DeLillo

6 marzo 2008
Pubblicato da

delillo.jpg di Christian Raimo

Qualche mese fa Tommaso Pincio sul Manifesto faceva il punto sulla produzione di romanzi americani sull’11 settembre (Updike, McEwan, Kalfus, DeLillo, Massud, McInerney, Safran Foer…), concludendo più o meno che il tentativo di scrivere qualcosa di realistico – a partire da una tale overdose di Reale – si rivelava, anche per scrittori di indiscusso talento, un po’ fallimentare. Mentre Pincio riteneva più convincenti due libri come L’accademia dei sogni di William Gibson e la fiaba apocalittica La strada di Cormac McCarthy, che sceglievano di usare gli strumenti della letteratura per contrapporsi direttamente all’immaginario dell’11 settembre (lo scenario di paura e devastazione) e non al suo dato di evento storico. La questione era sintetizzata da una battuta di Martin Amis, che, all’indomani dell’attentato, aveva dichiarato: “il 12 settembre, dopo essere stati un paio d’ore seduti alla scrivania, tutti gli scrittori della Terra avevano considerato, seppure controvoglia, la possibilità di cambiare mestiere”. Ossia: è morale una narrativa di finzione di fronte a una catastrofe? Che senso ha scrivere storie?
Ma l’attentato alle Torri, lo faceva già notare Žižek in Benevenuti nel deserto del reale, sancisce una più profonda sconfitta della nostra capacità di creazione simbolica: incarnando perfettamente il peggiore degli incubi, è come se in un istante avesse reso l’indicibile del desiderio dell’Occidente “assolutamente espresso” – come, la metafora esatta è sempre di Žižek, se vedessimo un rapporto sessuale da una telecamera piazzata all’interno della vagina.
La potenza degli attentatori era stata proprio quella. Non: cosa poteva ora accadere di più spaventoso? Ma: cosa poteva immaginarsi ora di più spaventoso, di più toccante, di più reale? L’impasse della letteratura si scontrava con la capacità magnetica delle immagini in loop degli aerei che secavano le torri, o anche con l’incanto per la visione di quegli uomini (più di 200) che si lanciarono nel vuoto per trovare scampo dalle fiamme. Da quest’incantamento, probabilmente, parte il tristissimo romanzo di Don DeLillo L’uomo che cade – così si intitolava anche una famosa fotografia di Richard Drew che immortalava uno di quei tuffi nel vuoto.
La ambizione, forse liberatoria, sicuramente non catartica, che DeLillo fa propria in questo libro (Einaudi, 17,50 euro, traduzione magnifica di Matteo Colombo) è quella di dar conto fino in fondo a quest’impasse. Dopo aver creato, nei decenni (da Americana a Underworld), un’impareggiabile descrizione della fascinazione per una metafisica dei simboli vuoti – la parabola del fedele Lee Oswald di Libra coinvolto nella Storia forse solo per un caso astrologico; o le splendide metafore di Rumore bianco, dal fienile più fotografato d’America alla pillola che toglie la paura della morte; o la comprensione sorprendente dei meccanismi umani che animano il fanatismo o l’attrazione per i complotti (in Nomi, in Mao II) –, DeLillo cerca in questo romanzo di distruggere le sue stesse armi mitopoietiche. Esplicita la crisi non della letteratura in generale, ma della sua propria scrittura, per dimostrarla ancora capace di essere un “esperimento di familiarizzazione con l’alterità traumatica”, come la definisce il bellissimo libro di Daniele Giglioli sulle narrazioni del terrorismo, All’ordine del giorno è il terrore.
Ci riesce? Quasi del tutto: solo le parti sui kamikaze peccano di astrazione. Come ci riesce? Con un rigorosissimo stile di retorica dell’antiretorica, o meglio della pre-retorica. Quasi volesse accedere a quello che Lacan chiamava l’inconscio del linguaggio. Dei personaggi de l’Uomo che cade non ci interessano per nulla le azioni, ma l’infinita vertigine dei pensieri. E soprattutto questi personaggi superstiti sembrano fare un corso riabilitativo di semantica: soffrono di forme di amnesia, sbagliano parole in continuazione, frequentano laboratori di scrittura che paiono sedute di alcolisti anonimi, contano i numeri come esercizio contro l’ansia. Ogni loro azione è pervasa dal dubbio del significato: darsi appuntamento con una donna che non è tua moglie vuol dire tradire? dire a tuo figlio che gli aeroplani, il cui arrivo sta aspettando con il binocolo, non arriveranno vuol dire rassicurarlo?
L’altra narrazione, quella della naturalistica codificazione simbolica, è sempre in agguato, e ci porterebbe ancora una volta a toglierci la possibilità di guardare la Medusa, “la verità mostruosa” come la definisce sempre Žižek nella Fragilità dell’assoluto. Ma, se ci fidiamo di DeLillo, c’è una pagina in cui lui stesso ci mette in guardia. Eccola: Keith sta vagando nel deserto inspiegabile, tra i palazzi intorno alle Twin Towers, deserti appena dopo il crollo e DeLillo scrive: “Nella versione cinematografica, all’interno dell’edificio ci sarebbe qualcuno, una donna emotivamente fragile o un vecchio senzatetto, e ci sarebbero dialoghi e primi piani”. Qui non c’è più niente di tutto questo.

