Ernesto Sabato, la classe media e la dittatura

18 maggio 2011
Pubblicato da

di Alberto Prunetti

In seguito alla recente scomparsa dello scrittore argentino Ernesto Sabato – lo scrivo senza accento sulla prima “a”, come d’uso in Argentina – molti blog letterari italiani, a cominciare da Nazione Indiana, hanno pubblicato articoli che commentano la vita e l’opera di questo scrittore. Sul valore dell’opera di Sabato non ho niente di aggiungere a quanto ho letto, perché sono consapevole della qualità della sua narrativa. Ho trovato invece gli articoli italiani lacunosi nella descrizione del profilo politico-biografico di Sabato. Mentre in Argentina alcune scelte di Sabato durante la dittatura di Videla sono state estremamente criticate, in Italia l’autore de Il Tunnel viene ricordato solo per i suoi meriti letterari o per la sua introduzione al rapporto Nunca más, che ne farebbe ipso facto un campione dei diritti umani. Ma era davvero così “earnest” il nostro Ernesto? Assieme ai suoi meriti come romanziere, molti commentatori argentini (certo non sulle pagine di «La Nación» o del «Clarín») hanno parlato di un uomo con un percorso tutt’altro che lineare, pieno di ambiguità e compromessi rispetto alla dittatura. L’immagine di Sabato è associata a quella di Borges, un altro grande della letteratura e per un certo periodo suo compagno di antiperonismo, che però non brillava di lungimiranza politica appena usciva dai labirinti di carta. L’accusa è nota, e sono note anche le repliche difensive di Sabato e Borges in merito al famoso invito a pranzo che il dittatore Videla estese ai due letterati. È nota la fotografia triste che li immortala accanto al sanguinario dittatore e le mille scuse e giustificazioni che rimbalzarono per anni in Argentina su quell’episodio.

La difesa di Pio Laghi
I dubbi sulla condotta di Sabato durante la dittatura, a lungo coltivati dalla diaspora di scrittori argentini in esilio, esplosero negli anni del ritorno alla democrazia quando il Conadep – organismo creato per eseguire una prima indagine sulle nefandezze della dittatura, presieduto dallo stesso Sabato – pubblicò una lista di repressori responsabili di crimini commessi durante la dittatura di Videla. Personaggi illustri e compromessi non a livello morale, ma a livello penale, ovvero considerati responsabili o corresponsabili di gravi reati. Tra questi c’era monsignor Pio Laghi, uomo del Vaticano a Baires, noto come “il tennista” per le sue partite a tennis col dittatore Videla. A difendere questo indifendibile pelato si alzò in Argentina la voce di Ernesto Sabato, che con l’autorità della presidenza del Conadep interveniva per spezzare una lancia a favore di Laghi.

