Rewind: Beppe Sebaste

12 dicembre 2010
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Nota
di
Beppe Sebaste1
Quando l’editore Luca Sossella mi ha chiesto di ripubblicare il “libro dei maestri”, contagiandomi col suo entusiasmo, ci ho messo un po’ ad acconsentire, ma lui conosce un sacco di trucchi filosofici e poetici per convincere gli altri. Poi mi sono venuti i dubbi. Non è un libro invecchiato? O troppo ingenuo? Interessa ancora a qualcuno l’idea del “maestro”? Non è troppo tardi (come prima era troppo presto)? Intendo, non è troppo tardi per coinvolgere persone ormai incallite nella loro solitudine, per distogliere lettori ormai perdutamente anarchici (quali, poi?) dalla frammentazione delle loro esperienze, in un mondo ormai privato di un senso narrativo dell’esistenza (ciò che chiamiamo precarietà)? Per non dire della moltitudine anestetizzata che vive l’illusione dell’eterno presente sul modello di una televisione sempre accesa.
Siamo in un paese dove “pensare” o “contemplare” è sentito come sinonimo di “essere tristi”, dove il giudizio di valore (di qualità) è ovunque soppiantato dalla constatazione acritica del successo (di un libro, di un leader, perfino di un’idea), dove il lavoro intellettuale è il piú umiliato che ci sia, soprattutto quello degli insegnanti, e dove anche gli scrittori hanno interiorizzato i meccanismi e le retoriche del potere piú effimero e cieco invece di denunciare la colonizzazione della mente di cui siamo (tutti, nessuno escluso) vittime e conniventi.


Appunto, è il momento giusto, mi ha ribadito Luca. Poi mi è venuto in mente che Luca Sossella,  che conobbi poeta a Bologna molti anni fa, è colui che accompagnò me e il mio  amico Giorgio  Messori in una cartoleria per comprare delle mappe, quando Giorgio e io  avevamo deciso di  andare da Bologna a Roma a piedi:2 “I miei amici vorrebbero delle mappe   piú equivoche – disse Luca imperterrito al cartolaio – quelle con cui ci si può anche perdere, o che  portano da un’altra parte, o magari nessuna”. E questo, credo, spiega molte cose.
Ho aggiunto in questa edizione altri testi, inediti e/o pubblicati in una versione ridotta, scritti in anni successivi alla prima uscita del libro. Li ho contrassegnati con una formula, Rewind, nel senso di un riavvolgere il nastro del tempo, di un ripensamento, un ricominciamento (quello che nella retorica – ironia del linguaggio – si chiama anche “catastrofe”). Alcuni Rewind sono posti in coda ai capitoli originali, quasi un aggiornamento; altri sono raggruppati in fondo al volume.
Questo “libro” non è solo cartaceo, comprende anche i frammenti delle voci di Bruno Munari, Alessandro Fersen, Steve Paxton, Fausto Taiten Guareschi, Daniel de Montmollin (frère Daniel), Terry Riley…
Cui si aggiungono altre voci. Nella primavera del 2004 feci infatti una trasmissione dal titolo Maestri su Radio3, una specie di replica Porte senza porta radiofonica, con altri interlocutori, del libro di sette anni prima. Riascoltarla mi ha fatto riscoprire l’ampiezza inesauribile di questo tema. Se ho resistito alla tentazione di inserire altri testi (incontri, ritratti, conversazioni con persone “straordinarie”, e che comunque hanno marcato la mia vita) è per coerenza con la definizione di “maestro” qui formulata (vedi Introduzione), ma anche verso una forma e un tono narrativi in cui è messa in gioco una parte di me, un vissuto, una testimonianza. E dove rispetto a un sapere e un far sapere prevale il raccontare. È anche un libro autobiografico, e forse per questo parla a tutti. Niente è piú comune di ciò che riteniamo intimo e personale, e niente è piú condiviso del disorientamento, del perdersi e ritrovarsi. Insisto da tempo sul valore della soggettività, su una plus-realtà delle enunciazioni in prima persona. Viceversa, ogni occultamento del proprio sguardo, la presunta obiettività, non è che una strategia retorica, o una forzatura sintattica. La verità o è situata e incarnata oppure non è.
Dal 1997 (quando uscí la prima versione di questo libro) a oggi, questa disposizione diciamo filosofica mi si è ulteriormente accentuata, radicalizzandosi al punto che, come sul piano della conoscenza non ho nessuna difficoltà a riconoscere come evidenza descrittiva l’enunciato “non c’è un fuori testo” (“il n’y a pas de hors texte”, come ha scritto e pronunciato Jacques Derrida per la prima volta nel 1971), e che qualunque cosa diciamo o evochiamo o appunto scriviamo, esiste nel nostro dirla e scriverla, comprese le montagne e i bicchieri; allo stesso modo non c’è nulla fuori dall’io, e qualsiasi realtà o fantasma di realtà che evochiamo è dentro di noi. Dal santificato Agostino autore delle Confessioni, all’ateo Luciano Bianciardi autore de La vita agra, pare quindi che l’unica rivoluzione possibile sia in interiore homini. Lo penso anch’io. Ne parlo nell’ultimo capitolo extra del libro (Prendendo il tè con lo sciamano…), un racconto inedito, anzi in progress (lo sto ancora scrivendo e vivendo mentre concludo questa prefazione), l’ultimo azzardo e rischio di questo libro.

