Note per un libretto delle assenze

Les veilleuses1
di
Francesco Forlani


Erano verdi, rosse, e c’erano già da prima della tua venuta. Esistevano da molto tempo prima, nel mondo. Le cercavi con la coda dell’occhio non badando alla luce ma alzandoti facendo leva sui gomiti, oppure lasciandoti quasi cadere dal letto a castelletto, da sopra, perché quando dormivi sotto ce l’avevi dritta davanti a te. Una luce tenue capace di illuminare ogni più recondito angolo, piccola e diffusa per tutta la cameretta. C’era un gesto di madre dietro – non erano certo i padri a chinarsi sulla presa per il lumicino- e insieme al respiro di chi ti dormiva nel letto accanto o in quello di sopra, sotto, c’era una luce appena appena colorata, a farti compagnia.

Piove. Piove e fa freddo. Dicono che nevicherà durante la notte, ma per la notte non ci dovremmo già essere più. Si consegna la merce in albergo e poi si viene via, si scende a valle. Così stasera pioverà, farà fresco ma di certo non nevicherà. Abbiamo cominciato a salire da nemmeno un’ora e già soffriamo le curve, ci guardiamo ogni volta che si supera un tornante con la stessa segreta soddisfazione di chi l’ha fatta franca. Ogni volta che il mezzo si ripiega al tornante, si apre un paesaggio diverso da quello appena lasciato sulla destra. Ora una piccola casa tra gli alberi, poche mura di cinta che emergono dalla vegetazione, i ruderi di un vecchio castello, un fitto bosco, nero, e sull’altra le macchie di neve sulle rocce grigie e bianche, un rifugio isolato sulla cima. Non ci vengono macchine incontro, saranno tutti impegnati i turisti a quest’ora del pomeriggio e così per quanto faccia freddo – però abbiamo acceso il riscaldamento – l’attenzione non morde le mani al volante, attanagliate dalla paura di vedersi sbucare davanti qualcuno, all’improvviso.

Mettiamo un po’ di musica, cerchiamo una stazione radio che ci faccia del bene ed ecco che in una lingua che non conosciamo bene ma che ci è familiare, ci assalgono le note del ritornello. “Dreh dich nicht um – oh, oh, oh Der Kommissar geht um – oh, oh, oh .Er wird dich anschauen, und du weisst warum Die Lebenslust bringt dich um . Alles klar Herr Kommissar? “ Durante la salita la sensazione che hai, è di allontanarti da qualcosa, da qualcuno, e allora senti insieme alla gioia del distacco dei piedi da terra, la vertigine del vuoto che si fa sempre più profondo. Fumiamo, cioè soltanto io, però ci facciamo compagnia anche così, standocene in silenzio nei nostri pensieri. Io e il mio cane Lillo. Hai l’aria contenta quest’oggi, eh Lillo, ti piace la montagna? Correre per i sentieri, inseguire dei gatti selvatici, cervi e cerbiatti, o Lichtkäfer, certo le lucciole, scovandole come la scorsa volta che eravamo venuti ed era quasi buio e tu le annusavi una ad una e scostavi il muso quando si facevano troppo vicine. Lo sai, no? Lillo che era proprio buffo vederle ballare sulla coda elettrica. Comunque lo capisco da solo, da come mi guardi a volte, sarà quella malinconia che ti fa gli occhi liquidi e quasi ci annego in quella tristezza. Ti manca eh? Lo so che ti manca anche se non me lo dai a vedere, e se proprio vuoi saperlo, ma giura che non lo dirai a nessuno neh, giuralo sul dio dei cani di razza, sulla madonna dei bastardi! Tanto lo sai, s’era capito no? anche a me manca, una casa. Una cosa che dici “ ecco mi sento a casa”. Una sosta, eh? Sento che me lo stai per chiedere e vedo una piazzola che fa al caso nostro.

Parcheggiamo il mezzo in modo che al passaggio di macchine lo spostamento d’aria non lo ribalti.
Dai vieni, di qui, ci sono sentieri battuti, e fa in fretta che ho freddo, non vorrai mica che mi ammali? Su Lillo corri a prendermi questo pezzo di legno oltre il fosso, ehi non vorrai mica sfidarmi adesso su chi corre più veloce, dai musone fatti sotto, anticipa il vento che vuole scipparti il bastone. Ah scusa scusa, certo fa pure, se vuoi mi volto dall’altra parte che quando avrai bell’e finito almeno non dovrò pulire il sedere ai marciapiedi, al giardinetto in città. Su, su è ora di andare, non vorrai mica che ci colga la neve al ritorno? Certo che lo so Lillo, che non lo vuoi, su, monta in fretta, ohps, sportelli chiusi si parte.
Mi piace il pomeriggio in montagna per la luce che sembra non volersene andare mai. Il passaggio alla sera lo decidono gli occhi, e nell’aria si espande freschezza pungente, una vasta distesa di campo di elettricità. Quando arriviamo all’albergo però è quasi sera. Ci accolgono con gentilezza. Il direttore, complimentandosi per la serietà con cui lavoriamo, mi dice che “ormai sono di casa” lassù e subito dopo aver firmato la bolla di accompagnamento, ci ha addirittura chiesto di restare a dormire, ospiti, naturalmente. È preoccupato per il ritorno, le previsioni del tempo dicono neve. Ci siamo lanciati uno sguardo con Lillo di complicità come a dire perché no ed abbiamo accettato.

