Da “L’uomo avanzato”

24 luglio 2008
Pubblicato da

di Mariano Bàino

(…)
Ho anche la percezione della mia inermità. Ma non è solo questo. Oltre che vulnerabile, sento il corpo come trasparente, formato davvero in prevalenza da acqua. È netta la sensazione che messaggi animali passino attraverso il mio corpo. Da principio la cosa è troppo snervante per permettere la concentrazione; ma dopo un po’, quando nulla è successo di minaccioso per la vita, il ritmo della discesa e della risalita per respirare diventa tranquillizzante. Il mare è calmo, le ondate che si rompono sulla scogliera non fanno più rumore che il pulsare del sangue. Se proprio dovesse assalirmi l’inquietudine, immaginerò la scogliera come la vedo di giorno, il suo circondare l’isola da più di un lato, alla distanza forse di un chilometro; la sua corsa parallela alla spiaggia e alle rocce. Sembra uno scarabocchio fatto nel mare da un gigante che avesse voluto ricalcare la forma dell’isola con un tratto continuo di gesso, ma si fosse poi stancato prima di finire. All’interno, l’acqua, se la penso com’è di giorno, consiste in un azzurro chiaro come la coda di un pavone, e vi si vedono le rocce e le alghe come in un acquario; al di fuori il mare è di un blu scuro. Quando la marea sale lascia lunghe strisce di schiuma sugli scogli.

In un nuovo spezzone di comica è sera, e la mia figurina legge diligentemente il giornalino di bordo che il personale di servizio ha deposto sul letto con il programma del giorno successivo. Il ritmo delle immagini si fa più veloce, mi vedo compilare moduli di prenotazione, ordinare due caffè al room service, poi mi muovo svelto sulla pista di jogging, sono a una seduta di stretching, gioco, no, vedo altri giocare una partita di golf, mi vedo che fisso l’erba di plastica verde… Poi sono in un altro punto del ventre della meganave Ecstasy, in una palestra, poi sauna, idromassaggio, poi noi due, sì, ora noi due facciamo shopping nei negozi di bordo di Ecstasy, poi nel casinò di Ecstasy, dove c’è musica, e ancora noi in un bar di Ecstasy, l’aperitivo, il consommé delle undici, il tè delle cinque, su Ecstasy, il buffet di mezzanotte, o forse un dopocena, e c’è lo spettacolo teatrale, stile Broadway, nel grande teatro di bordo di Ecstasy, poi noi due a ballare, fino all’alba.

Forse mi disoriento da solo… La morsa dell’acqua sugli orecchi, l’oscurità che preme… Quasi una deprivazione sensoriale, una tecnica che credo sia stata usata per interrogare, torturare… Ma no, un paragone non è possibile: troppo sforzo nel trattenere il respiro, nello stare sott’acqua invece che galleggiare… Troppo sforzo per sentire, vedere… Troppa sensibilità fisica… Uno stato ipnotico, se c’è, è leggerissimo, dura solo pochi minuti…

Poi quella sera! Mi avevano detto che sulle navi da crociera delle ultime generazioni (talmente grandi da risentire pochissimo del moto ondoso, e dotate di alette antirollio) è difficile soffrire il mal di mare. Ma quella sera il mare era davvero grosso. Già da alcune ore prima del tramonto la forza del vento aveva reso pericoloso stare all’esterno. Mia moglie aveva avuto da subito disturbi, dapprima sonnolenza, poi nausea e vomito. Se ne stava chiusa in cabina. Cionondimeno, la trattativa con il medico di bordo era stata vivace, con me a fare da messaggero, ben lieto, del resto, di stare all’aperto, anche se correndo qualche pericolo. Aveva affermato che le pillole di dramamina non potevano bastare alla bisogna, insistendo per più efficaci cerotti transdermici di scopolamina, di cui aveva letto. Ora ne portava uno applicato dietro l’orecchio. Ero andato avanti e indietro su uno dei ponti della meganave, cercando di camminare a gambe larghe, in un’improbabile camminata da marinaio.

