BATTAGLIE CULTURALI

23 dicembre 2011
Pubblicato da

di Franco Buffoni

Scriveva Gaetano Salvemini: “Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia né in nessun altro paese del mondo. Un clericale non arriverà mai a capire la distinzione fra peccato, quello che lui crede peccato, e delitto, quello che la legge secolare ha il compito di condannare come delitto. Il clericale punisce il peccato come fosse delitto e perdona il delitto come se fosse peccato. Perciò è necessario tener lontano i clericali dai governi dei paesi civili”.
Credo che mai come oggi, per comprendere il senso profondo dello scontro in atto tra chiesa cattolica e modernità, queste parole meritino di essere meditate. Che cosa significa perdonare il delitto come se fosse peccato? Significa che sul sacramento della confessione – oggi ribattezzato “della penitenza” – il cattolicesimo post tridentino ha costruito i fondamenti di quel potere che oggi il mondo moderno disconosce: il potere che concede l’assoluzione al delitto in presenza di “vero pentimento”.
Nel mio libro GUERRA (Mondadori, 2005) pubblicai un testo concepito come una reazione alle reiterate richieste di “perdono” per i “delitti” commessi in nome di santa romana chiesa: richieste avanzate da Giovanni Paolo II in occasione dell’anno giubilare 2000.

Non costa nulla chiedere perdono
Per archi trionfali popolati
Di allegorie screziate
Consustanziate in lame ed armature,
Tasse sul miele al papa-re per S. Michele
Spade pugnali attrezzi di tortura
Non costa nulla chiedere perdono.

Per il potere di sciogliere e legare
Convertire reprimere annientare
Non è possibile chiedere perdono.

Non ha senso – scrivevo – chiedere perdono per avere esercitato il potere di sciogliere e legare, convertire, reprimere e annientare nel momento in cui A QUESTO POTERE NON SI E’ RINUNCIATO E NON SI HA ALCUNA INTENZIONE DI RINUNCIARE. Anzi, tali richieste di perdono suonano ad orecchie laiche e moderne come un ulteriore atto di violenza e di arroganza. Non è possibile chiedere perdono se non si rimuovono le cause che portarono ai crimini. Ma la chiesa cattolica – ovviamente – non può rinunciare al proprio potere di sciogliere, legare, convertire e concedere l’assoluzione, se non rinunciando a se stessa.

Scandali recenti come quello dei cosiddetti preti pedofili, o più circoscritto quello relativo al ritrovamento del cadavere di Elisa Claps nel sottotetto della parrocchiale di Potenza, o più indietro nel tempo quello relativo al triplice omicidio-suicidio che coinvolse a Roma il comandante delle guardie svizzere, o persino la mancata autopsia sul cadavere di papa Luciani, presentano tutti un denominatore comune: l’urgenza a non fare chiarezza, a non indagare, a non denunciare, a soffocare qualunque voce si levi (o si levasse, come quella della madre della povera guardia svizzera sulla cui memoria pesano due omicidi) a chiedere una indagine seria, circostanziata, libera da condizionamenti. Troncare, sopire, padre molto reverendo, sopire, troncare…

Perché questo denominatore comune? Perché la prima preoccupazione non è scoprire il colpevole e condannarlo o farlo condannare. Queste sono logiche illuministiche e liberali. La prima preoccupazione è che l’affaire non trapeli, o se trapela che se ne sappia il meno possibile, e soprattutto che ne parlino il meno possibile i nemici là fuori, sempre pronti a puntare il dito contro i depositari del bene assoluto e della verità rivelata. Il segreto come dimensione istituzionale. Il colpevole come il minore dei mali: se si confessa e si pente, si legherà ancora di più alla sacra istituzione, e sarà grato e servo umilissimo. Lo si può perdonare e assolvere, riammettere nei ranghi, rimettere in circolazione, magari proprio tra quei fanciulli che lo attraggono. Sarà una “prova”. E se “cadrà” di nuovo? Dovrà nuovamente pentirsi. Perché ciò che più conta non è l’adolescenza violata, ma il confratello da proteggere, salvare e conservare.

