Il corpo che siamo

20 dicembre 2007
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di Piero Sorrentino

Quando mi vede con la borsa gonfia di roba, mentre la imbottisco di canottiere e lunghi pantaloni di cotone, accappatoio e asciugamani e bevande proteiche e bagnoschiuma, il mio amico Francesco dice che nelle palestre devo essere morto, e poi mi sono immediatamente reincarnato.
Allude al fatto che in palestra ci vado ininterrottamente da quando ho dieci anni, ma in fondo è come se fossi due persone diverse, come se, appunto, fossi l’ultracorpo di me stesso, un io che da 19 anni frequenta lo stesso posto con obiettivi da schizofrenico, quasi, a metà del percorso, ci fosse stato uno scollamento, una dissociazione mossa da nient’altro che una finalità oppositiva rispetto a quella di partenza.

Per anni, fin da bambino, ho fatto karate. Poi, immediatamente dopo l’esame per la cintura nera, inspiegabilmente, ho mollato kimono e paracolpi e mi sono infilato nell’altra sala – quella che sul tatami, col tono stronzo di chi la sa lunga, in mezzo ai sorrisini di sufficienza che si allargavano sulle nostre facce mentre al di là del vetro che separava la nostra sala dalla loro li vedevamo passare, i culturisti, enormi e sudati, fasciati dalle grosse cinture salvaernia che spremevano i rotoli di grasso accumulati nel periodo di massa sopra il bordo di cuoio macerato dal sudore – quella che chiamavamo dei buoi.
La questione ci sembrava tutto sommato di una semplicità imbarazzante, e i conti tra noi e loro, tra il karateka e il culturista, andavano regolati sulla base di un principio così semplice, così immediatamente intuibile anche a chi della questione non importava niente, che ci sembrava incredibile che nessuno – non il proprietario della palestra, non le addette alle pulizie, e nemmeno gli sparuti gruppi di spettatori che si sedevano, nelle ore lente del turno di pomeriggio, sui piccoli spalti di metallo, a guardarci distrattamente mentre ci allenavamo – ci sembrava incredibile che nessuno, dicevo, solidarizzasse con noi, esternasse con piccole pacche sulle spalle o con frasi sincere e dirette tutta la loro simpatia nei nostri confronti, denunciasse spudoratamente, con gesti clamorosi e sfacciati o con sottili segnali obliqui di disprezzo, tutta l’angoscia che provavano per quei poveracci che si trascinavano nella sala dei buoi e tutta l’ammirazione per i nostri corpi magri, sinuosi, i nostri gesti eleganti, e soprattutto, prima di ogni altra cosa, la nostra stupefacente, prodigiosa scioltezza d’esecuzione.
Perché il nocciolo della nostra battaglia silenziosa contro i culturisti stava tutto lì.
La velocità. Nei nostri ragionamenti, a un certo punto sembrava diventare quasi una categoria filosofica.

L’Essere.
Il Niente.
Il Tempo.
La Velocità.

Accusavamo i culturisti di essere, appunto, niente altro che buoi; vacche composte di ammassi di carne e grasso, lente costruzioni dense e macchinose, energumeni, ovviamente dal piccolissimo cervello, i cui muscoli erano niente altro che un impedimento mortale nel combattimento, zavorre carnali che saldavano i pugni al busto, i calci all’inguine, le testate – che nel karate non sono previste, ma nella nostra foga accusatoria mescolavamo la nobiltà del gesto asiatico alla sporcizia esecutoria di quelle che genericamente avevamo ribattezzato le mazzate napoletane – al collo taurino.

Nel passaggio dagli spogliatoi al tatami indugiavamo a lungo sulla soglia della sala attrezzi. Compivamo macchinose manovre di dita attorno alla cintura, ci inventavamo nodi particolarmente complessi da allentare o fettucce di cotone troppo lasche sui fianchi del kimono, lamentavamo bordi dei pantaloni che cascavano sui talloni impedendo la corretta esecuzione del mae geri, il calcio frontale a frusta, il trionfo della velocità nei colpi di coscia del karate, dato sollevando le dita del piede e picchiando l’avversario con la parte chiamata teisoku, che curiosamente so indicare solo in giapponese, in italiano riesco a definirla solo per mezzo della perifrasi “superficie plantare sotto le dita”, di solito nelle zone chudan (petto, stomaco), o gedan (inguine e cosce). A gruppi di due o tre – non di più, sennò la ressa sarebbe risultata manifestamente sospetta – osservavamo, tra l’orripilato e il divertito, le traiettorie senza costrutto che i body builders facevano nella loro sala, un percorso dai movimenti inconsulti e a tratti surreali. Da una macchina all’altra, da un attrezzo all’altro, senza senso, e soprattutto senza obiettivi. Sotto quella luce artificiale e fasulla dei neon, così lontana dalla bellissima luce naturale che dai finestroni ad altezza strada pioveva nel nostro piano interrato, tutto ci sembrava, nei nostri discorsetti a voce bassa, niente altro che macchine e attrezzi. Riuscivamo a concedere un’apertura di credito al massimo alla parola pesi. Ignoravamo – anzi, a dirla tutta proprio non ci interessava saperlo – che l’attrezzo coi pesi si chiamava in realtà bilanciere coi dischi, che il peso a mano era niente altro che un manubrio, che la lat-machine era quello strano aggeggio con le corde di tiraggio e la panchetta imbottita coi fermacosce sopra le ginocchia.

