Da “La furia dei venti contrari” 1

17 novembre 2007
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(Presento qui del materiale raccolto in La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli a cura di Andrea Cortellessa Le Lettere 2007. Si tratta, in questo primo post, di alcuni testi della Rosselli seguiti da brani dell’introduzione del curatore.)

Cinque poesie disperse

di Amelia Rosselli

a cura di Francesco Carbognin

[1]

La gorgiera mi stinge i capelli, la ingordigia nasconde
il vizio di stralunare gli occhi castani, e per quel
vizio (sempre io) annegai quando fu tempo dell’avana
e del ricalcitrante dovere. Se mai svolsi una danza
mortuaria era e fu ancora per avvicinarmi molto meglio
ai tuoi capelli castani, mentre il cappello levavo
in segno di disprezzo. Per simili inezie si nasconde
il viso del frate ma io protesto per la tua pena
anche se il tuo viso è una criniera ancora appesa
al mio cuore latitante, lattante in culla.

[2]

Per misavventura credesti di vendere me e la tua
sorella ne rimase colpita, fu colpita da tuo industriale
braccare la bellezza. Incontro al tuo linguaggio che
rasentava il sordido io imbracciavo un pugnale tutto
rosso di perle d’amoreggiamenti nei boschi pubblici.
Per un addio meno frivolo avvicinavo il casto sorriso
della giovinetta ma l’addio alquanto brusco rovinò
nel tuo indovinare anche la mia corta frase. Braccata
da una lingua divenuta pubblica amministrazione tentavo
ammonimenti di semplicità: chi v’era capace a rimare
frasi meno crudeli?

[3]

Affascinata dalla praticità osservai un
uomo usuale senza curve portare lievemente un materasso
rosa sulle spalle, mentre ridendo come pulcinella ricordavo
che v’eri. E non finì male la serata, se non che tu esistevi
oltre ogni riflessione, e fuori d’ogni previsione. Tornata
a casa dopo tante e tante insegne luminose v’eri ancora
e ancora e ancora. Ancorata a te la tua immagine in me
non si disfa, tu la proteggi: l’immagine che disfaceva
giornate e giornate e giornate ritornava con te, senza di
te per te nella solitudine di questa primavera che
galleggia in pieno inverno, la mia anima!

[4]

Si rompe il guscio, poi ne esce un verme, lungo, senza odore
magari puntando verso una mollica o una montagnola nella [ghiaia
e allora il guscio si rinchiude silenziosamente un [bombardamento
e io passo di là, a falcate, piede dietro piede e calza, cammino
e intorno una piccola polvere rarefatta perché struscio [sottilmente
i sandali, uno rotto, l’altro regge. Banchi verde scrostato
dove sono i bambini non è l’ora? e tristemente quasi [passeggiare
le pesanti foglie dei castani predicono misfatti. Non si vede
(pelliccia breve al collo nero) a chi appartiene il giardino
delle malefatte, parco, ombra e sole tutto grigio e bianco,
coronano il vuoto che trema. Altra stesura ha il parco
[infinitamente
grande se lo percorri di buona volontà ma io torno al cancello
inappagabile.

[5]

Tentando con le massaggiate mani, un passaggio che non
purgasse, di vino o di vinavil, la memoria s’inceppa, [incandescente
anche la mia mano, nel mio non voler dire. La bugia salì presto
vagabonda nel cielo tutto sudore pernicioso, la lingua
una serranda, di tartufi la commissione. Finii per liberarmi
nel brusco paesaggio, anche della Madonna, col suo insipido
bambino, cercando nell’ambascia, la parola «piove». Verso
esausto, sei come la miscela, d’un vino troppo brusco, e
la mia volontà di sopravvivere, o pungi come la mano,
tesa a benedire, il gran ritratto a olio, nel salotto
per bene, della zia infausta, del giovane coronato
dall’imboscata mortale.

