Su “La memoria della balena” di Jean Portante

11 settembre 2007
Pubblicato da

di Andrea Inglese

(Questo articolo è uscito in una versione più breve su il manifesto del 7/9/07.)

Di fronte ad una società che in pubblico come in privato, per strada come nei palazzi, manifesta in modo sempre più disinvolto e massiccio un atteggiamento xenofobo, qualcuno di tanto in tanto reagisce, ricordando a sé e agli altri che l’italiano, per primo, ha vissuto l’esperienza dell’emigrazione e ha sofferto di tutti i mali che ad essa si accompagnano: sradicamento, sfruttamento, discriminazione. Lo ha fatto nel 2002 anche un giornalista, Gian Antonio Stella, scrivendo un libro dal titolo assai esplicito: L’orda, quando gli albanesi eravamo noi. Ma questo, come altri esempi, sembrano non modificare un dato di fondo: il fenomeno migratorio che ha coinvolto 27 milioni di italiani tra il 1876 e il 1976, per non parlare dei flussi migratori pre-unitari, rimane ancor oggi non solo ai margini della memoria collettiva, ma persino di quella storiografica. È uno specialista in materia come Matteo Sanfilippo a ricordarlo, nell’introduzione del volume collettivo Emigrazione e storia d’Italia (Pellegrini, Cosenza, 2003): “il pregiudizio contro l’assunzione dell’esperienza migratoria nella storia nazionale è comune a tutte le storiografie dell’Europa occidentale e nasce da una triplice damnatio memoriae: per i nazionalisti (compresi i nuovi micronazionalismi a base regionale) chi è partito, ha abbandonato la patria; per le sinistre ha abbandonato la lotta; per i cattolici ha infine messo in pericolo la propria fede, specie se si è recato in paesi protestanti come gli Stati Uniti o la Germania”.

L’ombra che avvolge la lunga esperienza dell’emigrazione italiana è quindi persistente e i contatti quotidiani con le nuove ondate d’immigrati provenienti da paesi diversi e più poveri non sembrano contribuire più di tanto a ridurla. Per questi soli motivi, il libro dello scrittore lussemburghese Jean Portante Mrs Haroy. La memoria della Balena, tradotto per Empiria nel 2006, dovrebbe suscitare in Italia un grande interesse. Jean Portante, poeta, traduttore, insegnante e giornalista, scrive in francese, una delle tre lingue ufficiali del Lussemburgo. Le sue origini sono però italiane. Egli proviene da una famiglia abruzzese che iniziò ad installarsi nel bacino minerario del Lussemburgo prima della Grande guerra. Mrs Haroy è un romanzo autobiografico che racconta la storia dei primi dieci anni di vita di Claude e dei suoi familiari, dieci anni di vita sospesi tra due paesi, due culture e due lingue radicalmente diverse. Ed è in virtù di questa complessa condizione, di ambivalenza psicologica e di dimora sempre provvisoria, che emerge la questione dominante del libro: qual è (quale può essere) l’identità di un migrante? Sennonché l’identità appare subito qualcosa di problematico se associata all’esperienza dello spostamento. Ed è di questa perdita di ovvietà che parla il romanzo di Portante, e lo fa in un modo paradossale, mostrando cioè come l’intreccio tra identità personale, famigliare e nazionale si fa più enigmatico a mano a mano che la narrazione avanza nella rievocazione del passato.

La voce narrante del giovane Claude, in effetti, cercando di ricostruire gli itinerari famigliari tra San Demetrio, il piccolo paese rurale di provenienza, e Differdange, il paese industriale d’arrivo, scopre che innanzitutto è impossibile tracciare un quadro chiaro di uno spostamento che non avviene in modo lineare ma pendolare, per strappi improvvisi, esitazioni, ripensamenti. Spostamento che per altro non è neppure unanime, perché coinvolge diversamente i vari componenti della famiglia – nonni paterni e materni, marito e moglie, fratelli e sorelle – quasi che ognuno finisse per seguire un personale vettore, chi più orientato ad un impossibile ritorno, chi più deciso ad una definitiva integrazione. Ed inoltre ogni moto fisico, ogni ritorno di un nonno in Abruzzo, od ogni nuovo arrivo di un cugino in Lussemburgo, sconta un simultaneo moto interno, mentale, che spesso diverge o assume un senso inverso. Diventa così impossibile, se non per brevi periodi, dire dove si trovino l’uno o l’altro, fisicamente e mentalmente, e quindi di conseguenza agganciare la questione dell’identità a quella della dimora.

