Domande scomode

6 febbraio 2008
Pubblicato da

di Andrea Inglese

La notizia di manifestazioni di protesta e di una proposta di boicottaggio nei confronti di Israele, nazione ospite d’onore al Salone del libro di Torino, dovrebbe suscitare almeno qualche domanda. Come mai dei gruppi di cittadini che militano a favore dei diritti dei palestinesi hanno preso una tale decisione? Perché spostare su di un evento culturale una protesta di carattere eminentemente politico? E perché promuovere un boicottaggio proprio nei confronti di scrittori, piuttosto che forme di protesta meno drastiche e che aprano a possibili confronti?

Le perplessità su tale forma di contestazione esistono. Ma esse dovrebbero suscitare una riflessione spregiudicata e coraggiosa, in chi, come scrittore ad esempio, si pone continuamente delle domande sui rapporti tra letteratura e politica. Non solo, ma tra letteratura e cultura. Non tutti, infatti, assimilano la letteratura vivente alla cultura. Ogni letteratura determinata agisce spesso come contestazione della propria cultura nazionale.

E che dire del fronte politico, che vede un’Europa completamente disinteressata a intervenire su Israele, per almeno arginare quei danni e quelle morti che la sua politica di colonizzazione dei territori palestinesi non fa che accrescere giorno dopo giorno? Questa totale assenza della diplomazia politica, sul piano delle istituzioni europee, spiega forse fenomeni di protesta cittadina poco diplomatici come il boicottaggio della Fiera del libro?

Insomma, a fronte di queste domande, le risposte che ho letto non mi hanno per nulla convinto. E sono risposte venute spesso da scrittori e da intellettuali. Ma le ho trovate quasi sempre sommarie o evasive. Ma quello che più mi sembra ingiusto è quest’assimilazione ormai corrente di “contestatore” e “aggressore”. Non è che chi contesta abbia sempre ragione, per il solo fatto di contestare qualcosa. Ma è importante rispettare le proporzioni dei fenomeni. Si può dissentire sull’opportunità politica di certe prese di posizione, si possono mostrarne limiti, ingenuità, errori. Ma non si può trasformare una piccola parte della società civile italiana, indignata nei confronti della politica israeliana, in “aggressore” dello stato di Israele. Così come non si può confermare ogni volta le impressioni di chi, come David Grossman, finisce per assimilare la critica alla politica del governo israeliano – se ha ancora senso distinguere governo e stato, quanto alla politica nei confronti dei palestinesi – alla negazione dell’esistenza dello stato israeliano (“La mia impressione, tuttavia, è che loro non vedano come illegittima soltanto la presenza d’Israele, alla Fiera del Libro di Torino, ma vedano come illegittima la stessa esistenza d’Israele”, Grossman ieri su “Repubblica”). Per questo motivo ho scelto di pubblicare l’articolo di Stefano Sarfati Nahmad. Perché mi sembra che permetta di progredire nella riflessione, invece che chiuderla. Ed è anche per questo che segnalo l’intervista al poeta israeliano Aharon Shabtai apparsa sul manifesto del 5 febbraio 2008.

88 Responses to Domande scomode

  1. diego il 6 febbraio 2008 alle 12:21

    Andrea, ma Shabtai è proprio un’altra pasta, per questo in italia non si traduce, a fronte di tonnellate di grossman. E come lui tanti, troppi “altri”. Prendi Atzmon, per esempio. Si vende l’uomo, appunto, difficilmente il contenuto… ma come vedi “questa è politica nella più alta accezione ecc…”

  2. The O.C. il 6 febbraio 2008 alle 12:44

    Si può essere d’accordo o meno, l’importante è che se ne parli.

  3. effeffe il 6 febbraio 2008 alle 12:46

    Forse varrebbe la pena interrogarsi sulla questione della diversità d’attitudine nei confronti dello stato israeliano. Andrea ricordi quando ci fu il salon du livre a Parigi con invitata speciale l’italia, con l’invito al boicotto per la presenza di Berlusconi, allora appena eletto?

    come non sottoscrivere la posizione di valerio Evangelisti all’epoca?

    Je suis l’un des écrivains italiens invités au prochain Salon du livre de Paris. J’ai lu l’entretien avec Andrea Camilleri (Le Monde du 7 février) et je n’aime pas le gouvernement de M. Berlusconi.

    Mais je serai présent au Salon. Bien sûr, il y a un risque : celui, en France comme en Italie, d’être considéré comme un laquais parce que l’on fait partie de la délégation officielle, tandis que les autres, ceux qui vont venir en indépendants, apparaissent comme les opposants, donc les vertueux. Il faut éclaircir quelques points préalables.

    Premièrement, la décision de mettre l’Italie à l’honneur au Salon du livre est antérieure à la victoire électorale de M. Berlusconi et les invitations sont arrivées au cours de l’été. Deuxièmement, il a fallu attendre le 29 janvier 2002 pour que le sous-secrétaire italien à la culture, Vittorio Sgarbi, revendique au nom du gouvernement la paternité de l’initiative et le choix des invités. Il est vrai que son ministère a contribué à organiser et à financer l’événement, mais c’est ce que ferait n’importe quel gouvernement face à une occasion si .importante. Cela étant dit, nous, les invités avons des obligations envers un Salon du livre qui a décidé de mettre au centre de la manifestation la culture italienne alors qu’elle traverse une crise sérieuse.

    Boycotter le Salon serait reconnaître l’absurde appropriation tentée par le gouvernement italien. Ce serait également perdre une occasion d’utiliser une vaste tribune pour évoquer ce qui se passe en Italie. Sans négliger la noblesse des positions de MM. Tabucchi, Consolo, Camilleri, il faut que le public français comprenne que les écrivains italiens qui seront .à Paris ne sont pas tous des «collabos» (…).Valerio Evangelisti, Bologne (Italie). Le Monde (15/02/2002)

    effeffe
    ps
    se serve ve la traduco

  4. andrea inglese il 6 febbraio 2008 alle 12:50

    Conosco poco della letteratura israeliana, e ovviamente non è qui in questione il talento letterario dell’uno o dell’altro scrittore, ma semmai il rapporto che ogni scrittore israeliano stabilisce con la propria cultura nazionale, con la politica nazionale, ecc. Da questo punto di vista l’intervista a Shabtai mi sembra importante, per la chiarezza delle sue posizioni.

    Ho poi trovato una sua poesia in rete:

    Aharon Shabtai

    Se mi chiedete
    Di dare la caccia a un ragazzo
    A 150 metri di distanza
    Con un fucile a cannocchiale,
    Se mi chiedete di sedermi in un tank e
    Dalle altezze della moralita’ ebraica,
    Fare penetrare un obice
    Nella finestra di una casa,
    Mi togliero’ gli occhiali
    E borbottero’ cortesemente:
    ‘No, signori!
    Rifiuto di spogliarmi
    Per sguazzare con voi
    In un bagno di sangue’.
    Se mi chiedete
    Di tendere le orecchie
    Perche’ voi ci caghiate dentro,
    Scusandomi, diro’:
    ‘no, grazie!
    Le vostre parole puzzano,
    Preferisco sedermi
    Sull’asse del mio cesso!’
    Meglio dunque che la smettiate,
    Perche’ se vi ostinate,
    Se continuate a insistere
    Che io mi unisca alla vostra muta,
    Per grugnire insieme,
    Perche’ insieme ci rotoliamo
    E ci facciamo tutti crescere addosso
    Setole di porco,
    E insieme affondiamo
    Le nostre narici di lupi
    Nella carne cruda,
    Perdero’ la pazienza
    E rispondero’ con fermezza:
    ‘Signor Primo Ministro,
    Onorevole Generale,
    Sua Eccellenza Deputato..
    Sua Santita’ il Rabbino,
    Baciatemi il culo!’

  5. andrea inglese il 6 febbraio 2008 alle 12:55

    a ff,

    ti ringrazio per il brano di Evangelisti. Anch’io ho pensato al Salon du Livre di Parigi. Eppure mi sembra che le due situazioni siano parecchio diverse. E cio’ che le rende diverse è la presenza o meno della Palestina.

  6. diego il 6 febbraio 2008 alle 12:56

    >ovviamente non è qui in questione il talento letterario dell’uno o dell’altro scrittore

    appunto, ma a quanto pare per altri qui, e non tu, non è così pacifica la questione, o si fa finta, in assoluta malafede, che non lo sia.
    Prima o poi stilerò una lista delle penne invisibili d’Israele, Andrea, parodossalmente invisibili proprio fuori da quei discussi confini.
    C’è un enorme tesoro nascosto in quella scatola di sabbia.

  7. andrea inglese il 6 febbraio 2008 alle 13:04

    Infine, il punto di vista di Gianni Vattimo, che ha sostenuto il boicottaggio:
    http://www.forumpalestina.org/news/2008/Gennaio08/DibattitoFieraLibro/DibattitoFieraLibro_Vattimo.htm

    Diego:
    “Prima o poi stilerò una lista delle penne invisibili d’Israele, Andrea, parodossalmente invisibili proprio fuori da quei discussi confini.”
    Questo tipo di informazioni mi sembrano davvero utili, per poter discutere in forma meno pregiudiziale.

  8. Sergio il 6 febbraio 2008 alle 13:27

    La letteratura israeliana è una realtà che va ben al di là delle scelte politiche di un governo, anzi sono due cose che vanno distinte, anche se ovviamente ci sono tante connessioni tra politica e letteratura perché lo scrittore non scrive in un vacuum. Ma gli scrittori sono scrittori, non rappresentanti ufficiali di nessun governo.

    Cosa facciamo, boicottiamo la letteratura di tutti i paesi che hanno un governo la cui politica non condividiamo?

    All’estero dovrebbero considerare gli scrittori italiani come complici della politica del governo di turno?

  9. valter binaghi il 6 febbraio 2008 alle 13:30

    Come ho scritto sotto, sarebbe stato meglio dedicare alla cultura ebraica che allo Stato di Israele, date le circostanze.
    Quanto al vittimismo, c’è chi ne fa una tecnica ripetuta e raffinatissima.

  10. sparz il 6 febbraio 2008 alle 13:43

    come sai, Andrea, condivido completamente quanto scrivi, osservando anch’io, a effeffe, che l’esempio del salon du livre aveva alcuni connotati che fanno la differenza, grazie, a.

  11. andrea branco il 6 febbraio 2008 alle 13:49

    si invita un Paese o la sua Letteratura? si fa una Fiera del Libro o una Fiera della Letteratura? Le parole contano? Se sì, quanto? Paese e Letteratura (di quel Paese) sono la stessa cosa? il Libro è la stessa cosa della Letteratura?
    giusto domande venute in mente leggendo. niente di più. ciao.

  12. Lorenzo Galbiati il 6 febbraio 2008 alle 14:07

    @Sergio
    “Cosa facciamo, boicottiamo la letteratura di tutti i paesi che hanno un governo la cui politica non condividiamo?”

    Chi boicotta non boicotta la letteratura israeliana, boicotta la fiera del libro per la scelta di avere ospite d’onore Israele, e volutamente nel suo sessantesimo anniversario.
    Non credo che Aaron Shabtai rifiutandosi di presenziare a Parigi e invitando al boicottaggio anche a Torino chieda a noi di non comprare libri suoi o di altri israeliani, ti pare?
    In altre parole: accondiscendere e manifestare approvazione per la scelta di Picchioni per la Fiera, implicitamente porta a oscurare e, diciamo pure, boicottare le ragioni della causa palestinese.

    (Poi, personalmente sono per boicottare anche i libri degli scrittori che esprimono apertamente consenso verso qualsiasi governo che pratichi l’apartheid, occupazioni militari ecc. ma questo è un altro discorso.)

  13. Lorenzo Galbiati il 6 febbraio 2008 alle 14:10

    @diego
    aspetto anch’io l’elenco, sperando che qualche autore sia trovabile in libreria.

