Scrittori performer

2 settembre 2012
Pubblicato da

di Cristiano de Majo

 

Gabriela Wiener ci regala con queste 13 divertenti
crónicas uno spaccato sui lati più oscuri e meno
esplorati della nostra società.
(Dalla quarta di copertina)

Mi rendo conto che la definizione di scrittore-performer è ambigua e imprecisa, ma non riesco a trovarne una migliore. È ambigua e imprecisa perché la prima cosa che fa venire in mente è lo scrittore bravo a leggere, il letterato con voce e corpo, per il quale sarebbe da proporre la definizione alternativa di scrittore-interprete. La categoria che cerco di inquadrare, invece, svolge la performance come atto preliminare e propedeutico alla scrittura, che ha come oggetto la sua stessa performance. Per fare qualche esempio noto: David Wallace che va in crociera; Hunter Thompson che passa il suo tempo con gli Hell’s Angels; praticamente tutto quello che ha scritto Vollmann ha origine da una performance, spesso estrema; più in generale ogni testo che può essere compreso nella categoria del gonzo journalism, ma anche un filone di ascendenza più europea (Noteboom e Sebald) del reportage narrativo.

Lo scrittore-performer, affamato di realtà, ha bisogno di provare un’esperienza per fare fruttare le sue doti narrative. In alcuni casi quest’esperienza dev’essere qualcosa che lo metta a dura prova, o comunque a cui offrire il proprio corpo in sacrificio. Come il reporter di guerra, lo scrittore-performer cerca il rischio e la difficoltà e aspetta in trincea che l’esperienza lo attraversi e lo cambi. Il punto di vista profondamente soggettivo che informa la sua scrittura non serve tanto a mostrare la realtà da un punto di vista estremamente soggettivo, ma a rappresentare il cambiamento che egli stesso, in quanto protagonista della performance, affronta. Difatti, anche se ha molto a che fare con la realtà, la scrittura-performance non ha alcun tipo di obiettivo informativo, è piuttosto un rito di passaggio.

In questa sua natura psico-emotiva la scrittura-performance si allontana dal giornalismo, da cui è ispirata, e si avvicina alla letteratura, finendo per entrare nella categoria, che alcuni vorrebbero riservata ai soli romanzi, dalla porta di servizio e rimanendo comunque un oggetto di non chiarissima definizione. Leggo per esempio un libro di Gabriela Wiener, da poco pubblicato per La Nuova frontiera in una bella veste grafica, Corpo a corpo, e presentato tra copertina e quarta come “il lato freak del giornalismo letterario”, il “giornalismo gonzo più estremo”, “il nuovo giornalismo sudamericano”, e infine un esempio di “giornalismo narrativo”; tutte definizioni che fanno venire più di qualche dubbio su che tipo di libro sia – giornalismo o letteratura? – e che in fondo, continuando il dubbio a sussistere anche a fine lettura, sono caratterizzate da un’ambiguità pertinente.

Dalla raccolta di articoli si capisce che Gabriela Wiener è andata in cerca, a tratti in modo goffo – i pezzi più vecchi – di esperienze: ha dormito a casa di un poligamo, ha passato una giornata in un carcere di massima sicurezza, ha fatto scambio di coppia, ha conosciuto ben due mistress, ha provato l’ayahuasca, ha seguito una trans durante un turno di lavoro al Bois de Boulogne, ha donato un ovocito, eccetera, eccetera. Lo ha fatto in un modo il più delle volte leggero, funzionalmente ingenuo, riversando poi l’esperienza in una scrittura divertente, rapida, di facile lettura, in alcuni casi brillante.