A pranzo col dittatore
Quando l’autore di Sopra eroi e tombe prese le difese del messo vaticano Pio Laghi un altro scrittore, Osvaldo Bayer, lo accusò sulle pagine del giornale delle Madres in un articolo intitolato La verdad a medias no (de Pio Laghi a Ernesto Sabato), comparso nel numero di gennaio 1985 del «Periódico Madres de Plaza de Mayo». Bayer in Italia non è molto conosciuto. Basti per ora sapere che al contrario di Sabato, che pubblicava anche sui giornali della dittatura, Bayer è stato condannato a morte da un gruppo clandestino armato e costretto all’esilio per aver scritto un paio di libri, poi bruciati nelle pubbliche piazze. L’accusa di Bayer entra nel merito della posizione che Sabato avrebbe tenuto rispetto alla dittatura: un comodo specchietto per le allodole, una sorta di utile pseudo-difensore dei diritti umani, tenuto in un limbo letterario per dimostrare al mondo che in Argentina c’era libertà d’espressione per chi aveva idee non conservatrici (mentre si torturava e uccideva un’intera generazione di avversari politici). In particolare a Sabato non viene rinfacciato tanto o solo il famoso pranzo a fianco di Borges col dittatore ma questa dichiarazione comparsa sui giornali argentini successivamente all’invito di Videla: “Il generale Videla mi ha fatto un’eccellente impressione. Si tratta di un uomo colto, modesto e intelligente. Mi hanno impressionato la vastità di giudizio e la cultura del Presidente” (la frase è riportata alla stessa maniera sui principali quotidiani argentini del 20 maggio 1976). Il numero successivo della rivista delle Madres, pubblicato nel marzo del 1985, contiene una breve e laconica risposta di Sabato e la controreplica di Bayer. Cominciamo con la risposta di Sabato, che dichiara di avere accettato la proposta oscena di un incontro col dittatore solo come “scrittore di una sinistra democratica” che “assicurava la rappresentatività totale degli uomini di cultura non compromessi col terrorismo”. Aggiungeva poi Sabato – senza essere troppo persuasivo – che “era idea generalizzata in quei primi tempi che Videla incarnasse la parte moderata del golpe militare”. In seguito quell’incontro sarà giustificato con argomentazioni che ricordano le giustificazioni del Vaticano sulla comparsa di Wojtyla sul balcone accanto a Pinochet e che non spiegano perché gli scrittori, gli intellettuali o i militanti che non avevano commesso reati e tantomeno erano implicati nella lotta armata, fossero comunque sequestrati e assassinati. Ma lasciamo replicare Bayer, aggiungendo che in altri contesti Sabato dirà, senza riscontri, di aver incontrato Videla per mettere una parola a favore dello scrittore Haroldo Conti, già desaparecido, su mandato dei familiari di Conti. La replica di Bayer è lunga è gonfia di indignazione. Lo scrittore, esule per molti anni in Germania, sostiene che le posizioni tenute in quegli anni da Sabato “hanno prodotto su noi esuli un danno profondo”. Un danno che non può essere cancellato con un colpo di cimosa solo dal rapporto Conadep. Il Nunca más infatti, spesso elogiato come un nobile atto di difesa dei diritti umani, è stato un classico prodotto dell’era della presidenza Alfonsín, ovvero un atto di transizione elaborato in un momento in cui si raccoglieva una documentazione fondamentale mentre tanti si rifacevano una verginità democratica. Senza negare l’importanza storica del Conadep e la capacità che ebbe di produrre documenti sugli anni della dittatura, Bayer critica i criteri di selezioni di certi esponenti di questa organizzazione. Nella commissione di Sabato, secondo Bayer, c’erano limpidi difensori dei diritti umani e altri che erano complici e avevano un passato torbido di collaborazionismo con la dittatura (non stupirebbe allora il rifiuto del Premio Nobel Pérez Esquivel di far parte della Commissione Sabato). Altro punto di critica è l’atteggiamento di condiscendenza che Sabato ha tenuto rispetto al regime. Sabato dopo l’incontro con Videla non si dilunga sui contenuti della conversazione col repressore ma rilascia questa dichiarazione, riportata dal «Clarín» del 20 maggio 1976: “Credo, per ragioni di cortesia, che debba essere la Segreteria di Pubblica Informazione a dare notizia di quello che abbiamo discusso”. Confermato da Prensa: “[…] per ragioni di cortesia, l’informazione deve essere fornita dalla Segreteria di Pubblica Informazione della Presidenza della Nazione”. Erano quindi i sicari della Comunicazione della dittatura a far sapere al popolo che cosa si erano detti Sabato e Videla. Pertanto proprio alla Segreteria di Videla, cioè a un’agenzia di disinformazione sistematica, Sabato riconosceva il diritto di fornire un’informazione obiettiva. Ovviamente la notizia circolò anche all’estero e fu interpretata come un puntello di una fantasmatica politica democratica dei golpisti, che mentre discutevano con celebri letterati di “temi spirituali e storici” – come riportato poi da Sabato – nei giorni precedenti avevano già realizzato il sequestro e l’assassinio di cinquantuno colleghi dell’autore di Sopra eroi e tombe: scrittori, giornalisti, artisti, uomini di cinema e di teatro. Il senso dell’operazione – ne fosse o meno consapevole Sabato, e questo dipende appunto dalla sua perspicacia politica – era quello di una legalizzazione (rivolta più verso gli ambienti della stampa e della cultura esteri, per l’interno bastavano le pistole e la picana) del regime. E Sabato non si fece attendere e si prestò a legalizzare con la propria presenza – e lo stesso fece Borges – il generale golpista e repressore, chiamandolo “Presidente della Nazione”. Sabato dirà in seguito che era andato solo per chiedere informazioni sul desaparecido Huroldo Conti. Gli esuli replicano: poteva andarci in privato, chiedendo un incontro, senza prestarsi a una cerimonia di puntellamento del dittatore. E poi, siamo davvero sicuri che Sabato si sia esposto a parlare di questo con Videla? O rimase in silenzio, come rimase in silenzio quando – sempre durante la dittatura militare – viaggiò in Spagna e in Francia? Quale migliore occasione per denunciare la sorte di Huroldo Conti e delle altre migliaia di desaparecidos, magari sconosciuti militanti che non erano né scrittori né guerriglieri? E invece, Ernesto se calló. Tacque. O anzi, in Francia e Spagna parlò. Ma della purezza della lingua e del suo amore per la Francia. Negli anni l’episodio del pranzo con Videla verrà giustificato in molti modi sia da Sabato che da Borges. Per Sabato addirittura sembra che l’evento venga quasi rimosso e poi trasformato in un’invenzione dei suoi nemici di sempre (gli esuli di sinistra), che a suo dire lo attaccavano perché non gli avrebbero perdonato il suo antistalinismo o il suo antiperonismo. Intervistato per il giornale «La Maga» nel 1995, alla domanda della giornalista che gli chiede “Che cosa può dirmi della sua visita a Videla?” Sabato perde le staffe e risponde: “Vedo che ripete ancora le frasi calunniose che si sono lanciate e che si continuano a lanciare dall’estrema sinistra”. Un evento storico è ormai diventato una calunnia della sinistra (curioso meccanismo paranoide di sostituzione della realtà che funziona anche ai nostri giorni in Italia).

