La vita impersonale di Aldo Nove

26 gennaio 2011
Pubblicato da

di Daniele Giglioli

Il lettore che avesse seguito la carriera di Aldo Nove fin dal suo esordio con Woobinda, nel 1996, e col suo incipit ormai divenuto proverbiale: “Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal. // Mia madre diceva che quel bagnoschiuma idrata la pelle ma io uso Vidal e voglio che in casa tutti usino Vidal. // Perché ricordo che fin da piccolo la pubblicità del bagnoschiuma Vidal mi piaceva molto. // Stavo a letto e guardavo correre quel cavallo. // Quel cavallo era la libertà. // Volevo che tutti fossero liberi. // Volevo che tutti comprassero Vidal”; e che lo avesse poi accompagnato nei suoi sviluppi successivi, da Puerto Plata Market (1996) a Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese (2006), passando per Amore mio infinito (2000) e La più grande balena morta della Lombardia (2004); quel lettore dovrebbe guardarsi, dopo aver terminato questo suo ultimo La vita oscena (Einaudi, 111 pagg, 15, 50 euro), dall’esclamare: a-ha, ora ho capito, ecco cosa c’era dietro. Quel mondo esilarante e desolato, quelle gag tragicomiche, quel linguaggio che nelle sue espressioni più riuscite è la perfetta mimesi del balbettare di un idiota, non era solo un artificio letterario. C’era una storia dietro, un grumo di realtà incistato, dolorante e inesauribile che comandava con la sua regìa ferrea la lingua e i personaggi di Aldo Nove. La letteratura era vita; basta quindi con l’ammirazione diffidente e il riso a mezza bocca, e benvenuto a Nove nel mondo sudaticcio dei sentimenti “autentici” e del “provare sulla propria pelle” ciò di cui si scrive e si legge.

Dovrebbe guardarsene, il lettore, perché mai come in questo libro in cui ha raccontato senza travestimenti comici e generalizzazioni sociologiche la propria tragica, dolorosissima esperienza personale, Nove ha puntato tutte le sue carte sulla letteratura. Sulla letteratura, ovvero su quella possibilità di mettere da un canto, fino a ridurlo a una funzione del linguaggio tra le altre, il proprio io biografico. A parlare di sé son buoni tutti. Parlarne fino a cancellarsi, a scomparire dal quadro, a farsi frase, periodo, dettato, stile, questo invece è letteratura.

E infatti. Di cosa parla questo libro? In apparenza, dell’infanzia infelice dell’autore. Morte dei genitori, solitudine, disagio, tentativi di suicidio, una casa che esplode per errore, e poi ospedali, psicofarmaci, il tentativo di sprofondare in un gorgo di abiezione fatto di cocaina e compulsive visite a ogni sorta di prostitute e prostituti. Tutto vero? Può darsi, non possiamo e non ha senso controllare, anche perché le vie dell’autofinzione, come ormai tutti sanno, sono infinite. Ma non importa. Perché quello che emerge da queste pagine non è il ritratto di un personaggio, una psicologia, un destino individuale e irripetibile che rende chi racconta diverso da tutti gli altri. Al contrario. Protagonista di La vita oscena non è un individuo ma la vita impersonale, il dolore senza nome, ciò che a rigore non potrebbe essere detto non perché di per sé vergognoso (figurarsi: oggi che non si vergogna più nessuno) ma perché in quanto sopra o forse meglio infraindividuale non può mai essere narrato senza la mediazione di un io, di un carattere, di un centro aggregatore di personalità, idiosincrasia, fierezza, non foss’altro della propria degradazione.

E’ questo che Nove riesce a evitare. Ciò che parla nella sua lingua è invece la vita stessa, la vita fisica, il corpo comune che rimane dopo che la mente ha smesso di esercitare il suo orgoglioso compito di rappresentante del principio di individuazione. A una tragedia individuale, il protagonista reagisce scegliendo di diventare pura carne, sofferenza senza volto, godimento senza desiderio, evento senza significato. Questo è l’abisso, altro che la droga o le puttane: ti aspetteresti una psicologia e ti si mostra una tumefazione. Sei abituato per antica convenzione letteraria a veder trasfigurato il dolore in maturità, saggezza, riflessione, e Nove te lo espone invece in tutta la sua tetragona, indecomponibile, eroica idiozia. La lingua, letteraria e no, non è solita a questo trattamento. Per leggere La vita oscena, il lettore deve dimenticare molte sue abitudini. Per questo d’altronde quella vita è appunto oscena, ovvero, alla lettera, fuori scena, non adatta e anzi refrattaria ad essere rappresentata.

Solo chiarito ciò diventa lecito, a quel lettore, azzardare una retrospezione sulla produzione precedente dell’autore. E riassestare il suo giudizio, e sciogliere i suoi dubbi: per esempio sul fatto che ci fosse un bel po’ di maniera (o peggio ancora di populismo) nella sua scelta di rappresentare il mondo intero sotto le spoglie dell’idiozia, della pochezza di linguaggio, della condanna al non sapersi esprimere e a essere invece espressi, vedi l’incipit di Woobinda succitato, dal linguaggio reificato e impersonale delle merci. Ecco infatti in La vita oscena una riflessione del protagonista all’ospedale, occasionato da una bibita da poco, povera imitazione della Coca Cola: “Le merci mi intenerivano fino a farmi soffrire, fino quasi a strapparmi dalla mia condizione, le merci e il loro povero portato di felicità mercantile, e per un attimo sentii che la capacità di soffrire in vista di un male minore era il senso della vita che mi stava sfuggendo, e il refrigerio di una bibita apparteneva a quei mali minori di cui ci riempiamo per fare la vita, costruirla nei giorni”. Non è un messaggio, non è un precetto di saggezza, non è la traccia umile ma concreta di una possibile speranza. Al contrario. Ma è la nostra vita, la vita che condividiamo, al netto dell’orgoglio individuale, con i nostri congeneri in una società che ha fatto della merce il suo sovrano, il suo farmaco, il suo paradiso. Oscena perché non può parlare di sé se non per bocca dell’impersonale che la nutre e la pervade per intero. Dolorosa perché senza pensiero, alternative, finzioni riparatrici o identitarie.

