I pericoli del racconto

14 gennaio 2013
Pubblicato da

di Enrico Palandri

Chi racconta delle storie non dice la verità. Liquidare però la realtà presentata da un autore come una storia, è più complicato di quanto appare a prima vista. Don Chisciotte, Madame Bovary ci sono presentati dagli autori come personaggi per cui la lettura è stata nociva, ha fatto smarrire il loro buon senso in un’eccitazione della fantasia. Sono però anche gli eroi dei loro autori che ci presentano dunque il loro modo di vedere il mondo attraverso un doppio specchio: chi leggendo si innamora di Emma e dell’hidalgo si ammala della stessa malattia e si associa alla loro condizione, ma attraverso la perdita di senso della realtà legata alla lettura ribalta con loro la situazione e mostra il mondo che li giudica quale esso è, inadeguato a comprendere e sentire, e non viceversa.

Ci sono dunque diversi piani in cui si percepisce il reale anche nel mondo bugiardo delle narrazioni. Chi racconta delle storie non dice la verità. Ma supponiamo di trovarci nella Lubjanka, o a Via Tasso, o a Guantanamo, e il poliziotto che interroga lo scrittore sospettato di tradire il comunismo o la patria, sottoponendolo a tortura, dica: non mi racconti delle storie… E che magari quello stesso funzionario, guardi un film al cinema, o racconti ai figli o ai nipoti qualche storia familiare come faceva mia nonna. Quanti diversi significati, e quanto contraddittori, assume l’espressione raccontare delle storie a questo punto?

Ai bambini viene raccontata una fiaba, ma gli si insegna anche che si deve imparare a rinunciare alla fiaba per crescere. Si racconta ad esempio di Babbo Natale, ma i bambini imparano presto che la frontiera segnata da quel racconto nel loro sviluppo è un rito iniziatico. Niente renne volanti, niente casa al Polo Nord, scoprono con delusione che i regali sono stati comprati dai genitori. La vera soglia sono loro, e raccontano una storia, cioè hanno mentito. E perché? Questa è la domanda dolorosa che si pone ogni bambino scoprendo che i genitori possono mentire. Impara a tollerare la paura attraverso narrazioni terribili come Hansel e Gretel, Pollicino, il figliol prodigo, ma impara anche a trattare questi racconti come storie appunto, che i genitori non hanno fatto altro che raccontare delle storie, e così la loro generazione, gli insegnanti e i politici, i preti e i poliziotti. Tutto il mondo, così come ci è stato trasmesso, appare a un certo punto come un insieme di storie, e storie false, superate. Non la descrizione di quanto è accaduto ma un uso della narrazione che consentiva ai padri di prendere una distanza dalle loro responsabilità ed elaborare ciò che raccontavano. Quelle colpe ci raggiungono intatte e il primo moto di ribellione è contro il modo inefficace con cui hanno tentato di fare i conti con il loro passato. Vittorie tradite, resistenze che non hanno resistito, gli anni di piombo. Bisogna ripensarci, riprendere in mano quel materiale e cercare questa volta di dire la verità. Uscire dalla loro narrazione e dire le cose come stanno.

Uscire da una narrazione dà per questo un senso di realtà: fuori dal racconto, fuori dalle storie c’è il reale. Finisce un’epoca politica, cade un regime, e tutto quel che quel regime ha detto ci appare una storia. Il più delle volte ci basta riconoscere il carattere romanzesco, la narrazione di quello che abbiamo appena lasciato. Sotto il fascismo ci dicevano che… Nel ‘68 gridavamo viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tze Tung…

Si impara così a far passare per l’immaginazione una catena di eventi sapendo che sono una rappresentazione delle cose, cercando di lasciare andare quello che non è più avvincente, ha esaurito la sua funzione, è appunto diventato semplicemente una storia. E così via, per tutta la vita ci avviciniamo a narrazioni che ci attraggono, ci aiutano a crescere e presto ce le lasciamo alle spalle, portandone le tracce in un tempo parallelo al presente, sotterraneo, che costituisce il tessuto di nuove narrazioni attraverso cui interpretiamo il mondo.