  14. The O.C. il 6 febbraio 2008 alle 14:21

    Valerio Evangelisti. Dico, Valerio Evangelisti.

  15. harzman il 6 febbraio 2008 alle 14:35

    Ho pensato anch’io quello che ha pensato Binaghi, ma non è difficile immaginare quale imbarazzo tale ipotesi, comunque inverosimile, avrebbe creato a livello politico e diplomatico, essendo la Fiera del Libro un evento industrial-culturale, volevo dire commerciale, di portata istituzionale: perché la cultura ebraica e non Israele, quando le edizioni precedenti avevano sempre come “ospite d’onore” una cultura nazionale, leggi una nazione, e non una semplice “cultura”? E soprattutto, come avrebbero reagito lo Stato di Israele e la sua opinione pubblica? No, non credo proprio che l’avrebbero permesso. È fin troppo evidente che la scelta dell’ospite, in tutte le fiere del libro che si conoscano, segue criteri politici contingenti – e come potrebbe essere altrimenti?

  16. effeffe il 6 febbraio 2008 alle 14:36

    dici bene
    effeffe

  17. Wu Ming 1 il 6 febbraio 2008 alle 14:59

    No, l’alternativa non era tra “cultura ebraica” e “stato di Israele”. Se la poniamo in questi termini cadiamo nella solita trappola concettuale e, soprattutto, mediatica.

    Si sarebbe potuto dedicare l’evento alla *letteratura israeliana* (e quindi anche di autori arabi-israeliani, perché tendiamo troppo spesso a dimenticare che anche l’arabo è una delle lingue parlate e scritte in Israele, e non certo da pochi cittadini) senza dedicarla allo *stato-nazione* di Israele (cioè un’entità politica e istituzionale) nel 60esimo della sua nascita. Non si vede il motivo per cui un evento culturale e commerciale debba compiere gesti diplomatici inter-statali, mi sembra una cosa a dir poco bizzarra.

    E si badi, per me questo discorso vale sempre, non soltanto in quest’occasione. Vale per il rapporto tra letteratura egiziana e stato-nazione egiziano, per i rapporti tra letteratura libanese e stato-nazione libanese, per i rapporti tra letteratura in farsi e stato-nazione iraniano etc.

    A me importa che all’estero si discuta e si apprezzi la letteratura italiana (cioè pensata e scritta nella koinè della lingua italiana), mentre mi frega molto ma molto meno che si apprezzi lo stato-nazione italiano.
    Inoltre, apprezzo molta letteratura statunitense senza che mi passi nemmeno per l’anticamera del cervello di dedicare un evento allo stato-nazione USA.
    Infine, non mi risulta che passati omaggi alla letteratura in lingua mandarina abbiano dato luogo a tributi ufficiali allo stato-nazione cinese, e ci mancherebbe!

    Detto questo, per me l’appello firmato in queste ore è maldestramente formulato, proprio perché cade nella confusione di cui sopra, tirando in ballo la cultura ebraica, come se fosse quello l’oggetto della contestazione.
    Lo ritengo un appello superficiale e frettoloso, e non mi risulta affatto che Valerio Evangelisti lo abbia firmato.

  18. andrea inglese il 6 febbraio 2008 alle 15:04

    a sergio, che scrive:
    “La letteratura israeliana è una realtà che va ben al di là delle scelte politiche di un governo, anzi sono due cose che vanno distinte, anche se ovviamente ci sono tante connessioni tra politica e letteratura perché lo scrittore non scrive in un vacuum.”
    Perfetto, la circostanza attuale Israele (60 anniversario) alla Fiera del libro di Torino dovrebbe proprio offrire, in intellettuali che disapprovano la sua politica, un’occasione per indagare quelle “tante connessioni”. L’articolo di Sarfati Nahmad e l’intervista di Shabtai forniscono elementi importanti in quest’ottica.
    Una piccola rassegna di alcune posizioni pubbliche assunte da alcuni importanti scrittori israeliani durante l’attacco al Libano, potrebbe fornire ulteriori elementi sui rapporti tra scrittori e linea politica dei governi.
    Oppure, una considerazione del difficile negoziato tra ambasciata israeliana e organizzatori della fiera, intorno alla frase relativa ad una possibile presenza “accettata” di scrittori palestinesi o del mondo arabo.
    O il fatto che le proteste abbiano sancito la sparizione della parte “politica” degli invitati israeliani (parte che sarà invece presente a Parigi).
    Vari sono gli spunti per approfondire le famose “connessioni”, senza che questo implichi un’adesione al boicottaggio.

    E poi:
    “Cosa facciamo, boicottiamo la letteratura di tutti i paesi che hanno un governo la cui politica non condividiamo?”
    Cosi espressa la frase è del tutto generica, e non mette a fuoco il carattere eccezionale della politica israeliana.
    Io reimposeteri la domanda cosi:
    Israele viola varie risoluzioni dell’ONU (la legalità internazionale) a partire dalla risoluzione 194 dell’11 dicembre 1948 (il diritto al ritorno in patria dei rifugiati di guerra).
    Non esiste, attualmente, potenza internazionale che possa imporre a Israele il rispetto di quelle norme per via diplomatica o attraverso sanzioni (embargo, ecc.).
    Alcuni gruppi di persone, hanno deciso di agire “dal basso”, ossia di boicottare ad esempio i prodotti israeliani.
    E’ giusto boicottare i prodotti di un paese come Israele? Questo è un tipo di questione si potrebbe discutere.
    In un caso molto specifico, vedi sopra, coloro che boicottano i prodotti israeliani hanno deciso di boicottare anche un evento di carattere culturale?
    Perché quest’anomalia? Perché hanno ritenuto che il peso politico dell’evento era determinante rispetto al peso culturale.
    Vogliamo discutere di questo?

  19. simona baldanzi il 6 febbraio 2008 alle 15:14

    menomale è uscito questo post e i relativi commenti.
    e non una sfilza di aderisco come quello di stamani.
    grazie, questo è un dibattito.

  20. georgia il 6 febbraio 2008 alle 15:17

    questo commento lo stavo scrivendo nel post di marco, ma alla fine ho deciso di metterlo nell’ultimo post sull’argomento

    Diciamo che i boicottaggi agli scrittori sono sempre una cosa abbastanza brutta e che io non condivido mai, diciamo anche che non è possibile invitare gli scrittori e non gli stati perchè se il salone del libro ha invitato gli stati fino a ieri, e nessuno ha protestato, non vedo perchè dovrebbe fare eccezione nei confronti della sola israele. Quello su cui ho ridire semmai è che lo stato di israele sia stato invitato in occasione del sessantesimo anno dalla fondazione, beh questo non lo trovo elegante, nessun altro stato, (che io sappia) viene invitato in occasione del XXX.. dalla fondazione, israele poteva essere invitata l’anno scorso o l’anno prossimo. Invitarla per il sessantesimo, come motivazione ufficiale, è chiaro che è un’offesa palese e uno schiaffo all’altra parte del territorio, al popolo palestinese, che in quella data ricorda ben altra cosa. Insomma magari le polemiche ci sarebbero state lo stesso, ma chi ha voluto una data simbolica non può lamentarsene perchè vuol dire che proprio le polemiche voleva.
    E poi se è vero che l’ospite d’onore del 2008 doveva essere l’egitto, e poi è stato cambiato con israele proprio per via di un decennali simbolico, … beh se davvero fosse così la cosa sarebbe davvero da criticare, perchè non sarebbe per nulla casuale.
    Poi il tutto invece di un boicottaggio alla cultura avrebbe potuto diventare un dibattito sul nuovo colonialismo, sulle due ricorrenze opposte, una di orgoglio e l’altra di disperazione da cui un popolo, anzi due popoli, dopo 60 anni non sono riesciti ancora ad uscire, altro non avendo fatto che erigere muri reali di cemento, reticolati e di odio, muri che fanno impazzire tutti gli abitanti della zona … ma ormai va di moda solo lo scontro senza dialogo: o così o pomì.
    geo

  21. andrea inglese il 6 febbraio 2008 alle 15:19

    a wu ming1, che scrive:
    “Si sarebbe potuto dedicare l’evento alla *letteratura israeliana* (e quindi anche di autori arabi-israeliani, perché tendiamo troppo spesso a dimenticare che anche l’arabo è una delle lingue parlate e scritte in Israele, e non certo da pochi cittadini) senza dedicarla allo *stato-nazione* di Israele (cioè un’entità politica e istituzionale) nel 60esimo della sua nascita.”
    Ad esempio. E a questo punto, messa veramente sullo sfondo la “parte” politica, dei letterati israeliani avrebbero potuto anche sentirsi liberi di invitare dei letterati palestinesi. Proprio per espriemere in una tale circostanza il loro dissenso rispetto alle politiche dello stato.

    Pero’, wu ming1, quando dici:
    “Detto questo, per me l’appello firmato in queste ore è maldestramente formulato, proprio perché cade nella confusione di cui sopra, tirando in ballo la cultura ebraica, come se fosse quello l’oggetto della contestazione.”

    Quale formulazione più corretta avrebbe dovuto avere l’appello secondo te?

  22. Fabio Orecchini il 6 febbraio 2008 alle 15:24

    Ci dimentichiamo poi che tutta questa bagarre sull’evento e le idee filtrate dai media non farnno che pubblicizzare a dimisura l’evento stesso (qualora ce ne fosse ancora bisogno) e finirà per santificare, come accade ripetutamente in questo paese, gli stessi organizzatori filoisraeliani e il gotha della cultura-stato islamica, come già successo per Ratzinger, mastella, cuffaro, previti, berlusconi, andreotti, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc.
    Ma ci rendiamo conto?

  23. luminamenti il 6 febbraio 2008 alle 15:27

    Beh se le cose stanno cosi allora ormai non c’è più interesse per la scrittura ma solo (bassa) politica

  24. georgia il 6 febbraio 2008 alle 15:32

    Aharon Shabtai oltre ad un grande poeta, e un grande uomo è stato anche il marito di una grandissima donna Tanya Reinhard morta nel marzo del 2007.
    Tra l’altro mi sembra che NI abbia postato molte cose di lui, e se non ricordo male è stata helena a postarle.
    geo

  25. diego il 6 febbraio 2008 alle 16:01

    eh georgia abbiamo già avuto modo di parlarne, del silenzio su Tanya.
    en passant qualche nome che mi viene, lorenz
    Yitzhak Laor – poeta
    Shmuel Yerushalmi – poeta
    il già citato e sempre grande Gilad Atzmon, che è anche un famoso sassofonista (e che tu certamente conscerai, avendolo ospitato spesso e volentieri su quello che fu il blog)
    e poi qualche studioso
    lo storico Pappe, costretto da poco all’esilio (di lui qualcosa di pubblicato c’è)
    il filosofo Adi Ophir, il sociologo Lev Grinberg.
    Tra i morti, anche da pochissimo, Shimon Tzabar, lo storico Baruch Kimmerling e assolutamente non ultimo il grande Yeshayahu Leibowitz, dalla posizione molto controversa, filosofo acuto e talmudista a suo modo, stranamente scomparso dalla stampa italiana.
    Per ora. Se poi allarghiamo il campo agli ebrei non israeliani ci sta l’oceano. E di questi molto è reperibile anche qui.

  26. buridano il 6 febbraio 2008 alle 16:29

    uh, pensa a quelli che hanno aderito di scatto, pure illustri sconosciuti, perché pensavano fosse l’appello figo de noantri scrittori fighi contro l’oppressione al mondo, che se ci metti la firma per primo non solo pari assai figo ma pure impegnato a cambiare il mondo dell’oppressione stessa e a prendere posizione pubblica col nomecognome e aho, non c’abbiamo paura di nessuno noi scrittori liberi, e oltretutto senza muove il culo dallo scranno, e mo’ gli viene il dubbio che invece hanno firmato l’appello sgrauso de li sgrausissimi scrittori italioti che non hanno capito ch’era meglio sta’ zitti e adesso, stanno facendo di tutto da un’ora per vedere se gli riesce a cancellare la firma, con la freccia indietro, clic clic, la cronologia, e sti scrittori con la tecnologia non c’azzeccano mica, si capisce.