In sottofondo, continuo, avverto il rumore di crostacei che stridulano con le chele, con le mandibole, con le loro anime cornee, con chissà cos’altro… Ogni tanto tutto tace, di colpo, e nel silenzio che ne segue un brivido mi attraversa il corpo. Qualcosa deve aver attirato l’attenzione di un intero popolo di granchi e di gamberi. Sì, hanno sentito qualcosa che a me è sfuggito completamente. Che cosa c’è là? O qua? Suoni che non posso sentire, città invisibili ai miei sensi limitati e annebbiati. Creature e correnti si muovono nella luminescenza, lungo il fronte marino della scogliera, che arriva a pochi centimetri dalla superficie e sprofonda per centinaia di metri in una scarpata scoscesa. Ma l’esistenza sonora di quanto mi circonda si trova in lunghezze d’onda che non posso percepire. Sto sospeso sul fondo, sull’orlo di qualcosa che può essere l’annegamento, la paura, la comprensione…

(…)

È la stessa cosa per i grilli. Anche le rane delle risaie fanno così, lo ricordo bene. Avviano il loro motorino notturno, lo fanno girare a velocità costante, per un’ora e più; all’improvviso lo fermano. Dopo un silenzio, si sente un colpo, un altro: alcune audaci cercano di avviarlo di nuovo il motorino, altre imitano, il baccano riparte… Le creature notturne, qui, succedono a quelle diurne attraverso gli stessi corridoi, gli stessi alveoli nella roccia. Ma solo dopo uno strano vuoto, un intervallo che può durare, non so… venti minuti… Creature diverse… Tuttavia, in nessun posto in particolare, invisibili, lunghi processi si protraggono. Anche nella profondità della notte brillano luci sparse. Il mio vagare nella luce o nel buio sottomarini… Giorno dopo giorno, mese dopo mese… Anni!… Fino a esserne tediato. O forse non tediato, ma bloccato. Le orecchie piene d’acqua, gli occhi affaticati dietro il vetro, troppo sprofondato in un’attenzione pignola per i dettagli e troppo intento a decifrare messaggi che sembrano raccontare tutto, continuo a non afferrare il punto essenziale…

(…)

Come un angelo ubriaco caduto che va a portare la cattiva novella alle anime lontane dei pesci; come un angelo nuovo chiamato all’improvviso a cantare il suo inno per poi scomparire d’un sùbito nel regno già oscuro delle creature marine… Io… precipitante uccello dall’anima nera, tumulo di torpore in tempeste d’indifferenza, io… in realtà, ero andato verso prua solo perché, muovendomi sul ponte, mi ero accorto che a poppavia la nave era tutta illuminata e, non so perché, ciò mi aveva infastidito…

Devo rassegnarmi all’idea che l’emozione maggiore della giornata sia quella vissuta stamattina, quando ho notato piccoli pennacchi di sedimento tremolare davanti a un buco, ai piedi di un masso corallino, a sette, otto metri di profondità. Non sapevo quale piccolo crostaceo o verme fosse occupato a scavare là dentro, ma ho avvertito l’improvvisa urgenza di osservare, sentire quel piccolo sbuffo. A un centimetro di distanza le punte delle dita non hanno percepito nulla. Non senza impaccio, mi sono spostato fino a sistemarmi con la testa vicino al buco. Gli sbuffi si sono fermati, per ricominciare dopo qualche secondo. Istintivamente, con delicatezza, mi sono mosso quasi a baciare il buco. Ho avvertito piccole onde di energia provocate dalla creatura nascosta. Si frangevano contro il mio labbro superiore. Niente odori, però; sott’acqua niente odori, anche se a volte qualcosa si ferma in qualche punto della faccia, e produce un simulacro di odore, un’impressione pungente.

Non è possibile descrivere ciò che provai quando sprofondai in acqua. Chi non ha vissuto una congiuntura simile non può comprendere, o anche solo immaginare, che cosa prova l’uomo in momenti come questo. ‘Sono perduto, sono perduto!’. In preda al panico, terrorizzato, sentii queste parole esplodere dentro il mio essere, quando riemersi sputando acqua. L’impatto era stato violentissimo, e un lancinante dolore alle orecchie mi uccideva, insieme al dolore alle viscere provocato dalla paura. La mia mente non sa molto di quell’esperienza, se non che si aspettava di perire da un momento all’altro. Un’agonia. Ma ho il ricordo di una carica di energia disperata. Era troppo quello che la sorte, maroso oscuro, stava per prendere. Le luci della nave furono a tratti come un orizzonte che saliva e scendeva. Gli occhi la cercavano d’intorno, la nave, la grande nave, presto lontana, maestosa e indifferente. Solo, ero solo, sospeso nell’oceano. Ansimavo, giravo su me stesso, mezzo morto per l’acqua che avevo deglutito. Soprattutto ero sotto la signoria delle onde, senza terra, senza possibilità che la massa dell’oceano non mi risucchiasse in profondità remote. Il mare mi legava a sé, mi privava della mia esistenza…