Queste storie sono antiche come il mondo. Ripetute in mille variazioni ci permettono di tenere vivo un senso di quel che viene narrato che è più profondo degli eventi che accadono. Lo condividiamo con gli altri animali: un cane che aspetta il ritorno del padrone, scodinzola e ripete un rituale di festeggiamenti, è già una narrazione. Un racconto si rivela falso, non funziona più, lei non mi amava o la mamma è morta, il comunismo era un incubo o la beat generation un gruppo di sbandati; lo si dice, lo si ripete e la cosa perde forza, restano solo parole e al di là di questa storia spezzata, dai suoi frammenti, rinasce una nuova narrazione.

Siamo fuori da quella storia e siamo già in un’altra storia. La narrazione della fine di quello che era e non è più. Sappiamo che le storie passano e far passare quanto è accaduto in una storia ci è necessario per liberarcene. Narrare, fare una narrazione, non essere prigionieri di una sola rappresentazione del reale ma usare ogni storia come superficie, forma, specchio, per rimettere in movimento la nostra comprensione, per far scorrere l’acqua.

Presto, scoperto il meccanismo di mascheramento della realtà attraverso il racconto, iniziamo a chiedere: ma è una storia vera? Nell’adolescenza ci si può così votare, contro la poesia e i miti, alla scienza e alla verosimiglianza, opponendo all’immaginazione degli autori l’indagine documentaria, i fatti, gli esperimenti e le prove, ma alla fine anche questa strategia si rivela composta essenzialmente di un carattere induttivo e narrativo, un romanzo che ha altre regole. Persino la scienza, come scrive Galileo in Contro il portar la toga è parente prossima dell’Ariosto, della fantasia. Insomma, la verità, a cui l’accusa di raccontare delle storie si contrappone, è essa stessa una storia, un libro, una narrazione. Che sia la Bibbia, i Vangeli o il Corano, o ciò di cui i libri sacri parlano, ammettendo di poter distinguere la trascendenza del contenuto sacro e spirituale dai testi dalle parole di cui sono fatti, persino il dubbio nichilistico e la sfiducia in qualunque verità ha forma di narrazione. Narrata è la giustizia e gli ordinamenti giuridici dei vari paesi, narrate sono fin dall’infanzia le vicende biografiche della famiglia, del paese, della nazione, del mondo. Narrato è il passato e il futuro e in queste storie noi viviamo ora insieme, ora in gruppi più piccoli, ora soli. O così ci sembra, perché come abbiamo postulato fin dall’inizio, le storie sono prima di tutto bugiarde: condannano tutto quel che accade ad apparirci.

Di fronte agli eventi quotidiani i giornali, le radio e le televisioni offrono narrazioni del mondo che gruppi diversi nella società consumano e nutrono confortando i propri assunti ideologici, religiosi, sessuali, tutto ciò che in noi già attende quella narrazione e l’ha preparata nelle puntate precedenti, vedendo confermati in ogni momento i giudizi che ha già dato sul mondo. Siamo tutti come Don Ferrante nei Promessi Sposi, bravissimi a convincerci di quello che già pensavamo.

Pensare è sia un tentativo di conformismo, di adattamento all’ambiente in cui siamo, alle sue regole attraverso le sue storie, sia l’avvertire il cambiamento e dunque ribellarsi per cercare di liberare il flusso, il punto in cui il contrasto tra forme che si svuotano e altri contenuti spezza la superficie, facendo sì che alcune storie diventino false e ci costringano a criticare il mondo da cui veniamo, mentre altre sembrano poter prendere forma e le aspettiamo.