Tutto galleggiava nella più snobistica semplificazione lessicale, anche se poi, passati dal nostro lato, ci trasformavamo di colpo in feroci puristi della lingua – ovviamente il giapponese – e quell’atteggiamento sdegnoso si mutava in assoluta riverenza. Ci tenevamo tremendamente alla corretta pronuncia dell’ uramawashi-geri, il calcio circolare che traccia un arco dall’interno all’esterno, o ragionavamo a lungo sull’emissione del fiato nella pronuncia del kiai, il grido che accompagna il gesto nella sua fase esplosiva e dirompente, una specie di collante sonoro tra il colpo, la propria energia vitale e quella della natura attorno al combattente.

A causa di questa mia forma quasi ideologica e cieca di atteggiamento di purezza nell’arte marziale, una volta ho fatto a pugni, prendendole paurosamente, con un ragazzo che, non ho mai capito bene perché, passava, in sala o sbirciando in giù dalle finestre, interi pomeriggi a guardare i nostri allenamenti, ridacchiando tutto il tempo, mimando con gesti scomposti e esagerati i colpi che provavamo nelle forme, e addirittura sfidando apertamente il nostro maestro, un affronto che ci pareva inaudito, così come inaudita ci sembrava l’indifferenza con la quale il maestro rispondeva a quell’essere fastidioso. Il quale, una sera, mentre in due uscivamo dalla palestra con le borse sulle spalle e la faccia ancora calda della doccia, dal suo motorino, quasi distrattamente, come stesse chiedendo l’ora, o di accendere, ci chiese se fossimo noi quelli del cacatè. Poggiai la borsa a terra e mi avvicinai. Avevo dodici anni, ero ancora piuttosto basso, anche se di corporatura non mingherlina. Lui scese e si mise di fronte a me. Era più alto di almeno sei centimetri.
È molto probabile che in quel momento mi vedessi come un eroe di un film d’azione, non so se un generico personaggio da action movie americano o proprio Il ragazzo dal kimono d’oro o Karate kid (non saprei dire se all’epoca quei film erano già stati girati), ma so che mi piantai a due centimetri dal suo viso – meglio: dal suo petto – e sibilai: “Scusa, puoi ripetere?”.
Ancora oggi, se ci penso mi assale una vergogna mortale. La frase più stupida, scontata, banale, fasulla che potessi dire. La più suicida, quella che denunciava apertamente la mia condizione di bravo guaglione, di ragazzo di casa. Sulle bocche dei miei coetanei all’epoca circolavano i peggiori insulti, le offese più articolate e shockanti che mi sia mai capitato di sentire, le minacce più ingegnose e le promesse di accoltellamento più devastanti, e io ero capace di uscirmene solo con una frasetta cretina che nemmeno nelle più sputtanate sceneggiature d’oltreoceano.

Quel pomeriggio ero fresco di lezione sulle parate dai pugni alti, ed ero dunque già pronto alla difesa e al contrattacco – perché ero certo che il mio avversario sarebbe partito con un cazzotto sul mento- quando lui, diretto, pulito, senza fronzoli, essenziale, partì con una capata in faccia. Solo anni dopo riuscii a comprendere in pieno la maestria del gesto. Non una testata qualunque, data alla meno peggio, ma un vero e proprio attacco tecnicamente impeccabile: la scelta eccellente della superficie di impatto della sua testa (non la fronte o, peggio, la tempia, ma la parte più tosta del cranio, quella all’altezza dell’attaccatura dei capelli), la decisione di colpirmi alla punta del naso, sulla parte molle, un atterraggio solido sulla cartilagine cedevole, che infatti, dolorosamente, cedette eccome, e soprattutto, la ciliegina sulla torta, la mano fatta scivolare con rapidità dietro la mia nuca, un rinforzo a impedire l’escursione all’indietro della testa, il rinculo che avrebbe potuto permettermi di incassare senza troppi danni il colpo. Tornai a casa col naso che colava sangue e muco. Nemmeno le lacrime trovavano spazio in quello sfacelo di umori che mi galleggiava sulla faccia. A casa, dissi a mia mamma di essermi beccato, per colpa mia, un colpo di bastone sul viso, una negligenza imperdonabile ma non imputabile a niente che non fosse la mia disattenzione, una leggerezza che di fronte al colpo del mio compagno di allenamento mi era costata cara. Per fortuna, i miei genitori non conoscevano niente di arti marziali, sennò non sarei riuscito a spiegare loro la presenza di un bastone, usato nel kendo, e non solo, in un’arte che si chiama mano nuda (kara-te).