19 Responses to DeLillo

  1. sergio garufi il 6 marzo 2008 alle 08:17

    Anch’io, come Giorgio Vasta, con questo post prendo congedo da Nazione Indiana, ringraziando lettori e redattori del blog per questa bella esperienza.

    un caro saluto a tutti
    sergio

  2. Cappuccetto rosso il 6 marzo 2008 alle 08:50

    i migliori se ne vanno….è triste!

  3. Pier Luigi il 6 marzo 2008 alle 09:32

    Non so se è morale. E non so se uno scrittore debba chiedersi cosa è morale, cosa è giusto, cosa è corretto. Credo che lo scrittore, uno scrittore vero, non si debba mai porre questo problema: deve solo andare avanti, e sbattere il muso. Andare in fondo.
    Cito un breve rigo, da La macchia uama di Roth, che resta il più grande scrittore d’America proprio perchè si è tenuto ben distante – fino ad ora – dall’11 settembre.
    “[…] Obbligandolo ad ascoltare. Affinando il senso della realtà dello scrittore. Ingozzando quello stomaco grande e opportunista, la mente dello scrittore. Che, qualunque catastrofe succeda, la trasforma in una pagina scritta. Carne da cannone è la catastrofe, per lui”.
    Bye

  4. giorgio fontana il 6 marzo 2008 alle 10:20

    bella lettura come sempre, christian, ma non mi convince davvero. è come se avessi trattato solo della superficie simbolica e mitopoetica del romanzo. ma appunto, “il mondo che cade” resta comunque un ROMANZO, e dunque va giudicato anche dal punto di vista meramente narrativo. ed è qui che secondo me delillo sembra la caricatura di se stesso: troppo parlarsi addosso, troppe sfilacciature, troppi dialoghi al limite del retorico. (e, ovviamente, anche alcune scene meravigliose). l’idea di fondo e la struttura concettuale del libro sono straordinarie, essenziali per la nostra comprensione della civilità contemporanea – ma la loro realizzazione è stanca.

    quindi: un ottimo romanzo, per essere qualcos’altro.

    giorgio

  5. The O.C. il 6 marzo 2008 alle 11:45
  6. Alessandro Raveggi il 6 marzo 2008 alle 11:55

    Un’affermazione del genere di quella di Amis non è la prima volta che si sente in letteratura… Tutte le volte che ci si trova di fronte ad una catastrofe, piccola o grande che sia, quando le storie non riguardano uomini o donne, coi loro piccolo peccati, storie quotidiane, giochi di prestigio, ma nient’altro che l’annientamento dell’uomo stesso, l’inchiostro nero si coaugula in timide macchie prive di stile e gli scrittori parrebbero abbassare le proprie armi.

    Quando la realtà travalica la finzione, che senso ha proporre la finzione inferiore di una finzione superiore, quindi niente meno che il reale con cui si sembra definitivamente scendere a patti? Questo è un interrogativo spesso cruciale che molti scrittori con Amis si sono chiesti oggi ed in passato, e la soluzione al riguardo di questo insensato gioco della scrittura in stallo per la catastrofe non è dietro l’angolo.

    Ma ancora si scrivono romanzi di finzione, o sbaglio? Si pensi a Kurt Vonnegut, autore di quei due capolavori “Mother Night” e “Slaughterhouse-Five!”, dove riesce come pochi a mostrarci (e non dimostrarci) lo strazio dei campi di sterminio e a donarci la sua esperienza del bombardamento di Dresda, addirittura presentandocela all’interno di un intreccio fantascientifico!