L’eroe della classe media
Si poteva chiedere di più a Sabato? Se lo domanda anche Bayer. E la sua risposta è: onestamente no. Cito Bayer: “Sabato è il rappresentante legittimo della nostra classe media. […] Che in lui si vede pienamente riflessa: i suoi fantasmi, le sue paure, i suoi successi, la sua necessità di vedersi premiata, la sua assenza di contrizione, la sua incapacità di provare rimorso. Passa allegramente, senza alcun problema, dalla più tragica delle dittature a un paese con libertà civili, senza sacrificare neanche una lacrima.” Insomma, Sabato sarebbe un grande letterato con tutti i vizi della classe media argentina, ansioso di esprimersi su tutto e su tutti, di non perdere il treno delle opportunità, di non rimanere a terra. Funzionario della dittatura di Aramburu, poi del governo di Frondizi, quando annusa il ritorno di Perón dice che “L’argentina necessita un De Gaulle.” Vorrebbe essere il Malraux di Perón e aspira a dirigere la Biblioteca Nazionale, ma il Vecchio non lo considera e lui ne parlerà – da morto – come di “un sinistro demagogo”. Poi il sostegno – da “scrittore democratico di sinistra”, come dice lui – alla dittatura, e quando il regime vacilla il salto sul carrozzone della pseudo democrazia alfonsiniana.

Operazioni di vernice durante i mondiali della vergogna
Ma facciamo un passo indietro. All’infausto mondiale della vergogna, quello del ’78. Ormai sappiamo chiaramente che gli uffici stampa della dittatura arrivarono a far uso finanche dei detenuti clandestini per orchestrare piani di comunicazione finalizzati a lavare l’immagine dei golpisti all’estero. L’apice di questa strategia fu raggiunto nel corso dei mondiali del ’78, quando tutti i riflettori erano puntati sull’Argentina. Osvaldo Bayer, esule in Germania, ricorda di aver sfogliato nei giorni del mondiale la rivista tedesca «Geo-Magazin» – una di quelle pubblicazioni che si sfogliano dal barbiere o nella sala d’attesa del dentista – e di averci trovato un articolo di Ernesto Sabato. In quest’articolo il lettore tedesco medio trovava il modo di vedere sfatate tutte quelle lamentele degli esuli argentini, che lamentavano continuamente torture e assassinii crudeli. Il golpe di Videla veniva spiegato come una necessità dovuta al caos della Presidenza di Isabelita Perón, un modo per riportare l’ordine nel conflitto tra estremismi di destra e di sinistra (un’asserzione che contiene in nuce la teoria sabatiana “dei due demoni”, cioè la narrazione giustificatoria post-hoc, propagandata da Sabato, che i desaparecidos argentini altro non sarebbero che il risultato del confronto tra terrorismo di destra e quello di sinistra). Citiamo testualmente le parole di Sabato: “L’immensa maggioranza degli argentini chiedeva quasi per favore che le forze armate prendessero il potere. Tutti noi desideravamo che terminasse quel vergognoso governo di mafiosi (quello di Isabelita, ndt).” E di seguito: “Disgraziatamente accadde che il disordine generale, la criminalità e la crisi economica fossero così grandi da non permettere ai nuovi governanti di risolvere questi problemi con i mezzi di uno stato di diritto. Perché nel frattempo ai crimini dell’estrema sinistra rispondeva l’estrema destra con selvaggi attentati di rappresaglia. Gli estremisti di sinistra hanno portato a termine i più infami sequestri e i crimini più mostruosi e ripugnanti”. Dimenticandosi che l’estrema destra non era altro che il poliziotto che si toglieva la divisa e rimuoveva la targa della sua Falcon verde, con la protezione del governo golpista, il futuro presidente del Conadep aggiungeva: “Senza alcun dubbio, negli ultimi mesi le cose sono migliorate nel nostro paese e le bande terroriste armate sono state messe per larga parte sotto controllo”. La stessa documentazione Conadep dimostra che le cose si fecero ancora più barbare nei giorni del mondiale e in quelli successivi all’orgia di calcio. Che l’autore di queste righe dovesse diventare un vessillo dei diritti umani è cosa alquanto sorprendente, o forse è una particolarità di quello strano paese che è l’Argentina. Ma non è finita qui. Non contento, Sabato esigeva più durezza: “La democrazia deve apprendere la sua lezione dalla storia e deve sapere che coi vecchi metodi liberali, ereditati da tempi meno problematici, non si possono dominare i deliri del presente”. Niente male per uno che si definisce “scrittore della sinistra democratica”. L’ambasciata argentina in Germania fotocopiò l’articolo in migliaia di copie. Con quell’articolo, afferma Bayer, “noi esuli in Germania subimmo una dura sconfitta”.

