Da: La macchina responsabile (2007)

16 novembre 2007
Pubblicato da

pare_che_tu_sia-elio-copetti.jpg 

di Maria Grazia Calandrone

versione per corte franca

Tu corona il mio capo signore
con una nube ardente
metti
spicchi d’aglio nella mia teca di morte
disinfetta il sepolcro, i messaggi murari, la pressione
del magma umano che risale
la camera sotterranea con la lentezza
del fenomeno nuvoloso sulla benda
flottante dell’Atlantico, acqua
longobarda dal soffio
largo di tetano e arche
che trasportano il regno. Nemmeno il mare
prega a bocca chiusa. Lascia dunque signore
che la tua sposa parli. Chiudi
il sipario marino alle mie spalle
nel teatro domestico
di mattoni squadrati
perché ho eretto con questa unità di misura
degli oceani al centro di ogni stanza una fortezza invisibile. L’epoca
prende luce dalla zuffa rossastra dei tuoi capelli e non
dal mio corpo che quasi
crolla adesso che all’apice
della coscienza sottovoce ti dico avrai una figlia e stringo
l’intera
vita al tuo braccio e mi sale dal plesso
solare e mi allaga nel corpo
la mia gioia millenaria.

Dal burrone di Babi-Yar
(29 – 30 settembre 1941)

Ma di colpo volevo
vivere vivere
nell’infezione umana. Come?
scappare se lei resta qui – ma tornai in superficie
cancellato in me
cancellata la specifica proprietà umana
del ridere. Loro
bruciavano costretti
a guardare i neonati diventare cenere (la propria
muscolatura e l’altra, la saliva e il respiro
degli altri) e l’odore salato di capelli arruffati travolto
dall’ustione. Guarda la torcia della sua fronte sulla quale posavi
l’altra metà dei tuoi baci. Così
non poterono staccare il corpo di mio fratello dalle sue braccia, per tanto
che lo stringeva io continuo a pensare da quale morsa verrà la mia salvezza.

Un mare di persone e di dolore.
Anche gli alberi stesi sulla terra per il dolore.
Nel grigio fosforico della pietraia due
come manichini compromessi.
Non furono
le pallottole
dei soldati ubriachi a far morire
ha ieled shelì, fu il peso
del mio abbraccio sotto il peso dei corpi.
Poi di nuovo gli spari. E i denti d’oro vennero strappati
dalla bocca dei morti.

Lo sguardo di mia madre
era spaventoso – sotto lei era un mare di corpi coperti nell’anima – io
tacqui
come fanghiglia nera. Cosa
poteva emergere dal fondo del burrone se non questa
inarginabile
colpa.

(3 febbraio 2005)

(ha ieled shelì: il mio bambino – ebraico moderno.
Fra il 29 e il 30 settembre 1941 33.771 ebrei di ogni età provenienti da Kiev e dintorni vennero spogliati, sdraiati sui già morti e mitragliati dai nazisti e dai collaborazionisti ucraini come in una catena di smontaggio nel burrone di Babi-Yar. Nel 1943 ci vollero 327 prigionieri e sei settimane per tentare di estinguere nel fuoco i corpi riesumati, le prove.)

(Da: La macchina responsabile, Crocetti, 2007. Immagine: Elio Copetti – Pare che tu sia, 2007)

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17 Responses to Da: La macchina responsabile (2007)

  1. Carla il 16 novembre 2007 alle 21:52

    Maria Grazia, la tua poesia eleva ad ampi cieli e spazi
    aperti e densi di visioni dove i simboli segnano un nuovo linguaggio
    e la terra solleva il peso dei corpi e il sangue si sente fluire
    nel suo sottofondo spugnoso, fertile ancora.
    Dolore nella colpa, dolore nell’abbraccio
    il tuo sentire è voce profonda

    il disegno che accompagna questi versi esprime
    ciò che non si può spiegare.

    un caro saluto
    C.