    Io credo che DeLillo abbia operato una scelta azzeccata, sebbene forse la più semplice, nel concentrarsi sul delirio retorico a tratti afasico dei personaggi del libro. Mostrandoci cioé l’elaborazione linguistica del trauma, e quindi operando una paradossale psicanalisi dei suoi stessi segni vuoti che l’hanno contraddistinto in passato. Ora, questa preretorica (o forse pre-torica, che mette in discussione, accusa e giudica ad un tempo tutta una catena di simboli che rimbalzano l’uno sull’altro senza più proprietario, come la palla da baseball di “Underworld”) è incapace di procedere di fronte all’immagine di un uomo che cade nel vuoto. Si ferma prima.

    E’ incapace di procedere non tanto perché produttrice di finzioni, ma in quanto ciò che si trova davanti è un’ulteriore finzione, quella dell’uomo che cade dalle Torri e contemporaneamente cade giù sullo schermo della nostra tv l’11 settembre. E’ “già rappresentato”.

    Allora il problema si sposta. Premesso che la scrittura non ha direttamente a che fare con la morale (e il realismo non è mai stata una questione morale, se non nelle intenzioni accessorie all’opera di qualche autore in commento), quale potere essa ha oggi nei confronti dell’immaginario, rispetto alla cinematografia e alle tecniche di presentazione dell’immagine stessa?

    Quindi, non “che senso ha scrivere di fronte all’11 settembre?”, ma forse più cinicamente “può lo strumento della scrittura agire su l’immaginario in modo più efficace del grande e piccolo schermo?”

    “Perché si scrive?” già si chiedeva il Sartre di “Che cosa è la letteratura?”. La sua risposta era tutt’altro che racchiusa in una morale della scrittura.

  7. mf il 6 marzo 2008 alle 12:07

    se intervenire nell’immaginario in coabitazione o in conflitto o in complicità con le reti o le produzioni molteplici di ‘immagini’, per tentare di creare (nuovi) modelli di rappresentazione e di percezione del tempo (interiore) e della storia; se tutto questo non è il compito sempiterno e quindi contemporaneo, e contemporaneo perchè politico della letteratura (della ‘scrittura’), e se questo compito non è ‘morale’, o etico, caro commentatore raveggi, dimmi di grazia cosa è e di cosa staremmo parlando. adieu garufi (ma i citati quando vanno in pensione?…).

  8. andrea branco il 6 marzo 2008 alle 12:13

    è morale comprare oggetti prodotti nei paesi del terzo mondo sapendo che le condizioni di vita di quei lavoratori sono, se non oltre, al limite della sopravvivenza? e cosa vuol dire esattamente “narrativa di finzione di fronte ad una catastrofe”? utilizzare uno sfondo “reale” per innestarvi storie di personaggi “finti”? e come si può pensare di giudicare una cosa “morale” o meno, prima che questa cosa sia stata scritta? prima di essere compiuta, un’azione, un’opera, è azione e opera in potenza. è possibile che sia “morale”, e possibile che non lo sia. e poi, si intende, è morale scrivere storie, o scrivere storie morali? se la peste è una catastrofe, è morale scrivere una storia di finzione attorno a questo fatto? se l’affondamento del Titanic è una catastrofe, è morale girarci un film di finzione? e sono morali i film sui campi di concentramento?
    scrivere storie forse di per sé non ha senso, né lo ha forse scrivere, ma ha un senso “aver scritto” in quanto siamo poi entrati in relazione con ciò che è stato scritto, ed in quanto persone creatrici di senso, di certo un senso glielo abbiamo dato. anche negativo, perché no?
    comunque, boh.

  9. The O.C. il 6 marzo 2008 alle 13:03
  10. Francesco Marotta il 6 marzo 2008 alle 14:52

    OT

    (Dopo aver letto il commento n. 1, mi sento più depresso del solito. Ciao Sergio, un abbraccio.)

    Scusate l’intrusione.

  11. francesca il 6 marzo 2008 alle 17:19

    condivido dall’inizio alla fine la recensione di Raimo.

  12. harzman il 6 marzo 2008 alle 18:14

    OT
    Nazione Indiana è un po’ come una sopraelevata anulare: c’è chi scende e c’è chi sale, ma il giro è sempre quello, oppure: Nazione Indiana è un po’ come un’orgia in un club privée: c’è chi va e c’è chi viene, ma un minimo di qualità è sempre garantito, oppure: Nazione Indiana è un po’ come la vita: c’è chi vi è chiamato e c’è chi la lascia, ma alla fine non è di nessuno.