Prima le Malvinas e poi Nunca más
La storia infame della dittatura continua e in certo modo termina con la guerra delle Malvinas del 1982. Poteva il Nostro perdersi questo treno? Certamente no. Le Malvinas sono una “causa sagrada”, una santa causa per cui vale la pena mandare al macello ragazzini di 18 anni. Il 14 giugno del 1982 Sabato dichiarerà alla rivista spagnola «CAMBIO 16»: “Molta gente è morta sotto due metri quadrati di un telo. Ma è un errore credere che due metri quadrati di telo siano solo questo. Trasformati in bandiere sono il simbolo di una ideologia, di una nazione, di una sacra causa. Pertanto sono convinto che sì, in questo caso, vale la pena”. Vale la pena morire per i dittatori a diciott’anni. Infine il ritorno della democrazia, arrivato quasi per caso, in un paese demoralizzato. Sabato diventa il difensore dei diritti umani, il prefatore del Nunca más. “Sono per la giustizia non per la vendetta”, preciserà subito Sabato. La giustizia argentina è ancora in marcia, e arriva tardi, ma questa non è colpa di Ernesto Sabato. Che se ne va con la sua strategia del colpo al cerchio e uno alla botte, e sempre nel giusto medio, senza mai giocarsela troppo. In fondo sono stati indulgenti anche i commentatori di «Pagina/12». Se le rassegna stampa del «Clarín» o de «La Nación» non brillano per criticità, il giornale che ha ridato voce agli esuli argentini, «Pagina/12» (fondato tra altri anche da Osvaldo Soriano, e famoso per gli articoli di Horacio Verbitsky) si limita a ricordare episodi già noti senza girare troppo il dito nella piaga. Juan Sasturain si limita ad annotare che il vecchio scrittore ormai si era “collocato – senza pudore né dubbi – al di là del bene e del male, sopra le contraddizioni occasionali, in un terreno di naturale impunità che gli permetteva, notoriamente, prima di partecipare a un incontro con Videla e poi di presiedere la Conadep” (Juan Sasturain, La importancia de llamarce Ernesto, in «Pagina/12», 2 maggio 2011). Come riportato da Silvina Friera nello stesso numero di «Pagina/12», forse l’ultima parola l’ha messa davvero Elvira, l’ultima compagna, al momento dell’interramento della bara. “Anche attraverso i suoi errori, si impegnava in quello che pensava, per quanto si sbagliasse. Dopo, poi, chiedeva scusa”.

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28 Responses to Ernesto Sabato, la classe media e la dittatura

  1. Alberto Prunetti il 18 maggio 2011 alle 16:16

    Mi scuso per qualche refuso. Però “questo indifendibile pelato” ha qualcosa di sur-reale…ovviamente è scappata una erre.

  2. Giuliano il 18 maggio 2011 alle 16:39

    Il refuso è divertentissimo – sono andato a cercare una foto del pelato in questione, trovando la definizione sufficientemente descrittoria. Questo a parte, ho apprezzato il preciso approfondimento: ho amato la narrativa di Sabato in un paio di volumi e alla sua scomparsa sono stato tra gli apologeti. Venire a conoscenza di dettagli così importanti – politicamente, se non anche letterariamente – mi sembra giusto e utile. Grazie.

  3. Fabrizio Lorusso il 18 maggio 2011 alle 16:48

    L’ho letto tutto d’un fiato e ringrazio A.P. per il doveroso e interessante chiarimento. In effetti anche in Messico, dove vivo, tra i “latino-americanisti” delle varie discipline, soprattutto studiosi di sociologia e storia più che di letteratura, le versioni su Sabato vanno quasi tutte verso una critica del “clasemediero” Sabato e non verso l’elogio del Sabato riconvertito ai diritti umani. Questo passaggio interpretativo è ancora più attuale ed efficace se pensiamo ai processi riaperti e alle condanne già emesse in questi anni di kirchnerismo in Argentina che hanno dovuto in qualche modo rompere il tabù dell’amnistia e la finta riconciliazione (nell’impunità) degli anni ottanta e del menenismo.