***

Fu dunque di colpo, e senza motivi apparenti – certo il trauma del pestaggio fuori dalla palestra non doveva avere influito molto, visto che continuai a allenarmi per almeno altri otto anni, fino appunto alla cintura nera, ovviamente ripromettendomi, in spregio alle più elementari regole del combattimento nel quale mi allenavo con costanza quasi tutti i giorni, di farla pagare al mio aggressore, che però da allora, forse soddisfatto dalla lezione che mi aveva dato, non vidi mai più – che smisi di fare esami subito dopo aver raggiunto quello che per molti karateki non è che il primo gradino per la scalata ai dan, i gradi di perfezionamento che si acquisiscono appunto a partire dalla cintura nera – e non è per caso che il primo dan, lo shodan, in giapponese significhi proprio “grado dell’allievo che cerca la via”.
Ero diventato grande, immagino. A partire dai quattordici anni e fino ai diciassette, diciotto, ero cresciuto, mi ero allungato, irrobustito, le spalle si erano fatte larghe, le cosce piene, i polpacci grossi. Era come se il karate – il suo studio continuo, gli allenamenti quotidiani, le gare: in una parola, la disciplina che esigeva – mi fossero diventati improvvisamente estranei.

Un giorno, ancora col kimono addosso, entrai in sala attrezzi e raccolsi un peso rotolato in un angolo. Era un manubrio da quattro chili, e lo sollevai senza sforzo. Cominciai a muovere, prima con indolenza, quasi distrattamente, poi con sempre maggiore attenzione e convinzione, il braccio su e giù, nel gesto che avevo visto tante volte fare agli altri in quella stessa sala. Sotto la stoffa del kimono sentivo il movimento del bicipite che si allungava e tornava a restringersi assecondando il gesto, frenando la caduta del peso o spingendolo subito dopo in alto, verso me stesso. Da quel giorno, per un mese o due, cominciai a passare da una sala all’altra. Il diaframma che fino all’anno prima le separava si era bucato sotto il peso di un semplice bilanciere da pochi kg.
Mi allenavo sul tatami, davo una mano al mio maestro coi bambini, mostravo alle cinture bianche e gialle l’esecuzione di un calcio o una parata, insegnavo loro le forme del primo e del secondo kata – una serie di esercizi, via via più complessi, che rappresentano un combattimento contro una serie di immaginari aggressori. Poi, finita la lezione, negli spogliatoi mi toglievo la giacca del kimono e sopra i pantaloni indossavo una maglietta, correndo in sala attrezzi a staccare bilancieri da terra. In quel periodo passavo in palestra interi pomeriggi. Non facevo praticamente altro. Cominciai a irrobustirmi subito. Nelle palestre sento spesso dire che i primi quattro mesi sono i più belli dell’intera carriera, visto che “si cresce anche sollevando cassette di frutta”. È come se il corpo a digiuno di pesi arrivasse con una gran fame davanti agli attrezzi, e con l’ingordigia dell’affamato arraffasse tutto quello che gli passa davanti mettendolo subito da parte, come riserva, nei muscoli.
Qualunque cosa si faccia in quei mesi magnifici e irripetibili, si mette su massa. Tutto sembra liscio e facilissimo. Le crisi arriveranno poi. C’è tempo per il blocco, lo stallo muscolare, la difficoltà nella crescita di fronte alla quale tutti i culturisti si trovano di fronte negli anni a venire, quando le masse carnali sembrano piantarsi lì, immobili, e non c’è esercizio che tenga per allungare quel mezzo centimetro dei pettorali o quella circonferenza dei quadricipiti femorali, quando le lunghe ore di sonno prescritte dai compagni di panca o l’assunzione indiscriminata e ammazzareni di proteine – per mezzo di alimenti, barrette, integratori in polvere – sembrano solo palliativi temporanei, sostegni più psicologici che fisici coi quali convincersi a tornare in palestra a farsi venire i bruciori alle gambe sotto la macchina per lo squat.