  2. maria grazia il 17 novembre 2007 alle 14:22

    quello che non si può dire, quello che non ha voce e che passa in momenti miracolosi attraverso lo sguardo degli esseri umani, quasi mai tra le loro parole – a meno che esse non siano appunto poesia. non so se la mia lo sia ma grazie davvero di crederlo, carla.
    un abbraccio
    maria grazia

  3. Carla il 17 novembre 2007 alle 17:26

    e qui ritorno, su questi passi, Tuoi
    e sento la poesia, la sento rorida di sangue e dolore, di arguto sentire e
    fisicità…
    Era tempo che non leggevo parole capaci di scuotermi sin nel profondo,
    di farmi sentire così ….

    ‘Guarda la torcia della sua fronte sulla quale posavi
    l’altra metà dei tuoi baci. Così
    non poterono staccare il corpo di mio fratello dalle sue braccia, per tanto
    che lo stringeva io continuo a pensare da quale morsa verrà la mia salvezza.’

  4. adelelmo ruggieri il 18 novembre 2007 alle 15:28

    “(…) Lascia dunque signore / che la tua sposa parli.(…)”

    È soltanto un’impressione, graditissima, ma un’impressione soltanto…

    Il nove ottobre di due anni fa Nazione Indiana pubblicò una bellissima poesia di Patrizia Vicinelli. Si chiama “Il cavaliere di Graal”. Non “Il cavaliere del Graal” ma “Il cavaliere di Graal”. Sono due cose diverse, mi sembra, e molto. In quel poemetto non c’è stacco fra le strofe, ma si riconoscono subito, e la terza inizia così: “È fusa la donna alla sua ombra / eppure trema al fuoco dell’inizio”. “Le strofe” si riconoscono “subito” perché cominciano da un a capo e finiscono con un punto. Non ci stanno punti entro i singoli versi. È tale interpunzione che le rende immediatamente visibili. La poesia è della metà degli anni ottanta come ci venne detto da Giorgio Di Costanzo da Ischia.

    Ebbene in questa “versione per corte franca” sembra di riconoscere che le parole giungono – almeno un po’, almeno un po’, s’intende – da una stessa istanza o “supplica” che sia.

    Di molto diverso sicuramente c’è la conformazione del tutto, dei periodi strofe. Ce ne stanno cinque nella “versione” di Maria Grazia Calandrone, ma “le strofe” dalla seconda alla quinta nascono “in mezzo al verso”, sono – in una qualche maniera – incluse in una unica strofa.

    Ho appena letto nella rete questa cosa che ha detto Maria Grazia Calandrone:“la prima pietra del nostro muro” è “sorella gemella del meteorite e dello sguardo negli occhi dei ragazzi futuri.”

    È insieme una certezza e un auspicio.

    Un saluto

  5. maria grazia il 18 novembre 2007 alle 16:25

    la poesia della vicinelli è un capolavoro – l’ho letta di recente in RebStein -diffusa da una unica malinconia maschile e femminile – una malinconia piena di spazio e di stelle e di destino
    esattamente la distanza stellata della supplica
    questa mia versione è stata scritta di getto al risveglio da un sogno memorabile – un sogno nel quale la gioia e insieme il dolore erano estremi, e la sensazione di essere in un altrove più vero del vero
    come in un gioco di carte del destino ora io sono veramente in attesa di una femmina… però – ahimé! – questo non ha (ancora) fatto di me una regina!
    un saluto amichevole
    maria grazia

  6. adelelmo ruggieri il 19 novembre 2007 alle 12:35

    Grazie davvero della sua “risposta” di ieri domenica 18. Dunque in una qualche maniera quella “impressione” aveva una qualche sua ragione di essere … quando dice di quella poesia che è “diffusa da una unica malinconia maschile e femminile”, e della sua che è stata scritta al risveglio da “un sogno nel quale la gioia e insieme il dolore erano estremi”: in entrambe dicotomie che si ricompongono in un “vero”…

    Un cordiale saluto

  7. maria grazia il 19 novembre 2007 alle 15:55

    certo, chi come lei – e come io tento di fare – scava in cerca del vero tramite lo strumento – non il fine! – della parola, sa bene che bisogna raccogliere nello stesso abbraccio l’amore e le sue spade, farsi anche ferire – per vedere l’intero
    grazie di cuore
    maria grazia