Nota
La gorgiera mi stinge i capelli, la ingordigia nasconde… e Per misavventura credesti di vendere me e la tua… furono pubblicate nella sezione di Ventiquattro poesie di Amelia Rosselli apparsa su «Il Menabò», 6, 1963, pp. 64-5 (numerate, rispettivamente, 23 e 24). Non incluse nell’edizione Amelia Rosselli, Variazioni belliche, Milano, Garzanti, 1964, furono accolte dapprima in Amelia Rosselli, Antologia poetica, a cura di Giacinto Spagnoletti, con un saggio di Giovanni Giudici, Milano, Garzanti, 1987, p. 71 (Per misavventura…) e p. 73 (La gorgiera…); poi in Ead., Variazioni belliche, a cura di Plinio Perilli, prefazione di Pier Paolo Pasolini, Roma Fondazione Piazzolla, 1995, p. 182 (Per misavventura…) e p. 183 (La gorgiera…).
Affascinata dalla praticità osservai un… fu pubblicata (sotto la dicitura da VARIAZIONI BELLICHE) in Gruppo 63. La nuova letteratura, Nanni Balestrini e Alfredo Giuliani, Milano, Feltrinelli, 1964, p. 309. La lirica, però, non fu accolta dalle varie edizioni di Variazioni belliche. Successivamente fu riproposta in Gruppo 63. L’Antologia, a cura degli stessi, Torino, Testo & Immagine, 2002, p. 94.
Pubblicata in «Il Menabò», 8, Torino, Einaudi, 1965, p. 136, sotto il titolo Serie ospedaliera (insieme ad altre quindici poesie); a differenza delle altre non fu compresa in Amelia Rosselli, Serie ospedaliera, Milano, il Saggiatore, 1969; né in séguito accolta in alcuna edizione in volume. Nella copia della rivista posseduta dall’autrice, e conservata presso il Fondo Amelia Rosselli di Viterbo, questa lirica appare cancellata da una croce a matita; si legge inoltre la nota ms. «esclusa».

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Una vita esposta

di Andrea Cortellessa

Ascolta
la furia dei venti contrari –

Documento

Perdonatemi perdonatemi perdonatemi
vi amo, vi avrei amato, vi amo
ho per voi l’amore più sorpreso
più sorpreso che si possa immaginare.

Vi amo vi venero e vi riverisco
vi ricerco in tutte le pinete
vi ritrovo in ogni cantuccio
ed è vostra la vita che ho perso.

Così – con l’abbandono che caratterizza tanti dei componimenti espunti dal faldone di Documento all’atto di pubblicare la raccolta nel ’76 (e parzialmente deposti, a qualche anno di distanza, negli Appunti sparsi e persi) – si rivolge Amelia Rosselli a un “voi” che, proprio come il “tu” del maestro più avverso (il Montale omaggiato e dileggiato nella Libellula), è ovviamente arbitrario identificare univocamente. Ma che, si noti intanto, a differenza dell’altro è qualcuno al plurale.
In un testo steso nel ’68, per presentare componimenti destinati a confluire appunto in Documento, ricorda Amelia il suo primo testo compiuto, La libellula, come un «canto» rivolto a «una folla immaginaria». Molti anni dopo pronuncerà un’ulteriore frase memorabile (riportata da un’altra poetessa prematuramente scomparsa, Giovanna Sicari):

Nell’estate del 1985 eravamo al mare […]; lì c’era una donna che accudiva il giardino, una donna dall’aspetto piccolo, deforme. Chiese ad Amelia: «Lei è una poetessa, perché non scrive una poesia per me?». Amelia senza enfasi semplicemente rispose: «Tutte le mie poesie sono dedicate a te».

Con la difficoltà insita nel suo titanico e tirannico desiderio di forma, con la voce distorta che sorge dai recessi della psiche ferita, con l’aristocrazia di un’educazione civile e artistica di respiro internazionale, con tutto ciò non v’è dubbio che la poesia di Amelia Rosselli – come sempre, la poesia quando è grande – viva nel suo tendere a un ascolto: quello di una «folla immaginaria», ossia un popolo che manca. Un’assenza effettiva che virtualmente coincide con l’intero universo (Diesen Kuss der ganzen Welt!).