  4. genseki il 18 maggio 2011 alle 18:04

    Qui in Spagna i media del gruppo PRISA (El País etc.) hanno sottolineato soprattutto, l’anticomunismo, l’antiguerrillerismo, l’anticastrismo, l’antiperonismo, e l’antimontonerismo di Sábato. Una strategia chiara da parte del poderoso gruppo mediatico iberico che da sempre ha difeso le transizioni che garantiscano l’impunitá a golpisti, franchisti, paramilitari e difeso con fernezza i diritti umani solo a Cuba. Io non conosco Ernsto Sábato, nel senso che non ho letto quasi nulla di lui, ma mettendo insieme quello che ho detto e questo post i conti tornano.
    genseki

  5. Alberto Prunetti il 18 maggio 2011 alle 20:45

    A conferma di quanto sopra, mi giunge voce che nell’ultima edizione argentina del Nunca Mas la prefazione di Sabato sia stata rimossa. In effetti il Nunca Mas è stato un documento fondamentale, per quanto parziale. L’interpretazione della dittatura del prefatore invece ha giustificato quel percorso pazzesco (leggi di obediencia debida e di punto final) che hanno regalato impunità e giustificato la repressione. Di fatto le prime condanne stanno arrivando solo con la riapertura dei processi richiesta da Kirchner, cioè negli ultimi anni (e anche qui, per ragioni di età, in molti la scampano).

  6. carmelo il 18 maggio 2011 alle 22:06
  7. Alberto Prunetti il 18 maggio 2011 alle 22:40

    @Carmelo: ho provato a inserire un commento sul blog di Sur, ma è ancora fermo in attesa di moderazione.
    @Giuliano: appena ho visto il refuso sono andato anch’io a cercare le immagini di Laghi.

  8. carmelo il 18 maggio 2011 alle 23:03

    @alberto @ Fabrizio Lorusso @max rizzante
    credo che i redattori di SUR saranno ben felici di accogliere i vostri contributi
    che noi lettori saremmo altrettanto felici di leggere,

  9. plessus il 19 maggio 2011 alle 09:16

    Questa sì che è informazione illuminante.
    Un lettore felice di leggere.

  10. mauro baldrati il 19 maggio 2011 alle 09:17

    Dunque una ennesima dimostrazione del rapporto disgiunto tra la miseria dell’uomo e la grandezza dello scrittore? Consideriamo ancora valida questa configurazione otto-novecentesca?

  11. francesco forlani il 19 maggio 2011 alle 09:27

    articolo necessario che pone molti problemi. Ecco perché necessario. Il refuso a questo punto va lasciato .

    refused- accepted

    Tra questi c’era monsignor Pio Laghi, uomo del Vaticano a Baires, noto come “il tennista” per le sue partite a tennis col dittatore Videla. A difendere questo indifendibile pelato si alzò in Argentina la voce di Ernesto Sabato, che con l’autorità della presidenza del Conadep interveniva per spezzare una lancia a favore di Laghi.

    effeffe

  12. Alberto Prunetti il 19 maggio 2011 alle 10:07

    @Mauro Non so se sia ottocentesca (di sicuro sembra valida fino e oltre al 1976). Credo che il problema grosso sia quello della relazione col potere. Ci sono persone (non solo letterati) per cui il potere è una forte attrazione. Nel caso argentino, poi, bisogna considerare anche l’antiperonismo degli intellettuali. Peron (scusate se mi perdo l’accento sulla o nei commenti) è stato uno spauracchio per molti intellettuali argentini, con i quali ha avuto sempre pessimi rapporti (a parte forse Marechal). Gli intellettuali, spesso provenienti dalla classe medio alta, dal Barrio Norte, da Recoleta, hanno per tutto il Novececento dialogato più con l’antiperonismo. Eppure ci sono anche modi libertari di essere antiperonisti: vedi Cortazar, o lo stesso Bayer. Invece le sirene dell’autoritarismo di destra hanno cantato e in molti le hanno ascoltate, e bisogna riconoscere la debolezza dei “grandi letterati argentini” dal punto di vista politico e umano. La successiva generazione di scrittori argentini (quella che ha cominciato a scrivere negli anni sessanta, ad esempio) ha invece pagato col sangue, l’esilio e l’ostracismo dei vecchi la non compromissione col potere. C’è stata anche una frattura generazionale. Sabato è un uomo che viene dal primo Novecento, come formazione. Chi ha vissuto i pochi ma determinanti aneliti di libertà della fine degli anni sessanta argentini, gli scioperi, il Cordobazo, la radicalizzazione politica dei settanta, ha fatto altre scelte. Salvo però finire molto male. Al meglio in esilio, mentre gli autori rimasti in Argentina dicevano tutto il male possibile degli esuli….

  13. Alberto Prunetti il 19 maggio 2011 alle 10:10

    @francesco

    Ottima la foto. Sul refuso, devo mettermi cenere in testa anch’io, perché un giorno non lontano la calvizie sarà l’unica cosa che potrò dire di aver condiviso col tennista di dio.

  14. mauro baldrati il 19 maggio 2011 alle 11:00

    Alberto,
    sì. Il punto (ottocentesco-novecentesco) è se uno può essere un uomo di m… e un grande scrittore. Cioè se le due figure siano per così dire indipendenti e l’opera non segue le miserie umane del suo autore. Sabato sembra una ennesima dimostrazione. Solo che oggi tutto sembra ribaltato, rimesso in discussione, e ogni teoria azzerata. Per questo mi pongo la domanda.