A questo fondo indistinto è sceso, pur parlando di sé, Aldo Nove. Come scrittore, non si sa se augurarsi che risalga: questo voleva e ci è riuscito. Come lettori e come esseri umani sì, e ovviamente non da solo.

(pubblicato su Alias, 22/1/2010)

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50 Responses to La vita impersonale di Aldo Nove

  1. passante il 26 gennaio 2011 alle 19:12

    bella lettura

  2. mario schiavone il 27 gennaio 2011 alle 00:46

    incuriosito da questo libro.

  3. giacomo sartori il 27 gennaio 2011 alle 01:29

    Giglioli dice benissimo la discesa nel dolore non psicologico, pre-psicologico, appunto idiozia (anche proprio nell’accezione greca dell’etimologia: l’isolamento dalla “sfera pubblica”), corpo che agisce, di questo romanzo; ma non era questo l’arcano anche di Woobinda, che conoscessimo o meno le “motivazioni”, motivazioni che in qualche modo – è vero, anche senza volerlo e anche senza indulgere in sciocchi biografismi è impossibile non fare il legame – questo testo ulteriore ci fornisce?
    (però la forza Woobinda, per parte mia non ho mai subodorato l’artificio letterario, non derivava in fondo proprio dal fatto che non le conoscevamo, che non riuscivamo nemmeno a intuirle?);

    devo confessare – ma mi permetto di dirlo solo in quanto ammiratore tendenzialmente incondizionato di Nove – che tutta la discesa nel sesso – che certo prende e rimane in testa, alla distanza ha pur sempre qualcosa di stucchevole, di scontatamente trasgressivo (anche se tutt’altro che autocompiaciuto, sono d’accordo); come dire, la materia è molto forte, e anche la necessità che muove il protagonista rimane sempre molto tesa, come dice Giglioli, non è questo, ma lo sguardo rimane in fondo piuttosto convenzionale; non impariamo niente da quelle pur forti, e necessarie, scene di sesso;

    il magnifico capitolo sull’ospedale, da cui Giglioli prende la citazione, è invece grande perchè ci sembra di vedere per la prima volta un ospedale – ospedale che tutti noi conosciamo benissimo – ci sembra di capirlo finalmente nella sua vera essenza (perchè appunto, ci accorgiamo leggendo, ci è anche molto familiare, nella sua ostilità); questo è il grande Nove, per me

    ma appunto, parlo da ammiratore, e forse dovrei rileggerlo (qui dove sono non l’ho più)

  4. Massimo il 27 gennaio 2011 alle 12:44

    L’ho letto e mi è piaciuto. Sarà che il dolore rende fratelli. Devo dire però che se questo fosse stato lo scritto di un esordiente, non se lo sarebbe filato nessuno.

  5. Giovanni Cocco il 27 gennaio 2011 alle 14:31

    Pur essendo un fan sfegatato del primo Nove, quello di “Woobinda” e di “Puerto Plata Market”, non posso esimermi dall’esprimere uno sdegno per il collettivo “gridare al miracolo” riferito all’ultimo prova del Nostro.
    Come se un libello di centocinquanta paginette, al di là dell’unico aspetto interessante (quello legato al tentativo, solo parzialmente riuscito, di creare una specie di poema in prosa), potesse davvero costituire un punto di riferimento per la narrativa italiana di oggi (come lo fu, al contrario, l’esplosivo “Woobinda” nel ’96).
    Il miglior libro di narrativa italiana del 2010 (come ha sentenziato qualcuno)?! Ma suvvia! E il Mari di “Rosso Floyd” dove lo mettiamo (giusto per citare un testo che viaggia su ben altre sintonie)?
    Un libro del genere può essere scritto in una settimana e mezza da chiunque!
    Siamo alle solite: dittatura dell’autofiction; esibizione dei propri fegatini; narrativa post-adolescenziale (col ricorso alla prima persona ormai unico italico salvacondotto per la gloria editoriale); narrativa testimoniale; e poi, ovviamente, e soprattutto: trans, cocaina e sfighe personali.
    Ma davvero non ne abbiamo abbastanza di queste cose?
    E il caro, vecchio, anglosassone filtro della fiction? Passato di moda?
    Nel recente passato ho lodato lo strepitoso esordio di Tomassini (“Sangue di cane”, Laurana, 2010) e mi sono scagliato contro la prima prova narrativa di Gilda Policastro (“Il farmaco”, Fandango): devo tuttavia riconoscere che in entrambi i casi sopra menzionati (uno riuscito e l’altro decisamente meno) vi era ALMENO il tentativo di uscire dalle secche in cui era andata ad infilarsi la giovane narrativa italiana. Aspetto verso il quale (evidentemente) Aldo Nove, con questa sua ultima prova, non dimostra di essere interessato (con un dubbio di fondo che mi assilla: e se, al contrario, avesse compreso benissimo i meccanismi editoriali e avesse deliberatamente inseguito, con “La vita oscena”, l’onda lunga della “narrativa del deboscio” (definizione mia che accomuna la più recente produzione radical-snob) sinonimo di successo editoriale garantito?).
    Lunga vita all’IMMENSO Nove, dunque, con la preghiera di non rifilarci più simili patacche in futuro.
    L’uomo è intelligente, l’autore coltissimo: era davvero necessaria questa ennesima prova nel solco del disimpegno impegnato di tanta narrativa generazionale?

  6. matteo il 27 gennaio 2011 alle 15:19

    Interessante.

  7. marco rovelli il 27 gennaio 2011 alle 15:51

    Ho già scritto tutto il bene di questo libro, e concordo appieno con Daniele Giglioli – al quale ho chiesto di poter ripubblicare questo pezzo uscito per Alias.
    Mi è piaciuto molto anche il libro di Veronica Tomassini, perciò mi stupisce leggere quel che scrive Giovanni Cocco. Visto che allora “dittatura dell’autofiction; esibizione dei propri fegatini; narrativa post-adolescenziale (col ricorso alla prima persona ormai unico italico salvacondotto per la gloria editoriale); narrativa testimoniale; e poi, ovviamente, e soprattutto: trans, cocaina e sfighe personali” sono asserzioni che ben si adattano anche a Sangue di cane… (sostituendo trans e cocaina con homeless e alcolizzati…)

  8. vladimir d'amora il 27 gennaio 2011 alle 16:39

    http://www.youtube.com/watch?v=xw5x8DQfP6A

    …se una scrittura letteraria come questa di Nove, si iscrive in un contesto dove non potrà che risultare essa stessa oscena (osceno è, per Nove, l’appaiarsi di pubblico e privato, di serio e faceto, di alto e basso…quasi indecidibilmente)…cosa ce ne viene per comprendere e comprenderci secondo oscenità?