A complicare questa esplorazione, ci si mette poi la memoria individuale, quella del protagonista, che appare “un grande barile pieno di liquidi di ogni sorta”, ma “un miscuglio disordinato di liquidi, un accavallarsi di liquidi”. L’itinerario del migrante diviene così analogo all’itinerario della memoriali all’interno delle sue componenti fluide e mobili, qualcosa insomma che diviene impossibile fissare una volta per tutte e in modo univoco. Gli unici personaggi, che paiono ristabilire un nesso tra l’ordine cronologico e quello dei ricordi, sono quelli come Maddalena, la nonna paterna, che in occasione del suo ultimo compleanno, il novantanovesimo, ritrova assieme al suo dialetto abruzzese anche il limpido tratto d’infanzia e di giovinezza prima dell’espatrio. Alla soglia della morte, dunque, i liquidi nel barile paiono scindersi e ordinarsi perfettamente, privilegiando però la parte più remota della vita, quell’infanzia che affiora con massima nitidezza e pare respingere nell’irrilevanza i momenti cruciali e più dolorosi della vita adulta. L’enigma dell’identità non è quindi sciolto neppure nel caso della nonna Maddalena, ma acquisisce se mai un’ombra ulteriore e imprevista.

Nonostante queste difficoltà, la domanda relativa all’identità non si risolve esclusivamente in modo negativo, in quanto Portante, da romanziere di talento, fa dell’ambiguità della sua condizione la principale materia della narrazione. E trova anche una metafora capace di costituire il filo rosso del suo labirintico itinerario: quella di Mrs Haroy, una balena che Claude si ricorda di aver visto da piccolo esposta su un vagone nella stazione di Differdange. Ma forse quel ricordo è frutto di pura immaginazione, e lui non è mai stato diretto testimone dell’evento. Eppure una balena ha davvero fatto il giro del Lussemburgo nei primi anni Cinquanta, esposta alla curiosità del pubblico. Il fatto quindi sussiste, ed è probabilmente diventato patrimonio personale di Claude attraverso la mediazione di racconti fatti da altri. La balena non è però solo la traccia più o meno immaginaria di un evento incongruo eppure vero, ma anche l’occasione di abbracciare metaforicamente la condizione dell’emigrante. Claude trova una straordinaria somiglianza tra la storia evolutiva delle balene, che gli è raccontata dal suo maestro, e la vicenda della sua famiglia. Come quei mammiferi sono stati costretti ad abbandonare la terra ferma e a dirigersi nel mare per salvarsi dall’estinzione, così i suoi nonni e genitori hanno dovuto abbandonare il loro paese per un altro, che prometteva una vita più ricca e felice. Una volta nell’oceano le balene non sono divenute mai interamente pesci, né d’altra parte sono ritornate sulla terra ferma, ma il loro sistema respiratorio rimase quello dei mammiferi, costringendole a riemergere all’aria per poter sopravvivere. “Non sentendosi quindi a casa loro né nel mare né sulla terra, le balene vivevano, secondo quanto raccontava il nostro maestro, una vita tragica.” La tragicità della condizione anfibia è la stessa che vive il migrante nonostante tutti gli sforzi e i desideri per realizzare una definitiva integrazione. Egli si porta dietro sempre, pur avendo rinnegato o obliato ogni legame con il paese d’origine, una piccola ma fondamentale differenza: quella ad esempio del padre di Claude che, pur volendo essere un perfetto lussemburghese, durante la partita di pallone in cui gioca l’Italia si scatena, svelando ai suoi amici di Differdange la sua origine di “mangiatore di maccheroni”.

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3 Responses to Su “La memoria della balena” di Jean Portante

  1. Chapuce il 11 settembre 2007 alle 11:37

    Trovo molto bella la metafora della balena, per descrivere una condizione così delicata e dilagante come può essere quella dei migranti.

    ‘Una volta nell’oceano le balene non sono divenute mai interamente pesci, né d’altra parte sono ritornate sulla terra ferma, ma il loro sistema respiratorio rimase quello dei mammiferi, costringendole a riemergere all’aria per poter sopravvivere. “Non sentendosi quindi a casa loro né nel mare né sulla terra, le balene vivevano, secondo quanto il nostro maestro, una vita tragica.”

    è sempre più difficile possedere un’identità.

  2. The O.C. il 11 settembre 2007 alle 14:10

    Identità. La parolina magica. Meno male che qui che ancora qualcuno che pubblica qualcosa di serio, anche a costo di apparire serioso. Tema da approfondire, dunque. Da farci una rubrica a parte, insomma.

  3. Matilde il 11 settembre 2007 alle 14:50

    Sull’identità ci sarebbe molto da dire, a partire dal nome che abbiamo.

    è facile, troppo, catalogare a prima vista, come si parlasse di prodotti, quando in realtà sono persone, ad essere messe in discussione.
    e tutto questo in nome di cosa?
    di una civiltà che si rivela contro i valori dell’uomo.



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