Qual è l’elemento istituzionale che favorisce e giustifica l’omertà? Nel 1996, riferisce il New York Times, il cardinale Tarcisio Bertone diede istruzioni ai vescovi del Wisconsin di avviare un processo canonico segreto che avrebbe potuto portare alla riduzione allo stato laicale di padre Murphy (stupratore di oltre duecento bambini sordomuti). Lo stesso Bertone, tuttavia, pochi mesi dopo fermò il processo, perché padre Murphy aveva scritto al cardinale Ratzinger: “Vorrei solo vivere il tempo che mi resta nella dignità del mio sacerdozio. Chiedo il vostro aiuto in questa vicenda”. Fu accontentato. Padre Murphy non ricevette alcuna punizione o sanzione e fu trasferito in segreto in altre parrocchie e scuole cattoliche. Sui motivi per i quali padre Murphy non sia mai stato punito riducendolo allo stato laicale, il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, ha risposto che “il diritto canonico non prevede punizioni automatiche”.
Fuori da ogni logica istituzionale, semplicemente inconcepibile, sarebbe in questi casi pensare ad una denuncia alle autorità civili da parte ecclesiastica. Questo compito spetta sempre e solo alle vittime, dopo qualche anno, quando sono cresciute, se riescono a vincere vergogne e timori, se qualcuno le sostiene. E quando un procuratore della repubblica italiano (è accaduto a Milano) si azzarda a dichiarare: “Riceviamo le denunce sempre e soltanto dalle vittime, mai dalle autorità ecclesiastiche”, il ministro della giustizia italiano pensa subito ad inviargli un’ispezione ministeriale.
Mentre il ministro della giustizia tedesca, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, l’8 marzo scorso, ribadendo la richiesta di una urgente tavola rotonda tra governo, istituzioni scolastiche e chiese sul problema degli abusi sessuali e delle violenze, ha accusato il Vaticano di avere a lungo coperto numerosi casi con un muro di silenzio. Un muro, ha sottolineato, che veniva da una direttiva emanata dalla Congregazione della dottrina della fede nel 2001, quando era presieduta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.

Il cadavere di Elisa Claps fu scoperto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza da due addette alle pulizie, Margherita Santarsiero e sua figlia Annalisa Lo Vito, nel gennaio 2010, due mesi prima del ritrovamento ufficiale avvenuto il 17 marzo. Interrogate, le due signore hanno fatto mettere a verbale che, una volta scoperto il cadavere, avvisarono immediatamente sia il parroco, don Ambrogio Apakta, che il suo vice, Don Vagno. Entrambi sono stati ascoltati a lungo in questura e dai loro interrogatori sono emerse gravi contraddizioni. Un’ulteriore conferma del comportamento omertoso della curia potentina in merito alla tempistica del ritrovamento è giunta dal vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo. Il quale, dopo un drammatico colloquio con il questore, ha dichiarato ai giornalisti: “Chiedo perdono al Signore per quanto non abbiamo fatto per la famiglia di Elisa e per la ricerca della verità”.
Chi scrive non pensa minimamente che Apakta, Vagno e Superbo siano in qualche modo implicati nel delitto. Ma questo fatto, se possibile, rende ai nostri occhi ancora più grave il loro comportamento omertoso. Costoro, di fronte a qualsiasi istanza, non si comportano da cittadini, ma da membri di una setta, di un privatissimo club, di un potere altro e superiore, che può ricorrere – certo – alle leggi dello stato italiano quando conviene, ma che non si ritengono affatto tenuti a farlo di norma.