  9. andrea il 27 gennaio 2011 alle 16:47

    Bel pezzo. Abilmente costruito. Non credo che Nove meriti troppi elogi, ma è l’unico che butta su di sè il sudiciume di una letteratura morta, egotrofica, mercificata, inutile, bannata, sostituita da internet, decomposta, decostruita, paratattica, balbuziente, inane. Avendole nominate: la Tomassini si butta qualcosa addosso, si ferma, resta inerte di fronte alla LETTERATURA.
    La Policastro nemmeno ci prova e resta la critichessa e così sia (morirà discettando della qualsiasi cosa le arrivi col corriere in casa…).
    Un libro, un mezzo libro, niente. Non ci resta che Nove aspettando, aspettando.

  10. daniz il 27 gennaio 2011 alle 16:47

    a me aldo nove non piace per niente perché non amo gli intrattenitori. se devo farmi intrattenere guardo la7 oppure qualche volta è esilarante assistere a come recitano a centovetrine. non so se lo fanno apposta oppure sono così in gamba da recitare male così bene. spero continueranno.
    di aldo nove invece che si vede quanto è forzato per scrivere bene, anche il suo primo romanzo non valeva granché. era una robaccia gioventù cannibale… il pulp… la minestrina riscaldata.
    che squallore avere avuto scrittori come sciascia, manganelli… ed ora sto risciacquo. ma poi dico, NI, con tanti scrittori che ancora valgono, un post sul grande Celati, uno su Ermanno Cavazzoni, non vi viene mai in mente di scriverli?

  11. daniz il 27 gennaio 2011 alle 16:49

    che squallore avere avuto scrittori come sciascia, manganelli… ed ora sto risciacquo. ma poi dico, NI, con tanti scrittori che ancora valgono, un post sul grande Celati, uno su Ermanno Cavazzoni, non vi viene mai in mente di scriverli? solo sinistra fighetta?

  12. andrea il 27 gennaio 2011 alle 16:55

    .Cavazzoni è intrattenimento daniz,

  13. andrea il 27 gennaio 2011 alle 17:05

    e Celati ha una concezione della letteratura mortificante e datata. Due bluff, che mi combini? Queste stupidate lasciale in altri blog, tipo quello della Cippa Lippa.

  14. daniele giglioli il 27 gennaio 2011 alle 17:09

    A Giacomo Sartori:

    non lo so, probabilmente hai ragione tu. In effetti già da Woobinda tutto quel caratterizzare i personaggi attraverso le merci (e soprattutto i NOMI delle merci), o attraverso i segni zodiacali, era il tentativo di mettere in scena un soggetto senza io, la pura carne dolorante che è venuta dopo (e nella vita, prima). Perché la pura carne che parla da sé è una contraddizione in termini, è al massimo una tensione asintotica; uno straccio di maschera deve pur esserci, oppure appunto un suo sostituto. Lì erano il bagnoschiuma e tutto il resto, qui reagenti esterni altrettanto impersonali come la coca o le prostitute. Ma non so se ti ho risposto.

  15. daniz il 27 gennaio 2011 alle 17:18

    di cavazzoni ho letto parecchio e sono ammirativo dello stile che promana in molti romanzi e racconti. il tipo punta salato ad ogni frase come un vero stilista- non è manganelli ma quanti ce ne sono in giro?
    in più sia cavazzoni che celati hanno esplorato ed esplorano il comico nelle sue forme del grottesco e del gioco, che sia verbale o nel plot. non sono scrittori che in italia piovono dal cielo, e novunque (piovono dal cielo).
    aldo nove invece non sta proprio da nessuna parte. letterini plasmon.
    tra i tre, caro andrea, mi sembra proprio il Nove di bastoni a far parte del mazzo della cippa lippa… che fece passare king per shakespeare.

  16. andrea il 27 gennaio 2011 alle 17:26

    non ti basta il grottesco del quotidiano, lo vuoi mediato da vecchissimi libri (lo sembrano e non lo sono: Celati e Cavazzoni)? Lascia stare Manganelli, ormai già un CLASSICO. Se non ti piace Nove, pace. Vero ci fu sulla cippa lippa un consenso su king…imbarazzante. Ciao.

  17. andrea serti il 28 gennaio 2011 alle 00:05

    Mi dicono che la critichessa è livorosa e stanca. Si parlava di Nove e non di lei. Non abbiamo contatti, abbia pazienza.

  18. roberta salardi il 28 gennaio 2011 alle 09:03

    Che cosa vuol dire, per esempio “Tomassini si butta qualcosa addosso, si ferma, resta inerte di fronte alla LETTERATURA”? E’ una bella immagine ma che cosa vuol dire?
    E poi perché lei si butterebbe soltanto “qualcosa” addosso mentre Nove si butterebbe addosso di tutto? Visto che qui si tratta di due testi autobiografici, forse occorre essere bisessuali, drogati e puttanieri per fare della vera letteratura, per non restare inerti?
    Domando per capire, non per fare polemica.

  19. andrea serti il 28 gennaio 2011 alle 17:29

    Ciao Roberta, bisogna essere vivi, poi come giustamente dici ma scrivi di immagini e di buttarsi addosso tutte le miserie della LETTERATURA? Non so. Sto parlando di due esempi, quello di Nove e con più riserve della Tomassini, perché mi sembrano due che fanno della autobiografia scempio consapevole. Ma ci sono altri: Moresco, che io detesto per pigrizia, la Di Gregorio, forse.
    Quindi non occorre essere bisessuali o drogati per fare la VERA letteratura. Stai tranquilla. Quando tu pensi ad un romanzo cosa vorresti ci fosse scritto? Cosa vuoi come lettore? Io non so. Balbetto.

