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Risorgere

Da un’isola all’altra. Dialogo, poesia, terre nel collasso climatico

di Francesca Matteoni

Giustizia sociale è giustizia climatica. Le due cose vanno insieme e non lo ripetiamo mai abbastanza: lo scempio dei corpi umani ovunque, la violazione del diritto internazionale, è lo scempio della terra e di tutti i corpi, la violazione di ogni storia condivisa. Con questa consapevolezza ho sempre seguito la questione artica, cercando di intercettare la prospettiva indigena, ovvero lo sguardo di chi è stato colonizzato più volte e su più piani: politico, culturale, intellettuale, sociale. Distruzione di soggettività, riduzione a nostalgia folkloristica dei popoli e delle loro mitografie, devastazione delle risorse terrestri hanno innescato un effetto domino che abbatte, in tempi rapidi, ogni illusione occidentale di sicurezza e intoccabilità. Avremmo dovuto comprendere che come immaginiamo il pianeta così lo rendiamo abitabile o del tutto impossibile per la nostra specie e moltissime altre. Ci stiamo ormai addentrando nella seconda opzione, eppure siamo ancora vive. Mentre Trump minaccia di invadere la Groenlandia e l’ONU riconosce la bancarotta idrica del mondo, ancora una volta cerco la voce di altre umanità, custodi di visioni dove il benessere dell’umano (di un certo umano) non dipende dal dominio esercitato sul resto dell’esistente, ma dal riconoscimento di reciprocità e interdipendenza fra specie e territori. Non si tratta mai di salvare l’altro: si tratta di andare verso l’altro come verso noi stesse.  Fare la nostra parte nel processo di un’autentica autoconservazione. Forse dovremmo fare rotta collettivamente verso nord, forse possiamo proprio farlo e unirci alla resistenza dei Kalaallit. Salpare, ma per toccare terra stavolta, sapendo che ogni battaglia si tiene in questo sciagurato presente (stiamo purtroppo imparando così, la relazione).

Dunque qualche giorno fa, cercando online scritture contemporanee dall’Artico, mi sono imbattuta in “Rise”, video-poema pubblicato nel 2018 sul sito del movimento 350, che lavora per il progressivo abbandono dei combustibili fossili a favore di energie rinnovabili e accessibili alle comunità. Il nome deriva da un dato scientifico: 350 ppm, ovvero 350 parti di anidride carbonica per milione nell’atmosfera, la soglia di sicurezza già ampiamente superata quattro decenni fa.

L’opera è stata realizzata da un team tecnico e artistico intorno al testo scritto da due autrici le cui isole sono inevitabilmente compromesse dal collasso climatico: Kathy Jetñil-Kijiner, nata nelle isole Marshall nel Pacifico centrale, e Aka Niviâna, groenlandese di origine Kalaallit. Le due artiste si incontrano sulla cima di un ghiacciaio artico in via di scioglimento, si scambiano le “ossa” delle loro terre che sono conchiglie e pietre, mentre immagini di ghiacciai, volti umani, balene, spiagge, scorrono insieme alle parole. Diventano due sorelle drammaticamente divise e unite dall’oceano, che riattivano miti di antenate – davanti al disastro chiedono giustizia e testimoniano il destino del loro territorio, che sarà presto quello di tutti, a partire dalle città più prossime alle acque. D’istinto mi sono messa a tradurre la poesia e a cercare altre informazioni. Kathy Jetñil-Kijiner ha raccontato l’esperienza alla rivista Grist: davanti al corpo fisico del ghiaccio che, sciogliendosi, sommergerà la sua isola non ha provato rabbia, ma la riverenza dovuta a un membro antico della comunità – vasto, espanso, bello. Questa dichiarazione mi ha fatto riflettere sulle valenze semantiche del verbo rise, che, in sintonia con la traduzione presente sul sito, ho scelto di restituire come “risorgere”, ma che significa primariamente “alzarsi, sollevarsi, aumentare”. Le acque aumentano e reclamano la terra; in risposta le vite umane si levano per parlare attraverso i luoghi, non si rassegnano a subire le decisioni scellerate prese altrove. Il nemico non è l’oceano –  l’oceano, semmai, è la coscienza ancestrale del pianeta. Ed è una coscienza femminile, che ricorda tutto quanto è stato marginalizzato, schiacciato, messo al servizio di interessi ottusi. Per questo, e per sottolineare il rimando alla società marshallese, retta da un sistema di discendenza matrilineare, ho scelto di tradurre “ancestors” con “antenate”: mi sembrava più sensato e perfino più potente nella lingua italiana.

(Possano opere simili nascere e diffondersi, possano le nostre parole divenire un coro polifonico, possiamo noi alzarci, tutte, per dire basta all’orrore, per mettere le une accanto alle altre le pietre, le conchiglie, le zolle, i gusci e i frammenti di nido di quanto riusciremo a recare in dono, le une alle altre, per ricominciare).

