La pausa pranzo è la merenda d’ogni morte

26 marzo 2008
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di Franz Krauspenhaar

Quando puntualmente tornai in sedia a rotelle dall’ultima presentazione del mio Memorie di due vecchi blogger pentiti, scritto in collaborazione con Loredana Lipperini, ero completamente sfinito.
L’infermiera Korrada Iordanescu m’infilò la flebo in bocca per alimentarmi coi soliti quadrucci liofilizzati del Mulino Bianco.
Una volta ripreso un po’ di tono, Korrada mi condusse a letto. Con le ultime forze tentai di palparle la natica destra di bianco coperta, poi la mia piccola mano grinzosa cadde nel freddo vuoto bianco del letto ospedaliero. Deve dormire dotore Kappa, disse la simpatica sessantenne spiegando un sorriso transilvanico.


Dormii a sussurri e grida per buona parte della notte. Svegliatomi alle quattro, dettai alla mia segretaria Karinzia von Weisstrommel un capitolo di 1.212 battute spazi inclusi del mio prossimo libro – che spero sarà pubblicato postumo -, Memorie del sottogola.
Alle otto, mio caro nipote Valdemaro (caro!) sei arrivato tu. Con l’ingenuità a spoiler carenato dei tuoi diciassette anni. Pensa Valdemaro (caro!): io alla tua età ero incastrato negli anni Settanta dello scorso secolo. Di quel periodo astronomicamente odioso si sono perse fortunatamente le fecali, vergognosissime tracce.

Ora tu, che stai per cominciare a lavorare nella ditta di tuo padre (mio figlio Aalvaro Aalto, per chi fosse in ascolto) mi chiedi cosa vuol dire vivere nel mondo del lavoro.
Del mondo del lavoro di oggi non so nulla, Valdemaro (caro!). Ho ricordi foschi e bradi del mondo del lavoro di quando lavoravo io, prima di smettere, per cominciare a scrivere i miei libri, che lavoro proprio non sono, che di lavoro proprio non se ne parla. (A proposito, alla presentazione non sei venuto, e hai fatto bene: mi presentava la voce sintetizzata del povero Antonio D’Orrico, davvero niente di che; scherzava sulle stroncature che mi fece all’inizio del millennio, e a me è venuta a brancare alla ghiandola pineale una madida strizzata d’angoscia, pensavo a quell’uomo più vecchio persino di me che insiste da mezzo secolo ad occuparsi di libri che non aveva scritto lui, una cosa di una tristezza senza fondo, nipote mio, e tutto questo per fare paura ai pavidi, per essere incensato dai conigli, per provare a fottersi nell’orgia del potere.)

Bene, io del mondo del lavoro (1983-1997), insomma del periodo durante il quale feci lo sgobbone disperatissimo per uffici vari governati da delinquenti vari prima di decidere a fare il grande salto nel buio oltre la siepe oscura, non ricordo che pochi momenti, tutti parimenti orribili. Non voglio spaventarti, Valdemaro mio (caro!), ma lavorare non solo stanca, non solo annoia, ma, soprattutto, uccide. Il lavoro è un assassino a sangue freddo, e prezzolato; paga te, la vittima, che così diventi anche il mandante dell’omicidio.
Del lavoro – di quando lavoravo, oh sì Valdemaro nipote (caro!), di quando buttavo i miei anni migliori giù per scarichi e bidoni e lavandini e scrivanie e attorno a volanti d’auto che scorrevano puzzolenti per autostrade intasate d’odio liturgico – ricordo soprattutto le mortifere pause. Cosa c’è di più triste di una pausa, in fondo a tutti i fondi? Il povero condannato ai lavori forzati agogna fermare il suo straziante lavorio inutile per concedersi il tozzo di pane dei suoi carcerieri… Eccolo, dunque, il momento della più atroce sconfitta, quando sei veramente, intimamente divenuto una vittima! Perché solo allora, nel breve spazio di distacco dalla tortura, dimostri, azzannando il pane concesso o il companatico o tirando di sguincio genuflesso dalla sigaretta, che sei divenuto un animale desiderante, e questo tuo desiderio s’è rimpicciolito fino a diventare di grado infimo, vicino allo zero mortale, e certifichi d’essere uno schiavo ancor più che nell’operare; è la siesta che ti dipinge schiavo, non il sudore della tua fronte.