  20. roberta salardi il 28 gennaio 2011 alle 22:04

    Iacopo Ortis si uccide ma Ugo Foscolo non si è ucciso, anche se ha fatto una fine misera, credo, è morto in miseria. Da qualche altra parte si parlava di rilanciare il grande movimento romantico, anche come rinascita di una scrittura legata all’irrazionale, alle pulsioni, non preconfezionata o imposta dagli editori o dalle mode. Dei tre romanzi citati ho letto Tomassini, sfogliato solamente Policastro e non ancora letto Nove. Tomassini mi ha convinto appunto perché è evidentemente un’opera che nasce da una necessità interiore. L’autrice “doveva” raccontare quella storia, aveva dalla sua una sensibilità e degli strumenti linguistici che le hanno consentito di trasformare il vissuto in un’opera che ha una sua intensità. Questo mi ha sorpreso di quel romanzo, che è appunto un romanzo, dopotutto, cioè una cosa anche imperfetta, propria di un essere umano, con momenti riusciti, altri meno convincenti, secondo me, perché troppo legati all’ideologia dell’autrice. Ma non importano i difetti (in ogni caso non credo nella perfezione; cosa sarebbe?), tanto più in un’esordiente. Importa che questo libro è stato scritto perché qualcuno è rimasto segnato, turbato a tal punto da un’esperienza da doverla raccontare, forse trasformandola in qualche modo, ma nemmeno questo è importante. Insomma non è la trama che conta, non è la levigatezza stilistica… Ecco, è il nucleo libidico da cui è scaturito tutto, ciò che conta in sostanza e che ha offerto le potenzialità di riuscita del lavoro. Molto spesso, nei romanzi di oggi (ma sto generalizzando) manca questa carica libidica originaria, legata la fatto che chi scrive debba scrivere per una necessità interiore, perché oggi molti scrivono per necessità esteriori, appunto, mettono insieme pezzi, pagine, quantità seguendo meccanismi abituali e convenzionali. La carica energetica originaria è anche quella che porta a concentrarsi di più sull’opera, a lavorarci, a lavorarla, a raggiungere risultati espressivi.
    Tutti dicono che anche per “La vita oscena” è così. Può darsi. Se già il titolo comunque è significativo di un’opera, in questo titolo vedo una doppiezza che gioca a sfavore. Il titolo, nonostante il significato etimologico erudito, ha anche un altro significato più evidente, usato dalla casa editrice per esercitare un certo richiamo su un target di lettori cui io non appartengo. Mi infastidisce fin da subito il giochetto della casa editrice.
    Questo lavoro si preannuncia come “furbo”. Però può darsi che, nonostante il compromesso del titolo, sia un capolavoro.
    In precedenza Nove mi ha convinto con “Mi chiamo Roberta…” (che però non è un romanzo, ma una raccolta d’interviste, un lavoro giornalistico). “Woobinda” invece mi aveva deluso per il tentativo di cancellare la psicologia del personaggio (lavoro secondo me impossibile). Capisco che lui voleva rappresentare il concetto: siamo ormai diventati merci, non abbiamo più un’anima, possiamo uccidere per un detersivo mamma e papà. Concetto sociologico che però conoscevamo già. Non gli siamo debitori di questa intuizione. Bene, la resa poetica che lui ha dato con “Woobinda”di questo concetto peraltro molto noto non mi ha convinto, proprio perché un personaggio non è un involucro vuoto privo di psiche, una persona non è un burattino. Ditemi se sbaglio.
    “Sangue di cane” conterrà eccessi di sincerità o ingenuità (sarebbe la sincerità, come dice Guglielmi, questo “restare inerte davanti alla letteratura”?) ma almeno è onesto. Di libri furbi ne abbiamo abbastanza.
    Policastro non l’ho letta attentamente, mi sembravano pagine tirate un po’ via, con ingredienti ancora una volta “furbi”.
    Ma la mia è un’interpretazione freudiana e quindi romantica dell’arte.
    Non c’è molto spazio qui per approfondire.

  21. andrea serti il 29 gennaio 2011 alle 00:31

    Roberta, non credo nelle urgenze creative o meglio devono “turbare” come quelle della Tomassini, che rende tutto meravigliosamente miserevole e necessario. Lei è entrata nella letteratura che può sopravvivere oggi senza nemmeno accorgersene. L’egolatria è la malattia. Su Nove che dire? Basta. Non l’hai letto l’ultimo, mi sembra di capire che non hai intenzione di leggerlo. Per me è la letteratura VERA che avanza con dolore. Ci sono ovviamente pezzi che non mi piacciono, ma è un libro fatto a pezzi già dall’autore. Della critichessa non parlo, massimamente perché le tue parole: “Policastro non l’ho letta attentamente, mi sembravano pagine tirate un po’ via, con ingredienti ancora una volta “furbi”, mi trovano basito. Pur avendo dato un mio sommario giudizio, tutto mi verrebbe in mente meno che le sue pagine sono tirate via (?) o condito con ingredienti furbi (?). Se lo trovi brutto non tergiversare. Capirai se puoi trovarci qualcosa di “ROMANTICO”.

  22. giacomo sartori il 29 gennaio 2011 alle 01:32

    @ Giglioli
    sì, ti spieghi benissimo, e mi sembra che tu abbia ragione;

    però forse per Woobinda si potrebbe rinunciare a porsi il problema degli attributi del soggetto dell’enunciazione, perchè con questa lettura si arriva solo a un impasse (“come fa a dire così tanto con così poco?”, “chi è che parla?” …), se non addirittura a letture grossolanamente riduttive – e assolutamente ignare della complessità (e della pregnanza/bellezza) del testo – che sono uscite anche in alcuni commenti qui sopra; in fondo cosa ci importa conoscere questo soggetto? vogliamo davvero che abbia una qualche verisimiglianza, un suo “realismo” tridimensionale?; no