  27. Domenico Scarpa il 6 febbraio 2008 alle 16:38

    Aderisco all’appello pro Fiera di Torino 2008, paese ospite Israele.

  28. andrea inglese il 6 febbraio 2008 alle 16:49

    domenico hai sbagliato post; qui si tenta di discutere una serie di questioni che l’appello non considera o dimentica

  29. Walter il 6 febbraio 2008 alle 17:04

    La questione mi sembra molto simile all’affaire Ratzinger / Università la sapienza. Si può discutere per giorni settimane mesi a priori su giornali o blog, ma perchè non portare tutte queste questioni proprio al Salone del Libro, anzichè boicottarlo?

  30. véronique vergé il 6 febbraio 2008 alle 17:26

    Cio che dice Andrea Inglesa è di una magnifica verità, anche se è difficile sfiorare la verità, quando si parla di tierra e di dolore, di separazione e di guerra. Penso che dare una libertà al libro fa ascoltare l’intelligenza in un mondo di fragore. Forse sono troppo idealista e non vivo con una memoria storica ferita, ma sogno un incontro tra poeti della stessa tierra: Israël e Palestine unite con un canto per la pace. Scrivere durante la fiera in comune brani. Quando ascolto la voce della Shoah, sento la ferita del mio fratello della Palestine, perché nel fondo, manca l’amore e la comprensione.
    Boicottare una fiera è una idea stupida, perché scava di più une frontiera.

  31. mauro baldratii il 6 febbraio 2008 alle 17:29

    Integro con un passo di un articolo uscito oggi sul “manifesto” dello scrittore Tariq Ali:

    “Questo è anche il 60° anniversario di quella che i palestinesi chiamano la ‘nabka’, il disastro che si abbattè su di loro quando furono espulsi dai loro villaggi, in alcuni casi uccisi, le donne stuprate dai coloni. Questi fatti non sono più in discussione. Perché dunque la Fiera del libro di Torino non ha invitato scrittori israeliani e palestinesi in pari numero? La presenza, accanto a trenta autori israeliani, di trenta autori palestinesi (e vi assicuro che ne esistono: sono poeti e romanzieri raffinati) avrebbe potuto essere vista come un gesto positivo e pacifico, e avrebbe consentito un dibattito costruttivo: una versione letteraria della West-Eastern Diwan Orchestra di Daniel Barenboim, metà israeliana, metà palestinese. Una scelta di questo tipo avrebbe unito le persone.”

  32. sparz il 6 febbraio 2008 alle 18:02

    assolutamente sì, Mauro, concordo completamente con la citazione.

  33. furlen il 6 febbraio 2008 alle 19:02

    a wu-ming 1
    nessuno qui ha parlato di valerio evangelisti come firmatario dell’appello. ho semplicemente citato un suo intervento pubblicato da Le monde a proposito della sua partecipazione al salon du livre di parigi con berlusconi neo eletto. Fermo restando che le due situazioni – italia post-neo-pro-fascista, come si diceva all’epoca, e stato d’israele – sono assolutamente incomparabili, la posizione espressa da valerio mi sembrava allora e mi sembra tutt’ora la risposta più giusta che uno scrittore possa dare in circostanze simili.
    effeffe

  34. Lorenzo Galbiati il 6 febbraio 2008 alle 20:26

    @wu ming 1
    sì ma diciamo pure che dedicarla alla letteratura israeliana nel sessantesimo anniversario della nascita di Israele sarebbe stata una scelta vista (forse a ragione) come un escamotage per evitare polemiche.
    meglio sarebbe stato farla un altr’anno, questa dedica, e tenere l’Egitto ospite d’onore del 2008, come da accordi già previsti.
    sarebbe interessante capire come mai il cambio di scelta e come mai il dichiarare esplicitamente ospite d’onore Israele nel suo sessantesimo.

  35. Lorenzo Galbiati il 6 febbraio 2008 alle 20:27

    @diego
    grazie.

  36. ruggero solmi il 6 febbraio 2008 alle 21:09

    tra un pò gli israeliani faranno arte degenerata?…

  37. lucio il 6 febbraio 2008 alle 22:44

    Lorenzo Galbiati, sento più che condivisibile il tuo momentaneo scoramento e vorrei segnalarti due documenti che, (regolarmente ignorati ma consultabili sul forum per la Palestina) mi sembrano molto utili per una migliore conoscenza della questione. Uno è della federazione torinese del PRC che a differenza della segreteria nazionale non fa affatto confusione tra la battaglia per la revoca della decisione della direzione della Fiera del Libro e “un boicottaggio degli scrittori” di cui non ha mai parlato.
    L’altro del segretario provinciale del PdCI di Torino, Chieppa ”Le dichiarazioni del sindaco Chiamparino e del sottosegretario Vernetti che attribuiscono ad
    alcuni esponenti della sinistra radicale la proposta di boicottare la Fiera del Libro sono affermazioni che nulla hanno a che fare con la realta’ dei fatti. Con la lettera aperta ai vertici istituzionali locali e alla Fondazione per il Libro dello scorso 7 gennaio abbiamo semplicemente proposto che ad Israele, individuato come Paese ospite d’onore dell’edizione 2008, venissero affiancati su un piano di pari dignita’, quali ulteriori ospiti d’onore, scrittori e artisti palestinesi, in considerazione del drammatico stato in cui e’ costretto a sopravvivere quel popolo, facendo cosi’ della prossima edizione della Fiera un momento ‘alto’ del dialogo e del confronto tra quelle due culture e dunque tra quei due popoli”.
    Questo per dire che il problema va avanti da tempo.
    Poi, senza prendere tutto per oro colato, e con le cautele del caso, vorrei segnalare altre notizie interessanti riprese dalla Apcom (credo di Roma). Tariq Ramadan, lo scrittore anglo-pakistano che insegna in Gran Bretagna, ha raccontato qualcosa in una lettera diffusa in Italia e riportata dalla Apcom il 5 e il 6 febbraio (oggi). Chiarita la propria posizione nella querelle sull’opportunità di invitare Israele come paese ospite “la questione è criticare la scelta dell’invitato d’onore e non di impedire agli autori israeliani di esprimersi”, Ramadan ricorda come la Fiera del libro di Torino avesse in prima battuta designato l’Egitto come invitato d’onore, poi “si è cambiata opinione e scelto di celebrare Israele, poiché quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario della creazione di questo Stato. Da ciò è nato un movimento, avviato da partiti politici, personalità e associazioni che militano per i diritti dei palestinesi, che chiede di cambiare l’invitato d’onore della Fiera, poiché, ai loro occhi, è indecente celebrare uno Stato quando il suo governo non rispetta minimamente i diritti umani e umilia quotidianamente il popolo palestinese”.
    Lo scrittore cita critici israeliani come Aharon Shabtai, Amira Hass, Yitzhak Laor e altri “che non permettono che le loro voci siano soffocate”. Già il poeta israeliano Aharon Shabtai ha rifiutato di partecipare sia alla Fiera del Libro di Torino, che al Salon du Livre di Parigi, non unendosi alla delegazione del suo Paese’: “Non penso – dice Shabtai – che uno Stato che mantiene un’occupazione, commettendo quotidianamente crimini contro i civili, meriti di essere invitato a un qualunque evento culturale”.
    Insomma, mi auguro che anche chi ha già aderito a questo appello, voglia approfondire meglio la cosa, e magari fare uno sforzo ulteriore per chiarirne meglio le ragioni a chi (come me) ancora preferisce contestare l’invito degli organizzatori indirizzato ad Israele in occasione dei 60 anni dalla sua nascita.
    lucio

  38. Sergio il 6 febbraio 2008 alle 22:56

    Ringrazio Galbiati e Andrea Inglese per le loro osservazioni sul mio commento.

    Sono personalmente molto legato ad Israele e quindi riconosco che sono di parte nei miei giudizi. Non voglio entrare in discussioni politiche, non perché pensi che non siano pertinenti, ma perché da un lato ho perso la speranza nel dialogo (almeno su questo argomento) e dall’altro la visione che molti europei hanno di Israele mi mette una profonda tristezza.

    Ho notato che molte delle persone che scrivono su questo blog hanno un notevole spessore culturale e quindi non mi ritengo la persona più idonea per dare dei suggerimenti letterari, ma visto che si parla comunque di letteratura mi permetto di consigliarvi “Una storia comune” e “Racconti di Gerusalemme” di S.Y. Agnon, entrambi editi da Adelphi.

  39. Sergio il 6 febbraio 2008 alle 23:05

    Scusate, “Racconti di Gerusalemme” è della Mondadori.

  40. raffaele il 7 febbraio 2008 alle 01:00

    Il Volto di Qana (XXII)

    I media gongolano allegrotti, raccontandoci che “questa volta i pacifisti israeliani sono tutti a favore della guerra”.
    Per capire se ciò sia vero o falso, occorre capire cosa sia un “pacifista israeliano”.

    Ci sono sicuramente alcuni individui straordinari che rifiutano il concetto base del sionismo: l’idea di stato razziale ebraico. O perché credono in Dio, e si rifiutano di adorare lo stato; oppure perché credono nell’umanità e non nella razza. E questi non si identificano in alcuna guerra condotta da Israele.

    Ma in gran parte, i “pacifisti israeliani” sono creazioni dell’immaginario della sinistra reale occidentale.

    Questa sinistra ha alcune fantasie precise, a cui la realtà si deve pazientemente adeguare.

    Ad esempio, “i governi sono cattivi, ma i popoli sono buoni”.

    Oppure, “tutto il mondo è fatto da mamme che vogliono bene anche ai figli degli altri” [1].

    Queste due dubbie affermazioni costituiscono l’alibi che permette di compiere la Grande Struzzaggine della Non Violenza.

    Infatti, su questo pianeta non certamente dei migliori, la scelta è tra aggressione e resistenza.

    Esiste ad esempio lo Stato d’Israele che invade il Libano, e Hezbollah che resiste, come esiste lo Stato d’Israele che bombarda Gaza e Hamas che resiste.

    La sinistra reale buona però non se la sente di scegliere tra due che non si vogliono bene.

    La sinistra reale furba, invece, sa che chi tocca Israele, anziché al governo, finisce nella Lista Nera dei terroristi.

    A questo punto, si corre verso il più vicino banco di sabbia, si ficca la testa in profondità nel terreno e si dice, “né con Olmert né con Nasrallah”: i pacifisti, esattamente come i neocon, amano personalizzare i cattivi.

    Ma con chi, allora? Facile: “siamo dalla parte dei buoni popoli del Libano e d’Israele che soffrono”. Con questo gioco di prestigio, cooptano loro malgrado milioni di inconsapevoli pacifisti.[2]

    Aggiungiamo la fobia irrazionale di venire chiamati “antisemiti” [3], per cui bisogna accattarsi un ebreo testimonial a qualunque costo. Per il solo fatto di essere ebreo, diventa automaticamente anche un sensibile intellettuale: gli ebrei sono intelligenti, i negri hanno la musica nel sangue e i tedeschi sono grandi lavoratori.

    Ecco che chiunque in Israele abbia mai detto “il governo dovrebbe bombardare gli arabi solo nei giorni feriali, e non sette giorni la settimana” diventa un eroe del pacifismo planetario.

    Ora, per questi “pacifisti israeliani”, oggi (un centinaio di esseri umani incinerati nei dintorni di Sidone) è decisamente un giorno feriale.