Se io commetto un crimine o sono complice di altri in un grave crimine; se, accusato, respingo le accuse, mi proclamo innocente, non collaboro con la giustizia per la ricerca della verità, anzi cerco di deviare le indagini o addirittura dileggio i famigliari della vittima; se, anche dopo una condanna da parte della magistratura dello stato italiano, continuo a negare e mi proclamo innocente, anzi vittima di una macchinazione, e mi rifiuto di risarcire la vittima o la sua famiglia; se continuo a comportarmi in questo modo anche dopo le condanne in appello e in Cassazione; se, infine, passati molti anni, quando ormai la verità fosse lampante e fosse tardi per qualsiasi riparazione, io chiedessi “perdono”… tutti giudicherebbero le mie scuse tardive e inutili. Questo è il comportamento che i detentori della verità rivelata e del bene assoluto pongono in essere. Di fronte a tanta ipocrisia – avente il solo scopo di non perdere adepti, privilegi e potere – occorrono forza e fermezza.
Consigliamo vivamente, al riguardo, la lettura del volume Il peccato nascosto, a cura di Luigi Irdi, apparso nel 2010 per le edizioni Nutrimenti, che raccoglie numerose denunce presentate in varie procure italiane su violenze sessuali compiute da preti su minorenni. Vi si narra, per esempio, la vicenda di un gruppo di bambine di un paese vicino a Cento, in provincia di Ferrara, ma ricadente nella diocesi di Bologna, abusate da don Andrea Agostini, responsabile della struttura, condannato nel 2008 a sei anni e dieci mesi di reclusione e al risarcimento di ventottomila euro. Secondo le testimonianze rese in aula da maestre, bidelle e cuoche, Agostini – loro superiore – era solito palpeggiare le bambine nelle parti intime, accompagnarle in bagno per guardarle orinare, baciarle sulla bocca, infilare una caramella nelle mutandine per poi leccarla. Le vittime avevano tutte tra i tre e i sei anni. Nel novembre 2004 le educatrici informarono i genitori di quanto accadeva nell’asilo e avvisarono i superiori del prete. La direttrice, insieme a un rappresentante dei genitori, venne convocata a Bologna nel gennaio 2005 da monsignor Ernesto Vecchi, in nome e per conto del cardinale Carlo Caffarra. Secondo quanto riportato dalla stessa direttrice, Vecchi disse: “Quell’uomo è malato e questo incontro non è mai avvenuto”. Ma quando seppe che la denuncia contro Agostini era già stata presentata, si inalberò e urlò alla direttrice: “Non dimentichi che lei è pagata da noi!”. I giudici Caruso, Oliva e Bighetti, nella sentenza di condanna di Agostini, scrivono che “il silenzio dei vertici ecclesiastici e la loro ritrosia a mettere sul tappeto le notizie sulle accuse che già da tempo circolavano sul conto di Agostini equivale a implicita ammissione di conoscenza di quei fatti e consente di leggere tutta la vicenda come un tentativo di evitare uno scandalo che si considerava inevitabile perché fondato su fatti inoppugnabili”. E aggiungono che “il muro di gomma delle autorità ecclesiastiche influì anche sulla tempestività delle denunce e quindi direttamente sul numero di bambine che rimasero vittime di molestie sessuali”. In seguito alla sentenza, l’avvocato delle parti lese Claudia Colombo scrisse al cardinale Carlo Caffarra, chiedendo una ammissione di responsabilità da parte della curia locale. Non ebbe alcuna risposta, mentre Agostini, presto scarcerato, venne promosso da Caffarra arciprete presso il Santuario della Beata Vergine di San Luca: continua dunque ad essere a contatto con i bambini e le bambine in visita al santuario più amato dai bolognesi. Per la cronaca, Caffarra ha avuto recentemente modo di confermare il proprio alto spirito caritativo chiedendo con veemenza al presidente della regione Emilia-Romagna Vasco Errani di NON estendere anche alle coppie di fatto – debitamente registrate in comune – i diritti e i benefici del welfare.
Porta Pia – è vero – cancellò dalla storia una delle più ottuse monarchie assolute dei tempi moderni, che motivava la sua intolleranza e il suo dominio sulle coscienze e sui corpi non solo con il richiamo ad un generico diritto divino, ma con la pretesa che il sovrano fosse il vicario del figlio del dio unico degli abramitici.
Cancellando dall’Europa, come scrisse Gladstone, uno stato che “ha condannato la libertà di parola, la libertà di stampa, la tolleranza del non-conformismo, il libero studio di questioni civili e filosofiche”, quel giorno, l’Italia avrebbe dovuto cancellare per sempre anche i privilegi della chiesa cattolica. Invece diede subito inizio, con la legge delle Guarentigie e “l’assegno di congrua”, alla lunga serie di concessioni al Vaticano culminata in anni recenti nella vergognosa clausola dell’8 per mille.
I clericali, per altro, pensarono bene di mostrarsi sempre e solo offesi, proclamandosi vittime: L’unità cattolica, celebre periodico diretto da don Margotti, cominciò a uscire listato a lutto e lo fece per ben 28 anni. Come osservò Edmondo De Amicis, fogli di tal fatta ingenerarono nei cattolici di tutta Europa il timore che “gli italiani” (definiti “facinorosi” e “tigri assetate di sangue”) volessero “far man bassa sulle chiese e sui preti”.
Porta Pia, quindi, ha sì cancellato dalla storia lo stato pontificio, portando a naturale conclusione il Risorgimento, ma ha anche aperto le porte dell’Italia tutta alle ingerenze vaticane. Perduto il potere temporale in un’area ristretta del paese, i clericali lo hanno recuperato di fatto e con ben maggiore efficacia in tutto il Paese, spacciandolo per potere spirituale, grazie all’ignavia e all’opportunismo dei governanti italiani.