  15. Alberto Prunetti il 19 maggio 2011 alle 12:40

    La mia risposta personale è che sì, si può essere dei grandi scrittori e degli uomini di m. Però, considerando che la grandezza di una scrittura è negli occhi di chi legge, ogni volta che leggo delle belle righe di uno scrittore compromesso col potere sento una sorta di disturbo, come una frequenza radio che interferisce, un rumore di sottofondo che non mi fa godere appieno della lettura e che a lungo andare rischia di compromettere la splendida architettura del testo (se c’è). Ovviamente è un punto di vista mio, altri possono pensarla diversamente. Per come la penso io, poi, la scrittura è qualcosa che si fa con le mani, la fatica, l’impegno anche fisico, e quindi risuona del contrappunto delle prospettive sul mondo di un autore. Per tornare a Sabato, ci sono pagine di “Sopra eroi e tombe” in cui mi perdo quasi incantato per la maestria della scrittura, per gli incastri della trama. Ma non ce la faccio a fermarmi al gioco d’incastri testuale. Mi basta davvero poco a volte per allontanarmi dal testo. Ricordo il fastidio che ho provato, leggendo quest’opera di Sabato, quando l’autore tratteggia a un certo punto (non ho il libro sottomano, adesso) la figura dell’anarchico italiano Severino Di Giovanni, una delle figure più note di emigrati politici a Buenos Aires. Sabato lo dipinge con una camicia nera di seta. Certo, fa molto maledetto, ma è questo il racconto che la polizia del dittatore Uriburu diffondeva e che veniva raccolto dalla stampa sensazionalistica della classe media dell’epoca. Per capirci Di Giovanni era un espropriatore illegalista, una figura controversa, tra maledettismo romantico e ideale apostolico libertario, un maestro elementare e tipografo che si mise ad assalire le banche argentine alla maniera di Ravachol alla fine degli anni venti. Ma una cosa è sicura: quando lo hanno fucilato, non aveva una lira e mangiava solo pane per poter pubblicare i libri in una tipografia che aveva comprato e con cui pensava di educare il proletariato italo-argentino. Quando Sabato lo tratteggia come un ricco borghese con la camicia di seta nera, non so se ripropone l’immagine della polizia o quella della classe media che si guarda allo specchio idealizzando (e travisando) il nemico pubblico numero uno dell’epoca. beh, forse sono andato un po’ OT… comunque per tornare al motivo di questo commento, è stato proprio leggendo le righe su Severino Di Giovanni che ho sentito la nota discordante in “Sopra eroi e tombe”, anche se poi la cicatrice si è ricucita nel testo con le pagine successive, che sono notevoli. Invece l’attività giornalistica e le dichiarazioni di Sabato sono più difficili da ricucire, per come la vedo io….

  16. Alberto Prunetti il 19 maggio 2011 alle 12:45

    Aggiungo che l’aporia dell’abile narratore con politiche controverse è tornata di nuovo attuale in Argentina quando Mario Vargas Llosa ha vinto il Nobel. Da noi non si è sollevato il polverone che si è sollevato laggiù, soprattutto quando l’autore peruviano è stato invitato a parlare alla Fiera del libro di Buenos Aires.

  17. Antonio Coda il 19 maggio 2011 alle 13:02

    Di Ernesto Sabato non ho mai letto nulla.

    Leggendo l’articolo, e le note aggiuntive dei commenti, ora provo un contrasto. Siccome altre volte ho sentito citare, con apprezzamento, le sue opere, questo ulteriore accertamento del suo valore come scrittore può essere la spintarella finale.

    Però.

    Io non pretendo lo scrittore-eroe. Lo scrittore-morale. Insomma: lo scrittore-perbene. Ammirabile.
    Il vigliacco, l’indegno, l’umiliante, l’umiliato: i romanzi più intensi, forse, li hanno scritti loro. Perché forse per dire la verità su sé stessi ci vuole tanto e più coraggio che per dirla contro un Potere Fuori di sé.

    Però.

    Il braccetto col Potere… Tutto, ma il braccetto… D’accordo, l’Opera va separata dall’Autore, ma l’Opera di un Autore andato a braccetto, insomma… E certo, nessuno si sceglie i tempi, e le dittature, in cui vivere, ma…

    “Il gioco del mondo” di Cortazar è un fuoco. Anche “La città e i cani” di Llosa è un fuoco. Non leggere Sabato è perdersi un fuoco, allora, o un fuocherello con la coda imperdonabilmente di paglia?

    ( E se a uno scrittore manca il coraggio – quale che sia: non dico per forza politico; il coraggio, per me, è una qualità estetica irrinunciabile – cosa gli resta da mettere, nella sua scrittura, che merita di sopravvivergli?).

    Un saluto,
    Antonio Coda

  18. Alberto Prunetti il 19 maggio 2011 alle 13:35

    @Antonio,
    lo scopo del mio articolo è innanzitutto dare un’immagine a tutto tondo di Sabato, integrando alcune lacune che ho trovato nella blogsfera italiana. Prova a questo punto a leggere Sabato e valuta tu stesso quanto e come gli aspetti extratestuali indicati dal mio articolo influiscano nella tua lettura.

