Scuola di calore V

1 giugno 2011
Pubblicato da

Morago, Fuoco Fatuo, 1995

di Massimo Rizzante

Sybille

Secondogenita, ho dovuto ben presto infilare nella cruna
dell’ago tutta me stessa. Che altro fare se volevo destare
l’attenzione di mia madre? Amava mio fratello Charles. Trovavo
impronte di rossetto Rouge Interdit perfino sulle sue natiche

Perciò sono cresciuta nell’ombra. E ciò ha fatto sì che non pagassi
l’entrata per il circo né che rincorressi il successo travestita
da nana o nazista. Me ne stavo con gli zingari, nelle roulottes,
nelle gabbie, nel tanfo degli animali in cattività: che altro c’è da vedere?

Poi, in città, certo non potevo sperare di sposare un pivello.
Così m’innamorai di un vecchio visionario, un ex pugile di Lione
che camminava come un manzo portato al macello, con cinque
matrimoni alle spalle e sette figli da chiudere all’angolo

Lo vidi la prima volta a un ricevimento in onore di un ricco
mecenate delle arti. Gli scrissi una poesia che lui mi rispedì
con le sue correzioni in rosso. Finalmente qualcuno che con il pathos
si era lavato i coglioni! Seguì un appuntamento in rue Saint-Jacques

Quando qualcuno della corte delle sue adulatrici mi chiedeva
che moglie ero, rispondevo l’ultima. E così è stato. Ai suoi sette figli
si aggiunse Octavius e per trentatré anni restammo insieme. Jean
era un seduttore, e io che conoscevo il tanfo della cattività lasciavo fare

Dopo tre anni passati a lottare contro un carcinoma,
sono morta. Jean, quando mi asportarono il primo seno, se ne andò
di casa. Non poteva scopare senza addentarmi i capezzoli.
Spero di rivederlo, ma non subito: ho bisogno di un po’ di riposo…

Maria

Ci sono rumori che non sono mai esistiti:
la neve che cade sui tetti, un pugno andato a vuoto,
una goccia di sangue sul vestito. E così ci sono vite
che non hanno mai meritato di essere vissute.

Niente da dire. Io, ad esempio, ho vissuto come se fossi morta.
E così Zlatka, Zvezda, Alena. Abbiamo tutte preso il nostro posto
nella grande sala d’attesa, sfogliando vecchie riviste di moda, giocando
a dama, sorseggiando soda, pisciando sangue in sacche di plastica

«Siete vive?». A un filo di tungsteno giunto
a un grado di incandescenza che sbriciola l’ampolla
della voce: a questo assomiglia il nostro «sì». Poi il corpo nero
del pensiero insegue il dolore, ma non riesce a illuminarlo

La nostalgia lavora a tempo pieno da queste parti.
Per il mio povero cervello infiltrato di ormoni è il ricordo di mio padre,
il suo nodo alla cravatta o quando lanciò il mio biberon
dall’auto in corsa. Avevo già sette anni. Fu il giorno in cui scoppiò la guerra

In città c’era un corteo di donne incinta
che per proteggere il feto dai cecchini
camminavano all’indietro come granchi dal carapace
gonfio di microscopici detriti

Sebbene molto si sia fatto nel XX secolo per conoscere le connessioni
dei circuiti neuronali, io, Alena, Zvezda e Zlatka non abbiamo
compreso nulla di quanto è accaduto. Come quei topi-arcobaleno,
le cui cellule fluorescenti fanno andare in estasi il professor Karadžić

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7 Responses to Scuola di calore V

  1. natàlia castaldi il 1 giugno 2011 alle 13:18

    è incredibile la capacità che ha di entrare nelle cose con uno sguardo così crudamente femminile, fin dentro il recondito, quello che di solito si omette di dire. mi ripeto come sempre qui.

  2. carmelo il 1 giugno 2011 alle 13:34

    speriamo solo che qualche casa editrice importante si senta in dovere di pubblicare questa raccolta!!!!!!

  3. véronique vergé il 1 giugno 2011 alle 16:36

    Condivido il commento di Natalia. C’è una lettura cruda del corpo femminile, del dolore. Il poeta abita ogni corpo, matiera della natura.
    E’ dentro. Spietata la scrittura, com’è il mondo naturale. L’immagine scelta- rossa- è il colore della tortura dentro.

  4. Enrico De Vivo il 1 giugno 2011 alle 20:41

    d’accordissimo con natàlia, in queste poesie è il recondito – l’invisibile, l’inascoltato, l’impensato – che coglie di sorpresa il lettore, ma senza mai scadere nell’osceno, come tanta letteratura oggi di moda – e tutt’altro che… recondita

  5. enrico dignani il 2 giugno 2011 alle 16:33

    carineria letteraria

  6. carmine vitale il 3 giugno 2011 alle 18:07

    vette altissime
    confermo:
    rizzante è poesia
    c.

  7. carmelo il 4 giugno 2011 alle 19:55

    vorrei vedere il libro pubblicato
    in bella mostra nelle vetrine di solito riservate
    ai i libri di grande tiratura e vita breve
    quanti lettori ci vogliono perche un libro
    si possa produrre e vendere?
    quante copie occorrono per far venire l’appetito
    ai funzionari che decidono se il prodotto è interessante
    se insomma ha un valore mercantile ?
    e se per esempio lanciassimo una MPI ?
    Una manifestazione pubblica di interesse
    un impegno a tirar fuori i soldi
    per comprare il libro ?

    immaginate uno spazio dove i critici, dico i critici, non i portavoce delle case editrici o degli amici, i critici, quelli che un tempo erano capaci di distinguere le cose buone e fertili dalle cose inerti, i critici smettono di segnalare agli editori e cominciano a dialogare (con lealtà, con sincerità) con i lettori e propongono un libro, un libro che merita di essere pubblicato, e anticipano dei capitoli di quel romanzo e delle poesie di quella raccolta.
    i lettori manifestano il loro interesse, la loro intenzione di voler leggere (e quindi acquistare) quel libro, versano un anticipo perfino.
    E se i lettori raggiungono un numero sufficiente il libro si pubblica checchè ne dicano gli editori.



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