E dunque è davvero anche nostra, la vita che ha perso Amelia. La vita persa in un’esistenza irrimediabilmente danneggiata all’origine (davvero un’esistenza mancata, per dirla con quel Binswanger che ebbe in sorte di averla in cura, Amelia, negli anni Cinquanta), per i sessantasei anni nei quali s’è consumata; nonché la vita persa la mattina di quell’11 febbraio 1996. Il tenore di questa poesia, il suo tono inimitabile, ci dicono in primo luogo una cosa che siamo portati talvolta a dimenticare: che è a noi lettori piccoli e deformi, è proprio a noi che la poesia si rivolge. Perché ci riguarda. […]

L’11 febbraio 1996 Amelia Rosselli si getta da una finestra del suo appartamento romano di Via del Corallo. Per molto tempo si è pensato che quella caduta irrimediabile avesse posto termine a un silenzio creativo che doveva essere stato, per lei, ferita aggiunta alle altre. Poco prima che un ritorno di fiamma improvviso, nel corso di una mattina di rapimento, le donasse il poemetto Impromptu – ultimo suo componimento stampato in volume, da San Marco dei Giustiniani nel 1981 – a Sandra Petrignani aveva detto infatti: «Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere. Per questo tanti poeti muoiono giovani o suicidi». E aveva aggiunto: «Non mi riconosco più scrittrice da cinque anni. Non sento di avere talento, ora. È come non riuscire a parlare una lingua. È terribile».

Così pensavamo. Ma in realtà il volo dell’11 febbraio si rivela essere stato doppiamente assassino: dal momento che Amelia, invece, aveva appena ripreso a scrivere. Versi distanti dalla maniera di Documento, la sua ultima raccolta organica uscita ormai vent’anni prima; ma anche, e in misura ancora maggiore, da quella di Impromptu. All’inizio del ’95 il primo numero della rivista diretta da Goffredo Fofi, «La terra vista dalla luna», riportava un singolare componimento intitolato Pavone / Prigione, datato alla fine dell’anno precedente; e nello stesso ’95 un altro paio di componimenti uscivano sul catalogo della mostra fotografica L’ambiguità messa a fuoco, di Guglielmina Otter; per venire riproposti come inediti, sulla rivista «Omero», all’indomani della morte della poetessa. La giovane ricercatrice Silvia Morgagni ha rintracciato questi testi fra le carte Rosselli del Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia; e si è accorta di altri componimenti, simili, e dello stesso periodo (marzo ’95). Pavone / Prigione, episodio enigmatico e forse archiviabile come sarcastico divertissement a chiave, non era stato dunque un caso isolato. Lo spiega nel dettaglio, qui, Ugo Fracassa: in quel giro di mesi Amelia era tornata alla scrittura – sintomaticamente, insieme in inglese e in italiano (col bilinguismo, dunque, che aveva connotato tutta la sua opera matura). E con una lucidità metalinguistica, nel suo caso cioè esistenziale, degna degli assoluti vertici suoi. Il 1 marzo scriveva:

fingi il vero e poi sai che non
v’è. Fingeresti il vero solo per
melodramma.

E di poesia non ne vuol più sapere
naturalmente.

Chi sia costui che di poesia non ne vuol più sapere, anche in questo caso, non si può dire. Ma non è arbitrario identificarlo con quell’Altro che in passato s’era configurato, agli stessi occhi dell’autrice, come Super Io: quell’istanza di Ordine, e dunque di Forma, che stava combattendo un’aspra battaglia nella sua psiche coll’opposto, e segretamente complice, Principio del Caos. Una battaglia che verrà persa meno di un anno dopo. Certo il vero, il vero della sua traumatica biografia che Amelia aveva sempre resistito a far materia della propria poesia, resta insostenibile; resta al limite oggetto di finzione (di creazione fantastica e dunque letteraria, cioè, seguendo l’ètimo leopardiano; ma chissà non vi sia memoria, anche, del Pessoa proverbiale: «Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente»). Di un esibizionismo “doloristico”, cioè, col quale poeticamente ci si finirebbe col pavoneggiare: restando di esso a ben vedere prigionieri. Pavone / Prigione, appunto.