Prendendo il tè con lo sciamano.3
La mia sit-com con Armando Albeldas (a work in progress)

«Quelle est votre ambition dans la vie?»
«Devenir immortel, et puis mourir»

(A bout de souffle, Jean-Luc Godard)

Una volta ero molto arrabbiato con la new age, quel supermercato di libri colorati che offre soluzioni domestiche e facili a qualsiasi problema di disorientamento, di fallimento, di infelicità; poi mi sono accorto che non me ne importava, e anzi alcuni di quei libri mi davano simpatia. Ne ho anche sfogliato qualcuno: sono quasi tutti americani, e li si riconosce perché ogni autore dichiara che è diventato ricco col metodo che sta per promuovere, di avere una o due Ferrari, e soprattutto di essere stato obeso e avere perso almeno trenta chili. Il tono generale è quello di chi, dopo un lungo tentennamento, decide di rivelarti (a te, solo a te) i numeri del Lotto. Finché me n’è capitato uno che mi ha interessato abbastanza da leggerlo fino alla fine, o quasi.
Racconta di un soave psichiatra hawaiiano il cui metodo per guarire i pazienti sembra una radicalizzazione pragmatica dell’etica di Levinas: sono “io” a essere responsabile dell’altro, di ogni pena di cui soffra l’altro, di ogni altro che abbia attraversato la mia sfera di coscienza, di ogni essere di cui, nella mia vita, io sia anche casualmente divenuto consapevole. Sono “io” che devo emendare me stesso delle colpe dell’altro, che soffro le sofferenze di ogni altro, e devo curarmi e ripulirmi: solo in questo modo potrò curare e guarire gli altri. “Si è responsabili al 100%, qualsiasi cosa è dentro di sé, nulla è fuori di sé”. Come psichiatra, il lavoro di questo misterioso dr. Ihaleakala Hew Len fu guarire se stesso dai programmi che vedeva e apprendeva nei suoi pazienti, senza nemmeno bisogno di visitarli. Guarí e fece dimettere l’intera popolazione di un manicomio criminale con questo metodo terapeutico. Sostiene che quando i “ricordi” (ogni sofferenza è un ricordo, un “pianto già pianto”, dice citando Shakespeare, Sonetto XXX), vengono cancellati nel terapeuta, essi vengono cancellati anche nei pazienti. “Non importa quello che dite o fate, basta che continuate ad amare la persona che avete di fronte”.
Tra le frasi di Hew Len ho anche annotato: “Qui sulla Terra il mio lavoro è duplice. Il primo è fare ammenda. Il secondo è risvegliare la gente che potrebbe essere addormentata. Quasi tutti sono addormentati! Il solo modo per risvegliarli è lavorare su me stesso”. (…)

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La cosa che piú mi colpí la prima volta che lo vidi fu il suo aspetto dandy di simpatico imbroglione napoletano, il tipo che immagini magari di incontrare in un posto come Miami Beach, salvo scoprire che aveva vissuto proprio a Miami ed era cresciuto a Napoli. Era senza età, pantaloni bianchi e camicia hawaiiana, catene e ciondoli appesi al collo e un mazzo di chiavi che si trascinava appresso come il guinzaglio di un cane invisibile. I capelli gli cadevano un po’ lunghi dandogli un aspetto fuori moda, e una certa somiglianza col David Carradine di Kill Bill, ma in versione dolce e con gli occhiali. (…) Non era mai a disagio. Sembrava al contrario perfettamente al suo posto in ogni circostanza.