    Tutto questo problema è dei pacifisti, che adesso si sentono rivolgere loro contro gli Eroi Planetari e i Sensibili Intellettuali che loro stessi hanno contribuito a mitizzare.

    A noi che amiamo le cattive compagnie, comprese quelle ebraiche, la faccenda non ci tocca. Nemmeno da lontano

  41. raffaele il 7 febbraio 2008 alle 01:07

    Quello sopra riportato è un post scritto da Miguel Martinez(uno dei piu seri bloggerr e intellettuali italiani) durante quel simpatico “aspetto specifico” della politica Israele andato in onda l’estate di due anni fa(=il tentativo di cancellare dalla faccia della terra lo Stato democratico e multietnico che ha laa sciagura di essere suo vicino)
    Non ho niente da aggiungere se non il mio rispetto perr la rabbias e la lucuidità di Martinez-un intellettuale vero di fronte a tante larve che si arrogano tale titolo

  42. tashtego il 7 febbraio 2008 alle 08:28

    @raffaele
    potresti copinconcollare qui il link del blog di miguel martinez?
    grz

  43. […] con lucidità e profondità. Per esempio: Marco Alderano Rovelli, il post di Andrea Inglese su Nazione Indiana, con relativi commenti. Tags: Alderano, Nazione […]

  44. harzman il 7 febbraio 2008 alle 09:56

    Massimo Raffaeli oggi sul «Manifesto»:

    Quando Ignacio Ramonet ebbe l’intuizione del Pensiero Unico disse che si trattava di una serie di proposizioni martellanti la cui semplice ripetizione sostituiva ogni dimostrazione. Il fatto che si sia proposto il boicottaggio del Salone di Torino dedicato alla letteratura israeliana e che anche alcuni tra noi trovino opportuno disertarlo dichiarandosi provocati e offesi da una simile iniziativa è la spia che si è già propagato a sinistra un pensiero unico su Israele. Quanto al boicottaggio in sé, che equivale al negare la parola o a circoscriverla in un’alterità ritenuta ambigua e spregevole (sebbene si parli di Grossman, Yehoshua, Amos Oz), il gesto è così povero, nella sua esibita nettezza, da potere appagare e persino confortare solo chi «non ritiene di aver nulla da ascoltare, da imparare, da modificare di sé, delle proprie idee e delle proprie passioni», come ha ricordato Daniele Giglioli su questa pagine, il 30 gennaio. Colpisce che molti lettori, scrivendo sdegnati al manifesto, non solo sovrappongano nozioni che andrebbero tenute distinte (per esempio sionismo ed ebraismo) ma riducano Israele a un’immagine sola, quella della sua classe dirigente e relative politiche, notoriamente rovinose; in altri termini colpisce che dicendo «Israele» le articolazioni e le contraddizioni di una società complessa e plurale si ricompongano di colpo e – date per scontate, smaltite in un sinistro ammiccamento – siano costrette a parlare al singolare e in una lingua sola, vale a dire la lingua del nazionalismo in armi e del colonialismo.
    L’idea del boicottaggio, per legittimarsi, necessita di immagini univoche e unilaterali, pertanto degne di essere sconciate e, con buona coscienza, negate: Olmert, gli orfani di Sharon, i sudditi di Bush, i devoti del Likud, i carri armati con la stella di Davide, e nient’altro. Dunque una terribile e sanguinosa «parzialità» che aspira a introdursi nel senso comune in forma di «totalità», considerando ogni dissenso alla stregua del tradimento e del sabotaggio: è proprio quel che esige dalla parte opposta, e da decenni, l’élite politico-militare e mediatica che governa il paese. Tale assenza di «critica» (di un pensiero, cioè, che distingue prima di valutare) dovrebbe essere sospetta e temuta specialmente a sinistra, meno che mai accolta nel riflesso speculare che la ri-utilizza in un progetto di boicottaggio.
    C’è, infatti, una tragedia ulteriore di Israele che si aggiunge al sangue e alla sofferenza dei palestinesi e che quasi mai vediamo: è la tragedia di chi viene ammutolito all’interno e, per cruda parodia, si ritrova suo malgrado arruolato all’esterno nel coro di chi grida unanime alla Grande Israele. Nel libro di un analista sociale che il lettori del manifesto conoscono bene, Michel Warschawski, A precipizio. La crisi della società israeliana (Bollati Boringhieri), è detto chiaramente: «Ogni critica, anche la più moderata, viene ascoltata attraverso il prisma deformante dell’antisemitismo… Poiché il mondo è una giungla ostile e pericolosa, in Israele scatta di nuovo il riflesso del ghetto: non quello imposto agli ebrei nel Medioevo, e neppure quello imposto molto più tardi dai nazisti, ma il ghetto volontario, quello che i rabbini volevano mantenere a ogni costo per impedire le influenze esterne».
    Di tutto ha bisogno Israele, in questo momento, meno che di un altro muro costruito da fuori, un muro che sancisca l’embargo della parola. L’assenza di «critica», cioè di scambio dialogico, nega l’idea di politica nel momento in cui revoca arbitrariamente a qualcuno lo statuto di interlocutore e perciò il principio di cittadinanza; non a caso i greci antichi opponevano alla pienezza della dimensione politica la miseria della idiozia: era uno stato di reclusione domestica, di perfetta estraneità o sordità alla parola dell’altro.

  45. andrea inglese il 7 febbraio 2008 alle 10:25

    grazie harzman, questo articolo di Raffaeli mi sembra mettere in luce in modo chiaro le debolezze della scelta di boicottare, senza semplicemente stigmatizzarla.

  46. mf il 7 febbraio 2008 alle 11:34

    ho un vago ricordo di una simile e desolante querelle in occasione di un libro di qualche tempo fa del vecchio asor, dedicato agli effetti della guerra (dalla guerra del golfo in poi) in occidente…
    qui, mi pare:
    http://www.internetbookshop.it/code/9788806164317/asor-rosa-alberto/guerra-sulle-forme.html
    se non sbaglio, anche lì si scatenò una disputa infinita sui termini israele/popolo/stato/nazione e sulle misure, la natura, le prospettive di una critica alle politiche estere di uno stato, senza per questo discriminare censurare boicottare alcunchè (per non parlare dei post di andrea inglese, che mi pare qui sia tornato più volte su questi concetti).
    a parte gli appelli da firmare e controfirmare (ma qui secondo me garufi poteva risparmiarci la sua ottusa, monolitica ma ‘sublime’ passione per il manga, come lo chiamano gli adepti). mi sembra che si possa ragionare su un punto, magari ex post. a rimanere ferma, drammaticamente ferma, non è solo la situazione nei territori e in israele, nella politica estera tra quartetti e USA (diecimila road maps disattese, razzi e rappresaglie, anzi di mezzo c’è stata pure una guerra con il libano). a rimanere ferma è la melassa dei preconcetti e delle dinamiche discorsive di certa sinistra, e comunque di una maggioranza (?) più o meno silenziosa, come assai bene dice raffaeli. sarebbe un modo, secondo me, di mettere in discussione anzitutto l’efficacia dei ‘nostri’ discorsi, dei nostri distinguo, delle analisi che siamo capaci di fare senza che esse abbiano effetti, mi pare di poter concludere, a cinque, sei, quindici anni di distanza. cos’è che non va nei nostri discorsi, perchè non incidono, queste sono domande utili, forse, per fare come si dice di necessità virtù.

  47. Fabio Orecchini il 7 febbraio 2008 alle 11:34

    Perfetto e lucidissimo l’intervento di Raffaeli sul Manifesto. Restano però sempre alcune cose che non comprendo: perchè fare una scelta politica di questo tipo proprio in occasione di questa ricorrenza? Cosa vuole sancire? Perchè all’ultimo momento Israele è stato scelto scalzando l’Egitto? Perchè si è scelto di invitare lo Stato di Israele e non gli scrittori di lingua israeliani di entrambe le lingue e i palestinesi stessi? Perchè il salone della letteratura deve diventare un palco per le public relations e la propaganda di un governo colpevole e assassino? Se la letteratura non è politica, come molti Aderisco hanno detto e ripetuto (cosa assolutamente fuori luogo, almeno per me, cosa è puro intrattenimento?) i nostri cari Oz e Grossman non dovrebbero nemmeno contestare allora il proprio stato? E invece lo faranno, perchè? E ancora, perchè se io non sono daccordo sono antisemita ?Chi è che bombarda e costruisce muri, io l’antisemita?

  48. nevio gambula il 7 febbraio 2008 alle 11:36

    Forse però bisognerebbe tenere presente che la scelta di boicottare è solo una parola d’ordine e non una intenzione reale, visto che chi l’ha proposta o l’ha raccolta ha ben presente la disparità delle forze in campo. E inoltre noi stiamo discutendo di ciò proprio perché qualcuno ha lanciato l’idea di boicottare la fiera. In reazione alla proposta di boicottaggio è nato l’appello “Nel nome della letteratura” e poi tutto il resto … Già solo questo rende quella stessa proposta meritoria.

    Altre brevi considerazioni.

    Dopo un paio di giorni di dibattito – qui e nel post con l’appello e in altri blog – mi pare di poter dire che i firmatari ci fanno una pessima figura. Forse – suppongo dando credito ad alcune di quelle firme, che pure in passato hanno condotto operazioni interessanti – forse, dicevo, la firma è stata messa “per amicizia” e/o con una certa dose di “leggerezza”. In fondo, tra gli intellettuali è di moda non lesinare partecipazioni ad appelli. Eppure, almeno ai miei occhi, ciò peggiora ulteriormente il loro credito. Io non sono solito partecipare a discussioni sui blog; in questo caso ho ritenuto troppo gravi le implicazioni politiche e culturali di quell’appello, innanzitutto perché dimenticano un fatto storicamente smentibile: su quelle terre, 60 anni fa, c’era già un popolo, il quale, per fare posto ai nuovi arrivati, è stato costretto all’occupazione militare (con tutti i corollari di deportazioni, omicidi, etc.). Per me le domande poste da Andrea sono la minima base di partenza per una intelligenza aperta e capace di uscire dai luoghi comuni imposti dai media. Fa bene Lucio, poco sopra, a rammentare come stanno in realtà le cose. I media ci vanno a nozze con la disinformazione e giocano sporco pur di creare eventi con cui riempire poi pagine da vendere. Il problema – il grave problema – è che alcuni intellettuali (solo alcuni, perché molti stanno ribadendo la giustezza delle proteste, anche qui) ci sono cascati, prestandosi a un gioco che in tutta evidenza trascende la bontà degli scrittori israeliani. E cosa ancor peggiore è il senso neppure tanto segreto di quell’appello: la letteratura è da intendersi senza alcun rapporto col contesto situazionale. “Nel nome della letteratura” … Già, nel nome della letteratura poco importa che la Fiera invitava gli scrittori non in quanto tali, ma come espressione dello Stato di Israele e che li faceva convenire in loco per festeggiarne i 60 anni. In fondo, loro si occupano di parole e non di storia, o di politica “nell’accezione più alta e radicale del termine”. Anche la logica viene meno, in quell’appello. Visto che poi, per rifuggire dall’orrore – presunto – di non omologarsi ad una protesta vista come “aggressione” alla “cultura ebraica”, di fatto accettano e puntellano, col loro sostegno “senza riserve” all’organizzazione della Fiera del Libro, ciò che ne sono le premesse e lo sfondo politico basso-basso: W lo Stato di Israele. Legittimo, certo. Preoccupante, altrettanto certo. O almeno preoccupante per chi crede ancora che la responsabilità di uno scrittore dovrebbe essere prima di tutto quella di smuovere il linguaggio: costoro – i firmatari – hanno con il loro comportamento – la firma apposta a quel testo è molto di più che un nome; è un atto concreto – hanno confermato una “lingua di comunicazione” degradata, quella dei media, perché più che sui fatti reali hanno redatto l’appello in base ai fiumi d’inchiostro che in questi giorni i media stanno spendendo per fare falsa informazione e smerdare i protestatari ; è un appello che conferma una lingua che ha come unico scopo la colonizzazione dei cervelli. In ciò, per me, sta la sua gravità. Ben vengano allora le domande di Andrea, ben vengano le precisazioni di contesto e anche le irritazioni irridenti di quanti stanno ora intervenendo con i commenti. C’è molto più intelligenza in queste forme “dal basso” che in quelle parole così … paralizzanti …

    @ Andrea
    Mi sono permesso di tradurre sonoramente la poesia “Se mi chiedete …” di Aharon Shabtai (http://www.altrascena.org/audio/boicotta.mp3).