Ricorrendo nuovamente alla strategia del vittimismo, “prima ci sono state le battaglie del modernismo contro Pio X, poi l’offensiva contro Pio XII per il suo comportamento durante l’ultimo conflitto mondiale e infine quella contro Paolo VI per l’Humanae vitae”, ha affermato la Santa sede per bocca del cardinale Angelo Sodano, a proposito dei numerosi processi contro i preti pedofili che in molti paesi del mondo costringono la chiesa a versare cospicui risarcimenti alle vittime. In particolare il cardinale ha condannato l’“accanimento” dei media tedeschi e statunitensi.
Si dia pace, eminenza, rispondiamo, quello che lei definisce “accanimento” in realtà è solo serietà: la serietà dei paesi moderni e civili di fronte all’arretratezza, alla sessuofobia, alla menzogna e all’ipocrisia. Ma si consoli, eminenza, avrà sempre al suo fianco i servizi di Raiset e Bruno Vespa. Avrà al suo fianco anche il governo italiano nella difesa di un Vaticano arroccato come una monarchia medievale mentre affonda agli occhi del mondo civile.

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17 Responses to BATTAGLIE CULTURALI

  1. AMA il 23 dicembre 2011 alle 18:21

    Il Papa e’ un gay clandestino (opinioni perfino autorevoli in merito) e di questa sua condizione ne ha fatto una mistica.
    Sono sicuro che, quando tutti i frocioni ottuagenari vaticani saranno crepati, la Chiesa sara’ un posto migliore. Per tutti, credenti fieramente gay compresi.

  2. jacopo galimberti il 24 dicembre 2011 alle 14:30

    La Chiesa e’ sostanzialmente una multiforme organizzazione criminale costretta al raggiro, alla truffa, all’appropriazione indebita, e tutto cio’ non per scopi particolarmente turpi, ma, semplicemente, per la propria sopravvivenza. Il che spiega anche la pervicace opposizione all’eutanasia. Come non vedere le analogie tra i comatosi e l’istituzione ecclesiastica?

    Se si vuole che qualche gerarca denunci la pedofilia e la prostituzione interna alla Chiesa Cattolica bisognerebbe garantirgli il necessario inquadramento legale della sua posizione. Penso per esempio alla figura del pentito o del dissociato.

  3. daniele ventre il 24 dicembre 2011 alle 18:16

    Nei vecchi documenti relativi ai comportamenti “devianti” dei sacerdoti (mi riferisco ai secoli che vanno dal XVI al XVIII in particolare), appare spesso il concubinaggio, l’adulterio, il “commercio carnale” (usiamo questa espressione cara a un certo linguaggio) con parrocchiane. La pedofilia è un problema presente, ma meno eclatante (e mi sembra meno frequente) di quanto non lo sia oggi.

    Dietro questi comportamenti mi sembra di intravedere, ultimativamente, una logica comune. Nei secoli precedenti l’età industriale e la progressiva (ancorché tuttora incompleta) emancipazione femminile, il corpo della donna era il luogo geometrico del controllo. Su di esso si appuntavano sia gli strali del teologo sia gli strumenti di tortura dell’inquisitore (in caso di processo per stregoneria, nella fattispecie).

    Allo stato attuale la frontiera del corpo controllabile, in quanto non auto-tutelato da una coscienza pienamente autonoma della sessualità, si è spostata al bambino. In un certo contesto, il controllo del corpo altrui come espressione di dominio si traduce giocoforza nella pedofilia, non essendo più le donne soggetti così socialmente “deboli” come un tempo.