L’oscurità, lo si accennava, non faceva parte del progetto poetico di Amelia Rosselli. Intellettualmente onesta sino al sacrificio, capiva bene, però, come l’èsito della sua scrittura fosse materialmente tale, per i lettori. Né, d’altronde, poteva fare diversamente. Cristina Savettieri, in questo volume, si sofferma a lungo su questo doppio legame. Anche di questo problema, di questo dantesco nodo della lingua, i versi «postremi» (come li ha definiti Fracassa) dànno acutamente conto. L’11 marzo ecco che scrive:

Perché non mai morii, seppia e sé
con altri fu gioconda spaccata in
pezzi uguali.

Scrivo oscuro, beata nebbia e senza
sole il cielo, infarinato di stanchezze
le monotonie del vivere a sbalzi
acuti e bassi.

La nuova straordinaria figura-specchio (tre giorni prima, aforisticamente, aveva scritto: «Semmai foste voi – / a reiterare l’oscuro specchio») che, dopo l’Io-Libellula dei remoti ed euforici esordî, è l’Io-Seppia di quest’età degli estremi, la si dichiara «non mai» – cioè non ancora – morta. In altri tempi quest’Io è stato gioconda – figura leonardescamente e dunque campanianamente sorridente ed enigmatica, nuova Fanciulla Morta e dunque figura di relazione dell’Io: come spiega in questo volume Rosaria Lo Russo – ma ora, avviluppata da una nube d’inchiostro che giunge sino a oscurare il cielo, si deve riconoscere che essa è stata spaccata in / pezzi uguali. Lo sparagmòs orfico, nell’età della tecnica, è divenuto geometrico, quasi burocratico. Non, per questo, meno micidiale. […]

6 Responses to Da “La furia dei venti contrari” 1

  1. viviana il 17 novembre 2007 alle 10:32

    Naturalmente non c’è da perorare nessuna causa quando si tratta di Amelia Rosselli. Ma volevo solo indicare a tutti coloro che fossero interessati a questa figura di donna e di poetessa che La Furia dei venti contrari, tenta di colmare una lacuna che da troppo tempo rende la figura di questa poetessa vittima anche di fraintendimenti rispetto all’incrocio micidiale di biografia, patologia e poetica che sembra rappresentare come poeta, oltre che come donna . Questo volume tenta un approccio ad ognuna di queste variabili umane con l’umiltà dei dati, le fotografie, le poesie meno facili da reperirsi e un indirizzo critico che sembra voglia comprendere il più possibile della figura umana di Amelia Rosselli, senza relegare la sua poesia in una o più definizioni che la minimizzerebbero. A mio avviso un libro indispensabile insomma.

    Viviana

  2. mario il 17 novembre 2007 alle 19:32

    grazie.

  3. arminio il 19 novembre 2007 alle 13:56

    caro andrea
    non ci crederai ma un mio racconto che non hai mai letto si chiama proprio “la vita esposta”.
    è un aggettivo che ho usato tante volte. ho sempre pensato che la vita e la letteratura è tutta una questione di esposizione. non parlo della vita biologica, animale, ma della vita che partendo dal biologico si protende verso il teologico e il metafisico (un teologico e un metafisico che non c’è…)
    la rosselli è fondamentale.
    f.a

  4. arminio il 20 novembre 2007 alle 14:06

    è incredibile che nessuno abbia niente da dire su questi testi straordinari.
    pare che ormai alla gente interessi solo la letteratura “ordinaria”

  5. mario il 20 novembre 2007 alle 20:57

    io non saprei che dire. Non potevo che ringraziare. Forse anche per gli altri è così.

  6. […] (Presento due interviste di Amelia Rosselli tratte da La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli a cura di Andrea Cortellessa Le Lettere 2007, accompagnato dal dvd Amelia Rosselli… e l’assillo è rima di Rosaria Lo Russo e Stella Savino e da un cd rom con la lettura integrale della Libellula di Rosaria Lo Russo. Altri materiali tratti dal medesimo libro sono stati presentati qui.) […]



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