Face & Book

11 settembre 2009
Pubblicato da

Nota al libro di Marino Magliani
La tana degli Alberibelli ( ed Longanesi)
di
Francesco Forlani

shipinabottlebyominousbzr4

“Il movimento dignitoso di un iceberg è dovuto al fatto che soltanto un ottavo della sua mole sporge dall’acqua. Uno scrittore che omette le cose perché non le conosce, non fa che lasciare dei vuoti nel suo scritto”

Ernest Hemingway, Morte nel pomeriggio

Da qualche tempo sulle quarte di copertina o sul risvolto in terza, sorridono beate le facce degli scrittori. Una faccia può talvolta suggerire una poetica, talaltra no, come nel caso di Jack Kerouac la cui faccia d’angelo poco ricorda l’epica on the road che aveva cantato. Con questo non voglio assolutamente proporre una corrispondenza lombrosiana tra il chi è, che faccia ha, e cosa scrive. Però talvolta succede che una tale coincidenza si produca in letteratura, per esempio in Francisco Coloane o in Francesco Biamonti.

jack
Talaltra la cosa non succede come quando a detta della stessa protagonista, Erica Jong, autrice di Paura di volare, i giornalisti, credendo di trovarsi di fronte, une femme fatale, furono presi dal panico al cospetto di una donna media americana, perfino in sovrappeso.1
Francisco Coloane - Descontexto
Sull’ultimo libro di Marino Magliani, La tana degli Alberibelli, c’è soltanto una stringatissima nota biografica, e nient’altro. Solo chi ha la fortuna di conoscerlo e frequentarlo potrà stabilire la liaison dangereuse tra faccia e libro, per ritrovare una corrispondenza tra pagina e vita.
Ci sono degli scritti che appartengono al paesaggio, indissolubilmente. Così fu la Patagonia di Coloane o la Liguria di Biamonti, a tal punto che sarebbe stato impensabile, per quei libri, una differente situazione. Perché si conoscono a fondo, veramente, solo quelle realtà a cui si appartiene, a tal punto che ogni storia e scrittura non possono realizzarsi che per sottrazione piuttosto che per aggiunta. Si sanno così tante cose che una storia, e men che meno la pagina di un libro, difficilmente potrà contenerle tutte.
1
Ecco allora che permane nonostante l’esilio che autori del genere decidono di vivere – Marino Magliani vive in Olanda da un bel po’ di anni – una massa incalcolabile di storie, informazioni, esperienze, sapori, di un territorio che si credeva di aver abbandonato per sempre, riemergano sollecitate da un fatto di cronaca, da un moto di rivolta verso chi vorrebbe distruggere ogni cosa o paesaggio che sia. E nella deriva di un tale corpo, sospeso tra mare del Nord e Mediterraneo, in un movimento inesorabile e lento, la scrittura, ma sarebbe più opportuno dire, la poetica, di Marino procede.
Il passo è del romanziere – altro che scrittore di racconti come un tale critico si è permesso di dire – e la cartografia utilizzata dal personaggio chiave, viene annunciata attraverso l’intestazione di ogni capitolo. Ora è Sorba, poi le Schiarite, Leive, Santaleula, Crinale Pistone, tra nomi di luoghi riconoscibilmente veri, tutte comprese nel primo incipit che recita : al largo della costa ligure.
Un al largo da intendersi qui come alla giusta distanza, e soprattutto in senso contrario ovvero non verso il mare, come il termine lo suggerisce, ma al di qua, nell’entroterra. Così le storie che si intrecciano su tre archi temporali disegnati dai personaggi, i due disertori di Marengo che nascondono in una grotta, la tana degli Alberibelli, un tesoro, i partigiani che tra quelle rupi, cicatrici hanno lasciato le proprie ferite ancora aperte e Jan Martin, il protagonista che esplora ognuno di questi tempi e luoghi per raccogliere le prove di un eccidio in corso, ovvero la trasformazione della vocazione di un porto di pescherecci in un mostro denominato turismo e affari. Jan Martin Van der Linden, agente del Bureau antifrode europeo, indaga soltanto sulle illegalità finanziarie collegate alla costruzione del “più grande porto del Mediterraneo” ma alla fine del suo viaggio, moderno Candide assetato di verità, così come il lettore, scoprirà molto di più .
Un residuo, appunto che spetterà al lettore di “capire”, ovvero tutto quello che si intuisce che l’autore abbia saputo un giorno e che respira attraverso i personaggi della sua storia.