    quello che importa è che nel testo si susseguono delle enunciazioni che nella loro apparente banalità definiscono un mondo narrativo molto forte e per così dire necessario; il problema è che la lingua dice sempre molto di più di quello che sembra (come ci insegna appunto proprio Manganelli, visto che qualcuno lo ha tirato in ballo); e qui non sono le merci, e i loro inscindibili immaginari mediatici, che caratterizzano i personaggi, come potrebbe sembrare, è la lingua che scimmiottando il vuoto semantico e il silenzio dei marchi commerciali (se solo si gratta dietro la superficie), ci dice in realtà molto di più, e in particolare appunto ci fa respirare proprio questo vuoto nel quale galleggia l’impostura pubblicitaria, vuoto che noi tutti abitiamo;
    ma appunto molti lettori non coglievano questo gioco, e si fermavano a una impropria lettura “au premier degré” (o non manganelliana che dir si voglia);
    ma Woobinda è uno di quei tipici testi che suscita amori o odi, senza via di mezzo, per intenderci come i testi di Marguerite Duras, o come Thomas Bernhard (non a caso autori che dicono cose che le parole di per sè non enunciano): il che per quanto mi riguarda mi sembra essere molto spesso un sintomo di grandezza;

    utilizzando questa prospettiva non vedo una contrapposizione con la Vita oscena, dove appunto le parti migliori mi sembrano essere quelle nelle quali la lingua ci dice molto di più di quello che la “situazione diegetica” esprime; e per contro molte scene di sesso, diegeticamente molto forti, non dicono nulla al di là del significato letterale delle parole: lì Nove mi sembra molto meno interessante; ma appunto proprio questa è la prova che l’autobiografia non c’entra, o non spiega, proprio nulla: in ogni caso noi leggiamo finzioni, e non è certo dove la storia è più cruda (dove presumibilmente l’autobiografia è più vicina) che il nostro diletto è più grande;

  23. roberta salardi il 29 gennaio 2011 alle 13:27

    Leggerò entrambi, sia Nove sia Policastro. Sebbene abbia trovato a suo tempo, in Woobinda, la rappresentazione dell’uomo contemporaneo reificato un po’ “easy”, tale da non rendere tutta la sofferenza che un processo di reificazione comporta. Non è questione di realismo o di tridimensionalità del personaggio, comunque.
    L’incipit di “Farmaco” mi dava l’idea di un testo privo di grande spessore simbolico. Il rimando al simbolico è secondo me la letteratura: lasciar intuire dietro una scena un’altra scena (una pluralità di sensi e di significati). “Pagine tirate via” nel senso di scritte frettolosamente, ma posso aver letto io frettolosamente.
    Il dato autobiografico, certo, conta relativamente, può anche non vedersi nell’opera. Nel senso che una ferita può essere il nucleo emotivo da cui scaturisce la necessità di scrittura, ma l’elaborazione e il prodotto che ne seguono dipendono moltissimo, a mio avviso, dalla sensibilità e dagli strumenti che l’autore si è formato nel tempo. Da qui l’importanza non trascurabile della formazione e del contesto culturale.

  24. roberta salardi il 29 gennaio 2011 alle 13:43

    Dimenticavo di dire che, invece, in “Sangue di cane” la dimensione simbolica, la stratificazione delle immagini e dei rimandi, si percepisce fin da subito.

  25. daniele giglioli il 29 gennaio 2011 alle 16:59

    A Sartori:

    le cose che dici erano il mio credo quando studiavo all’università: il testo è tutto e la biografia niente, la biografia non spiega l’opera, l’autore muore quando inizia la scrittura: era una sorta di giuramento di Ippocrate diffuso che circolava come moneta corrente. A tutt’oggi non riesco a prescinderne. Però devo dire che la fortuna sempre in crescita dell’autofinzione, il fatto che il personaggio abbia lo stesso nome dell’autore, mi mette in difficoltà. E’ anche questo un effetto di testo. Chi legge non può prescinderne, è una cosa che sta lì, sotto i suoi occhi, e questo proprio nel momento in cui l’autore sembra puntare tutte le sue arte sull’attraversamento continuo della frontiera tra arte e vita. Si può certo dire che una vita, una volta scritta, è pur sempre qualcosa di radicalmente diverso dalla vita vissuta, così come nelle performance della body art più estrema l’artista aveva un bel tagliuzzarsi tutto il corpo, sempre all’interno della cornice estetica si rimaneva (il museo, il pagare il biglietto…) Resta il fatto però che gli scrittori quella frontiera la mettono a tema, ne fanno un elemento di attrazione che non è solo una strategia pubblicitaria (ti racconto i fatti miei, ammirami per la mia spudoratezza; ma questo lo faceva già Rousseau), e vanno evidentemente incontro con questo a un bisogno diffuso. Quale non lo so, però bisogna pensarci.

    A Roberta Salardi: guarda che il libro di Gilda Policastro è molto “scritto”…

  26. andrea serti il 29 gennaio 2011 alle 17:51

    Cara Salardi, ho timore che lei non sia adeguata a leggere testi di narrativa oppure io sono antichissimo. La seconda, forse. “Sebbene abbia trovato a suo tempo, in Woobinda, la rappresentazione dell’uomo contemporaneo reificato un po’ “easy” fa veramente cadere le braccia, cosa c’era di Easy nel libro di Nove, io non so, ma fino allo scoramento stiamo scrivendo di un autore che amo moltissimo, acriticamente. Non faccio testo.
    Su Gilda Policastro:”la letteratura: lasciar intuire dietro una scena un’altra scena” e per questo il libro della Nostra è tirato via. Perché lei vive la LETTERATURA come un CINEMA più statico dove sentire le EMOZIONI. Dunque ammette senza patemi che di letteratura non capisce un tubo? Non li legga, non importa. Ciao.