In realtà viveva nella quiete – non c’è parola migliore per dirlo. Non beveva vino, non aveva mai bevuto nessun alcolico. In compenso in passato, quando era un uomo ricco e di successo e in preda a un delirio di onnipotenza, tra le tante escalation aveva abusato di droghe al punto che il cuore gli sarebbe dovuto scoppiare da un pezzo (glielo disse un medico americano che non credeva ai suoi occhi, aggiungendo due cose: la prima che avrebbe dovuto essere morto in seguito ai suoi abusi; la seconda che, poiché era vivo, avrebbe dovuto seriamente – e qui il tono di voce del medico lo immagino tra il severo e l’ispirato – capire perché, per quale miracolo). Il che corrisponde alla biografia classica degli sciamani, che attraversano una profonda crisi psicofisica o una malattia. La sua vita ebbe di fatto una conversione quasi radicale. Gli speciali doni o facoltà che già aveva (sfruttati e manipolati a sua insaputa, fin da giovanissimo, da istituzioni “scientifiche” riconducibili allo spionaggio psichico, usando la visione a distanza), e di cui non si era mai voluto rendere davvero conto, emersero con prepotenza quando qualcosa si ruppe nel suo equilibrio e nella sua vita. Oppure qualcosa si ruppe proprio per favorire l’accettazione delle sue facoltà, e per gestirle iniziò a canalizzarle in senso “spirituale”. In una parola, dopo ripetute e confermate disavventure, si scoprí sciamano. Sciamano “di mente”, per essere precisi. Per coronare questa carriera, che lo volesse o meno, divenne povero. Lasciò il giro di clienti miliardari e il grande studio di architetto a Miami. Persa o dismessa l’arroganza, la sua autoeducazione fu sperimentale e alla cieca. Scoprí che aiutare gli altri era il modo migliore di aiutare se stesso. Apprese e cominciò a insegnare tecniche di guarigione e autoconsapevolezza che un po’ mascherassero le sue doti miracolose. Maestro di miracoli – cosí lo si potrebbe definire: che insegna che nulla è piú ordinario e normale dei miracoli, che sono il proprio della condizione umana.

(…) Aggiungo, per completezza, che Armando (questo il suo nome), nonostante le sue svariate conoscenze non è un intellettuale, non si intende di letteratura né di filosofia, non ama neanche il cinema che piace a me, i suoi gusti sono molto distanti dai miei, tranne il senso dell’umorismo. E credo che il primo insegnamento che gli devo sia questo, accettare che gli altri siano diversi da me. La sera del nostro primo incontro l’inevitabile competitività (questo almeno temeva l’amica che ci aveva presentati) cedette subito al desiderio di conoscerlo e ascoltarlo. Mi era stato presentato come un esperto di fantasmi, in grado di vederli e di parlare con loro, ma anche qualcuno alle prese con non ben precisate pratiche spirituali. Io ero lo scrittore da tempo impegnato in un romanzo che ruota intorno al concetto multiplo di “fantasma” (un horror filosofico), ma anche l’amico che aveva fatto anni prima un libro sui maestri. Avevamo le stesse chances di piacerci come di detestarci. Ma la conversazione fu da subito agevole e allegra. Alla fine della cena mi ero abituato a come il suo volto, piú ancora della voce, fosse cangiante, di come potesse progressivamente e alternatamente espandersi e tornare normale, acquistando una luminosità, una luce che non veniva da fuori (questa era la cosa strana e commovente) ma da dentro. Il mutare del volto corrispondeva agli stati di coscienza che poteva alternare anche solo stando a tavola.

Come se comunicando, con o senza le parole, aprisse degli iperlink percettivi nel flusso stesso della comunicazione, degli approfondimenti. Mi insegnò subito il test muscolare con le dita della mano (variante di quello praticato ad esempio in kinesiterapia): a seconda della tenuta o del cedimento della forza ogni enunciazione (possibilmente su di sé, non sul mondo) è vera o falsa. Misura quindi la forza delle nostre convinzioni, spesso sorprendenti per noi stessi. Ciò che per lui è anche la base (attraverso un processo di “scavo” sulle credenze radicate) di una cura e trattamento per gli altri.