    Nevio Gambula

  49. nevio gambula il 7 febbraio 2008 alle 11:47

    ops!

    è un fatto storicamente NON smentibile …

    ng

  50. Lorenzo Galbiati il 7 febbraio 2008 alle 12:15

    Secondo me invece l’articolo di Raffaeli poggia su delle falsità.

    “Il fatto che si sia proposto il boicottaggio del Salone di Torino dedicato alla letteratura israeliana”
    no, con Israele ospite d’onore nel suo sessantesimo, come dichiarato ufficialmente dalla Fiera. già questa premessa falsa tutto il resto.

    “e che anche alcuni tra noi trovino opportuno disertarlo dichiarandosi provocati e offesi da una simile iniziativa è la spia che si è già propagato a sinistra un pensiero unico su Israele.”
    questa è un’affermazione priva di pezze d’appoggio. gratuita.

    “Quanto al boicottaggio in sé, che equivale al negare la parola o a circoscriverla in un’alterità ritenuta ambigua e spregevole (sebbene si parli di Grossman, Yehoshua, Amos Oz),”
    no, il boicottaggio è un diritto, è una forma di disciplina di comportamento personale che si vuole rendere collettivo con la partecipazione di chi ne condivide la cause. l’interpretazione del boicottaggio come negazione della parola è la stessa errata interpretazione che è stata data alla protesta alla Sapienza in occasione dell’invito di Ratzinger; non si vuole negare la parola a nessuno, si decide di esprimere dissenso e non partecipare all’occasione in cui è stata concessa parola e visibilità a qualcuno perchè se ne contesta il momento, l’opportunità e la modalità con cui è stata concessa.

    “il gesto è così povero, nella sua esibita nettezza, da potere appagare e persino confortare solo chi «non ritiene di aver nulla da ascoltare, da imparare, da modificare di sé, delle proprie idee e delle proprie passioni», come ha ricordato Daniele Giglioli su questa pagine, il 30 gennaio.”
    congetture gratuite anche queste, prive di pezze d’appoggio.

    “Colpisce che molti lettori, scrivendo sdegnati al manifesto, non solo sovrappongano nozioni che andrebbero tenute distinte (per esempio sionismo ed ebraismo) ma riducano Israele a un’immagine sola, quella della sua classe dirigente e relative politiche, notoriamente rovinose; in altri termini colpisce che dicendo «Israele» le articolazioni e le contraddizioni di una società complessa e plurale si ricompongano di colpo e – date per scontate, smaltite in un sinistro ammiccamento – siano costrette a parlare al singolare e in una lingua sola, vale a dire la lingua del nazionalismo in armi e del colonialismo.”
    sul fatto che si confonda sionismo e ebraismo, dopo quello detto da Napolitano l’anno scorso e cioè che l’antisionismo è una forma strisciante (o qualcosa del genere) di antisemitismo, ci sarebbe molto da dire…. voglio dire, chissà perché è sempre meno chiara la differenza…
    sul fatto che di Israele si abbia un’immagine univoca (congettura da dimostrare), c’è anche qui da chiedersi di chi sia la responsabilità per cui i veri oppositori alle politiche governative israeliane abbiano poca visibilità al di fuori dei confini israeliani, mentre altri, come oz yehoshua e grossman vengano presentati qui – e oggi proprio in funzione della fiera di torino – come pacifisti, coscienze critiche di Israele eccetera, mentre su Haaretz al tempo della guerra al Libano, da loro tanto invocata e considerata giusta, venivano definiti da Tom Segev come persone dal “pacifismo prêt-à-porter” , sofisticati megafoni del potere, in servizio permanente effettivo: “I tre scrittori hanno preparato il loro appello come se stessero lavorando nell’ufficio legale del Ministero degli Esteri” (Tome Segev)

    “L’idea del boicottaggio, per legittimarsi, necessita di immagini univoche e unilaterali, pertanto degne di essere sconciate e, con buona coscienza, negate: Olmert, gli orfani di Sharon, i sudditi di Bush, i devoti del Likud, i carri armati con la stella di Davide, e nient’altro. Dunque una terribile e sanguinosa «parzialità» che aspira a introdursi nel senso comune in forma di «totalità», considerando ogni dissenso alla stregua del tradimento e del sabotaggio”
    questo è falso storicamente, per quanto riguarda il boiocottaggio, che è una forma di lotta nonviolenta legata alle proprie scelte civili di cittadino e consumatore – portata avanti anche da Gandhi verso i prodotti inglesi, tanto per intenderci – e sfido a dire che Gandhi avesse un’idea sanguinosa e parziale degli inglesi. si distorce proprio l’idea del boicottaggio in sè, che non è fatto per condannare un’intera nazione né per introdurre come assoluto alcun pensiero parziale; nel caso specifico della fiera, si vuol fare esattamente l’opposto, si vuole condannare come parziale e inopportuna una scelta che si vuol dare come assoluta. non c’entra la diffusione e il “consumo” di letteratura israeliana, nel boicottaggio in questione, non c’entra la possibilità di aver voce, che hanno eccome gli scrittori che saranno in fiera.
    si può filosofeggiare quanto si vuole, ma boicottare la scelta della fiera non significa far passare gli israeliani come tutti uguali e quindi meritevoli di boicottaggio. per fortuna che ci sono persone come il poeta israeliano shabtai che con le sua posizione costituisce la smentita come dire vivente di queste congetture.

    Io credo semmai che i pericoli del boicottaggio siano opposti a quelli dell’articolo e lo si è visto bene con il caso di Ratzinger alla Sapienza: in un paese clericale come il nostro, la protesta e il boicottaggio sono stigmatizzati dai più: se poi i destinatari del boicottaggio si atteggiano a vittime con la compiacenza dei media, già schierati in gran parte dalla loro parte, e pronti a deformare come fa questo articolo, motivazioni, significato e obiettivi del boicottaggio, il boicottaggio rischia di avere un effetto boomerang.
    Ratzinger l’ha dimostrato, atteggiandosi a vittima ha conseguito un enorme successo.
    Se anche Israele (o chi per lui) lo facesse, visto il filoisraelianismo di gran parte dei media e dei politici, e vista l’occasione che si presta a distorcere facilmente, ripeto, motivazioni, significato e obiettivi del boicottaggio, da parte anche degli scrittori e degli intellettuali italiani, c’è il rischio che l’immagine di Israele in Italia ne esca ancora più rafforzata nell’ottica di un pensiero unico… parlo di quello opposto di cui dice Raffaeli.

  51. tashtego il 7 febbraio 2008 alle 12:47

    il manifesto di solidarietà non l’aveva ordinato il medico.
    non occorre esprimersi e prendere posizione sempre e comunque.
    ma nel momento in cui si decide di farlo allora bisogna dirla tutta.

  52. mf il 7 febbraio 2008 alle 13:00

    Il tono di Galbiati è troppo stizzoso, inquieto e “univoco” per non risultare “sinistro”. Lo statuto della vittima, caro Galbiati, è stato chiarito da un bel libro di Daniele Giglioli: oltre a essere, oggi, un concetto-chiave di rappresentazione e di(auto)identificazione, è uno statuto ambivalente… per esempio nasconde l’altra faccia della medaglia: che è quella, nel tuo caso, di un certo spirito rancoroso, recriminatorio, rabbioso, che s’incista in questi discorsi (il tono, il tono).
    quando s’innesca questa strategia discorsiva , ecco puntualmente la trappola concettuale a cascata, le astrazioni sospette, la sterile dialettica da cui si dovrebbe sfuggire. invece… Israele (o il Vaticano, secondo le tue brillanti analisi), si autorappresenta come vittima dell’antisemitismo strisciante e aggressivo (o dell’anticlericalismo, fa lo stesso); per questo e in questo è appoggiato da media complici e dalla stampa orientata; invece sono i palestinesi che sono vittime di un’aggressione quotidiana o di pluridecennali ingiustizie; e poi c’è galbiati, o chi per lui, che è vittima perchè gli altri non comprendono la natura e la giustezza del significato da dare al boicottaggio. e così via. vuoi rimanere con questo tono e con questo andazzo?. contento tu. io mi preoccupo come sempre e di più per la scuola italiana. saluti

  53. andrea inglese il 7 febbraio 2008 alle 14:54

    c’è una cosa che emrge negli interventi di mf e nevio gambula (e altri) che mi sembra molto importante; come scrittori e intellettuali o semplici cittadini confrontati a specifiche circostanze della vita, possiamo giungere a una chiarezza degli scopi e delle modalità di perseguirli; cio’ implica un lavoro intellettuale e una competenza etica. Ma non sempre ci troviamo di fronte ad una tale chiarezza: spesso i termini della questione che ci vengono proposti sono confusi, incompleti, distorti. In situazioni come queste, il merito non sta nell’energia con cui ci lanciamo su di un’opzione o su di un’altra. Il merito sta nel fare un lavoro di chiarimento, di ulteriore ricerca, di ridefinizione dei termini. Ci sono più situazioni nella vita nelle quali è arduo schierarsi che non l’inverso. Ma il lavoro di chiarimento, analisi, discussione, ridefinzione è poi finalizzato a fissare un obietttivo chiaro e le modalità di perseguirlo più eticamente soddisfacenti. Quando questo avviene non c’è più bisogno di sfumare, ammorbidire, moderare il proprio atteggiamento. (Anche se l’errore è sempre possibile.)
    La proposta di boicottaggio a mio parere nasce da una questione legittima, ma si esprime in una forma sbagliata. Ma accontentarsi di screditare la modalità, senza farsi carico della questione legittima, rimandandola a un “dopo” indeterminato (si parlerà di politica quando il momento sarà opportuno? si, ma quando?) mi sembra davvero la più facile e la più inutile delle risposte, sopratutto se prende la forma di un appello, invece che di una discussione veramente aperta.

  54. Lorenzo Galbiati il 7 febbraio 2008 alle 15:16

    @fm (francesco marotta?)
    il mio tono…mah! non so se è stizzito, qui ci sono solo parole scritte, il tono lo si deve ricavare dalle parole e nient’altro; io poi, con la mia preparazione scientifica tendo a essere netto a prescindere, quando scrivo…
    cmq sulla mia rabbia o stizza o quel che è posso dirti che mi fa venire rabbia, in questa vicenda, come è stata assegnata a Israele la palma di ospite d’onore, e come si esprimono Ferrero e Picchioni, e insomma tutti i comunicati ufficiali che ho letto proprio non mi piacciono per i loro contenuti e perché testimoniano di modi di agire e pensare che non approvo.
    Poi mi ha fatto rabbia il pezzo sopra di Raffaeli che in certi punti condannava la tecnica del boicottaggio in quanto tale, e da nonviolento questo mi fa rabbia.
    Basta.
    Il resto non mi fa rabbia, non ho alcuna rabbia indistinta verso gli israeliani né tantomeno verso gli ebrei in genere, ovviamente (ma così vorrebbe helena, in un commento in un altro post)

    Ecco, ho rabbia anche con Oz e Yehoshua e Grossman da quando hanno legittimato la guerra al Libano in nome del pacifismo, per lo meno Oz scrisse un articolo dicendo che da pacifista era per la guerra, e gli altri due l’hanno sostenuto, salvo poi, un mese dopo, tutt’e tre chiedere a Israele di cercare un cessate il fuoco bilaterale: oramai, a Libano meridionale distrutto, con emergenza umanitaria e migliaia di profughi, i tre “pacifisti” hanno dichiarato che la maggior parte degli obiettivi era stata raggiunta e quindi la guerra, che comunque era stata giusta, poteva finire.
    Ecco quando sento presentare questi tre scrittori come pacifisti e coscienze critiche di Israele mi viene rabbia.
    Ma è sempre una rabbia che nasce dalla ricerca di verità e giustizia, ricerca che io sento forte, e che può portarmi anche a sbagliare, per carità, ma non a “tirarmi fuori”.
    Per il resto, che qui siano in gioco ebrei, israeliani e palestinesi, per me conta poco, se non nulla, non sono legato né nel bene né nel male a nessuno dei soggetti in gioco – salvo il fatto che la cultura ebraica la conosco molto di più di quella araba e alcuni miei “maestri” sono ebrei.
    Sull’essere vittima:
    Io non ho detto che Israele fa sempre la vittima ma che potrebbe farlo, in questo caso, e forse gli converrebbe, visto i risultati già sperimentati da Ratzinger.