  27. roberta salardi il 29 gennaio 2011 alle 18:08

    Letta la prima parte di “La vita oscena”. Notevole. Mi scuso per aver avuto dei pregiudizi, ma il titolo secondo me è fuorviante. Nemmeno la recensione mi aveva aiutato a capire. Nella recensione si attira l’attenzione su “Woobinda”, e non so se giovi. A mio avviso qui siamo lontani da “Woobinda”(è solo la mia modesta opinione ovviamente). Là il mondo era completamente reificato, qui tutto è anima. Anche quando il protagonista in ospedale fa amicizia con una lattina di coca cola, perché gli pare di non avere più altri affetti, altre amicizie, non c’entrano i discorsi sociologici. Qui tutto è psiche. Lui si sente molto vicino alle cose perché prova pietà per tutte le cose dell’universo; si sente simile ad esse per un comune destino mortale, non per ingiustizia sociale o simili. L’ingiustizia è diventata cosmica. Bellissima la pagina (p. 25) in cui il protagonista striscia per terra e sta a contatto della nuda terra per molte ore, una notte e più, sentendosi simile a un uccello ferito, a “qualcosa che aspetta la morte”. Esistenziale. Riuscito. Ma tutte le pagine sono giustificate, di nessuna si potrebbe dire: è superflua, è inutile.
    Sono contenta che un autore possa fare della prosa lirica senza essere attaccato dai critici, che in genere odiano questo genere, non so perché. E sono contenta di aver imparato qualcosa da questo confronto nel blog.
    Leggerò anche Gilda, promesso.

  28. roberta salardi il 29 gennaio 2011 alle 20:03

    Non avevo ancora letto il tuo intervento, Andrea, mentre scrivevo il mio. Siamo tutti consapevoli del fatto che la letteratura non è come lo sport o la matematica, dove è lampante se una gara è riuscita o un problema risolto. Mi pare che sia stato detto da tutti che “Woobinda” fu un libro controverso (e può essere persino un segnale positivo, ha detto Sartori). Il tuo amico Daniz parla di “letterini plasmon”, “robaccia cannibale” ecc. Inoltre, forse non lo sai, ma Marco Rovelli qualche tempo fa ha dovuto chiudere i commenti a un suo post su Aldo Nove, perché giudicati troppo intemperanti. Mi sembra che gli altri siano molto più duri di me, che almeno sono capace di dubitare e di ricredermi all’occorrenza.
    Anche quando c’è un largo consenso o dissenso su un’opera, possono essere in gioco fattori emotivi, proiettivi, propri dei lettori. E’ verosimile che l’identità dei gusti dipenda in linea di massima dall’essersi formati su testi analoghi, con la condivisione degli stessi criteri estetici, però anche in questo caso emergono divergenze d’opinione, diverse affinità.
    Scusa se non ti do del Lei, ma in queste conversazioni virtuali mi piace pensare che ci sia aria d’amicizia, che nessuno ce l’abbia con nessuno e che a volte si discuta semplicemente perché si vogliono capire meglio le cose. Tutto è partito perché non mi era chiaro cosa si intendesse con l’espressione “restare inerti fuori dalla letteratura”, riferita alla Tomassini. Affermazione che hai poi contraddetto, perché a un certo punto scrivi che lei è una che ce l’ha fatta.

  29. daniz il 29 gennaio 2011 alle 23:53

    @roberta salardi
    non sapevo di avere un amico in andrea serti. andrè, s’annamo affà n’coffi?
    poi le volevo dire che non faccia tanto caso a quello che vo scrivendo perché non so scrivere e attoppo, non si stozza niente. però mi raggela il sangue la sua definizione di letteratura e simbolico; un po’ easy jet.
    non si senta infine così terrorizzata dal giudizio di andrea serti non tanto per lui quanto perché vorrebbe essere sgridata dopo il qui daniz… ce parlo io col serti, mettemo tutto a riposo.
    e stia tranquilla.

  30. daniz il 30 gennaio 2011 alle 00:50

    andrè, ma tu vuoi armarmi la mano, famosene pure tre allora, birre e coffi… ma actung coi compromessi specie se istorici che sono delle mistificazioni! l’unica consolazione è che in letteratura, mistificazione più, mistificazione meno…

  31. giovanni il 30 gennaio 2011 alle 06:52

    concordo con il post di fabrizio alla prima recensione fumosa ed elogiativa di nove : dopo aver letto questi sublimi elogi si prende in mano il libro e…cadono le braccia…ma siamo certi che queste pagine meritino anche solo il desiderio di recensirle?

  32. giovanni il 31 gennaio 2011 alle 05:42

    l’ho letto l’ho letto…
    non so se si venda per il voyeurismo dei lettori…
    o per un cattivo gusto dominante che fa vendere Acciaio e altre simili prelibatezze…ma penso che per dscrivere quel che si descrive nel libro si trovi di meglio nei vecchi giornalini porno…lè c’era un pò più di partecipazione nelle descrizioni..

  33. daniz il 31 gennaio 2011 alle 11:53

    @Daniele Giglioli

    Mi permetto di introiettarmi nel punto dove dicotomizza arte e vita, scrittura e postura, potrebbi?

    che le due cose debban rimanere spaziate non ci piove. per la legge non è proprio così, e abbiamo allora uno stato che si fa e s’è sempre fatto recensore, regolamentando ciò che si può e ciò che non si può scrivere. Ma il punto non è questo.

    Tra uomo e narratore ce ne passa qualcosa, ma poi quanto? Ve lo immaginate Calvino, er paciocco de nonna sua, scrivere Storie d’ordinaria follia? Infatti ha scritto la Formica argentina. Ora in un determinato ordine letterario ci sono scrittori che si mettono a menar giù autobiografico, ma de brutto, daniè. Mena oggi che te meno domani, secondo te, a sentì sempre ‘io corsi sulla pellaccia mia’ ‘io sputai in faccia a mio padre’ ‘me fumai na paglia’, il lettore pensa che quell’autobiografico sia rettilineo, dall’uomo alla pagina… come un tiro di fionda, come testa e piedi. Lo scrittore lo sa bene questo, è l’ultimo degli sprovveduti, ci fa il suo investimento, ci marcia.

    l’investimento è metà biografico, metà letterario, più letterario che biografico. Solo che quando leggi un narratore che si spoglia della sua animaccia costruita e lurida e te la getta come se fosse accaduto veramente nella vita sua, tu lettore davanti al miracolo della spogliazione ci rimani due volte che non sarebbe così in terza persona. Non sarebbe uguale se parlassi di un altro circo, d’un’altra farsa.

    Bukowski che scrive d’essersi portato a letto la donna del padre la sera della sua sepoltura (del padre). Céline che nel Viaggio e in tutto il suo corpus narrativo vende continuamente la sua ‘dignità’, come medico, come uomo, come marito.