(…)

Nessun vuoto si spalancò per ricevermi definitivamente. Sentii, ma dopo quanto tempo?, il mare meno violento, il vento più calmo. Ero adesso un esangue scoramento nel mare ancora ruggente. Il dolore, fisico e mentale, si era fatto torpido, tetro, quasi distaccato. Era subentrato un languore, un fatalismo le cui radici dovevano trovarsi in oceani primordiali, nella perdita di un me stesso già perso prima ancora di aver messo piede su una nave, e prima ancora dell’infanzia stessa. Nondimeno, a tratti, tornava la paura, irrefrenabile. Non era possibile arrendersi, rinunciare alla vita come se si fosse ricevuta una ferita mortale. A intervalli, ero sottoposto a scariche di adrenalina. ‘Questo non sta succedendo a me’, pensavo… Poi di nuovo la certezza d’essere io sul punto di morire per annegamento. E un’attenzione commossa per la mia vicenda, una nitida, vanagloriosa immagine della mia situazione si formava nella mente. Privo di ogni coordinata, vedevo la mia testa sporgere da quella estensione di liquido orrore; la immaginavo, volevo che fosse una piccola palla inaffondabile, un pomello di ottone in cima a un mappamondo… Nell’ora della perdita di me diventavo il punto cardinale intorno a cui ruotava l’intera terra…

(…)

Di quel libro, per sentito dire, so della storia di Venerdì, il selvaggio che diventò il fedele servitore di Robinson. “All’uomo – diceva un mio collega – non serve l’uomo, ma l’omino”. Mi chiedo se scherzasse.

Isolotto Ovest. Il vento alza dalla spiaggia un polverio di sabbia. Le nuvole continuano ad ammucchiarsi sull’isola. Sale aria calda, masse turbinose di vapore saturano l’aria di elettricità. Improvvisa, la cicatrice bianco-azzurra di un fulmine. Un istante dopo la frustata del tuono.

Caro esemplare di homo sapiens demens, hai capito che qui, da dissodare, hai solo il tempo?

Sì, io sono come intrappolato in una zona del tempo in cui manca il futuro. L’avvenire potrebbe riguardarmi solo se io vivessi in una collettività e se una collettività vivesse in me. Devo imparare a perdermi nell’attuale, in una miriade di presenti…

Forse dovrei darmi una regola, rispettare puntualmente una successione di attività prestabilite, entrare e uscire da un segmento di tempo all’altro, creare una serie di tempuscoli piccoli piccoli.

(…)

Isolotto Est. Sogno. Sono di fronte al mare. Le increspature, gli avvallamenti della superficie si muovono non come le onde, ma come la contrazione lenta dei muscoli di un corpo che secerne schiuma scarlatta o color fegato. Il mare, che so essere un oceano, dapprima di un azzurro scuro, diventa nero. Non c’è sabbia, ma una superficie porosa, come di pomice. Mi siedo. Un’onda nera, pesante, viene a coprire la riva. Quando indietreggia lascia fili di muco, che poi si ritirano lentamente fino a scomparire nel moto ondoso. Alla successiva tendo la mano; l’onda esita, retrocede, sommerge la mia mano, ma senza toccarla. Avverto l’aria tra la pelle e l’interno della cavità, divenuta a un tratto quasi solida. Alzo lentamente il braccio; l’onda, o meglio il suo prolungamento, lo segue, lo copre come un sacco. La nera sostanza gelatinosa si allunga senza rompersi. La base dell’onda, appiattita sulla riva, mi avvolge i piedi ma non li tocca. Retrocedo. La tasca di gelatina che attornia il braccio, quasi il suo esatto negativo, vibra, fluttua, ricade come controvoglia; l’onda la riassorbe, la fa sparire. Il silenzio è assoluto.

Isolotto Nord. Un’incredibile massa di tronchi, incastrati tra loro, molto comodi come sedili. Erano palme; raggiunta un’altezza di sei o sette metri sono cadute per poi seccarsi. Forse non c’era abbastanza terreno per crescere, o forse la crescita l’ha impedita il vento.
È l’unica traccia che ho trovato di queste piante.