 

Risorgere

di Kathy Jetñil-Kijiner e Aka Niviâna

Sorella di ghiaccio e neve
ti raggiungo
dalla terra delle mie antenate,
dagli atolli, vulcani sommersi
discesa sottomarina
di giganti addormentati

Sorella di sabbia e oceano,
ti accolgo
nella terra delle mie antenate
nella terra dove sacrificarono le loro vite
perché la mia fosse possibile
nella terra
delle sopravvissute.

Ti raggiungo
dalla terra scelta dalle mie antenate.
Aelon Kein Ad,
le isole Marshall,
un paese più mare che terra.
Ti accolgo a Kalaallit Nunaat,
Groenlandia,
la più grande isola del pianeta.

Sorella di ghiaccio e neve,
porto con me queste conchiglie
che ho raccolto sulle rive
dell’atollo di Bikini e della Cupola di Runit

Sorella di sabbia e oceano,
tengo nelle mani queste pietre raccolte dalle rive di Nuuk,
le fondamenta della terra che chiamo la mia casa.

Con queste conchiglie porto una storia antica
due sorelle sospese nel tempo sull’isola di Ujae,
una trasformata in pietra per magia
l’altra che scelse quella vita
per radicarsi a fianco di sua sorella.
Ancora oggi si vedono le due sorelle
sul margine della barriera corallina,
una lezione di permanenza.

Con queste pietre porto
una storia ripetuta infinite volte
una storia di Sassuma Arnaa, Madre del Mare,
che vive in una grotta sul fondo dell’oceano.

Questa storia riguarda
la custode del mare.
Lei vede l’avidità nei nostri cuori,
l’oltraggio nei nostri occhi.
Tutte le balene, tutte le correnti,
tutti gli iceberg
sono figli suoi.

Quando li oltraggiamo
ci dà ciò che meritiamo,
una lezione sul rispetto.

Ci meritiamo lo scioglimento dei ghiacci?
Gli orsi polari affamati che raggiungono le nostre isole
o gli iceberg colossali che frangono queste acque con rabbia
ci meritiamo
che la loro madre
venga a prendersi le nostre case
le nostre vite?

Da un’isola all’altra
io chiedo soluzioni.
Da un’isola all’altra
ti chiedo di dirmi i tuoi problemi.

Lascia che ti mostri la marea
che viene a prenderci molto più in fretta
di quanto vorremmo ammettere.
Lascia che ti mostri
gli aeroporti sott’acqua
le barriere coralline spianate dai bulldozer
le spiagge esplose
e i progetti per costruire nuovi atolli
estraendo con forza la terra
da un mare ancestrale che risorge,
costringendoci a immaginare
di trasformarci in pietra.

Sorella di sabbia e oceano,
puoi sentire i nostri ghiacciai gemere
sotto il peso del riscaldamento globale?
Ti aspetto, qui,
sulla terra delle mie antenate
il cuore appesantito dalla sete
di soluzioni
mentre osservo questa terra
cambiare
e il Mondo restare in silenzio.

Sorella di ghiaccio e neve,
ti raggiungo adesso nel lutto
piangendo per i paesaggi
da sempre costretti a cambiare

prima dalle guerre che ci hanno inflitto
poi dalle scorie nucleari
scaricate
nelle nostre acque
sul nostro ghiaccio
e ora questo.

Sorella di sabbia e oceano,
ti offro queste pietre, le fondamenta della mia casa.
Durante il nostro viaggio
possano le stesse fondamenta incrollabili
unirci,
renderci più forti,
di questi mostri colonizzatori
che ancora oggi divorano le nostre vite
per il loro piacere.
Proprio le solite bestie
che ora decidono,
chi dovrebbe vivere
chi dovrebbe morire.

Sorella di ghiaccio e neve,
ti offro questa conchiglia
e la storia delle due sorelle
quale testamento
quale dichiarazione
che nonostante tutto
non ce ne andremo.
Invece
sceglieremo la pietra.
Sceglieremo di radicarci su questa barriera corallina
per sempre.

Da queste isole
chiediamo soluzioni.
Da queste isole

chiediamo
pretendiamo che il mondo getti lo sguardo oltre
i SUV, i climatizzatori, le sue comodità preconfezionate
i suoi sogni imbrattati di petrolio, oltre l’illusione
che il domani non accadrà mai, che questa
sia soltanto una verità scomoda.
Lascia che avvicini la mia casa alla tua.
Guarderemo Miami, New York,
Shangai, Amsterdam, Londra,
Rio de Janeiro e Osaka
che provano a respirare sott’acqua.
Credete di avere decenni
prima che le vostre case sprofondino nelle maree?
Ci restano anni.
Ci restano mesi
prima che ci offriate di nuovo in sacrificio
prima che osserviate gli schermi delle vostre tv e computer
aspettando
di vedere se respireremo ancora
mentre non fate niente.

Sorella mia,
da un’isola all’altra
ti dono queste pietre
per ricordarci
che le nostre vite valgono più del loro potere
che la vita in tutte le sue forme esige
lo stesso rispetto che tutti nutriamo per il denaro
che questi problemi riguardano ognuna di noi
nessuna di noi ne è immune
e che ognuna di noi deve decidere
se
risorgeremo.

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Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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