    Lo stesso diremmo di Lawrence e di tanti altri.

    sciogliere l’ambiguità di fondo tra uomo e opera è deleterio perché azzoppa l’opera e affossa l’uomo. Fermo restando che degli scrittori vale l’opera e una bella storia non basta per fare un grande libro, ci vuole vicino uno scrittore, necessariamente. Che poi lo scrittore riesce a costruire di sé un grande narratore interno, simil-somigliante-distante è un altro step ancora

    una cofessione totale (e in questo è l’uomo a degradarsi) è mediata con un impatto forte solo se si gioca di tutta prima (persona). di primo collo, il proprio. da lì girandole e mattoni

  34. daniele giglioli il 31 gennaio 2011 alle 14:58

    A Daniz:

    il tuo slang è molto raffinato (scrittura e postura: fantastico, puoi aggiungere tutti i daniè che vuoi, non scherzo), ti ho linkato e vedo che sei un appassionato di Céline; solo che non sono sicuro di aver capito. La fusione tra le due la vuoi o no? Io sono perplesso, alla lettera, nel senso che davvero non so. Molti con cui parlo la ritengono una barbarie, o peggio ancora un turpe ricatto al lettore, altri invece la vedono come una rottura rivoluzionaria. Io davvero non lo so. Ma tu? Dici, Céline: ma nel Céline del viaggio ci sono sì tante cose riconducibili immediatamente all’autore; non però il fatto che sia stato venduto come schiavo agli spagnoli, e altro ancora. Quindi rettilineo mai. Però la strategia su cui molti puntano è sfidare il lettore a pensare che sì, quel nesso non sarà diretto ma insomma è reale, mediato ma autentico. Kafka e Proust sarebbero inorriditi, Céline me lo saprai dire tu. Ma tu cosa ne pensi? E’ anche una banale richiesta di spelling.

  35. daniz il 31 gennaio 2011 alle 16:08

    sì forse non sono stato molto potabile.
    allora, in Proust ho trovato tanta robba, ma proprio tanta, daniè. Se ci pensi però Proust non fa del Narratore un omosessuale, preferisce animare altri personaggi al fine di esplorare quel suo personale universo immaginario e reale. Proust sapeva che se si fosse fatto lui in prima persona omosessuale avrebbe opacizzato il suo capolavoro, perché agli occhi di un lettore degli anni ’20 sarebbe diventato scandaloso non per la sua portata intestina d’opera d’arte, ma per quel particolare dell’ ‘inversione’ sessuale. Proust capiva che avrebbero fuso entrambi in un mozzicata sola. Il pubblico non era ancora in grado di assistere a una pantomima dal vivo, capì? avrebbe svagonato il senso dell’opera. Erano capre, su.
    E’ la stessa cosa che succedeva alle palliate a Roma, pe’ esse bone dovevano esse’ fatte col pallium, il mantelletto greco, cioè ci voleva una mese en scene indiretta.
    Lo stesso è cogli autori. Céline è il primo a mettere in risalto le energie negative della sua persona. Céline aiutò e difese a spada tratta la povera gente, da medico. Ma nelle opere, il narratore, va al di là di questo. Céline sapeva che l’umanità non è samaritana e basta, conosceva la sua ferocia. Ed anche la propria, come persona. Allora il Narratore dice che fa del bene, che non si fa pagare dai malati poveri, ma lo fa per mettere in risalto il nero dello spirito: che a lui sta cosa gli sta pure sulle palle che non riesce a tirarci na bistacca dall’ambulatorio! Leggansi le prime pagine di Morte a credito per esempio.
    Riversare su di sé il lurido della persona, caricarselo sto capro espiatorio, creare una ambiguità tra narratore e autore carnale è necessario se si vogliono dire cose forti. Cioè sei nella finzione letteraria, ma azzeri i ponti coll’astratto, parli bocca a bocca.
    Finita la lettura, e l’ “estraniamento oh my god!”, uno dovrebbe rendese conto che il narratore è parte dell’autore, ma è anche un veicolo dell’autore, na motoretta, nzomma, prima o poi dovimma ascì da lu teatro, o no?
    Questo per dire che una differenziazione netta è possibile con alcuni. Altri no, dovrebbero essere trattati con altri guanti. E accettare l’ambiguità come la roulette russa, e stare alla pazzia finché si pazzia. Il lettore attento è in grado di svignarsela dalla parte quando è il momento.
    Crederci, per quel tanto, è altresì fondamentale.

  36. roberta salardi il 31 gennaio 2011 alle 17:42

    Non ho più avuto tempo di leggere la seconda parte di “La vita oscena”, ma, per concludere le mie riflessioni comprendendo anche la questione autobiografica, a me pare che Nove abbia un temperamento lirico, per cui gli viene naturale la poesia, gli riesce il poemetto in prosa e convince laddove esprime una grande sofferenza. Lui stesso afferma che “il dolore è l’unico maestro”. Per lui è il dolore che fa tutto, è il dolore che crea il mondo della poesia, che è un mondo di ipersensibilità e di compartecipazione con chi soffre.
    Una rappresentazione più ampia e articolata della società secondo me gli interessa meno, per cui il processo di reificazione dell’uomo contemporaneo, a mio avviso, è reso in modo più convincente da altri scrittori, senza che questo nulla tolga al suo valore di poeta.

  37. francesca matteoni il 31 gennaio 2011 alle 19:47

    @ andrea serti, prescindendo dal fatto che a me il libro in questione è piaciuto, se uno non ha i tuoi soliti gusti ed esprime, anche magari non articolandolo, un dissenso o un altro parere deve per forza brancolare nel nulla? A me sembra che in questo modo di fare, con tanto di lettere maiuscole, ci siano perentorietà e arroganza, che forse rinsaldano dinamiche di gruppo, ma certo non fanno bene a nessun tipo di confronto, nemmeno su un libro, tanto meno su un libro.
    Detto questo trovo che il linguaggio lirico alternato ad una lingua secca, quasi impersonale fino al fastidio con cui alcune scene sono narrate contribuiscano allo straniamento del lettore e a rendere la dimensione del dolore. Di Nove ho apprezzato Woobinda, Amore mio infinito, le poesie nel libro per Crocetti, La Balena, di cui non mi toglierò mai dalla mente l’episodio del gatto randagio. Sono tutti libri che trovo legati e, forse è solo una mia impressione, sempre con meno autocompiacimento – fino a questo, scritto con nudità contro la propria biografia. Chi fa materia letteraria di se stesso lo fa probabilmente per distruggere il tempo, la sua condizione temporale, per non perdonarsi nulla e solo così espiando, facendo pulizia.