Le dita si fermarono appena sulla tastiera e ripresero:

Ti ricordi quando da ragazzo mi portavi sulla spiaggia di IJmuiden ed entravamo nei bunker abbandonati?

“Ti chiedevo cosa significa essere abbandonati…” pensò ma non lo scrisse.

Marino Magliani, La tana degli Alberibelli, p 27

Nota
Nelle foto sono ritratti nell’ordine, Jack Kerouac, Francisco Coloane e Francesco Biamonti.

  1. Giiornalisti uomini e non scrittori visto che almeno uno di loro, sicuramente tra i più grandi ne aveva scritto: “This book will make literary history…because of it women are going to find their own voice and give us great sagas of sex, life, joy, and adventure.” Di quale scrittore parlo? Henry Miller, naturalmente. []

Tag: , , , , , , ,

5 Responses to Face & Book

  1. sinistralirica il 11 settembre 2009 alle 17:51

    Diciamo che dopo i quanra ognuno è responsabile della faccia che ha.

  2. francesco forlani il 11 settembre 2009 alle 18:14

    sinistra onirica?
    (la generation lyrique. essai sur la vie et l’oeuvre. by François Ricard)
    effeffe

  3. Marty Montague il 11 settembre 2009 alle 20:18

    Non mi stupirei di una donna media americana, ne avrà avuto di tempo per elaborare fantasie. I guess.

  4. riccardo ferrazzi il 12 settembre 2009 alle 10:38

    Sono felice di vedere che effeffe ha avuto la mia stessa impressione: Marino ha una capacità straordinaria di descrivere il paesaggio, di fartici entrare dentro, di viverlo insieme a lui, di sentire il peso di tutto l’iceberg e non solo della (piccola) parte visibile. Chi non ci crede legga “Quattro giorni per non morire”, “Quella notte a Dolcedo” e, naturalmente, “La tana degli Alberibelli”.

  5. marino il 12 settembre 2009 alle 11:37

    Grazie a Francesco e a tutti. Al largo da intendersi in senso contrario, si, Francesco.
    Per noi dell’entroterra il debito interno é il mare, é laggiú, dentro eppure distante, un debito che abbiamo con gli occhi e ci appartiene.
    Il mare non é nessun contraltare luminoso, é il nulla per uno abituato a quantificare la vita, il progresso, costi e ricavi, in alberi carichi di olive e capanne di fagiolini.
    Cosí un giorno per legittima difesa ti inventi la strada che attraversa quel nulla e porta sicuramente di lá, se fai esistere una strada esisterá per forza un’altra costa, un arco che poggia a Porto Maurizio e da qualche parte un punto di appoggio dirimpettaio.
    La trovi presto, come si fa in fretta a fare un altro debito, l’avevi sotto gli occhi, é il molo di Porto, quello Lungo, lunghissimo, l’unica striscia di asfalto al mondo che non é piú terra né mare.
    Poi un giorno torni dal posto dove ti sei fermato a vivere e trovi che a Porto hanno silenziosamente distrutto il tuo molo, e al suo posto, con la benedizione dei potenti liguri, i piú grandi costruttori italiani hanno cominciato silenziosamente a plasmare il piú grande porto turistico del Mediterraneo.
    Non puoi far altro che pensare a un libro. Lo pensi per rompere un silenzio, ora di pagarlo quel debito, e ti metti a cercare, e scopri che é stato il Comune a regalare un territorio pubblico e costoro che stanno costruendo l’hanno accettato quel regalo. Scopri che da quando ci sono barconi altissimi con l’elicottero sul tetto, non si vede piú l’orizzonte, e che i cetacei che vivevano nel Mar Ligure sono andati via.
    Poi esce il libro, ed é come se durante la tempesta si buttasse a mare tutto. Tutto a mare – diceva uno dei paesi – finché la stiva é vuota, ma il mare – e il silenzio – dura.



indiani