Sì, è così, Valdemaro (caro!), e allora cosa posso raccontarti, ora che sono alle ultime flebo, alle ultime infilzate di catetere, alle ultime righe – non voglio nemmeno parlare più di paragrafi – dell’ultimo libro? Ti posso raccontare di quando, nei primi anni Ottanta del secolo scorso, andavo negli inflessibili mesdì col mio collega Nicola Monopoli della General Distribution S.r.l. per Sesto Marelli, nel grigiume dell’estrema periferia di Milano, a cercare qualcosa da mettere sotto i denti: la solita pizzeria Marechiaro dove durante i mondiali di Messico 86 vidi addirittura Maurizio Mosca, un giornalista sportivo allora in tristissima auge, e dove soprattutto ordinavamo le due pizze margherite bruciaticce e contemporaneamente mezze flosce da portarci in ufficio, mentre il vecchio telex andava rapido ma non invisibile nella giaculatoria: “pls reply, for libyan jamahirya, paper and printing sector benghazi, pls send us letter of credit for payment invoice nr. 78966 from proforma invoice nr. 67/a spare parts for printing machine nebiolo macchine spa. tkanks in advance. b.rgds“.

Oppure a volte finivamo dal rosticcere più avanti, davanti alla fermata MM di Sesto Marelli, il Negri, coi suoi baffoni e la sua parlata milanesissima, a far fuori la vaschetta in alluminio di rane fritte, che consumavamo sempre alla scrivania, innaffiando il tutto con una triste Fanta, o con una Coca Cola povera e sola.
Oppure, l’anno prima, con mio padre, il tuo caro bisnonno Carl, alla mensa della ditta, con il suo amico Paolo che gli diceva, al dessert, “Te vist Carlo, l’è il taleggio che aumenta il tiraggio!”, e ci facevamo fuori quelle paste scotte – che a quel crucco del tuo bisnonno, Valdemaro, mica facevano schifo, però – e quelle bistecchine da malato cronico, da povero Corazzini prima del limite poetico gozzaniano del mendel.
Finché col tuo bisnonno finimmo a mangiare negli spogliatoi, lui versava il suo tè dal thermos, e giù ad addentare panini al prosciutto Montorsi o al taleggio Mauri o Cademartori della tua bisnonna e focacce del Catelani, il prestinaio che incontravamo sulla strada, via Legioni Romane. Che algida tristezza, con di faccia a noi quei finestroni spalancati sul nulla, e le fabbriche intorno come lager del benessere, e le tangenziali squassanti di ferodi e gomma bruciata e benenzolparacetilenezyklonico compresso.

Oppure, anni e anni dopo, a Monza, quando stetti a lavorare per sei infiniti mesi da quel bastardo di baffo stinto dei vassoi in plastica, e all’ora della pausa saltavo sulla Citroen AX e via, sempre agli stessi posti, in quel bar con quei due imbecilli con la faccia brianzolante che mollavano panini a peso d’oro, o dal pizzaiolo terunass al trancio, a mangiarlo, il trancio, in mezzo ad altri disperati da Weimar milanés dell’ostia sconsacrata.

La pausa pranzo sul lavoro, caro nipote, è la merenda d’ogni morte, ricordalo. Ora che sto per togliermi una buona volta dai piedi of life, ho chiaro in testa che l’assaggio precoce ma vero della nostra fine lo abbiamo soltanto in quei truci momenti di azzannaggio, non quando va veramente tutto male. Quando va male si è più che mai infissi a palomar nella pulsazione indefessa della vita. E’ la pausa pranzo, che è una sospensione in mezzo al fetido guado di una giornata perfettamente inutile, che rappresenta la nostra inutilità, e la nostra giusta fine. Se puoi, dunque, scappa. Se puoi salta il pranzo, lavora o ancor meglio corri per le strade, infilati un monsteripod alle orecchie e ascolta Wagner, Kalashnikov, Mauser Stahl, i Fucking Angels, gli Small Faces, i Joy Division, i Television, Michele, Dino, Robertino, Sara Bareilles, insomma ascolta il rumore di una musica. Che essa ti doni la distrazione dalla merenda mortale che tutti gli altri puntualmente consumano. Prova la fame, nipote. La fame è sempre meglio che masticare la propria fine.

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15 Responses to La pausa pranzo è la merenda d’ogni morte

  1. Giuseppe Iannozzi il 26 marzo 2008 alle 19:46

    Bello.
    Peccato sia un pezzo su sedie a rotelle e coca-cola a tutta birra!