    Devo precisare che non credo che a Sabato sia mancato il coraggio. Probabilmente ai suoi fini non gli serviva, lui stesso non era parte di quel cambiamento sociale che si era messo in moto tra gli anni sessanta e gli anni settanta in Argentina. “Potevamo aspettarci di più da Sabato?”, si chiede Bayer. E la sua risposta è no.

    Sabato è stato forse nel bene e nel male solo un esponente di quel particolare fenomeno che è la classe media argentina.

    In conclusione mi sembrava una forzatura farlo passare come il campione dei diritti umani, quando il suo rapporto-prefazione del Nunca mas è così viziato dai compromessi col passato. Oppure è proprio il prodotto, come dicevo io, del periodo di Alfonsin, di una democrazia accartocciata sulla dittatura, che non ha mai fatto i conti col pasato, in cui in tanti si sono trasformati in maniera gattopardesca in maestri dei diritti umani, mentre si preparavano le indulgenze, le amnistie e le immunità.

  19. raul schenardi il 19 maggio 2011 alle 18:00

    @Alberto. In Prima della fine, Sabato parla così di Di Giovanni (la traduzione è mia):

    Agli operai parlavano di libertà, ma li arrestavano se aderivano agli scioperi, gli parlavano di giustizia, ma li reprimevano e li torturavano barbaramente; l’habeas corpus e altre norme costituzionali venivano aggirati con cinismo nella pratica quotidiana. Finché le minacce e il pericolo di morte che subivamo sono piombati su due grandi dirigenti anarchici: Severino Di Giovanni e América Scarfó. Di Giovanni lo avevo conosciuto al centro culturale Ateneo, e nonostante il suo aspetto da maestro di scuola, con la sua pistola e la sua banda divenne una figura leggendaria. Furono catturati e davanti al plotone d’esecuzione morirono gridando «Viva l’anarchia!»: un grido che ancora mi commuove a distanza di sessant’anni.

  20. Alberto Prunetti il 19 maggio 2011 alle 18:26

    Raul, grazie per la segnalazione (e piacere di conoscerti, ho segnalato opere tradotte da te su Argentinazo, seguo spesso il tuo lavoro).

    Ovviamente le mie critiche si riferivano a quanto Sabato scrisse su Di Giovanni ai tempi di “Sopra eroi e tombe”, cioè intorno 1961, ma veramente è un pelo nell’uovo. Se non erro il libro che citi tu è uscito molto più tardi, e questo confermerebbe la tendenza dell’autore a cambiare le proprie idee secondo il barometro del momento. La biografia di Di Giovanni esce a fine anni sessanta, inizio anni settanta, e rovescia completamente l’immagine pubblica del personaggio, che da criminale spietato diventa quasi un eroe romantico. Su Di Giovanni sono inciampati in tanti. Lo stesso Osvaldo Soriano racconta di aver cominciato la propria amicizia con Bayer proprio litigando a proposito di Di Giovanni. Il fatto me l’ha poi confermato Bayer quando lo intervistai per Il Manifesto. Però c’è una cosa che non mi torna: America Scarfò all’epoca dei fatti non era una dirigente sindacale ma una ragazza minorenne (per quanto già molto sicura delle proprie idee). Tanto più che non fu processata né fucilata ed è morta pochi anni fa (le ho dedicato un articolo al momento dell scomparsa su Carmilla e Il Manifesto: http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001929.html).

    Ma cambiando discorso: hai visto che è morto Carlos Trillo? A me era piaciuto tantissimo “L’eredità del colonnello”. Lo ricorda su Radar anche Saccomanno (ho tradotto il pezzo, lo metto su Argentinazo domani sera)

    Ciao!