    Il problema fondamentale non è dunque la sessualità come tale, ma la pretesa del controllo del corpo altrui, che la chiesa, il cui messaggio è la distorsione perversa del cristianesimo originario, esprime sia nei suoi dettami in termini di morale sessuale, sia nella sua prassi deleteria. Le bolle papali contro i divorziati e i conviventi, le pressioni politiche contro ogni legittimazione di unioni “non benedette”, la discriminazione verso l’omosessualità, e su un altro versante la pedofilia e l’insabbiamento, sono tutti corollari inevitabili di un’etica eteronoma del controllo del corpo. L’uomo cristiano originario (quello del Cristo dei Vangeli senza le incrostazioni paoline) è un uomo eticamente centrato, una delle diverse proposte di uomo eticamente centrato che i grandi testi delle religioni antiche hanno offerto all’uomo; l’uomo cattolico è eticamente esocentrato. Per sancire la propria legittimità comportamentale ha bisogno che una gerarchia dia il suo beneplacito.

    In un articolo di Federico Sanguineti si parlava, per la morale cattolica e per l’immagine della donna nella letteratura che ne era condizionata in negativo e in positivo, di corpo forcluso, cioè non detto e rimosso. Più correttamente si dovrebbe parlare di scissione dell’individuo in mente e corpo, di corpo negato al soggetto che ne è il diretto possessore, di corpo alienato ed eterodiretto. A mio modo di vedere sia gli stupri perpetrati ai danni di parrocchiane e suore dai preti “devianti” nei secoli passati, sia la pedofilia in sede religiosa, trova come momento fondamentale e chiave di volta questa dinamica di espropriazione del corpo.

    Ovviamente, il corpo espropriato determinerà in linea di tendenza una psiche segnata. Una psiche espropriatrice…

  4. daniele ventre il 24 dicembre 2011 alle 18:20

    Errata corrige:

    * A mio modo di vedere sia gli stupri perpetrati ai danni di parrocchiane e suore dai preti “devianti” nei secoli passati, sia la pedofilia in sede religiosa, trovano…

  5. paolod il 24 dicembre 2011 alle 19:24

    Non credo che la pedofilia, dal XVI al XVIII secolo fosse meno presente di oggi. Semplicemente, il bambino non esisteva, non era “contemplato” in quanto tale. E l’esperienza di un bambino valeva ancora meno di quella di una donna.

  6. AMA il 24 dicembre 2011 alle 19:59

    Credo che lo scandalo della pedofilia possa essere una delle croci di ogni “famiglia” patriarcale fortemente gerarchica. Nulla a che vedere con la cultura omosessuale che quelle strutture ha messo in discussione dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso, grazie anche al contributo fondamentale del femminismo.

    Nella Chiesa di Roma poi resta alta la confusione fra pedofilia ed omosessualita’. Gli ottuagenari sono rimasti indietro anni luce, a crogiolarsi nel buio delle loro turbe, anche se intuiscono benissimo quanto pericoloso possa essere fare entrare nel mainstream della cultura italiana le conquiste dell’identita’ omosessuale, patrimonio di tutti.

  7. lorenzo galbiati il 25 dicembre 2011 alle 03:05

    Daniele Ventre ha fatto un commento contenente un ragionamento che mi ha colpito e affascinato, quello secondo cui – semplificando – i preti sono passati dallo stuprare le donne allo stuprare i bambini perché ora le donne sono più emancipate ed è più difficile controllare il loro corpo – mentre i bambini sono indifesi ora come in passato.

    Questo ragionamento poggia su alcuni pre-giudizi non dimostrati – e indimostrabili:
    – che prima, storicamente, ci fossero meno preti pedofili di adesso
    – che obiettivo della Chiesa e quindi dei preti – per Ventre pare non ci sia scarto tra ideologia della gerarchia cattolica e comportamento dei suoi ministri – era/è quello di controllare il corpo delle persone.