  8. maria grazia il 20 novembre 2007 alle 19:24

    emy, sarei lieta di prendere lezione da te su quanti – a parte esenin – hanno già affrontato il burrone
    il fosforo, come certo saprai, è ahimé inestinguibile parte della terminologia bellica, così come potrei darti ragione di ognuna delle parole che citi
    ma di certo tu sei vicina al cielo, se esso ti comunica il suo diniego a tanto supplichevole ululare e già sai tutto
    e lo dimostri, usando toccanti originalità quali “lama lieve” e “cieli alti”
    complimenti e incipriate riverenze da chi si firma
    maria grazia

  9. Chapuce il 20 novembre 2007 alle 20:37

    Elio è un vero artista!
    Colui che sa far sospirare è un vero Artista!
    su questo non ci piove…
    ;-)

  10. adelelmo ruggieri il 20 novembre 2007 alle 21:34

    Ho provato a dire di una mia “impressione” Emy.

    E con grande cortesia Maria Grazia Calandrone ha illustrato come è nata “versione per corte franca”.

    A
    È fusa la donna alla sua ombra / eppure trema al fuoco dell’inizio

    B
    Lascia dunque signore / che la tua sposa parli

    C
    lama lieve e meteora di cieli alti

  11. maria grazia il 21 novembre 2007 alle 11:08

    no emy (?) non ci siamo:
    sono sinceramente pronta ad accogliere ogni critica o lezione, ma respingo seriamente la violenza
    io non cerco nessuna originalità – basta leggere i due testi qui sopra per averlo evidente: mi riferivo a te che infatti li accusi di vetustà
    amo infinitamente la retorica
    l’apocalisse è nello stato delle cose che ho scelto di raccontare
    posso dire la mia “ragione” di usare certe parole – che sono nello specifico letterali e affatto metaforiche – e questo certo non ne smorza l’eventuale ampiezza
    quella che chiami sconfitta è disponibilità a spiegare, proprio nel senso di sciorinare il senso dell’aver messo nero su bianco
    molti auguri per la tua sicuramente invidiabile scrittura
    maria grazia

  12. Riccardo il 21 novembre 2007 alle 21:02

    Figa l’immagine!!!

  13. maria grazia il 22 novembre 2007 alle 11:38

    provo una grande vergogna a proseguire una polemica stilistica e per di più autoreferenziale su argomenti che costarono e costano vite vere:
    basta pensare alla recentissima esplosione di razzismo antirumeno – sono cose che fanno paura
    ognuno testimoni e denunci l’orrore come meglio gli riesce di dire
    ognuno legga e si rivolga a chi più tocca il suo cuore
    l’importante è che ogni parola pronunciata, scritta o letta, valga ad affermare, con determinazione assoluta:
    unisco la mia presenza, il mio nome, la mia voce e ogni mia possibilità alla sempre più urgente pretesa di pace
    maria grazia

  14. michele il 22 novembre 2007 alle 12:49

    AudacEmy, lei è così elevata, seppur fa presupporre.
    Per finire ciò, è irriverenza, sua grandezza, leggerla e non solo nei suoi deliri professorali?
    Così, giusto per sapienza.

  15. elogio dell'assenza il 22 novembre 2007 alle 14:14

    Emy sì saccente, si adopri coi suoi metri su questi versi.
    è la sintesi retorica?

    …ma non ci sono scale in questa casa
    e non ci sono tetti, ci sono solo io
    che giro per le stanze e mi chiedo
    se ho fatto bene oggi a rimanere in casa….

    a mio intendimento, ma non faccio testo nel testo, è uno sfogo “casalingo”, Lei così sapiente che mi dice?

  16. michele il 22 novembre 2007 alle 17:23

    cara l’accadEmy, ti confondi. Esiste una differenza sostanziale, oltre che poetica oltre che stilistica oltre che tutto quanto e d’altro riguardi questa materia invasa, tra i versi umili, o dimessi come li chiami tu, e i versi inutili.
    Quelli riportati erano un esempio di come ci si possa inserire nel campo della poesia ed essere miracolosamente scambiati per poeti. Certo questo accade e accadrà fino a quando i lettori e i supposti critici, saranno somiglianti a te. Per costruzione e sentimento. Lascia perdere, Emy, quantomeno la gelosia.

  17. Tino S. Fila il 22 novembre 2007 alle 21:24

    l’unica cosa non pietosamente pietosa di tutto il thread sono i testi postati.

    l’unica.

    che pena.



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