  21. raul schenardi il 19 maggio 2011 alle 19:33

    @Alberto, il piacere è reciproco, seguo le tue recensioni su Carmilla. Ti ringazio moltissimo per la segnalazione a proposito di America Scarfò, temo si tratti di un mio scivolone, perché nel testo di Sabato si parla di “Severino Di Giovanni e Scarfò” tout-court, sono io che ho interpretato nel senso di “America” senza verificare e ahimè, all’oscuro della sua morte recente… ma allora, secondo te, di chi parla Sabato?
    E no, apprendo da te la notizia della morte di Trillo, che peraltro confesso di non aver letto e di conoscere solo di fama.
    Per il resto, vado veramente di fretta e non ho tempo di sviluppare
    un ragionamento su Sabato. Ho spulciato un po’ di giornali argentini nei giorni
    dopo la sua morte e ho cercato di renderne conto in un pezzo sul blog Sur
    che forse avrai visto, senza tacere l’episodio del pranzo con Videla o le
    contestazioni a proposito del testo per il Nunca mas, ma sinceramente
    devo dire che non mi sento di esprimere un giudizio così severo sull’uomo,
    considerato anche che ha vissuto a lungo e probabilmente ha avuto modo di ravvedersi e di pentirsi di certe scelte. In ogni caso, decidendo di non prendere
    la via dell’esilio, doveva aver messo in conto un certo tipo di compromessi.
    E comunque la sua posizione non mi sembra così compromessa (per gli elementi di informazione e di giudizio che possiedo) da poterla paragonare
    ad altri scrittori (un nome per tutti, Céline) della cui lettura tuttavia non mi voglio privare. Fino a un certo punto condivido anche il tuo gusto per gli scrittori che comunque hanno dimostrato una coerenza esemplare nei confronti del potere, ma anche qui, sarà perché fortunatamente la passione letteraria ha prevalso in me su quella politica, non mi sento di essere così severo su quelli che si sono lasciati ammaliare dalle sue sirene… altrimenti dovrei buttare via metà della mia libreria! E senza fare sconti a quelli che si sono legati a dittatori di sinistra, da Neruda che ha scritto versi orripilanti di lode a Stalin, a Gabo per la sua grande amicizia con Fidel.
    Condivido in pieno invece il tuo discorso su Sabato come esponente di una certa borghesia e anagraficamente un po’ spiazzato dalle lotte degi anni 70.
    Grazie comunque del post e a risentirci

  22. raul schenardi il 19 maggio 2011 alle 19:50

    @ alberto: dalla lettura del tuo articolo sul manifesto su America Scarfò deduco che a essere fucilato insieme a Severino fu Paulino, uno dei due fratelli di America,
    corro a correggere… muchas gracias

  23. Alberto Prunetti il 19 maggio 2011 alle 20:17

    Raul, ti lascio la mia mail, sono sicuro che sarà un piacere ritrovarti: ittoni@iol.it. Tanta carne sul fuoco, difficile dirimere ogni capello… anch’io ho letto con piacere Celine, soprattutto però quello del primo periodo (il Viaggio e Morte a credito), i romanzi successivi non ce la faccio proprio…

    Su Scarfò: sì, era il fratello Paulino che morì a fianco di Severino. Mi sembra che Arlt abbia raccontato l’episodio in una delle sue Acqueforti portegne, ma non sono sicuro…
    Nos vemos, che!

  24. carmelo il 19 maggio 2011 alle 21:01

    man mano che gli passano, sempre più mi vado convincendo che l’opera letteraria tarscende la “miserabile” vita del suo autore.
    L’etica dello scrittore attiene unicamente alla lealtà verso la sua opera e verso i lettori, che non possono svenduti, al mercato, all’ideologia, a qualsiasi causa, insomma, per nobile che sia, estranea all’opera stessa. Così come lettore ritengo di gran lunga piu’ ripugnante e immorale uno scrittore che scrive strizzando l’occhio al mercato o alla “rivoluzione”.
    Man mano che passano gli anni gli eventi, le contingenze storiche le posizioni politiche, evaporano e mutano di prospettiva e servono solo a contestualizzare l’opera che invece assume contorni sempre più nitidi riguardo al suo reale valore.

  25. [Rassegna Argentina vol.6] « Blaluca il 20 maggio 2011 alle 11:53

    […] [Videla]” in poi. Chi è interessato ad approfondire la questione può leggere l’articolo qui. Proprio in omaggio a Borges invece la Fondazione Cini a Venezia inaugurerà il prossimo 14 Giugno, […]

  26. F. F. Poli (già supervisore nel Nunca màs in ital. il 3 giugno 2011 alle 19:25

    Le partite a tennis del “pelato” (mio concittadino) mons. Laghi erano con Massera, non con Videla…

  27. Paolo il 18 giugno 2011 alle 13:48

    Credo che nel ricostruire la vita biografica, la figura di Sabato meriti rispetto, attenzione e equilibrio che vanno ben al di là di ricostruzioni dal taglio giornalistico. Certo un conto è vivere in Germania in esilio e avere posizioni nette contro la dittatura come Osvaldo Bayer, di contro difficile è vivere in patria sotto dittatura in un clima di paura e repressione dove le posizioni si fanno a volte più defilate e si è chiamati a prestarsi a incontri e inviti compromettenti. La vita, le opere, le scelte concrete di Sabato non lasciano dubbi sulla sua democraticità, un conto è scavare su momenti
    particolari che necessitano analisi storiche, ben altro è tacciare Sabato di collaborazionismo o peggio di compromissione con la dittatura.
    Credo che sia più facile vivere in esilio esaltando i i valori di democrazia e libertà, piuttosto che vivere sotto dittatura cercando di mantenersi coerenti con questi valori.

  28. fm il 18 giugno 2011 alle 14:20

    Trovo questo commento particolarmente intelligente ed equilibrato. Lo sottoscrivo in pieno.

    fm



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