più. Un concerto improvvisato è qui, ora. Una persona che scrive la sua opera ha un futuro, ma quello che noi facciamo è finito.
    L’idea che nel napoletano non ci sia il futuro, fa apparire Napoli come
    una città da improvvisazione, jazz…”
    effeffe

  16. effeffe mi spiace,
    ma sclavis non conosce, evidentemente, il napoletano.
    il futuro c’è.
    si termina in ‘arria:
    vienarria
    accattaria
    chiamarria
    etc…

  17. oops!
    ho toppato con il condizionale!
    chiedo venia:
    vienarraggio
    accattarragio
    chiamarraggio

    ;-P

  18. sarrà chi sa
    scriveva mio zio renato (vd post manifesto)
    vero è che nell’uso comune il futuro è raramente usato
    effeffe

  19. Un bel tema di riflessione, fecondo di preziosi stimoli per uno scrittore: quale rapporto tra l’improvvisazione musicale, quella pittorica e quella letteraria? C’è un elemento comune? Quale atteggiamento spirituale ne è alla base? E quali scrittori corrispondono, ad esempio, ad un Pollock e ad un Cage?

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Rêveries

di Mirco Salvadori
Il diario di bordo di una due giorni dove è questione di pratica di gioventù e di trasmissione generazionale. Un'esperienza tradotta in uno scritto che speriamo incontri con piacere i lettori di Nazione Indiana. M.S.

Memento Moro

Poesie di Alida Airaghii
Come nei Sillabari di Goffredo Parise, dove sono i luoghi a fare le persone e le persone i titoli dell'abécédaire in questa raccolta è il tempo a definire l'ordine, e la storia a sconvolgere la cronologia mutando la semplice successione degli anni- le poesie sfilano come date precise, giorno, anno...

Les nouveaux réalistes: Luigi Macaluso

di Luigi Macaluso
Narrano le cronache non scritte di Trizzulla, paese dell’entroterra madonita, che all’indomani della legge Merlin l’arrivo del nuovo parroco don Basilicò fu accompagnato dalla presentazione d’un prodigio: la nipote Lina, meglio nota alla memoria dei fedeli come l’Ovarola o la Moglie del Serpente.

Avanguardia Vintage: l’intervista

a cura di di Nadia Cavalera
"C’è un brano di Kafka che dice che la scrittura deve essere come un’ascia, che rompe uno strato di ghiaccio. Per cui, sostanzialmente, al povero lettore gli diamo, come dire, delle botte sulla testa."

Deus ex Makina: Maniak

di Francesco Forlani
Da un po'sto collaborando con Limina Rivista, con delle autotraduzioni dal francese di piccoli assaggi ( essais) letterari pubblicati in oltre vent’anni sulla rivista parigina l’Atelier du Roman diretta da Lakis Proguidis. Dopo Philip K Dick, Franz Kafka, Anna Maria Ortese, Charles Dickens è stata la volta di Boris Vian. Qui una nota a un libro indispensabile.

Overbooking: Eugenio Manzato

Alberto Pavan
Il romanzo narra la vita di Antonio Romani, vissuto tra la campagna trevigiana, Padova e Venezia, tra il 1757 e il 1797, l’anno in cui nella notte del 12 maggio, con Bonaparte alle porte, la narrazione si interrompe con un finale aperto che alimenta nel lettore il desiderio di un sequel.
francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: