Amputazioni prolungate

di Arben Dedja

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Aquila bicipite

Quando nei Balcani il quinto Stato in soli tre anni, appena dichiarata l’indipendenza, adottò come bandiera un’aquila bicipite (nonostante i colori dell’aquila e lo sfondo), la pazienza dello Stato albanese giunse al limite e, con una lunga e dettagliata nota di protesta indirizzata a tutte le più importanti istituzioni internazionali, chiese d’urgenza il non riconoscimento delle suddette bandiere giacché plagiavano spudoratamente quella albanese, questa nota fu presa in seria considerazione nelle relative sedi, anche se la loro possibilità di intervenire nella politica interna dei neo-Stati era limitata, cosa che produsse una nuova ondata di delusione verso le istituzioni internazionali in Albania e, parallelamente, una forte ondata di nazionalismo pan-albanese, con la nascita di gruppi e forze politiche dalle proposte più strane, parte delle quali suggerivano, per esempio, un ampio attacco diplomatico, non solo verso gli Stati con un’aquila bicipite nella loro bandiera, ma anche verso quelli con un’aquila con due, una sola, o senza nessuna testa nel loro stemma statale (Stati per niente trascurabili come l’America, la Russia, la Germania, ma anche molti altri fuggiti alla nostra attenzione). Un altro partito, un po’ più realista, propose dal canto suo (e la Galleria nazionale delle Arti lo seguì al volo bandendo un concorso in concomitanza con la Festa Nazionale), per modificare graficamente l’aquila bicipite della nostra bandiera in coerenza con le nuove sfide del tempo, in modo tale che comunque si mantenesse superiore alle altre, di ritoccare la forma e le dimensioni del becco uncinato e degli artigli, mentre le proposte più estreme in quest’ambito arrivarono a chiedere la riammissione nella nostra bandiera dei fasci littori insieme con la stella rossa partigiana, che di sicuro avrebbero dato all’aquila un’arma in più nella sua superbia verso le altre, cosa che naturalmente comportò la formazione di analoghi movimenti nazionalisti negli altri Stati Balcanici, che cominciarono anche loro a fare modifiche alle loro aquile, cosa che portò come conseguenza che una sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite disponesse la creazione a tempi brevissimi di una task force con il compito di monitorare in tutte le cerimonie ufficiali dell’ONU, ma anche in senso più lato in qualsiasi cena di lavoro, meeting, cerimonia di Olimpiadi, ecc… le bandiere Balcaniche con aquila bicipite, in modo tale da non lasciarle mai capitare, per un maligno gioco del destino, insieme nelle vicinanze, ma sempre divise una dall’altra da almeno 15 bandiere di altri stati; in caso contrario, il rischio che le aquile (che per di più erano bicipiti) bisticciassero, si azzuffassero, litigassero, combattessero, era molto, ma molto alto, con minaccia imminente che le stesse bandiere si riducessero reciprocamente a brandelli, rendendo così possibile l’inizio di un nuovo conflitto di dimensioni imprevedibili in quest’area ancora calda del pianeta.

 

*

 

Posate

Dalle ricerche nell’Archivio Centrale di Stato, vengono scoperti ogni giorno nuovi e drammatici fatti del tempo della dittatura come, ad esempio, le storie assai dolorose dell’esproprio dei ricchi commercianti nei primi anni che seguirono la seconda guerra mondiale, quando le messe popolari, incitate dal Partito, partecipavano spesso alle rappresaglie, anche se i commercianti pagavano regolarmente le tasse da capogiro imposte dallo Stato e, in casi particolari, era il Ministro degli Interni, con quei suoi metodi, che si occupava di qualcuno come, ad esempio, il caso dei fratelli Xinxo da Coritza ai quali, oltre ad altre ricchezze, fu sequestrata la cifra record di 2.029.734 cucchiai d’argento nascosti nelle fondamenta della loro casa; un numero di cucchiai mai riscontrato prima nei Balcani, fratelli che subirono un tragico destino: il più grande spirò dopo 12 giorni di atroci torture inflittegli dagli ufficiali del Ministero degli Interni, senza riuscire a ricavare alcun indizio di altre ricchezze nascoste chissà dove; mentre il più giovane, dopo la perdita del fratello e l’ancora più grave perdita dei cucchiai, uscì di senno, passando il resto dei propri giorni in manicomio. Molti anni dopo, era il 1975, grazie ad annose e scrupolose osservazioni, il meteorologo della città, che aveva notato la preferenza dei fulmini a cadere sul tronco ormai tutto raggrinzito di un melograno dall’altro lato della strada e lontano dalla casa una volta degli Xinxo, piuttosto che sulla grandiosa quercia lì vicina, scoprì, informando all’istante gli organi competeneti che lo insignirono, poco prima della sua morte, con la medaglia di “Gran Cavaliere”, tra le radici di quel melograno, sette botti piene della frastornante quantità di 2.029.733 coltelli d’argento della famiglia Xinxo, ormai estinta, causando involontariamente una piccola rivoluzione nella vita quotidiana di quella tranquilla gente di provincia, la quale, allora come oggi, segue con particolare attenzione tutti gli scavi per le fondamenta di qualsiasi nuovo immobile e, ancora più attentamente, l’ordine celeste dei lampi sopra la città. Cercano le tracce della frastornante quantità, mai riscontrata prima nei Balcani, di 2.029.734 forchette d’argento nascoste chissà dove e di un coltello, d’argento anche quello, sotterrato in tutta fretta insieme alle forchette.

 

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Organo

Lo trovarono a Orosch, nella kulla* di Gjon Kol Ukaj, l’organo della Chiesa di Shirgj, costruita nellVIII secolo, proprio dove il fiume Boiana, dopo la Grande Curva, si amplia per scorrere poi per sempre in mare. Il raro organo, registrato con il numero 117 nei cataloghi vaticani, era dato per perso quando la verità venne a galla. Rimaneva un mistero com’era stato possibile trasportare fin su in montagna quella massa da 500 oka**, rubata forse con altre ricchezze della Chiesa nell’anno 1967. Considerare che potrebbero averla trasportata in barca su per il fiume, sembrava ugualmente assurdo che immaginarla portata con i cavalli tra i sentieri, ma Gjon Ukaj ce l’aveva nella sua kulla e diceva di ricordare da sempre di averla avuta lì. I vicini (anche se la casa più vicina si trovava a più di 200 metri di distanza) testimoniarono che per anni, nella notte di Natale, o quando fulmini si scaricavano nella parte est del valico, si sentivano arrivare dalla kulla dei suoni prolungati e gravi come lamenti. C’era come qualcuno che suonava il corno. Quando le teste di cuoio circondarono la kulla, costruita senza malta e mattoni, con pietre non levigate legate con fil di ferro, secondo la tradizione delle montagne albanesi, molto simile al modo di costruzione della Chiesa di Shirgj, cosa che dimostrava palesemente la continuità culturale illiro-albanese in questa terra; quando strinsero, dunque, l’assedio per prendere in consegna l’organo che gli Ukaj avevano chiaramente dichiarato di voler difendere fino all’ultimo sangue, notarono che quell’organo fungeva da sostegno al tetto della kulla, mentre la canna principale, lunga circa 16 piedi, tutta in abete nero, che una volta vibrava di musiche celesti, serviva da canna fumaria.

 

*La casa fortificata delle montagne albanesi, a forma di torre, di tre piani e di vaste dimensioni, adatta alle esigenze di grandi famiglia patrilineari.

**Vecchia unità di peso tra 1 kg e un quarto e 1 kg e mezzo.

 

*

 

Estratti da Arben Dedja, Amputazioni prolungate (Besa 2014)

 

 

 

2 Commenti

  1. Ottimo, direi. (Sull’aquila bicipite: aveva forse ragione Benjamin Franklin a voler mettere un tacchino sullo stemma degli Stati Uniti. Non lo ascoltarono, però.)

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Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.