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Franco Cordelli – Una sostanza sottile

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di Domenico Pinto

 

Dopo La marea umana (2010), Franco Cordelli torna a pubblicare un’opera narrativa, e lo fa con quel che appare il suo romanzo più assorto, vertiginoso, consuntivo: Una sostanza sottile (Einaudi).

Un padre e una figlia si incontrano, compiono un viaggio senza meta in Provenza, l’uno per parlare, l’altra per ascoltare e scrivere. Scrivere o trascrivere cosa? Dell’ospedale, dell’attraversamento d’una malattia, di una ipotesi di felicità scaturita nel ’64 per l’assenza di mali, del ritorno della malattia nel 2009, del sentimento del tempo, inafferrabile e perturbato, insediato nel solo oggetto pensato per racchiuderlo, il romanzo.

Al suo fondo la vita, costituita da frantumi, torsi di ricordo, come non vi fosse il bisogno di terminarli, quasi non fosse possibile, come se ciascun ricordo fosse in certo senso illimitato. Come senza limite sono le voci del libro, del padre François e della figlia Irène, le quali stabiliscono una forma di identità, di scivolamento perpetuo dell’uno nell’altra, da chi racconta in chi scrive, da chi pensa in chi scrive, in un movimento che attrae le voci dentro l’occhio della narrazione, limatura di ferro verso una calamita. L’«io scrivo» appare così lungamente più problematico e indecidibile che l’«io mento» del paradosso cretese, garantendo un mistero non mai sciolto nel corso del romanzo, perché la parola dei due non viaggia nell’aria, ma solo nel pensiero, ci ricorda che il dialogo è il fantasma della persona, e che ha come argomento ogni cosa, la perdita definitiva di tutto.

Eppure, dice Irène, «non c’è nulla che non abbia possibilità di resurrezione, quale che sia la forma in cui si manifesta. Se ne deve dare l’opportunità, in specie il desiderio»; tanto che il romanzo, richiamando gli eventi, certamente creandoli, si dimostra il campo di una speciale metafisica, in cui il passato torna compresente, benché questo sia appunto lo spazio del fantasma, una diapositiva che ribolle, bruciando agli angoli prima di cancellarsi.
Nel dialogo a due vengono rischiarati, con andamento interrogativo, concessivo, dubitativo fin dentro la costruzione della frase, e contrappuntato invece da una spaventosa simmetria architettonica – recedendo dal ritmo ternario del libro rare volte: capitoli di tre pagine, con tre oggetti nel titolo, 81 capitoli complessivi come il Tao –, dicevamo vengono rischiarati nel dialogo le donne amate o non amate, le cliniche, i medici, i genitori, la molteplicità del desiderio, gli autori letti (ammirati come il Durrell del Quartetto di Alessandria, e quelli con cui si attua un confronto de lonh, come Petrarca), ogni cosa insomma che può essere trasfigurata da quella superstizione che è la letteratura e che compone la rete incostante, la «sostanza sottile» della vita. È senza che il racconto abbia le ambizioni della memoria, pure senza nostalgia, piuttosto come il pretesto per un’ispezione, una messa in rapporto, che si svolge il vagabondaggio in Provenza: entro le mura bianche di Avignone, dilatandosi poi a Saint-Remy – dov’è l’ospedale in cui un grande pittore trascorse cinquantatré settimane prima di uccidersi –, nei caffè di Sommiers, Aigues-Mortes, Les Baux. È forse il pensiero che la coscienza, l’acuirsi di essa, possa salvarci, che produce suo mal grado episodi luminosi e struggenti come quelli della morte del padre Piero, l’abbraccio dato alla traduttrice Manon, l’apparizione della scarna stanza di Van Gogh, la presenza solitaria e laterale di Adele (giovane donna amata da François, ferma al suo capezzale quando egli si trova per tre mesi fra la vita e la morte), o ancora gli inservienti che portano via i cadaveri dalla sala rianimazione, uscieri dell’oltremondo.
Una sostanza sottile, una materia di sogno, collega di lontano le precedenti stagioni della nostra esistenza, o ci avvicina, andando avanti e indietro lungo la linea del tempo, rafforzandosi per una corrente sotterranea, invariabile, informata dal desiderio, da tutti i desideri rimasti inespressi – la «jouissance è quello che non esiste», ancora una volta è Irène a parlare. Sarà senza dubbio un caso, allora, nel tavolo da baccarat che sono i romanzi di Cordelli, se l’espressione che presta il nome al romanzo appare in un unico punto, dove padre e figlia discutono del desiderio, e che il luogo rammenti fatalmente il Romeo e Giulietta: «È vero, io parlo di sogni,/ che sono i figli di un cervello ozioso,/ generati da nient’altro che una vana fantasia/ la quale è di una sostanza sottile come l’aria/ e più incostante del vento». È il momento in cui Mercutio, mentre declama le gesta della Regina Mab – divinità delle turbolenze erotiche, dei desideri negati e rimossi – viene bruscamente posto a tacere da un Romeo inorridito.