  13. Graziella il 6 marzo 2008 alle 19:21

    meno male che è libera, allora!
    ;-)

  14. la funambola il 7 marzo 2008 alle 00:26

    ah sergio,
    ti sei convertito ai cetriolini…wowowowowow :)
    ti ho letto sempre con molta attenzione, a volte ti sentivo esageratemente colto ma nei tuoi pensieri ci ho letto spesso necessità consapevole e questo è buono, per me, ma i cetriolini, fidati , sono buoni, sono buoni, sono buoniancordipiù!
    ti canto questa e ti bacio con affetto
    ciao
    di acqua e di respiro
    di passi sparsi
    di bocconi di vento
    di lentezza
    di incerto movimento
    di precise parole si vive
    di grande teatro
    di oscure canzoni
    di pronte guittezze si va avanti
    di come fare
    di come dire
    di come fare a capire
    di alti
    di bassi
    battiti del cuore
    fasi della luna
    e ritmi della terra
    di intelligenza
    di intermittenza
    si vive di danze
    di ballo sociale
    di una promessa
    di un faccia differente
    di mediocri incontri
    di bellezze
    di profumi ardenti
    di accidenti
    rotolando si gira, si balla
    si vive, si fa festa
    quella, questa
    si picchia forte col piede
    nella danza
    e si sbaglia il passo
    si vive di fortune raccontate
    e di viaggiare
    e si cammina stanchi
    è di lavoro
    è opposizione
    è corruzione
    si vive di lenta costruzione
    e di tempo che ci inchioda
    e di diavoli al culo
    di fianchi smorti
    di fuochi desiderati
    si vive di pane
    di speranza di bere
    un vino buono per l’estate
    rotolando si vive
    di discorsi leggeri
    cori
    di maschere notturne
    canto e discanto
    e giù divieti
    e oli sulla pelle
    e sorrisi di fantasmi
    e fantasmi fotografati
    e giù campane annuncianti
    si vive di sguardi fermi
    di risposte folgoranti
    di lettere partite
    che aspettiamo in cima al mistero
    di essere così soli.

    Di questo si vive
    e di tant’altro ancora
    che inseguiamo come i cani
    respirando dal naso
    per finire invece
    ancora sorridenti, ancora abbaianti
    di un dolore a caso.
    la fu

  15. Bartolomeo Di Monaco il 7 marzo 2008 alle 08:51

    Aspetto di vederti arrivare a casa mia, Sergio, insieme con la bella stagione.
    Buona fortuna.
    (Ti scrivo in privato).
    Un abbraccio.

    Bart

  16. Alessandro Raveggi il 7 marzo 2008 alle 09:58

    In risposta a MF:

    La scrittura può essere considerata come etica nei suoi esiti e sicuramente quando si confronta con l’Altro come Catastrofe lo è massimamente.

    Vorrei però che si potesse pensare ad una scrittura come NON etica nella scelta. Che è anche scelta di poetica.

    Quando Vonnegut sceglie il registro fantascientifico per descrivere Dresda non compie una scelta etica,

  17. Alessandro Raveggi il 7 marzo 2008 alle 10:11

    In risposta a MF:

    La scrittura può essere considerata come etica nei suoi esiti e sicuramente quando si confronta con l’Altro come Catastrofe lo è massimamente.

    Vorrei però che si potesse pensare ad una scrittura come NON etica nella scelta, altrimenti si confonde la poetica con l’etica, ovvero l’apertura ipotetica strutturata che vogliamo dare ad una certa visione del mondo con una scelta che limiterebbe l’apertura della poetica stessa.

    Quando Vonnegut sceglie il registro fantascientifico per descrivere Dresda (o meglio sceglie di far coincidere di frequente uno spostamento spazio temporale con uno spostamento stilistico) non compie a mio avviso una scelta etica, ma sicuramente la sua scelta non-etica ha un effetto sul nostro modo di vedere il mondo, le debolezze umane che generano mostri, l’umana banalità del male.

  18. AleRoots il 9 marzo 2008 alle 21:28

    E’ DeLillo stesso che lo ammette, di aver perso la sua capacità di vedere il dopo, il futuro, quando, alla domanda «Cosa ci riserva il futuro?», fa rispondere a uno dei personaggi: «Non ci riserva niente. Non c’è. Il futuro era questo. Otto anni fa misero una bomba in una delle torri. Allora nessuno ci disse che cosa ci avrebbe riservato il futuro. Il futuro c’è appena stato. Il momento in cui bisogna aver paura è quando non c’è motivo di averne. Ora è troppo tardi».

  19. ezio il 9 marzo 2008 alle 22:05

    Ciao Sergio.
    Ezio



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