  55. Lorenzo Galbiati il 7 febbraio 2008 alle 15:17

    @andrea
    “La proposta di boicottaggio a mio parere nasce da una questione legittima, ma si esprime in una forma sbagliata.”

    qual è la forma del boicottaggio attuale, che tu vedi sbagliata?
    quale altra forma potrebbe esserci (eventualmente giusta)?

  56. Lorenzo Galbiati il 7 febbraio 2008 alle 15:28

    @mf
    ah no, non sei francesco marotta, sei un troll, uno che evidentemente mi segue da un po’ e si è informato su di me:

    “contento tu. io mi preoccupo come sempre e di più per la scuola italiana. saluti”

    ti preoccupi di quali danni possa fare io per la scuola italiana…
    eh be’, che dire, tranquillizzati, insegnando scienze di boicottaggio non parlo…

  57. tashtego il 7 febbraio 2008 alle 16:16

    concordo con la posiçao di inglès.
    anche se di mio sarei un estremista.
    (cerco di ri-educarmi, ecco)

  58. andrea inglese il 7 febbraio 2008 alle 16:22

    Lorenzo
    “qual è la forma del boicottaggio attuale, che tu vedi sbagliata?
    quale altra forma potrebbe esserci (eventualmente giusta)?”
    Non sono un militante politico della causa palestinese, ma un cittadino che eventualmente puo’ aderire a una forma di protesta lanciata da un gruppo militante. Certo, anch’io posso immaginarmi una forma di protesta.
    Ma il boicottaggio mi sembra la più debole, sopratutto quando è rivolta ad un’occasione culturale. Anche manipolata finché si vuole, un’occasione culturale non schiera gendarmi, ma scrittori ed intellettuali. Ossia per sua stessa natura si presta ad essere contestata attraverso forme verbali (dibattiti alternativi) e scritte (volantinaggio), ad esempio. Boicottare significa invece andarsene, non esserci, rinunciare al confronto, e quindi anche zittirsi.

  59. Fabio Orecchini il 7 febbraio 2008 alle 16:42

    Bè ci sono state in passato proteste fondate sul boicottaggio (in diverse forme non violente) che mi pare abbiano portato a dei risultati, comunque, anche in questo caso (in questo blog come in altre parti) ci sono persone che dialogano sull’accaduto senza trincerarsi dietro un obbedisco, e questo già mi sembra il risultato (il più semplice, sicuramente) dovuto all’idea stessa di “boicottare”. Si può e si deve manifestare un disagio.

  60. diego il 7 febbraio 2008 alle 16:43

    >Boicottare significa invece andarsene, non esserci, rinunciare al confronto, e quindi anche zittirsi.

    permettimi, ma non mi pare. nella pratica del boicottaggio, che è azione, c’è presenza: i “boicottatori” non se ne vanno, anzi, proprio per non rinunciare e non essere esclusi sono andati là, hanno occupato fisicamente la sede della Fondazione della Fiera del libro di Torino, hanno creato con quell’azione un motivo di discussione, questa qui come altre, hanno fatto in modo che la cosa non passasse inosservata e non fosse “pacificamente” zittita sul nascere. in qualche modo sono stati efficaci. controproducenti? anche, ma certamente hanno suscitato interesse, da entrambe le parti.
    altrimenti cosa avrebbero potuto fare? “schierare scrittori e intellettuali” e farli parlare altrove, in contesti dalla visibilità infinitamente minore, cosa che tra l’altro fanno già e da sempre?
    e se questo non è il modo, e consci del fatto che creare, ad esempio, un “salone alternativo”, ammesso che fosse possibile, non sarebbe mai efficace in quanto avrebbe una visibilità neanche lontanamente paragonabile a quella di un evento del genere, che ha una storia, enormi finanziamenti, enormi interessi, enorme impianto pubblicitario…
    consci di questo fatto, quale sarebbe dunque questa forma di protesta immaginabile, “costruttiva e propositiva”, ma sempre inefficace?

  61. andrea inglese il 7 febbraio 2008 alle 18:38

    osservazioni giuste diego, ma “il clamore mediatico” da solo non basta, tanto più poi che conosciamo di che tenore è…
    in una circostanza come questa (la presenza di scrittori israeliani in Italia) che non è intrinsecamente “negativa”, ma che potrebbe anche essere molto positiva, per me è fondamentale la circolazione dei saperi, dei saperi critici, delle testimonianze e delle domande scomode, ma anche delle analisi, ecc. La circolazione non è incompatibile con forme di protesta. Non so invece come si possa coniugare con il “clamore mediatico”, che è anche realisticamente un elemento del problema. Ma mi rendo anche conto che i discorsi sul “se” finiscono per essere astratti.

  62. Lorenzo Galbiati il 7 febbraio 2008 alle 20:32

    Però, se ho ben capito, in questo modo

    @Andrea

    stai chiedendo a noi e agli scrittori palestinesi di partecipare a una fiera il cui comunicato ufficiale recita che: «In occasione della ricorrenza del 60° anniversario della sua fondazione, Israele ha scelto Torino come la vetrina più adatta per far conoscere e discutere la propria identità culturale…».

    ti sembra coerente?
    qui non si tratta di fare militanza per la causa palestinese (io per esempio non sostengo la causa palestinese senza se e ma), si tratta di contestare il luogo, il come, il perché.

    e anche sulla circolazione dei saperi a me sembra che il boicottaggio sia la forma migliore per mettere in chiaro (o in dubbio quando è chiaro ma falso) quali siano i saperi critici e quali no (intanto molti qui dopo aver letto di Shabtai ci penseranno due volte a considerare il trio OYG la terna di scrittori più critici verso Israele).

    io semmai mi preoccupo che le forme di boicottaggio siano chiare nei loro intenti, sappiano comunicarli alla stampa e siano nonviolente: cercare in qualche modo di impedire alla gente di andare in fiera sarebbe a mio avviso sbagliato.

    peraltro, la circolazione delle idee degli scrittori israeliani presenti alla fiera è già enorme e sarà garantita comunque, le occasioni per un confronto non mancano e se volessero davvero dialogare, quegli scrittori, a mio avviso farebbero come Shabtai e troverebbero senz’altro altri più credito presso i palestinesi e quindi occasioni più congrue; la circolazione delle idee nostre e dei palestinesi sarebbe invce svilita in partenza se avvenisse in una fiera concepita come sta avvenendo a Parigi o a Torino, e di fatto la loro presenza significherebbe accettare un ruolo subalterno e legittimare la scelta della fiera (pardon, di Israele) annullando così il valore della contestazione in se stessa.

    segnalo inoltre questo bell’articolo di Matteuzzi del Manifesto, all’insegna del dubbio, che si interroga sul ruolo dello scrittore in uno stato che pratica l’aperheid e che si conclude con una invocazione che comunque resta a mio avviso un sogno e una soluzione “minore”, che non risolve il dubbio su cosa possiamo fare noi, cittadini italiani.

    http://www.forumpalestina.org/news/2008/Gennaio08/DibattitoFieraLibro/DibattitoFieraLibro_MaurizioMatteuzzi.htm

  63. andrea inglese il 7 febbraio 2008 alle 21:01

    Guarda Lorenzo, t’incollo un brano di Matteuzzi che tu stesso hai messo nel post dell’appello. La proposta di Matteuzzi coincide con una delle ipotesi alternativa al semplice boicottaggio che mi erano venute in mente:

    “O se no io proporrei di chiedere agli scrittori israeliani invitati, che rappresentano la faccia «buona» e «dialogante» di Israele – i Grossman, gli Oz, gli Yehoshua -, di farsi carico personalmente di invitare gli scrittori e i poeti palestinesi, come condizione sine qua non per la loro stessa presenza. Sarebbe sempre una finzione di parità, perché la Fiera del libro di Torino (basta andare sul suo sito web per verificarlo, come ricordava Sarfati) resterà sempre la celebrazione concomitante dei 60 anni dello stato di Israele e della «catastrofe» palestinese. Ma almeno sarebbe un passo.

    * da “Il Manifesto” del 6 febbraio”

    Poi: sollevi “il dubbio su cosa possiamo fare noi, cittadini italiani.”
    Noi cittadini italiani abbiamo dei governanti che abbiamo votato e che avrebbero gli strumenti per proporre in sede europea delle politiche di pressione contro Israele. Ma questi governanti non fanno praticamente nulla in questo senso. Gli intellettuali legati ai partiti, i giornalisti, scrittori, vivono nel terrore di criticare troppo risolutamente Israele. Alla fine rimangono i gruppi di militanti e i cittadini, che pero’ hanno strumenti limitati, conoscenze spesso parziali.

    Detto questo, sono contento che in Italia esista ancora un quotidiano come il manifesto dove il dibattito di idee è ancora libero e spregiudicato. Le cose più interessanti su tutta questa faccenda le ho lette quasi sempre li. E poi… nei commenti dei blog.

  64. Pietro Favalli il 7 febbraio 2008 alle 22:09

    Apprezzo il tenore dei diversi commenti, ben diversi da quelli che si trovano su importanti quotidiani al seguito di interventi come quelli di Aldo Grasso. Confesso che ho avuto la tentazione di mandare anche la mia opinione; ma chi – sulle pagine dei quitidiani – non si schiera con l’enclave occidentale in medio-oriente viene subito tacciato di antisemitismo. E a quel gioco io non gioco, non ne accetto le regole.
    Ho sentito alla radio uno dei due boss del Salone e – francamente – mi sembrano abbiano cercato un pretesto poco più che pubblicitario. Vorrei aggiungere: a quando la Palestina come “Paese” ospite?

  65. Lorenzo Galbiati il 7 febbraio 2008 alle 22:22

    @andrea
    è un’ipotesi di comportamento da considerare, in alternativa al rifiuto della propria presenza, a patto che lo scrittore israeliano dica che non va se nessun palestinese accetta il suo invito.
    è una sorta di ricatto fatto da una posizione di vantaggio, dal pdv etico, ma può avere un senso se lo scrittore israeliano è credibile nel dirsi aperto al dialogo (e lì sta il problema, per il trio, secondo me, ma cmq, in astratto…).
    l’ideale avverrebbe se il palestinese che accetta lo potesse invitare a una contromanifestazione gestita da palestinesi o cmq da critici di Israele (dove lui è in vantaggio).

