La lingua

20 marzo 2011
Pubblicato da

di Gianni Agostinelli

C’è un’immagine che mi tormenta. Un tizio ritto in piedi che si tocca la punta del naso con la punta della lingua. Lo stava facendo con totale naturalezza davanti a una ragazza, mentre quella parlava. L’ho visto coi miei occhi, nel 2005.
Stamani mentre faticavo a infilarmi i calzini stavo pensando proprio a lui. Vai a sapere perché. Questo tizio mi torna in mente a intervalli regolari, non tanto ravvicinati ma abbastanza frequenti da farmi dire ad alta voce “basta”.
“Basta cosa?”
“Niente” dico a mia moglie. Che la chiamo moglie anche se non siamo sposati, però mi vien meglio dire moglie che compagna di vita, o solo compagna, o coinquilina, o fidanzata, che ormai i tempi dei fidanzatini son passati, o qualcos’altro. Magari posso chiamarla col suo nome, ma è brutto e non glielo cambio qui, neanche per finta. Sono un tipo onesto.
Insomma: “Niente” dico a mia moglie.
E poi cambia argomento, un paio di commissioni da fare, sorvola sul “basta” e va avanti. Io posso tornare al tipo alto e magro. Per intendersi quello che riusciva ad arrivare con la punta della lingua sulla punta del naso. Schifoso ma affascinante, estremamente. Ci penso anche al bar ma vengo interrotto da tre signori brizzolati che discutono sull’inno d’Italia. Uno dice: “Che cazzo ha fatto Mameli a parte l’inno, eh? Perché per una sola canzone deve restare famoso nei secoli? Eh?”
Eh. Son domande pure queste. Gli altri due han fatto spallucce perché dei tre quello che parlava era l’unico con la cravatta e quindi o l’han lasciato fare o secondo me hanno pensato che avesse ragione. Comunque è finita lì. Poi non ho seguito molto quel che si dicevano perché sono tornato a fare una prova. Dico, magari con un po’ di ginnastica della lingua riesco a renderla più elastica. Mentre mi esercito, con la mano a coppa per coprirmi la bocca, faccio finta di sbirciare il Corriere dello Sport sul tavolo. Aspetto che la barista inizi a preparare un caffè e tento di allungare la lingua al naso. Niente. Allora prendo un gratta e vinci. Gratto, perdo e faccio un sospirone. Non sono deluso per aver perso al gratta e vinci ma perché stamani ho ricominciato a pensare al tizio che riusciva a raggiungere la punta del naso con la lingua. Mi ero ripromesso di non pensarci più. Per questo ho detto basta ad alta voce stamani. Eran passati almeno un paio di mesi che il tizio non mi tornava in mente e non mi mancava per niente. L’ultima volta che ci ho pensato era fine dicembre. Lo ricordo precisamente perché quella sera non stavo proprio in forma, era il 29 dicembre. Stavo sbattendo i pugni contro il muro della cucina nel tentativo di modellare alcuni aspetti del mio carattere. Mi spiego. Non riesco a sopportarmi quando abbasso lo sguardo e avevo appena perso un round col vicino di casa. Per una cavolata, qualcosa che adesso nemmeno voglio tirar fuori qui perché non è la sede adatta. Comunque prendevo a pugni il muro della cucina. Poi però ho detto calmati per piacere. Anzi no, questo l’ha detto mia moglie. Io ho detto e come faccio? E lei ha detto pensa a qualcos’altro. Qualcosa che ti piace. E io ho detto ma mica sono un bambino che deve pensare al gelato, io non riesco a pensare a niente adesso che sono incavolato. E mentre lo dicevo m’è venuto in mente il tizio magro col cappotto del tenente Colombo. Un tizio che, incredibile, riusciva ad arrivare con la punta della lingua sulla punta del naso. Poi ho detto a mia moglie vai a letto che arrivo. E lei ha detto basta che è vero. E io mi sono seduto con la faccia al muro, quello della cucina. Mentre fissavo il calendario ho provato ad arrivare con la lingua fino al naso. Niente da fare. E allora mia moglie è tornata in cucina e ha detto ma sono le cinque passate. Sei restato su quella sedia da ieri sera? Parlo con te. Vieni a letto, stai bene?
Eh, insomma.

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5 Responses to La lingua

  1. Grazia il 20 marzo 2011 alle 15:39

    Lettura gradevolissima.
    Anch’io una notte sono rimasta seduta alla mia scrivania con lo sguaro fisso sulle imposte chiuse che avevo di fronte. Cercavo di arrivare a contare sino a trenta pecore ( limite minimo e arbitrario impostomi da sola) prima di tornare a realizzare il crollo di un caposalo della mia vita sul quale avevo costruito la mia esistenza. Il limite massimo raggiunto è stato di sei pecore ed anche con grande sforzo. Buona giornata, se è possibile. Grazia.

  2. @t il 20 marzo 2011 alle 17:35

    Io ci riesco. Intendo a toccarmi il naso con la lingua. E’ una delle pochissime cose che mi riguardano che suscita meraviglia negli altri ma non ne ho mai abusato, anzi…non ci tengo affatto ad essere riconosciuto per “quello che si tocca il naso con la lingua” e non credo sia il modo migliore per colpire l’attenzione di una ragazza. Sto cercando, con enorme fatica, di distinguermi in altri campi. In compenso, non so fischiare e questo sì che mi dispiace!

  3. Novella il 20 marzo 2011 alle 18:51

    Io non riesco assolutamente a toccarmi il naso con la lingua ne ad arrotolarla come fanno in molti, una volta mi é stato detto che é una questione di “geni”.
    A parte questo ho trovato il pezzo veramente interessante, specialmente quando il tizio da’ pugni contro il muro per cambiare il suo carattere nel giorno in cui si sentiva in splendida forma.
    Bello.. in italia bisognerebbe dare più spazio a questi giovani scrittori dalla penna “verace” anche per svecchiare un pò il panorama della letteratura italiana stessa, con tutto il rispetto per i grandi Benni, Baricco, Ammaniti..ma insomma deve esserci posto anche per i “Gianni Agostinelli”.

  4. matteo ciucci il 20 marzo 2011 alle 20:07

    Davvero un bel pezzo, complimenti!

  5. Fabio il 25 marzo 2011 alle 12:28

    Grande Giannnn………….metti in parole i pensieri della quotidianeità. Chi non si è ritrovato solo con le sue manie leggendo questo racconto……;)



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