  2. jan il 26 marzo 2008 alle 20:29

    Bello, Franz. Mi vien da pensare:
    prima, paninininsalsarosa al baretto fumoso con le colleghe, acido stomacale tentare ancoraggi e appoggi d’ufficio, ora contata;
    poi, 3 portate di trattoria e cipollacarne crude, levata a mezzogiorno per prender posto col meccanico alle pietanze migliori, mensa solitaria, misantropa, vino nero a caraffe;
    ancora, una nuova ricerca di contatto coi colleghi, locali improponibili, cibi flosci, attese interminabili dei comodi colleghizi, ore sforate, cameriere da marte;
    ora, individualismo, cibi cotti in proprio, pochi colleghi affini approdati a questo locale sotterraneo con tutti i comfort e microonde, schiscette, pastesciutte, sughi e frigoriferi, nessuna tolleranza alle attese,
    la pausapranzo.

  3. Gena il 26 marzo 2008 alle 20:37

    Amarodolce, è il gusto della vita, di una piadina riscaldata al bar, meglio il rumore di una musica.

    Bel pezzo Franz

    G.

  4. franz krauspenhaar il 27 marzo 2008 alle 00:13

    Grazie a voi. Il pezzo è autobiografico fino all’inverosibile, anche perchè conto di campare parecchio e di provare a palpare il culo delle infermiere fino alla fine.
    E le pause pranzo raccontate sono indigeribilmente tutte vere.

  5. véronique vergé il 27 marzo 2008 alle 08:25

    Franz, ora che ho letto il brano, mi sento un po depressiva.
    Ma telo dico, la merenda con mulino bianco, adoro!
    Conosco molto i biscotti con crema e forme deliziose: sono partita per mangiare tutto il pacco con cioccolato caldo.
    La merenda la faccio ogni giorno quando torno a casa: non la manco. Ma per apprezzare la merenda, bisogno amare lo zucchero.
    E la meranda mi la faccio sola, tranquilla!

  6. La Lipperini il 27 marzo 2008 alle 11:26

    Autobiografico fino all’inverosimile? Ma Franz, non puoi divulgare così un progetto editoriale segretissimo come le nostre “Memorie”?
    :)

  7. Giuseppe Iannozzi il 27 marzo 2008 alle 12:00

    Fosse solo autobiografico sarebbe un saccottino Mulino Bianco, nutriente e buono nel limite offerto da tutti i prodotti confezionati e che vanno per la maggiore. Invece è una pagina di diario molto ma molto à la Liala. Ti concedo però che tu Franz sei più divertente, cioè più bravo a piangerti addosso: oramai dubito che tu sappia che cosa sia il mercato del lavoro e come si lavora, che cosa significhi veramente fare lo sgobbone. I tempi in cui tu fosti uno sgobbone, lascia che te lo dica, furono tempi d’oro in confronto a quelli odierni. Dài, coraggio, così fan tutti! ;-)

  8. krauspenhaar il 27 marzo 2008 alle 15:08

    Ciao Loredana, ho fatto l’anticipazione sul nostro libro con un pò d’anticipo, diciamo una cinquantina d’anni!

    Abbracci,
    Franz

  9. nadia agustoni il 27 marzo 2008 alle 15:40

    Bello Franz, mi fa venire in mente le mense in cui ho mangiato panini e risotti insipidi… il destino dei lavoranti.
    un saluto

  10. francesco forlani il 27 marzo 2008 alle 17:53

    ‘O bloggher!
    effeffe
    irish napolitain

  11. beccalossi il 27 marzo 2008 alle 19:52

    Non sono a libri. Sono un lavoratore così precario che spesso salto i pasti.

  12. ugo santi liquori il 27 marzo 2008 alle 19:58

    Solidarnosc (impiegatizia): compagno! (di merende).

  13. Gena il 27 marzo 2008 alle 20:12

    Dimenticavo, vicino a casa mia tuo figlio Aalvaro Aalto, ha edificato una chiesa, è davvero piccolo il mondo.
    G.

  14. véronique vergé il 28 marzo 2008 alle 09:05

    Per la pausa non la manca! Ho una fame di lupa dopo la mattina. E per fortuna la mensa non è cattiva, ma la conversazione noiosa, noiosa: non si parla che del lavoro o allora si ascolta la masticazione religiosa del cibo. Ma chi parlerà dell’inizio mortale del pomeriggio? E’ un dolore del corpo: prendere la macchina per andare alla seconda scuola, avere lo stomaco pesante, la testa pesante, la voglia di dormire.
    Terribile!

  15. elisabetta il 28 marzo 2008 alle 18:54

    :o) divertente!
    E.



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