Il potere politico è anche lui essenzialmente narrazione, ma una narrazione che cerca di non sapere cosa è, che vuole confondersi con la Storia. Affinché le sue narrazioni abbiano peso usa eserciti e prigioni, guida oppure piega a una visione del mondo il destino dei popoli. I partiti e le riunioni politiche sono caratterizzati da un interminabile narrarsi gli uni con gli altri la propria versione delle cose, quando c’è la fortuna di avere un parlamento, o l’imposizione di un’unica narrazione nelle dittature: la storia romana e la storia fascista ben saldate, oppure l’apologia di una qualche altra visione del mondo. Questa storia va creduta e nelle dittature diventa un crimine il credere qualcosa di diverso. Avere per la città individui che dubitano, che diffondono il dubbio, non è possibile. Individui che come bambini che vogliono crescere cercano di dire agli altri: questa è una storia, cresciamo insieme. Verso dove? Verso una nuova narrazione, certo, ma che si presenta sempre come la storia di Hansel e Gretel la prima volta che la si ascolta, una storia spaventosa e creduta reale.

Del resto, purtroppo, ciclicamente affiora una certa stanchezza per il moltiplicarsi delle storie e nostalgia per una unica storia che offra identità, il senso di essere quello e non altro e di poter credere che non di una storia in quel caso si tratta, ma della verità.

Cosa possiamo fare allora noi che temiamo il rinserrarsi di questo conformismo fatale, il bloccarsi del flusso narrativo in forme inadeguate? Un conformismo che precipita inesorabile verso la morte e la guerra, perché su quello si fonda? Probabilmente nulla, e così confermiamo l’accusa di essere ininfluenti, inutili, marginali. Come tutti gli intellettuali, i poeti, gli scrittori, i filosofi. Rientriamo così nel disprezzo nutrito verso Don Chisciotte e Madame Bovary, il disprezzo di chi taccia altri di intellettualismo e non considera il proprio mondo come narrazione, e vede in noi solo gente che racconta delle storie.

(questo bellissimo testo è l’omonimo capitolo di “Flow” , Barbera Editore, 2011, del quale NI ha pubblicato in passato il capitolo precedente, “Una nonna narratrice”)

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3 Responses to I pericoli del racconto

  1. luigisocci il 14 gennaio 2013 alle 13:06

    bello veramente. alla coppia chisciotte-bovary andrebbero associati anche i danteschi paolo e francesca, talmente imbevuti di storie che si baciano perchè leggono di due che si baciano.
    l.

  2. Gian Balsamo il 15 gennaio 2013 alle 17:26

    Bellissimo pezzo, Signor Palandri. Dico bellissimo perché, al contrario di Baricco, penso che oltre ad opporsi al brutto, il bello veicoli il buono e il giusto. Varrebbe dunque la pena considerare che nell’interstizio tra la verità e il racconto risiedono l’etica e l’estetica. Io ho letto Madame Bovary almeno una mezza dozzina di volte. Quel libro condanna il compiacimento complice che permette ad una cittadina intera di vegetare senza vivere, soffocando ogni anelito contrario. Nel descriverci l’impossibile patetica vitalità di Emma, Flaubert ci mostra il muro di omertà che, pur di restare in piedi, la DEVE distruggere. Non c’è un solo personaggio “positivo” nel libro di Flaubert. Che non ci offre soltanto l’analisi sociologica d’un paesino francese nella metà dell’Ottocento. Io ho conosciuto personalmente delle Bovary e le garantisco che sono tutt’oggi boicottate, al pari di Emma, dalla fauna, anzi flora del paesino dove vivono. Per non menzionare il fatto che innumerevoli scrittori e scrittrici arabi si ispirano, talora inconsapevolmente, a Flaubert nel narrare le vicissitudini e impossibili aspirazioni di certe donne mussulmane. Quindi, come dicevo, siccome lei ha ragione nel sostenere che non c’è che una verità a nostra disposizione, ed è quella transitoria del racconto, dobbiamo investire di più sul carattere etico dello stesso, che ha una durata sua propria. E farlo possibilmente come fa lei, scrivendo bene.

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