Hai visto? Ti hanno perfino portato una ciotola con l’acqua tutta per te! Sono gentili eh? Ti confesso, che Il portiere di notte, lo farei volentieri sai, però di giorno no, non mi piace dovere per forza cosare alla gente. La notte invece te ne stai zitto, una buonanotte qui, un’altra più in là e ascolti, respiri le cose del mondo che ti porta il cliente ogni volta diverso, ogni volta di un mondo che è il mare, campagna, una grande città lontanissima. E ti sembra che vengano qui, tra le cime più alte solo per potersi guardare casa da così lontano, quasi apprezzarne il valore, delle proprie cose, dell’anima che troppo vicino non scorgi.
Abbiamo mangiato come principi nella sala da pranzo quasi deserta. serviti da camerieri indulgenti con gli abiti nostri poco eleganti. La stanza che ci hanno dato ha un balcone che sembra sospeso sui boschi. Si vedono stelle perfino girando la testa. Poi quando è ormai ora, spegniamo le luci. Per prendere sonno, lasciarci cullare dall’aria che sa di freschezza.
Strano, Lillo che ci possano esserci lucciole in questa stagione. Guarda, due sono entrate da sotto la porta e ora volano in mezzo alla stanza facendo lo stesso rumore degli interruttori. Lo spazio dapprima sommerso nel buio si dilata seguendo il loro volo. Chissà se muoiano davvero a ogni alba. Poi chiudo gli occhi, Lillo dorme da un pezzo e lo sento ronfare. L’immagine di un tempo lontano mi accarezza la fronte. Mi dà un brivido l’acqua di fonte che sgorga dal cuore, che come facendo breccia nella roccia irrora i ricordi.

Erano verdi, rosse, e c’erano già da prima della tua venuta. Esistevano da molto tempo prima, nel mondo .Così se ti veniva d’aprire gli occhi all’improvviso ne scorgevi la mano sicura, i suoi fasci di luce come dita. Spariva durante il giorno come una lucciola. E all’improvviso, al crepuscolo la vedevi apparire. Un respiro lungo senza intermittenza, tra te e tua madre, era

Print Friendly, PDF & Email
NOTE
  1. L’incipit del racconto, che mi è stato commissionato per un grande albergo del Trentino, “Vigilius Mountain Resort”, appartiene a un’esperienza condivisa qui con Georgia. Il racconto è stato pubblicato in un bel libro a cura, tra gli altri, di Stefano Zangrando ed è possibile sfogliarlo qui

3 Commenti

  1. le lacrime crescono dentro come le acque nei ghiacciai
    l’amore non muore mai
    è nelle piccole cose
    nei gesti
    in queste tue piccole parole della fine e l’inizio
    c.

  2. beh, io sono assai cinica, ma ti assicuro che mi hai strappato una lacrima, e di questo ti sono grata, piangere fa un sacco di bene anche se difficilmente lo ammettiamo.
    Manca tanto anche a me, ma non lo ammetterei neppure alla lucciola ;-)

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Nostalgie della terra

di Mauro Tetti Ogni cosa vissuta o immaginata continuava a ingannarmi trascinandomi dabbasso in qualche buco sconosciuto della vita. Sentimento...

Nota di lettura su “Unità stratigrafiche” di Laura Liberale, Arcipelago Itaca, 2020.

di Carlo Giacobbi
La morte, dunque. E la si pronunci questa parola, se ne indaghi anzitutto il significato letterale-biologico, se ne prenda atto: questo pare essere l’invito del dettato poetico dell’autrice, il motivo della sua ars scribendi.

Su «Quando tornerò» di Marco Balzano

di Antonella Falco
Un romanzo di grande impatto emotivo. Mediante una scrittura asciutta, ma nello stesso tempo calvinianamente “leggera”, racconta la fatica di vivere

Sporcarsi le mani con Dostoevskij

di Claudia Zonghetti
Questa è la sfida per i traduttori attuali e futuri di Dostoevskij: sporcarsi le mani con la pasta sonora e sintattica della sua lingua plastica e veemente

L’odore dell’arrivo

(Per gentile concessione della casa editrice Ferrari Editore, che qui volentieri ringrazio, pubblico uno stralcio del nuovo romanzo di...

In principio fu il male

    Pubblichiamo qui di seguito un estratto dell'ultimo libro di Davide Gatto, In principio fu il male, Manni, 2021. Il capitolo...
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
Print Friendly, PDF & Email