    Questi pre-giudizi derivano da un assunto di base che a me sembra del tutto contraddittorio:
    – che sia la morale cattolica sia la sua prassi si basino sul controllo e sull’espropriazione del corpo altrui, in particolare dei soggetti deboli: donne e bambini.
    Mi sembra contraddittorio perché la morale cattolica (come ogni morale religiosa) prevede per i suoi ministri in particolare, e per i suoi fedeli in modo minore, la rinuncia a disporre liberamente del proprio corpo (e ovviamente anche di quello degli altri) in determinate circostanze (quello che Ventre chiama “controllo ed espropriazione del corpo altrui” da parte dei preti, come se il corpo dei preti ne sia esente e si appropriasse di quello degli altri nel momento in cui i fedeli seguono le direttive della dottrina – in effetti il solo caso in cui il corpo dei preti è esente del controllo e controlla l’altrui corpo è quello della stregoneria).
    Nello specifico cattolico, le circostanze riguardano per esempio i rapporti carnali (consenzienti o meno, consapevoli o meno). E questo mi sembra oggettivo. Se la prassi dei ministri cattolici prevede di stuprare donne e bambini – e questo non è oggettivo, è l’opinione indimostrabile sia in linea teorica sia in linea fattuale di Ventre -, allora questa prassi contraddice la morale. Allora si tratta o di una doppia morale, o di una morale che non viene rispettata perché difficile da mettere in pratica.
    Ovviamente, per chi giudica la Chiesa cattolica, e con essa i preti in generale senza tante distinzioni, una massa di ipocriti e diciamo pure delinquenti che dettano una morale per controllare la sessualità degli altri (specie donne e bambini) in modo da scoparseli meglio, la risposta è la uno anche perché la risposta viene prima della domanda.

    Personalmente,
    – non credo che la pedofilia dei preti fosse in passato minore rispetto a oggi in modo significativo (pre-giudizio indimostrabile, ma credo tocchi a chi fornisce ragionamenti in senso contrario l’onere della prova)
    – non credo che la pedofilia e i rapporti carnali con le donne (che non vedo perché chiamare stupri a priori) da parte dei preti derivino dalla morale cattolica (e questo mi sembra oggettivo: dove sono prescritti nella dottrina cattolica?)
    – non credo che la pedofilia sia stata e sia la prassi dominante tra i preti (a chi lo sostiene spetta l’onere della prova) però credo sia stata e sia più diffusa tra i preti che in altre categorie professionali
    – non credo i rapporti carnali (continuo a usare “carnali” per uniformarmi al discorso cui mi riferisco) con le donne siano la normalità ossia la quotidianità tra i preti, e non credo neppure tutti i preti ne abbiano avuti (anche qui sta a chi afferma il contrario l’onere della prova), però sono propenso a pensare che una buona percentuale di preti li conosca, direi stando cauto più di 1 su 3.

    Come mai allora, secondo me, è così diffusa tra i preti la pedofilia? E come mai molti preti hanno rapporti carnali?
    Le risposte sono per me piuttosto semplici, richiedono un ragionamento molto meno affascinante di quello dato da Ventre. Però ora è tardi.

  8. andrea barbieri il 25 dicembre 2011 alle 13:10

    Lorenzo, ciò che commenti di Ventre non è un ragionamento che si conclude nella dimostrazione di un fatto empirico, è soltanto – e lui lo dice espressamente – un’ipotesi. Mi pare che la parola ‘pregiudizio’ non abbia molto senso verso ciò che è esibito come ipotesi, insomma su qualcosa che è per definizione pregiudizio fino alla dimostrazione.

    Poi c’è una confusione nella tua critica tra ciò che una persona ‘è’ e ciò che ‘fa’. Non è così strano pensare che certe condizioni sociali scoraggino gli atti di pedofila (o comunque di violenza sessuale), mentre in altre condizioni avvenga l’opposto. Nemmeno è strano pensare che in entrambi i casi il numero di persone che hanno una condizione psichica che li spinge ad atti di violenza sessuale resti costante.

  9. daniele ventre il 25 dicembre 2011 alle 13:17

    @ lorenzo galbiati

    Appare assai verosimile che il mio ragionamento abbia delle pecche.

    Per esempio è probabile che in determinati contesti la pedofilia sia stata endemica, e probabilmente ce ne sono indizi indiretti e addirittura alcuni documenti letterari (epigrammi greci e latini medievali e umanistici intonati alla musa puerilis)ne sono traccia e sublimazione culturale.

    Credo però che la dinamica di fondo sia quella da me illustrata. Quanto al cosiddetto concubinato dei preti, molto spesso è semplicemente effetto di relazioni consenzienti fra uomini e donne (quelle evolutivamente determinate, che ci si ostina a definire peccato, nuotando contro la marea montante). Resta il fatto che sovente le cose andavano in modo diverso; determinati esami che in specie, in sede inquisitoriale, andavano a configurarsi come preliminari dei processi, o andavano ad accertare l’illibatezza di religiose sospette di aver trasgredito il voto di castità, avevano di fatto la caratteristica di molestie e stupri e a anche a questo mi riferisco.