Negli ultimi anni ho messo su un po’ di muscoli. Niente di che, intendiamoci. Ho le braccia piuttosto piene, le spalle ampie, le gambe larghe e sode – dicono che ho le gambe da calciatore, anche se nella mia vita avrò fatto sì e no trenta partite a pallone. A tennis libero colpi solidi, il diritto spara palline che schizzano lungolinea, spesso il servizio si conclude con un ace, gli smash sottorete lasciano cerchi profondi e pieni nella terra del campo. Le volte che torno sul tatami nelle palestre di amici mi metto di fronte al sacco e colpisco forte. I salsicciotti imbottiti assorbono i colpi vibrando nell’aria. La massa dei pugni piove diretta, senza strappi; le nocche impattano con uno schiocco secco contro la plastica che avvolge il bersaglio. Le dita si arrossano, diventano subito calde. A volte mi faccio piccole ferite, tanto che infilati sotto la cintura mi porto due o tre cerotti.
Spesso arrivo a orari improbabili, quando non c’è nessuno, nel pieno della controra o la sera quando è molto tardi. Giro per la sala vuota e silenziosa. Faccio una corsa leggera sul tappeto, piego il collo da una spalla all’altra, mulino i polsi ruotandoli come volessi muovere aria attorno alle mani. A volte mi viene una malinconia molto forte, come fossi al cospetto di qualcosa che mi manca. È un sentimento che ho provato guardando una fotografia, semplice e bellissima, di Piero Pompili pubblicata in Gladiatori di Antonio Franchini. La foto ritrae l’interno di una palestra, d’estate. Anche se non c’è scritto chiaramente, è un postaccio di periferia, una sala dimessa coi muri scrostati, i bilancieri lasciati in disordine per terra. Un luogo da qualche parte della sterminata provincia romana. Dal soffitto, sul quale corrono tubi e neon nudi, come grassi torsi di impiccati privati di arti e testa, penzolano quattro sacchi per la boxe. Quello in primo piano è fuori fuoco a causa del movimento. Forse qualcuno ha appena finito di prenderlo a cazzotti.
Nella didascalia, Franchini scrive:

Alle quattro del pomeriggio la sala del pugilato è immersa nella penombra dell’estate e anche i sacchi immobili sembrano appennicati nell’aria ferma. I più malconci spenzolano avvolti da giri e rigiri di nastro adesivo, perché anche il cuoio inanimato, alla lunga, si segna.

Nella sala attrezzi della mia palestra mi alleno in corrispondenza del turno di karate.
Da fuori, sopra i sospiri metallici delle piastre che si posano una sull’altra alla fine degli esercizi per i dorsali, sento i gruppi di ragazzi nella sala accanto che battono i piedi per terra correndo per il riscaldamento, i colpi delle schiene sulla gomma mentre provano le cadute.
Quando corrono fuori, alla fine della seduta, verso gli spogliatoi, resto un attimo fermo, immobile, liquefatto e trasparente come una medusa, pregando che non guardino.

[queste pagine sono estratte da “Il corpo che siamo”, una delle otto inchieste/reportage contenute in Il corpo e il sangue d’Italia, a cura di Christian Raimo, pubblicato da Minimum Fax. Gli altri autori dell’antologia sono Ornella Bellucci, Silvia Dai Prà, Alessandro Leogrande, Stefano Liberti, Alberto Nerazzini, Antonio Pascale, Gianluigi Ricuperati. Qui la scheda del libro. Ringrazio l’editore e il curatore per il permesso di pubblicazione]

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5 Responses to Il corpo che siamo

  1. iltrenoavapore il 20 dicembre 2007 alle 23:22

    l’esercizio fisico, non so per quale patologia psichica, ha per me un che di inumano e di sostanzialmente inutile: di gran lunga gli preferisco l’ozio, altrettanto inutile, ma non si suda.

    salutando

  2. Ciro Muro il 22 dicembre 2007 alle 13:44

    Pierì senza tatuaggio però mi sa che non sei completo…
    Quando ce lo facciamo? Ho qualche gran maestro da consigliarti.

  3. Nina il 22 dicembre 2007 alle 14:21

    avere una buona percezione del corpo è importante
    quasi come respirare….

  4. gianni biondillo il 23 dicembre 2007 alle 11:04

    Ma Ciro, non te lo sei ancora fatto? Purtroppo non ho potuto aiutarti nella ricerca ma pensavo che la belva ferina già svettasse sul tuo tricipite…

    ;-)

  5. tashtego il 24 dicembre 2007 alle 15:12

    il culto del corpo ha qualcosa di tautologico.
    un loop: muovo il muscolo per fare muscolo, fatto il muscolo guardo il muscolo e penso apperò che muscolo che mi sono fatto, e le ragazze pensano apperò che muscoli quello e tutti dicono guarda che muscoli.
    passare dallo sport, sia pure di combattimento e dunque (so che non devo dirlo) intrinsecamente mishimico e un po’ fascista, anche se non ne posso negare la bellezza, a fare muscoli per far muscoli è come passare dal gioco del tennis a fabbricare racchette.
    non so se funziona il paragone, però.
    auguri di stagione a tutti noi.



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