Ma in questa che potrebbe essere una biografia, un memoir, un «tristo documento», un diario, in qualunque modo si voglia chiamarlo, in questo romanzo si pone o non si pone il vecchio problema della verità? Oppure occorrerebbe dirsi, svolgendo una riflessione sulla scrittura e la vita che è sempre di Irène «Come non fossero precisamente la medesima forza: che poi vinca l’una o l’altra, che differenza fa?» Detto in altre parole è un quaderno di interrogazioni e traduzioni, al cui interno è scritta, nella forma mutata del romanzo, quel che si può trattenere, o immaginare, di una vita («per il poco che raccoglieva di un passato che si può giudicare noioso, non interessante, comune, ma esso erano le briciole che gliene rimanevano.») Ed è commovente come nelle incomprensibili distanze del tempo si precisi un continuo dialogo a due, che a questa voce eternamente domandante, dubitante, al nulla del pensiero risponda un contralto femminile, una voce umana.

Sappiamo da Seneca che il passato è quella parte del tempo, sottratta alla fortuna, che non può più cadere sotto il dominio di nulla, un libro aperto e comprensibile, tanto da poter essere richiamato in qualunque momento. L’altro grande polo, La Recherche, dice invece che il tempo distrugge, nulla viene a salvarsi, che nel romanzo – la dimostrazione, come Proust la chiama – non si può richiamare la vita, essendo per l’appunto un romanzo, la più clamorosa delle finzioni, in questo caso immaginaria quanto il Chisciotte, un prova dell’oblio, non un saggio della memoria e delle cause. Qui una sostanza sottile organizza il tempo di una malattia, quella che conduce François alla quasi morte nel 2009. Il racconto esplora il nembo di cause che porta alla distruzione della persona, come fosse infine necessario tenere insieme il filo degli eventi. Ma sono poi veramente cause? Oppure queste cause non sono che il contrario della causa, la mancanza di causa, cioè il Caso? Il romanzo (seppure non certamente il romanzo ottocentesco, quello ha fiducia nell’origine, che confida in un reale tangibile) potrebbe allora essere lo strumento che esplora il Caso. Cordelli – il narratore, è uguale – sembra non fare alcun assegnamento sia sul reale sia sul romanzo, al pari di quei linguisti che creano una lingua artificiale, perfettamente funzionante, non parlata da nessuno. Un prodigio di ingegneria senza mondo. E allora perché si affaccia in molte pagine il sospetto che l’anamnesi possa offrire una sia pur recondita forma di salvezza? Forse Una sostanza sottile si colloca in una fessura tra impossibilità del racconto e metafisica della salvezza o della guarigione. Un frammento di Walter Benjamin osservava: «Ci chiediamo, a questo punto, se il racconto non possa costituire il giusto clima, la condizione piu favorevole per una guarigione. Ovvero ci chiediamo se ogni malattia non possa guarire, purché essa venga portata via, lontano abbastanza, sino alla foce, dal corso del racconto».

A noi, a loro stessi, François e Irène non danno responsi, al più offrono delle confutazioni, l’accorta perplessità del possibile, un ragionativo musicale che è il timbro più intimo della prosa di Cordelli: «Sempre si dice che ciò che conta è la domanda, le risposte sono occasionali, transitive; permanenti, intransitive sarebbero solo le domande».

 

(Pubblicato su La gazzetta del Mezzogiorno il 30 settembre 2016)

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7 Commenti

  1. Una bella narratio critica. Talmente acattivante in se dal rendere quasi superfluo (oltreché impossibile trovandomi a tot migliaia di km dall’Italia) il romanzo. Francois/Franco? Le apparizioni? La figlia? Jean Gebster (vedi internet) nel suo monumentale ‘Origine e presente’scrive che Petrarca, nello scoprire dal Mont Ventoux il PAESAGGIO (di Provenza)…’si impadroní di me un pensiero nuovo, che mi traferí dallo spazio al tempo (a loci traduxit ad tempora)….una volta saziati i miei occhi con la contemplazione (dello spazio)da questa montagna in me ipsum interiores oculos reflexi…Insomma per Gebster si ‘amplia in maniera inaudita l’immagine del mondo’. Insomma ‘quella’ Provenza ha guidato Petrarca (e viceversa)…e poi su su fino Cezanne (che muta la propettiva….anche lui), Van Gogh…E poco discosto da St. Remy quelle straordinarie sculture e addobbi architettonici romani…E poi Arles…E da ultimo Francois/Franco Cordelli.

  2. Un libro che rimastica vecchie questioni letterarie e filosofiche senza avere la magia della grande narrativa, che per prima le affrontò , risolvendole da par suo, un secolo fa. C’è di molto meglio in libreria.

  3. Grazie Anna. La grande narrativa, giá….E adesso il Nobel a Bob Dylan, il Nobel per la letteratura. Viene a premiare che cosa? Poesia+Musica? Una tendenza consolidata da quel dí (Bob Dylan)? Tutto, il Tutto (la lett.) oramai si é aperta a ventaglio. E non solo la letteratura….Ne prendiamo atto. Dobbiamo prenderne atto. Vero Dario Fó?

    • Il Nobel per la letteratura non è un premio a quanto di meglio c’è in giro. Quindi è inutile stupirsi ogni volta.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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