    Quanto al rapporto fra ideologia della gerarchia e comportamento dei ministri, l’una è solo lo specchio deformato dell’altro. Si tenga conto di un dato effettivo: nel contesto del cristianesimo originario, l’opzione per la castità era una libera scelta che cercava di sottrarre l’individuo alla catena (ri)produttiva della società preindustriale tipica. Con lo strutturarsi della chiesa in quanto organizzazione, la scelta di libertà viene progressivamente tingendosi di toni sempre più coattivi, come è dimostrabile fonti ed exempla alla mano (ma citare il tutto in un commento è lungo e seccante).

    Ovviamente, l’ideologia del controllo del corpo ha ragioni storico-sociali precise, abbastanza evidenti per ripeterle in continuazione.

  10. daniele ventre il 25 dicembre 2011 alle 13:23

    P.s.

    Non credo che la chiesa cattolica sia in toto una massa di delinquenti.

    Credo che la prassi ordinaria che l’organizzazione della chiesa ha sedimentato nei secoli sia uno fra i fenomeni storico-sociali in grado di determinare de facto le condizioni per cui certi comportamenti devianti si possano verificare più spesso che altrove e per cui quelli che ne sono portatori possano agire quasi indisturbati e certi di una relativa impunità.

    E ripeto, chiesa cattolica come organizzazione gerarchica e uomini e donne cristiani vanno tenuti distinti, per quanto l’una e gli altri siano ovviamente legati e contigui.

  11. andrea barbieri il 25 dicembre 2011 alle 13:58

    Letta la risposta di Ventre mi correggo: non era un’ipotesi infatti da “mi sembra di intravedere” si è passati a “Credo però che la dinamica di fondo sia quella da me illustrata”. A questo punto è un po’ come il giudice che legge il dispositivo della sentenza ma depositerà la motivazione con calma :-)

  12. andrea barbieri il 25 dicembre 2011 alle 13:59

    Io la depositerei subito… :-D

  13. lorenzo galbiati il 26 dicembre 2011 alle 18:32

    Daniele Ventre,
    hai ridefinito in termini più sfumati il rapporto tra gerarchia ecclesiastica e comportamento dei preti, e il giudizio sulla Chiesa cattolica nel suo complesso; nel contempo hai inserito un altro esempio, quello dei preti che verificavano l’illibatezza delle religiose di fatto stuprandole, che secondo me rende ancora più contorta la tua tesi e perversa l’ideologia di possesso ed esproprio dei corpi che attribuisci alla morale e alla prassi della Chiesa cattolica.
    Sembrerebbe infatti che secondo te i preti usassero tecniche come l’inquisizione, le accuse di stregoneria, la verifica dell’illibatezza per controllare e violentare il corpo delle donne, e che ora non potendolo più fare sono passati alla violenza sessuale sui bambini ossia alla pedofilia: mi sembra assai arduo dare un senso logico a questo discorso.