L’isolotto Est lo chiamo anche l’Isola Silenziosa. Il vento, qui, pur essendo vibrato e fortigno, è tuttavia silente, muto, non udibile. Anche il mare, anche gli uccelli sembrano voler evitare ogni chiassata.

(…)

[Questi brani sono tratti da Mariano Bàino, L’uomo avanzato, Le Lettere, Firenze, 2008.]


(Immagine A Inglese)

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9 Responses to Da “L’uomo avanzato”

  1. Biagio Cepollaro il 24 luglio 2008 alle 14:12

    Caro Andrea,
    senza saperlo proprio stamani ho postato sul mio blog una breve lettura critica del romanzo di Mariano. Se qualche lettore è interessato può andare su Poesia da fare http://www.cepollaro.splinder.com
    Un saluto a tutti.
    Biagio Cepollaro

  2. […] Silvio Di Fede: […]

  3. cara polvere il 24 luglio 2008 alle 17:33

    l’ uomo a sangue caldo (ahimè , le dimenticanze!) inghiottito dal proprio Io deve fare i conti con uno tzunami provocato da demoni e angeli in pena d’amore, mai paghi di illusioni umane, che si sciacquano con forza i piedi più a monte, fino a che rimasto nudo attorno ai buchi (e sono i buchi che pesano), , dopo il faccia a faccia con i suoi orrori deve cominciare a metabolizzare gli incontri e a disimparare il passato ammorbato da troppe virgolette – paraocchi e da troppe fami chimiche.
    inizia quindi sull’ isola (il se stesso ritrovato)la sopravvivenza a se stesso che distaccherà il suo corpo dalle fobie della mondanità di cartongesso montate in scena a uso e consumo distratto – pane e giochi.
    fino alla presa di coscienza che l’ uomo da sempre può
    vedere nel buio così come nella luce.

    un saluto
    paola

  4. […] Andrea D’Ambra: […] Silvio Di Fede: […] […]

  5. maria (v) il 25 luglio 2008 alle 08:32

    Veramente notevole quest’ultima fatica di Baino.

    grazie anche a Cepollaro per la sue letture,
    qui, ce n’è un’altra:

    http://www.lelettere.it/Data/Files/prodotti/21_06_REPUBBLICA%20NAPOLI%20UOMO%20AVANZATO.PDF

    (è un piacere ritrovarti Cara Polvere!)

    a me, non so perché, mi ha ricordato un poco questo passo:

    Buio pesto, era […] . Sulle nebule mi pare d’averlo raccontato già altre volte, si stava come chi dicesse coricati, insomma appiattiti, fermi fermi, lasciandosi girare dalla parte dove girava. Non che si giacesse all’esterno, m’intendete? sulla superficie della nebula; no: lì faceva troppo freddo; si stava sotto, come rincalzati in uno strato di materia fluida e granulosa. Modo di calcolare il tempo non ce n’era; tutte le volte che ci mettevamo a contare i giri della nebula nascevano delle contestazioni, dato che al buio non si avevano punti di riferimento; e finivamo col litigare. Così preferivamo lasciar scorrere i secoli come fossero minuti; non c’era che aspettare, tenersi coperti per quel tanto che si poteva, dormicchiare, darsi una voce ogni tanto per essere sicuri che eravamo sempre tutti lì; e, naturalmente- grattarsi
    […] in mezzo al buio sognavamo altro buio, perché non ci veniva in mente altro

    (di I. Calvino, Sul far del giorno da Tutte le cosmicomiche)

  6. stella il 25 luglio 2008 alle 19:39

    bello, molto “pierantozziano”

  7. cara polvere il 25 luglio 2008 alle 22:11

    @ maria (v)
    è lo stesso per me,lo stesso.
    sei molto gentile.
    grazie di cuore.
    paola

  8. loredana nugnes il 20 agosto 2008 alle 13:27

    …ho letto per caso ( ? ) … ho sentito … l’emozione di ri-incontrarti … per caso ( ?) dopo lo stupendo naufragio che intravedo in questi brani…
    sarà possibile, in questa vita, un nuovo incontro tra due trasparenze?

  9. sara di mare il 20 agosto 2008 alle 13:47

    stanotte un sogno duro e cresposo… stamane sono inciampata nei tuoi flutti… ringrazio l’amica che mi ha parlato di te e te per aver narrato naufragi e di sensi non abituati a percepirne la preziosità



indiani