  66. […] che su Nazione Indiana è stato pubblicato anche questo post che va in direzione opposta a quello che propone la firma […]

  67. georgia il 7 febbraio 2008 alle 23:15

    effeffe
    ok, ma pensi che, se l’italia fosse stata invitata per l’anniversario di forza italia, gli scrittori italiani avrebbero potuto/dovuto avere lo stesso atteggiamento?
    geo

  68. cf05103025 il 7 febbraio 2008 alle 23:35

    1.Sarebbe stata buona cosa, segno di pace, dedicare la Fiera alla Palestina intera, detta “Terra santa”, senza confini, scrittori semiti di varie espressioni di quella meravigliosa, antichissima, travagliata terra,
    secondo me; ed è stato già detto
    2.Siccome io penso male, dico:
    sicome la Fiera è una fiera vera e alle fiere si cerca di fare affari più che altro, vendere cioè,
    e quindi, e poi, siccome Israele ha un ben disposto e ricco ministero per ricreare una propria immagine presso il colto e l’inclita,
    e magari sborsa pure danè, svanziche, palanche, baiocchi per farsi far bell’accoglienza in detta Fiera,
    che c’è ancora da dire,
    è solo questione d’interesse
    e ritorno d’immagine, quasi, forse,
    la cultura c’entra come un Kalaschinikoff nella majonese

    MarioB.

  69. furlen il 8 febbraio 2008 alle 01:26

    @ georgia
    io a quell’edizione c’ero col mio, (piccolo) editore francese (lo stand, l’upim e quant’altro).Ricordo che la percezione di tutti era che quello fosse il salon du livre di Berlusconi, cui, come ricorderai, la ministra della cultura dell’epoca, catherine tasca, aveva pubblicamente manifestato tutta la sua contrarietà a incontrarlo.
    E infatti Berlusconi ci mandò sgarbi. Ci fu un gran casino all’epoca e si sfiorò francamente il ridicolo.Vd conferenza stampa con Sgarbi all’istituto di cultura,
    ma ti assicuro che i nostri , e voglio dire gli intellettuali che potevamo considerare dalla nostra parte, non erano stati da meno.

    Vuoi farti un’idea? Io c’ero all’Odeon:

    “Con una diretta della rete “France culture”, sul palcoscenico del teatro venivano letti brani di Pasolini, che anticipavano i danni del potere telecratico, seguiti dalla lunga serie di “nefandezze” del governo: attacchi alla magistratura e allo Statuto dei lavoratori, occupazione della Tv di stato, leggi sul falso in bilancio, rogatorie, conflitto d’interessi e così via.

    Consolo, per descrivere l’Italia di oggi cita Victor Hugo (“ci sono polizia e malaffare dappertutto ma non c’è giustizia”). Antonio Tabucchi dichiara che “non c’è stato un colpo di stato dei servizi segreti, ma di un venditore di mortadelle”. Secondo Bertolucci, “Berlusconi vuole cambiare quelle regole democratiche che hanno permesso la sua elezione”. Per Scola, l’Italia “è un laboratorio del peggio, dove ogni giorno si pensa a cosa fare di più grave”. Per Pardi siamo il “malato d’Europa”, dove per la prima volta il nuovo potere televisivo soffocherà il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario. Secondo Vattimo, infine, siamo in presenza diqualcosa di molto peggio del fascismo”

    Eravamo nel 2002. Sono passati sei anni. Sembra un secolo e comunque mi sai dire che effetto hanno avuto quelle dichiarazioni?dov’erano tutti durante gli anni berlusconiani. Quali barricate sono state erette? Quali promesse di auto esilio mantenute? E vogliamo parlare del post berlusconi?

    Berlusconi che certo tu mi dirai, perchè so che lo pensi, non aveva bisogno di andare al salon du livre di parigi perchè lui in tanto che proprietario di gran parte dell’editoria italiana, al salone c’era già.

    Per quanto riguarda l’identificazione italia/forza italia, sai benissimo che per almeno metà del paese, quello che lo aveva votato, o appoggiato la coalizione,
    tale identificazione era più che legittima.
    Ma perché, forse Baricco non rappresentava per i francesi la letteratura italiana come un tempo la identificavano con Sciascia e calvino?

    Insomma, per risponderti Georgia, quel che credo, e ti assicuro, con tutti i dubbi di questo mondo, è che in nessun caso si possa “boicottare” la cultura. Quella di Torino è un’occasione importante per dare voce e parola a voci e parole che altrimenti sono disattese e zittite dalle esplosioni delle bombe. Oggetti, che come tu sai non hanno né odore né colore. E fanno male. Più delle parole.
    effeffe
    ps
    al limite il rammarico che ho è che si debba difendere una fiera, ma questo è un altro discorso…

  70. georgia il 8 febbraio 2008 alle 02:08

    effeffe il vostro appello non è stata buona cosa e neppure firmarlo :-).
    Era meglio non appellare tanto :-).
    Contestare la scelta di israele come ospite per il sessantesimo della fondazione, era cosa del tutto legittima (e poi l’hanno fatto in quattro gatti, ti dirò lo scandalo), e la libertà di cultura in questa celebrazione nazionalista c’entra veramente poco … diverso se fosse successa la stessa contestazione il prossimo anno (sarebbe probabilmente successa ugualmente ma allora avrei firmato anch’io). Un appello come il vostro è del tutto spropositato. Gli appelli si fanno in presenza di palesi ingiustizie, altrimenti sono strumentali. A me sembra semmai che l’ingiustizia, ad esser pignoli, sia stata fatta all’egitto ;-)
    Facciamo un appello per l’egitto?
    Poi c’è chi magnanimamente propone che ci sia una pari presenza palestinese, sì sarebbe stato molto bello, come quando danno il nobel per la pace ad ambedue i contendenti, ma ce li vedi palestinesi e israeliani che vanno a celebrare un sessantesimo così diverso per ognuno di loro?
    geo

  71. cf05103025 il 8 febbraio 2008 alle 08:32

    @georgia:
    sì, io me li vedo quelli che dici tu, proprio, scrittori israeliani e palestinesi islamici e palestinesi cristiani (che nessuno nomina mai perché mazziati da ambedue i precedenti) che discutono in occasione di una manifestazione dedicata alla terra di Palestina e non ad anniversari.
    Io conosco della gente così che lo farebbe e sarebbe bene indire di questi incontri:
    sì è questione più che di magnanimità, di lungimiranza e opportunità e desiderio di pace!
    MarioB.

  72. georgia il 8 febbraio 2008 alle 10:45

    cf visto che fai la divisione fra palestinesi musulmani* e cristiani, dovresti fare anche quella fra scrittori israeliani in lingua ebraica e in lingua araba, ma capisco che oggi si più di moda fare i distinguo religiosi :-)
    P.S
    nessuno, dovendosi caratterizzare in base alla religione, definirebbe se stesso islamico (questo è un brutto vizio attuale e non casuale degli occidentali), ma solo musulmano:-)
    geo

  73. Sonia Lombardo il 8 febbraio 2008 alle 12:07

    Il tema della XXI edizione della Fiera Internazionale del Libro (Torino 2008) è: Ci salverà la bellezza?
    Mi sono chiesta che nesso ci sia tra la bellezza e l’invito ad Israele a partecipare come ospite d’onore? Forse, come scrivono gli organizzatori della Fiera: “L’opposizione dialettica fra il bello e il brutto contiene dentro sé per estensione quella fra il buono e il cattivo”.
    Le associazioni solidali con il popolo palestinese si stanno già mobilitando per la messa in campo di iniziative di controinformazione e boicottaggio.
    Sulla rete, invece, inizia a girare un appello di solidarietà incondizionata nei confronti del Cda della Fondazione per il Libro.
    Insomma si cerca di stabilire chi sia il buono e chi il cattivo. Ma se provassimo a dialogare?
    http://partecipativo.info/?p=7

  74. Tiziano Scarpa il 8 febbraio 2008 alle 12:42

    Ho letto l’intervista ad Aharon Shabtai. Immaginiamo invece che egli vada a Parigi e dica lì le stesse cose che afferma nell’intervista rilasciata al manifesto, e qui sopra linkata da Andrea Inglese. Sono argomenti molto duri contro la politica del suo paese. Perché non va a Parigi a dire che Israele, con le celebrazioni parigine, sta “nascondendo che in questo momento sta compiendo dei terribili crimini contro l’umanità”? (cito da una sua risposta al’intervista). Perché Shabtai non va a Parigi a fare il guastafeste? Che cos’è la letteratura, se non la possibilità dei singoli cittadini di essere una voce fuori dal coro, di sbugiardare i poteri? Scusate ma non mi tornano i conti. Se quella di Parigi è un’operazione di propaganda, com’è che hanno invitato anche Shabtai che avrebbe da dire delle cose così dure contro lo stato di Israele? Forse sono un inguaribile ottimista, ma io dalla presenza degli scrittori israeliani a Parigi e Torino, mi aspetterei proprio questo. Perciò trovo che non abbia senso boicottarli.

  75. diego il 8 febbraio 2008 alle 13:05

    Scarpa ma da chi è stato chiamato? Come, con quali garanzie, affiancato a chi? Da solo, tipo bestia rara? Tipo l’eccezione che conferma la regola? Il capro espiatorio? L’esempio da isolare?
    Leggiti la letterina che ho scritto un po’ più su, chiamalo tu, chiama anche gli altri. Proponi alla fiera!
    >io dalla presenza degli scrittori israeliani a Parigi e Torino, mi aspetterei proprio questo
    Muovi un po’ le chiappe, se ci tieni alla loro effettiva presenza, non aspettare! Non aspettarti da altri quello che solo chi è dentro quel mondo – nel bene e nel male – può fare!
    ;)

  76. Lorenzo Galbiati il 8 febbraio 2008 alle 15:20

    Perchè,

    @Scarpa,

    se Shabtai va a Parigi, a dirgliele, rende legittima l’operazione del salone, e così facendo perde di credibilità, e capirai bene che non vuol stare nella stessa manifestazione che ospita e rende omaggio a persone che lui considera criminali (Peres)

    è come se dalla Chiesa andasse in tivù insieme ad Andreotti a parlare di mafia: pur criticandolo, perderebbe di credibilità

    è come se io biologo evoluzionista, andassi a un congresso che discute di evoluzione e intelligent design: legittimerei le posizioni degli psedoscienziati dell’Intelligent Design che invece non ritengo degne di ascolto in quanto oscurantiste.

  77. Francesco Marotta il 8 febbraio 2008 alle 19:08

    Io posso scrivere tutti gli appelli che voglio.
    Ma.
    Dopo che li ho scritti, li rileggo con attenzione, parola per parola.
    E se solo mi sorge il sospetto, in corso di lettura o anche dopo, che l’appello che ho in mano potrebbe essere firmato, in ogni momento, anche da fini, calderoli e bondi, ebbene, non mi resta che una cosa da fare.
    Cestinarlo.
    E ripensare con attenzione alle ragioni vere che me lo hanno dettato.
    Oppure riscriverlo, in modo che il pensiero che voglio esprimere sia chiaro, e non lasci zone d’ombre, quelle stesse nelle quali, come è successo in questo caso, si intruppano anche, e soprattutto, coloro che non vorrei mai sulla mia barca (basta leggere le “motivazioni” di alcune adesioni nell’altro thread).

    Qui non c’entrano niente (o c’entrano veramente poco), a mio modo di vedere, tante delle ragioni addotte a sostegno dell’appello.
    Qui si è in presenza di fatti incontestabili, che ben conoscono anche coloro che materialmente l’hanno ideato e prodotto:

    – L’invito è pura propaganda, con una regia ben precisa italo-israeliana, per celebrare l’anniversario della nascita di quello stato e avvalorarne all’estero l’immagine, con l’ausilio di un gruppo di scrittori di nome (che Shabati definisce giustamente di regime, o, nella migliore delle ipotesi, innocui), di paese colto, democratico e rispettoso del dissenso (perché qualche discorsetto critico, vedrete, qualcuno della triade dei “grandi” invitati pure lo farà).