Era estate, all’inizio di questa storia, in una città quasi vuota. Ci rivedemmo già l’indomani. Una settimana dopo invitavo un’amica a venire a casa mia, circondata di alberi e cicale, con queste parole: “Sono a Roma, non ho un soldo per andare in vacanza e mille motivi di insoddisfazione. Mai stato cosí contento, però. Ho un nuovo amico, uno sciamano che mi sta mostrando vie incredibili e semplici per parlare con l’Universo, e per curare ogni cosa. Ogni cosa.”

  1. da Beppe Sebaste, Il libro dei maestri- Porte senza porta rewind Luca Sossella Editore []
  2. Poi, peggio di Bouvard et Pécuchet,  pur a piedi sbagliammo  strada, e ci trovammo a Pistoia anziché a Firenze. Lo racconto ne  Il mondo delle illusioni,  in Niente di tutto questo mi appartiene, Feltrinelli 1994. []
  3. Beppe ci ha offerto in anteprima oltre alla Prefazione alla nuova edizione, l’inedita novella di cui pubblichiamo qui alcuni estratti []

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17 Responses to Rewind: Beppe Sebaste

  1. beppe s. il 12 dicembre 2010 alle 11:31

    Grazie! Che piacevole sorpresa (oggi è Santa Lucia, del resto). Permettetemi di precisare soltanto che i brani inziali non sono estratti dalla Introduzione, ma dalla Prefazone a questa nuova edizione (dopo anni di assenza) – edizione accresciuta e riscritta che ne fa in effetti un libro nuovo. Nella Introduzione originaria, che è rimasta, si presenta il tema e si cerca di spiegare perché, e cosa siano, i “maestri”…
    Ancora grazie, e ciao, buona festa…

  2. francesco forlani il 12 dicembre 2010 alle 11:38

    Rewind alors!
    baci a te Bep
    effeffe

  3. MariellaT il 12 dicembre 2010 alle 11:40

    Con un titolo così, come si fa a non leggerlo? C’è, nelle cose che racconta Beppe Sebaste, un’incredibile magia. Mi chiedo se se ne renda conto.

  4. le luci della città il 12 dicembre 2010 alle 12:06

    Santa Lucia sarebbe il 13 del resto.
    Oggi e la B.V.M. di Guadalupe.

  5. […] This post was mentioned on Twitter by lahamahni, Francesco Cingolani. Francesco Cingolani said: Rewind: Beppe Sebaste: Nota di Beppe Sebaste1 Quando l’editore Luca Sossella mi ha chiesto di ripu… http://bit.ly/h8YI4j #letteratura […]

  6. francesco forlani il 12 dicembre 2010 alle 12:28

    piccoli equivoci senza importanza
    effeffe

    molto bella, peraltro.
    effeffe
    ps
    Il 12 dicembre l’italia mise a mezz’asta le sue bandiere. Il 13 la Santa si strappò gli occhi

  7. sergio il 12 dicembre 2010 alle 12:34

    già, santa lucia
    visto che è stata evocata e niente succede a caso, vorrei ricordare che quando lucia si recò da sant’agata per chiederle la guarigione della madre, la santa le disse “Lucia, perché chiedi a me ciò che puoi ottenere tu per tua madre?”
    questo è quello che insegnano i maestri, e il conto torna con il libro di beppe
    ciao
    piumalarga

  8. francesco forlani il 12 dicembre 2010 alle 13:16

    Beppe, ti giro quest’articolo che pubblicai su sud di José Munoz che è assai illuminante e in profonda sintonia con la tua fenomenolgia dei maestri.
    https://www.nazioneindiana.com/2004/06/21/cosi-devi-fare/
    un abbraccio ancora
    effeffe

  9. beppe s. il 12 dicembre 2010 alle 13:28

    effeffe caro, grazie dell’emozione d’infanzia che mi dà la canzone (è il proprio delle canzoni, no? come santa lucia). ed è vero, sì, santa lucia è domani, ma i bambini (noi) sentivamo l’eccitazione della vigilia (al mattino il tavolo ricoperto di doni era un tripudio mai più provato).
    sergio (piumalarga), grazie, il tuo breve commento ha una densità sciamanica di rimandi, simboli e miti che va alla testa (manca solo Dante)