Il problema della distinzione giornalismo/letteratura, in casi come questo, non ha soltanto una ragione classificatoria, ma è legata alla cornice etica dentro cui la scrittura può muoversi. Io la vedo così: la letteratura non ha praticamente limiti etici; se il passaggio da racconto soggettivo della realtà (esperienza individuale) a parabola sulla natura umana (esperienza universale) funziona, tutto è concesso. Vollmann va a puttane in Thailandia e non viene mai il dubbio che il suo tour de force sia uno sfizio inutile o peggio un inno allo sfruttamento dei corpi altrui. Ma se il passaggio non funziona, se l’esperienza individuale non riesce a cogliere una verità profonda, tutto diventa più paludoso ed eticamente discutibile. Il testo finisce per essere inghiottito nella categoria giornalismo, che è un campo con molti limiti etici, il primo e più importante è che l’indagine su quel determinato spicchio di realtà debba trovare una giustificazione nello scopo informativo del lavoro. Da un pezzo in cui l’autrice decide di sottoporsi alla donazione di un ovocito (Addio, piccolo Ovocito, addio), si rimane molto delusi a fronte del risultato: un articolo di cinque cartelle in stile magazine femminile che curiosa nella realtà. Per carità, tutto si può fare, ma è facile che una performance non seguita da una messa in gioco totale del narratore diventi eticamente discutibile. E qui viene fuori il problema di molte scritture basate sulla performance, e la loro tendenza a cercare le cose più strane da raccontare  che non è poi così vero che siano i “lati più oscuri e meno esplorati della nostra società”, ma proprio in quanto “lati più oscuri e meno esplorati” finiscono per essere i più chiari e i meno nascosti. L’ulteriore problema è che il giudizio etico su questi testi può essere dato solo a posteriori, cioè solo sulla base del risultato letterario e non sulla base delle intenzioni.

La cosa interessante che si nota nel libro della Wiener e che lo rende un caso scuola per ragionare in generale è che quanto più i testi affondano nella sfera emotiva e psichica della protagonista (come nel bel diario della gravidanza While you were sleeping), quanto più cioè si avvicinano al territorio letterario, tanto più il giudizio etico è costretto a fermarsi; quanto più vi si allontanano, invece, e tanto più viene voglia di criticarli come appropriazioni indebite della libertà d’espressione. Vengono cioè alla luce con grande evidenza le licenze concesse alla letteratura e al tempo stesso i rischi, estremamente insidiosi, che la letteratura (o per lo meno l’intenzione di fare letteratura) può correre muovendosi nella realtà.

[Questo testo fa parte di Maledette bandelle, una rubrica pubblicata su Studio]

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3 Responses to Scrittori performer

  1. gianni biondillo il 3 settembre 2012 alle 11:56

    Di passaggio voglio solo dire che La Nuova Frontiera pubblica libri molto interessanti. Meriterebbe maggior visibilità.

  2. Antonio Coda il 3 settembre 2012 alle 16:13

    Non ho letto la Wiener, ho letto Vollmann, il “Puttane per Gloria” di Vollmann è letteratura, non so come si sia procurato il suo materiale, la qualità di Vollmann sta nel farne fare a meno al lettore, per il quale il narratore interno all’opera è più che sufficiente.

    Cerca un appiglio alla realtà, alla “garanzia” della realtà, solo chi è insicuro del suo materiale, è come se dicesse – Di mio saprei raccontare solo cose noiose. Se racconto cose “reali” e bizzarre, non potrò che attirare attenzione.
    Ma non attirerà attenzione la sua scrittura, la sua capacità di utlizzarla per aumentare lo spettro delle cose visibili e invisibili. Sarà la bizzarria a fare la differenza. Un fenomeno sì, ma a patto che si cia un baraccone che lo trasporti.

    Esiste una deontologia giornalistica per chi intende fare informazione, ma per chi dichiara di fare letteratura il primo passaggio è la “sospensione di incredulità” di chi legge, quindi più che morale la questione è ben più seria: è estetica.

    E chi propone troppe garanzie prima ancora di aver scritto la prima parola è il peggior nemico di se stesso, perché dichiarando – Sono un testimone di fatti mica frutto strettamente della mia mente!; sta personalizzando in maniera angosciosa la storia che ha da raccontare.

    Così, a pelle, gli espedienti che la Wiener ogni mattina deve inventarsi per riuscire a scrivere qualcosa di non banale sulla pagina, mi sanno di una banalità creativa invadente, e la lascio perdere così.

    Lo scrittore della sua vita può fare quello che vuole, basta la sua vita non sia la stampella della sua scrittura, altrimenti: caduta una, sparita anche l’altra.
    Seppoi lo scopo è vendere finché si è in vita, eh bhe: non c’è di meglio che fare il fenomeno da baraccone, chiaro che.

    Un saluto!,
    Antonio Coda

  3. giuseppe zucco il 4 settembre 2012 alle 00:25

    @ gianni biondillo

    proprio così. nonostante l’abbia letto un po’ di tempo fa, io conservo un buon ricordo soprattutto di un libro intitolato “volti nella folla”, di valeria luiselli:

    http://www.lanuovafrontiera.it/index.php?option=com_content&view=article&id=449:volti-nella-folla-valeria-luiselli&catid=1:liberamente&Itemid=2



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