    – L’invito è uno schiaffo all’Egitto (*), già da tempo invitato per quest’anno, e alla cultura araba in genere. (*)
    Siamo non siamo in pieno scontro di civiltà?

    – L’invito è uno schiaffo a tutta la cultura ebraica dissidente, e a quella parte della società civile di quel paese che, zittita e oscurata da sempre, non ci sta a vedersi accomunata a un regime che pratica l’apartheid e la violazione di tutti i più elementari diritti umani (a iniziare dal controllo totale delle fonti idriche: la più oscena delle aberrazioni): con la benedizione della comunità “civile” internazionale.

    – Non c’è letteratura, non c’è cultura che tenga, né ora né mai, quando ci si trova di fronte a uno stato fondamentalista, profondamente clerico-fascista, coinvolto in un genocidio in atto, quotidianamente, sotto i nostri occhi: quello che si sta consumando nei territori e nella striscia di Gaza: non mi sembra che gli intellettuali dell’appello si siano mossi, in modo così pubblico e solerte, per dire “basta”, per far pressione su quel governo che noi (purtroppo!: parlo per me) abbiamo votato, affinché si adoperasse con tutti i mezzi per porre fine a quell’orrore.

    – L’invito avalla, oltretutto (non so se chi l’ha scritto se ne rende conto) l’accusa di antisemitismo, strumentalmente usata, in puro stile fascista, nei confronti di coloro che dissentono dall’invito e dalle ragioni (strumentali) di coloro che lo difendono.
    Quindi avalla la fine di ogni espressione politica critica e alternativa a chi, in grande, ma anche in piccolo, detta, o crede di dettare, le regole dell’esercizio “democratico”.
    Quale?
    Di chi?
    Per caso di una cultura (quasi) totalmente asservita agli interessi della grande industria del settore, e al padronato politico con cui gestisce il potere?

    E si potrebbe continuare a lungo…

    Dire poi che il manifesto/appello sia carente sul piano “formale”, fa un po’ sorridere.

    Dire che il dissenso poteva essere benissimo portato nei saloni della fiera, fa ridere fino a star male.
    Non mi addentro, ma mi sembra lo stesso ragionamento di quanti, a fronte della mancata (sic!) visita (sic!!) del papa alla Sapienza, se ne sono usciti dicendo: sì, bisognava farlo parlare, e poi intervenire per esprimere un opposto punto di vista critico.
    “Intervenire”????
    “Punto di vista critico”???
    Ma dove?
    Ma quando mai?
    Se è bastato innalzare quattro cartelli all’università perché gli studenti fossero accusati di terrorismo! Da calderoli e zozzìmma similare? Sì. Unitamente alla sinistrina in odore di santità: che potrebbe adottare questo appello come manifesto per le prossime elezioni.

    Firmare?

    Principe De Curtis, dov’è? Venga, che gridiamo in coro: ma ci fàccino il piacere…

    p.s.

    (*)
    Avrei chiesto il boicottaggio anche dell’Egitto e dell’osceno regime omofobo e fascista che lo governa.

  78. Francesco Marotta il 8 febbraio 2008 alle 19:11

    “Shabati” è chiaramente Shabtai.

  79. ops il 8 febbraio 2008 alle 23:01

    Marotta,
    ho preso il suo intervento e l’ho postato anche nell’ultimo tread di Biondillo, quello sui perchè della sua firma all’appello.
    Se non si offende lo invierò precisando che è suo in giro.
    La ringrazio

  80. Ada Sion il 8 febbraio 2008 alle 23:07

    Mi sembra che con l’appello siamo andati oltre lo scontro di civiltà monoteistiche: siamo alle invasioni barbariche politeistiche (con la trimurti Raul Sofrino Bignardi)?

  81. Wu Ming 1 il 9 febbraio 2008 alle 00:25

    Sono tornato su questo thread soltanto ora, mi accorgo che devo una risposta ad Andrea Inglese:

    “Quale formulazione più corretta avrebbe dovuto avere l’appello secondo te?”

    Non bisognava proprio scriverlo. Quella sarebbe stata la migliore formulazione. Ma visto che s’è deciso di scriverlo, si poteva almeno metterci dentro ciò di cui ha riscontrato la mancanza Carla Benedetti, che ha scritto l’intervento più chiaro e diretto su tutta la questione.

    E diciamo pure che da scrittori mi attendo – e credo sia doveroso attendersi – un uso più preciso ed efficace delle parole e dei concetti in esse incorporati. Già confondere stato di Israele e cultura ebraica è a dir poco crasso, e quindi è a dir poco crasso l’intero appello, perché quella confusione è alla base di ogni frase.
    Se poi esaminiamo con attenzione questo passaggio:

    “le opinioni critiche, che chiunque fra noi è libero di avere nei confronti di aspetti specifici della politica dell’attuale governo israeliano”

    beh, questa frase è orrenda. Involuta, indiretta, fiacca, e voglio sperare che il problema sia solo stilistico, perché sembra scritta dall’ultimo dei politicanti arruffoni, non dall’autore di “Chiudi gli occhi” e “L’esistenza di Dio”. Circoscrive e circoscrive e circoscrive finché le eccezioni non sbranano il principio di fondo e si perde ogni minimo senso. Raul Montanari doveva essere posseduto dallo spettro di Pietro Longo, quando ha buttato giù queste parole.

    Lo sanno anche i sassi che, comunque la si pensi, il problema israelo-palestinese riguarda nodi di fondo strutturali e storici, riguarda le basi materiali di quel paese, riguarda l’economia di quell’area, riguarda la geopolitica figlia della 2a guerra mondiale, ed è storia che si sedimenta da sei decenni, non questione di “aspetti specifici” della politica del governo “attuale”.

    L’estensore dell’appello, in apparenza concedendoci (bontà sua!) la libertà di criticare, in realtà circoscrive il criticabile alla superficie di un presente senza origini né sviluppo, e in sostanza afferma che chi andasse più a fondo, chi si sentisse libero di esprimere una critica più vasta e solida in quanto radicata nella storia e nell’economia, sarebbe per ciò stesso un nemico della “cultura ebraica”, cioè di se stesso. Un autolesionista.

    Ecco, questo intendevo quando ho usato l’avverbio “maldestramente”.

  82. Alcor il 9 febbraio 2008 alle 09:46

    Avevo commentato e si èperso, ridico la mia sperando che non sia un doppione,

    Sono contraria a ogni boicottaggio, sono invece favorevole a far parlare sempre tutti, e aggiungere lì dove si parla quello che non è stato detto altrove, distinguere lì quello che non è stato distinto altrove.
    Penso che ogni atto che neghi e impedisca presenze e parole vada nel senso contrario alla politica, che però, come ho detto sotto il testo dell’appello, se c’è nell’invito a Israele (certo che c’è), manca nell’appello contro il boicottaggio, ed è grossolana nell’idea stessa del boicottaggio.

  83. Lorenzo Galbiati il 10 febbraio 2008 alle 01:55

    @fm
    fa piacere rivederti…

    @Alcor
    immagino tu sia contraria anche alla guerra.
    e allora come risolvere le ingiustizie?
    con la nonviolenza, giusto?
    si dà il caso che il boicottaggio è una delle principali (e poche) tecniche della nonviolenza. è la noncollaborazione in atto. Gandhi lo praticava continuamente e lo pubblicizzava continuamente. si può studiarne il come, il quando, il dove, il perché farlo e i pro e i contro caso per caso, ma credo sia…
    “grossolano” …
    essere contrari a priori al boicottaggio…
    a meno che si voglia essere contrari a tutto e dire che questo è il migliore dei mondi possibili e quindi nulla va cambiato…
    ma forse pensare al boicottaggio e al Sud Africa di Mandela potrebbe ispirarti almeno qualche giudizio più possibilista.

  84. Alcor il 10 febbraio 2008 alle 13:28

    @galbiati

    tu hai sempre, quando commenti e ti rivolgi a qualcuno con cui non sei d’accordo, un che di personalmente aggressivo, senza se e senza ma, che trovo molto sgradevole.

    Però ti rispondo: sono contraria al boicottaggio perché, soprattutto in questo caso, mi sembra uno strumento rozzo e semplicistico, (e non voglio entrare nella diatriba semitismo/antisemitismo o sionismo/antisionismo che non me la sento proprio di liquidare in due parole) e però sono anche perplessa sull’appello che a mio modo divedere è espresso in modo confuso.
    La politica è in tutto, e l’appello dà un’idea di letteratura sopra le parti che a mio modo di vedere non è realistica, inoltre non citando il problema palestinese, che è la ragione per cui è nata questa idea di boicottaggio, dà una risposta monca.

    Io sono “quasi” sempre per i se e i ma.

    Quasi sempre, perché al boicottaggio della cotonina inglese in India ai tempi di Gandhi, o alla Nestlè che cercava di imporre il suo latte in polvere alle madri africane, ero favorevolissima.

  85. Alcor il 10 febbraio 2008 alle 13:29

    al boicottaggio della nestlè, intendevo dire, ovviamente

  86. georgia il 10 febbraio 2008 alle 15:59

    anche perchè il latte in polvere era pure scaduto :-)

    Ad ogni modo non è lorenzo ad essere (o a sembrare) aggressivo, è il mezzo ad esserlo, anche tu alcor spesso sembri aggressiva (e io pure naturalmente).
    geo

  87. Lorenzo Galbiati il 10 febbraio 2008 alle 18:10

    @geo e alcor

    alcor ha ragione,

    c’è dell’aggressività nel mio modo di scrivere, consapevole o meno, che dipende
    -dalla mia preparazione scientifica
    -dal mio carattere
    -dagli obiettivi che mi prefiggo scrivendo (ma a volte riconosco che non è funzionale a questi obiettivi, è un eccesso inutile)

    non sto qui ora a giustificarmi dicendo che una cosa è essere aggressivi, un’altra essere violenti, ipocriti, intellettualmente disonesti, narcisi, cerchiobottisti, non disposti a cambiare idea o scusarsi ecc.
    altri difetti che ritengo peggiori ma che magari avrò ugualmente.

    Detto questo mi son davvero stupito in questi giorni di:

    – la levata di scudi contro il boicottaggio in sé
    -le adesioni acritiche ad appelli secondo me davvero improponibili nella loro sostanza (più che nei loro obiettivi)
    – il continuo dire: io sono sempre favorevole al confronto, alla libertà di parola ecc. per opporsi al boicottaggio alla fiera:
    stesse motivazioni di chi criticava i dissenzienti del papa alla Sapienza…

    Peraltro, sul boicottaggio a nestlè coca cola ecc. si potrebbe dire, ugualmente:
    io credo che ognuno abbia il diritto di poter scegliere di bere caffè cocacola, latte ecc. quindi mi oppongo a chi vuol togliere questa possibilità con il boicottaggio…

    non c’è grande differenza dal dire: sono favorevole a far parlare sempre tutti (anche il papa alla Sapienza?), oppure sono sempre favorevole alla diffusione delle parole e quindi ai libri (anche se la nestlè facesse un libro sui falsi benefici del suo latte in polvere?)

    Credo tutto possa essere oggetto di boicottaggio, scegliendo in base al contesto, volta per volta.

  88. gina il 11 febbraio 2008 alle 10:33

    che brutta storia. a proposito del nodo di fondo, di quel che è a mio avviso il nodo di fondo, richiamo in parte un mio commento di gennaio in calce al post sul pianeta… irritabile… di… volponi:))
    ….Poi c’è l’impatto della confusione sulla società civile, iperscolarizzata da un lato, dall’altro e di ritorno invece analfabeta, intellettualmente afflitta dalla difficoltà di identificare i punti cardine, di muoversi di conseguenza rilanciando la negoziazione del senso, del nesso tra fatti e sensi, e con velocità e dentro alle contraddizioni e alla complessità, dentro all’oggettiva assenza di valori inossidabili…



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