    Un’altra tua considerazione, che hai lasciato in termini generali, è invece la base del mio discorso. Quando dici:
    “Credo che la prassi ordinaria che l’organizzazione della chiesa ha sedimentato nei secoli sia uno fra i fenomeni storico-sociali in grado di determinare de facto le condizioni per cui certi comportamenti devianti si possano verificare più spesso che altrove e per cui quelli che ne sono portatori possano agire quasi indisturbati e certi di una relativa impunità.”
    stai affermando una tesi che si può declinare, in concreto, in ciò che io penso, ossia che
    – la posizione di potere di capo spirituale di una comunità (lo “sciamano”) unita alla condizione di celibe (imposta) che caratterizza il prete determina una naturale fascinazione verso i fedeli, specie le donne giovani, nubili o trascurate dai mariti. Questa situazione favorisce l’abuso di potere da parte del prete per circuire le donne che più lo ammirano, o per lasciarsi sedurre dalle donne che più ambiscono a una posizione di importanza, per quanto non resa pubblica. La stessa situazione favorisce anche l’impunità del prete.
    – la posizione di insegnante, maestro, precettore, in passato ancora più diffusa di oggi, favorisce l’abuso di potere del prete verso i minori. Va infatti evidenziato che un prete svolge un ruolo che comporta l’avere una serie di relazioni umane quotidiane al di fuori dell’ordinario: dagli anziani ai morenti, dai mariti alle mogli, dai fidanzati agli adolescenti ai bambini. Quanti uomini celibi, anche a tutt’oggi, scelgono di essere insegnati di scuola dell’infanzia o elementare? Quasi nessuno. E’ un ruolo che compete soprattutto a donne sposate o a donne giovani che desiderano avere una famiglia. I preti si trovano invece a compiere una missione, che hanno scelto primariamente per motivi spirituali, che impone loro il celibato e che li mette nella condizione di dover essere insegnanti a scuola, in parrocchia, in oratorio di bambini anche piccoli. Ora, il celibato come scelta è una condizione che si addice a un numero ristretto di persone; nella maggior parte dei casi esige una serie di compensazioni/sublimazioni psicologiche che non sempre portano a un equilibrio psichico esente da repressione sulla sfera sessuale e quindi relazionale. Un uomo celibe, storicamente, non è una figura portata a stare in intimo contatto con i bambini; se quell’uomo non ha trovato un equilibrio psichico e relazionale soddisfacente, potrebbe non essere immune dalla possibilità di abusare del potere che esercita ogni giorno su persone indifese come i bambini, che lui ha il compito di amare. Un educatore, diceva don Milani, dando un’interpretazione moralistica e non psicologica della pedofilia, può peccare per difetto di amore verso i suoi ragazzi (avarizia, violenza), o per eccesso, intendendo per eccesso il cadere nel “torbido”, nel sessuale. La condizione del prete favorisce questa pratica perché ne ha l’occasione, il potere, la possibilità dell’impunità.

    (In entrambi i casi, comunque, non credo che l’impunità, reale o presunta, sia il fattore più importante).

    Questi, in sintesi, i motivi che trovo più validi per spiegare i fenomeni macroscopici dei rapporti sessuali con donne consenzienti e della pedofilia tra i preti.

  14. daniele ventre il 26 dicembre 2011 alle 19:52

    Infatti è così. Ma non vedo allora la differenza della sua tesi rispetto alla mia, se non nel fatto che l’una analizza in concreto le dinamiche di attuazione del processo dell’altra.

  15. AMA il 27 dicembre 2011 alle 01:09

    Ma che stiamo a rimuovere adesso la percentuale altissima di uomini di chiesa di fatto omosessuali che vivono nella segretezza questa loro condizione impedendo alla comunita’ civile il pieno riconoscimento giuridico e sociale dell’omosessualita’? Questo lo spsico-dramma tutto italiano che dovrebbe emergere…

  16. lorenzo galbiati il 27 dicembre 2011 alle 21:57

    Daniele,
    la mia tesi analizza in concreto le dinamiche di un processo cui forse tu alludevi nel periodo da te scritto che ho citato, ma mi sembra che contraddica la tua tesi iniziale, quella secondo cui la morale e la prassi della Chiesa cattolica consiste nel controllo e nell’esproprio dei corpi delle persone.

    “Il problema fondamentale …è la pretesa del controllo del corpo altrui, che la chiesa, il cui messaggio è la distorsione perversa del cristianesimo originario, esprime sia nei suoi dettami in termini di morale sessuale, sia nella sua prassi deleteria… sia gli stupri perpetrati ai danni di parrocchiane e suore dai preti “devianti” nei secoli passati, sia la pedofilia in sede religiosa, trova come momento fondamentale e chiave di volta questa dinamica di espropriazione del corpo.”
    Parole tue, che non vedo come possano conciliarsi con le mie: tu mi pare attribuisca alla Chiesa e ai suoi ministri una intenzione cosciente di controllo ed esproprio del corpo altrui che io non vedo. A meno che tu voglia dire che il celibato sia una condizione di esproprio del corpo con la quale la Chiesa ha reso vittime per primi i suoi stessi ministri, e che ha favorito l’esproprio di altri corpi, quelli dei bambini (e in misura minore quello delle donne).

  17. AMA il 28 dicembre 2011 alle 09:41

    Io parlerei di esproprio di sovranita’ nazionale e di circonvenzione di incapaci.



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