  10. beppe s. il 12 dicembre 2010 alle 13:33

    effe, vedo ora il link: lo leggo con piacere, e ti abbraccio, ora però vado a camminare in spiaggia (sono a ostia) – cielo mare e sabbia sono un tutt’uno biancogrigiocelestechiarissimo, tre pezzi uniti con sottili sfumature come un quadro di mark rothko dipinto da piero guccione

  11. sergio z il 12 dicembre 2010 alle 17:39

    a chi ha visto il permalink (stavo per dire parmalink), messo da effeffe qui sopra, della canzone di de gregori, e anche a chi non l’ha ancora visto, segnalo la scenografia che sul fondo agita delle fiamme ardenti
    mi pare proiprio lo stesso fuoco di parmiggiani (arieccoci) che arde in copertina dei “maestri”
    niente è casuale neanche il caso diceva borges
    piumalarga

  12. gianni biondillo il 12 dicembre 2010 alle 22:51

    We love Beppe Sebaste!

  13. sergio garufi il 12 dicembre 2010 alle 23:39

    è bravo beppe, leggerlo è sempre un piacere.

  14. Alfredo C.B. il 13 dicembre 2010 alle 20:09

    Quanto segue è successo veramente, e non è una mera invenzione..
    Ieri, per la prima volta in vita mia, ho visto un Oggetto Volante Non-identificato, un UFO, o almeno credo. Stavo leggendo di Armando Albeldas, lo sciamano, saltando da un punto all’altro della nuova edizione del Libro dei Maestri, e ho alzato lo sguardo: nonostante ci fosse ancora la luce del giorno, ho visto un punto luminoso e costante muoversi nel cielo. Lontano, molto lontano. Elicotteri ed aerei non hanno quel tipo di luce. Sembrava un razzo di una qualche Apollo diretta verso la Luna: assomigliava a quelle immagini viste in TV dei lanci progettati dalla NASA. Ma che io sappia, non ci sono basi con astronauti nei pressi di Bologna… Ho pensato: “E ora, a chi lo dico? A chi telefono, senza rischiare di essere preso per il solito mitomane?”. Ho alzato di nuovo lo sguardo al cielo e l’Oggetto non c’era più. Volatilizzato..
    Ora vado da Beppe Sebaste e gli chiedo di presentarmi Armando Albeldas. C’è un Oggetto Volante Non-identificato (dentro di me), che ha bisogno di essere identificato…

  15. mariapia il 13 dicembre 2010 alle 23:22

    E’stanotte santa Lucia, festa dell’infanzia, a Parma dove siamo nati , io e Beppe(e dove tanta gioventù felice-infelice si è data). Oggi, per festeggiare questo suo bel libro, trovato oggi (rinvenuto dalle vite e dai maestri di tutti), conviene brindare con semplicità e gioia a quanto Beppe ha voluto condividere, un senso del *viaggio* dal suo viaggio. Ti abbraccio, Beppe, lunga vita al libro dei maestri!
    Maria Pia Q

  16. beppe s. il 13 dicembre 2010 alle 23:31

    grazie, cra Pia, cin cin, ho fatto bene a connettermi adesso e venire e dare una sbirciatina qui. che il libro (che metterei giustamente negli scaffali di libri di viaggio, e lo dico perché i librai non ci azzeccano mai su dove collocarlo) dia voglia ai lettori di (ri)mettersi in viaggio. ti abbraccio, parmigianamente, ciao. b.
    (P.S. grazie Alfredo, capiterà senz’altro, ti presenterò lo sciamano, intanto goditi la visione (a ufo) di te fuori di te, mica male)

  17. mariapia il 15 dicembre 2010 alle 14:50

    Un brindisi che va rivolto, dopo Santa Lucia, a tutti gli incamminati, dalla via Francigena alle altre, nel mondo…E noi brindiamo al viaggiare.
    Ne”Le Moradas”, Empiria 1996, scrivevo “Superiorità superstite della strada sul cammino, / alla testa un elmo discordante // da qualche parte doveva / pur produrre cozzo inarrestabile nel rumore / di un corpo u n altro corpo // ma tutto passa si trasforma preghiera”



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