  38. daniele giglioli il 1 febbraio 2011 alle 17:40

    A Daniz:

    interessante quello che dici di Proust. In effetti lui ha rimproverato più volte Gide per aver rappresentato direttamente come degli omosessuali i suoi protagonisti e narratori: gli diceva più o meno: potete scrivere tutto quello che volete, a patto di non dire io. E infatti nella Ricerca, dove è “io” che parla, ci sono tortuose manovre per metterla in scena, spionaggi, occasioni improbabili al limite dell’inverosimiglianza, nonché un grandioso lapsus nel bordello di Jupien (Tempo ritrovato) studiato da un bellissimo saggio di Lavagetto, Stanza 43. Cancellare la biografia mettendola al tempo stesso interamente all’opera (più che nell’opera), con tutti i rischi del caso. La scelta di Céline sembra opposta (dire di più, di peggio di quello che si è fatto), ed eclissarsi nella petite musique della scrittura.

    A Francesca Matteoni:

    “con nudità contro la propria biografia”; era questo che avrei dovuto dire.

  39. daniele giglioli il 1 febbraio 2011 alle 17:42

    … completo, è saltato un passaggio: sembra opposta ma in realtà è complementare

  40. andrea serti il 2 febbraio 2011 alle 16:39

    Matteoni, rispondi. Io la parte: “A me sembra che in questo modo di fare, con tanto di lettere maiuscole, ci siano perentorietà e arroganza, che forse rinsaldano dinamiche di gruppo, ma certo non fanno bene a nessun tipo di confronto, nemmeno su un libro, tanto meno su un libro” non l’ho proprio capita. Quando si rimane basiti si parte col cazzeggio di cui mi scuso.
    Ha due minuti per me? Grazie. A

  41. rigodon il 2 febbraio 2011 alle 19:46

    Al volo,
    tra “Sangue di Cane”,e Nove/Policastro,ce sta lo mare in mezzo.

  42. Zach Sodenstern il 2 febbraio 2011 alle 20:43

    L’ho letto ieri, in due ore. Non mi è piaciuto. Di solito non leggo letteratura contemporanea, specie italiana. Ma ero al Raval, ieri sera (abito a Barcellona), e avevo letto i vostri commenti. C’è quella libreria sotto l’arco di un vecchio palazzo di fine Ottocento. Sono entrato. C’era. Così l’ho sfogliato. Non proprio l’inizio, e nemmeno pagina 69 perché adesso l’ha detto qualcuno e va di moda. Quello che ho letto mi piaceva. Lui e il papà, negli anni ’70, a correre in autostrada con l’auto che vibrava tutta, «come un’astronave». Poi quella frase sul nulla, tutti che comprano cose per nasconderlo. Il papà nello scantinato della sua edicola. E poi, un salto, il protagonosta che si fa tutta quella cocaina e sale sul taxi per andare da un’altra puttana, e il taxista che lo guarda strano dallo specchietto retrovisore. L’ho comprato.

    Stufa quando si mette a fare tutti quei numeri sul dolore. O quando fa la lista della spesa delle cose che si fanno durante una scopata, come le elencazioni barocche, o come quelle che facevano Rabelais o Sterne. Mi piacevano quelle che facevano loro. C’è bisogno di costruirci sopra un Taj-Mahal, sulla battona o i marchettari che ti carichi? Quando si fa tutte quelle storie sembra un lacaniano che si è fatto qualche riga anche lui. Ma mi è piaciuto quando si è ricordato di Georg Trakl.

    Mi sono convinto che non mi piaceva quando il protagonista dice di assaporare col palato lo sperma di quei tre marchettari. Mi ha fatto pensare a Giulio Einaudi quando lesse Il catino di zinco di Margaret Mazzantini e smise alla scena della bambina protagonista, lei va a nascondersi sotto la gonna della nonna e sente un odore insopportabile.

    Ma perché Nove continua con quello stile finto naif? E poi, uno che in una notte si fa così tanta cocaina e così tante scopate si sarà divertito almeno un po’. Poteva scrivere quello, di libro. E’ come diceva Manganelli a proposito di Manzoni: «Nei Promessi sposi, fra tutte le storie che c’erano, ha scelto la più brutta».

  43. franz krauspenhaar il 3 febbraio 2011 alle 17:15

    è un piccolo classico. La vita è oscena sul serio, oltretutto. (che palle certi interventi. manganelli che cita manzoni… le storie belle… con le storie belle… sa dove me le attacco?)

  44. andrea serti il 3 febbraio 2011 alle 17:46

    Zach, l’hai letto con molta superficialità. Come dice Franz, la vita oscena è un piccolo classico. Prendi spunti a casaccio, l’hai letto con la light sul cuscino. Questo modo sciatto di argomentare personalmente mi ha stufato. Che vuoi che ti si dica?

  45. daniz il 3 febbraio 2011 alle 19:03

    però ragazzi non è che se uno critica Aldo Nove ha letto con superficialità. si può sleggiuccare pure la divina commedia, per carità, ma solitamente un libro importante non si esaurisce in una lettura superficiale. i libri si rubbano il tempo e la temperatura che meritano. e in questo vorrei fare un discorso over the Nove.

  46. Zach Sodenstern il 3 febbraio 2011 alle 21:27

    Andrea, Franz -visti così, siete voi due i piccoli classici.

  47. lupo il 3 febbraio 2011 alle 23:50

    scopro che aldo nove ha avrebbe una lingua

  48. lupo il 3 febbraio 2011 alle 23:50

    scopro che aldo nove avrebbe una lingua

  49. daniz il 4 febbraio 2011 alle 14:59

    @lupo
    come paletta per la saliva,
    indubbiamente

  50. andrea serti il 5 febbraio 2011 alle 00:47

    Zach, non leggere allora un libro DENSO come quello di Nove in due ore o meglio non lo scrivere. Piccolo classico mi piace.



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