Note-book: Parole sante di Eva Clesis

Nota sull’ultimo libro di Eva Clesis, Parole Sante.

Canto e controcanto524686_10151537732932071_464886817_n-1
di
Francesco Forlani

C’è in Eva Clesis una tale naturalezza nello stile, nella frase, nelle sequenze, che mi sono a lungo chiesto se in lei la narrazione, qualunque tipo di narrazione, si “facesse” con la scrittura, se solo grazie alla parola le cose potessero essere. Insomma, nei libri di Eva Clesis accade qualcosa di simile a un’invenzione da stregoneria, di uno sciamanesimo però di tipo popolare, non esoterico, aristocratico. Le cose, insomma. è come se si parlassero prima fra loro, intrecciate a strani rituali, credenze, segreti di famiglia, ancor prima di rivelarsi al narratore, al lettore, quasi prescindendo dall’uno, dall’altro.
C’è in queste “parole sante” di Eva Clesis, un’inversione sintattica imprescindibile; perché ci si possa salvare, bisogna dapprima “intendere” la parola, sentirla e poi si vedrà se, insomma, sono sante o meno. Si tratta di un polar? Di un noir? L’intrigo è solido, i colpi di scena non mancano certo, e sempre al tempo giusto, eppure non è soltanto un noir, nè solamente un polar.
Si tratta di una scrittura in un ritmo che conviene a quegli strani paesaggi del Sud Italia in cui perfino quando le strade evaporano al sole, e il calore appesantisce i passi, la parola è nervosa, rapida, veloce come una fucilata. Quasi il contrario di quanto accade al nord, dove il passo è sicuramente veloce, il movimento rapido, ma non la parola, rarefatta e che nelle conversazioni sembra sempre evaporare insieme al vino, al respiro.
La dimensione del racconto è meridiana. Per quanto lo spessore del volume superi le duecento pagine l’architettura è quella del racconto, più che del romanzo, i capitoli compiuti, mano a mano, rendendo la lettura agile, accattivante (e cattiva). Meridiana è la dimensione perché è una narrazione che può esistere solo attraverso l’esperienza comune e comunitaria. La lingua madre, locale, scàlpita in tensione continua con quella matrigna, globale, standardizzata. Una storia venata, anzi svenata, di credenze, è “Parole sante”, abitata, anzi domiciliata da mostruosità più o meno taciute, segreti più o meno confessati, che anche quando sembra arrecare sollievo, ” in fondo qui siamo una grande famiglia” in un tempo che atomizza ogni cosa, isola senza solitudine i propri abitanti, di colpo, ma non all’improvviso, ti vomita addosso il male, la condanna di essere una terra, una cultura come la nostra, meridiana e meridionale, incapace di raccontarsi come altro, da una grande famiglia.

1 commento

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera B

di Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini
Due comici entrano in una rivista culturale per esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera.

Les nouveaux réalistes: Pino Lucà Trombetta

di Pino Lucà Trombetta
L’indomani mattina mio padre prima di uscire mi abbracciò stretta: grazie a me, si sentiva finalmente a casa su quell’Isola. Piangeva. In quel momento decisi. Scrissi la lettera, la lasciai sul tavolo in mezzo agli avanzi della festa e feci la valigia.

Les nouveaux réalistes: Claudia Ferretti

di Claudia Ferretti
Non mi importa se l’ascensore non si ferma MAI perfettamente allineato al pavimento del pianerottolo: è un attentato alle caviglie di tutte le donne che indossano i tacchi.

I poeti appartati: Lorenzo Foltran

di Lorenzo Foltran
Una smorfia deturpa il volto umano di chi ha compreso cosa voglia dire essere uomo e ne ha colto il controsenso

Les nouveaux réalistes: Claudio Bellon

di Claudio Bellon
Un ufficio di vetro dove svolgo un lavoro dal titolo complicato: Principal Business Development Manager. Un groviglio di parole che non significa niente.

AzioneAtzeni – Discanto Trentaduesimo: Marcello Fois

di Marcello Fois
Mì che non c’è niente di brutto in questo personaggio, anzi è una specie di eroe, ma eroe per modo dire. Di quelli che non sembrerebbero. Te lo dico subito: non ti devi offendere di nulla, perché quando si scrivono delle storie la cosa importante è capire che non è che sono vere.
francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: