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Dai diamanti non nasce niente

testadi

Carlo Grande

* La cremazione è la scelta migliore. La cenere torna cenere.

Così ci si risparmia la decomposizione e i vermi.

Perché, sai, i vermi mi preoccupano abbastanza.

(M. Caine a Jack Nicholson in “Blood and Wine”)

Dunque, la notizia è che l’ultima frontiera della pseudo-immortalità è comprimere le ceneri del caro estinto e trasformarlo in diamante da tot carati (più è compresso e più carati ci sono, più il procedimento costa). Lo fanno in Svizzera e Giovanardi s’è inalberato, teorizzando il vilipendio di cadavere.

E’ tutto grottesco.

Va bene che un diamante è per sempre, ma portarsi al dito la nonna, il cane o chissà chi altro mi sembra l’ennesimo atto di “Hybris”, di protervia contemporanea, un tentativo di far trionfare (ma non siamo ancora stufi?) la materia, l’apparenza contro la sostanza.

La sostanza è che quando uno è morto è morto… e morta lì, non vi pare? E comunque quel che resta non è propriamente la persona con cui si parlava, si scherzava, ci si insultava, si faceva l’amore o ci si prendeva a sberle. Gone, andato. Game over. Abbiamo altri modi per coltivare la memoria.

E invece no. Un diamante è per sempre, ma è pur sempre un oggetto, il trionfo della “roba” verghiana, dell’oggettistica… Allora perché non farsi impagliare, mummificare? Cinque miliardi di mummie, dove le metteremo?

Siamo polvere, cosa organica che va restituita all’Universo, facciamocene una ragione.

E poi il mercato dei diamanti viene falsato, i caveau rischiano di diventare cimiteri e regalare monili può obbligarci a macabre scoperte in gioielleria.

Quanto a me non voglio farmi portare al dito, al collo, non voglio apparire, voglio sparire ordinatamente, disciplinatamente, coltivando fin d’ora il senso del limite, il mistero, il rifiuto di quantificare tutto.

Voglio disperdermi, non esistere, deporre la volontà, come consigliavano Cioran e Carmelo Bene. Secondo me, caro Nanni Moretti, mi si vede di più se non appaio per niente.

Voglio essere un geroglifico, come direbbe Ivano Fossati ne “Il battito”, un graffito inesplicabile perché del tutto inutile.

Non è nemmeno umiliante non apparire, anzi, è così riposante…

“Dopo tanto teatro dopo tante guerre/ Dopo tanti libri dopo tanto cammino/ Dopo tante bugie dopo tanto amore/ Dopo tanti secoli”…

 Voglio accettare che la memoria non passa attraverso gli oggetti, con buona pace di Ugo e delle sue urne de’ forti. Noi non abiteremo più lì. Se siamo solo materia, allora siamo qualcosa di troppo vile, meglio scomparire e fondersi con il tutto.

 Non trasformatemi in diamante, vi prego. Al momento del trapasso, avvolgetemi nella bandiera della mia squadra più odiata, come consiglia Eduardo Galeano, per poter dire al pari del tifoso del Boca Junior che indossa la sciarpa del River Plate: “Muere uno de ellos”, “Così muore uno di loro”.

Lasciate che gli atomi si mescolino, liberi. Rivendico il diritto all’oblio.

E poi dai diamanti non nasce niente, preferisco diventare pura memoria, seguire la sorte di una molecola borgesiana:

 “Questa pallottola è antica. Nel 1987 lo sparò contro il presidente dell’Uruguay un ragazzo di Montevideo, Arredondo, che aveva trascorso molto tempo senza vedere nessuno, perché si sapesse che non aveva complici. Trent’anni prima lo stesso proiettile uccise Lincoln, per opera criminale o magica di un attore che le parole di Shakespeare avevano trasformato in Marco Bruto, assassino di Cesare. Alla meta del secolo XVII, la vendetta se ne servì per assassinare Gustavo Adolfo di Svezia, nel mezzo della pubblica ecatombe di una battaglia. Prima la pallottola era stata altre cose, giacché la trasmigrazione pitagorica non è esclusiva degli uomini. Fu il cordone di seta che in Oriente ricevono i visir, fu la mannaia triangolare che tagliò il collo ad una regina, fu i chiodi oscuri che trafissero la carne del Redentore e il legno della Croce, fu il veleno che il capo cartaginese conservava in un anello, fu il sereno calice che un pomeriggio bevve Socrate . All’alba del tempo fu la pietra che Caino scagliò contro Abele e sarà molte altre cose che oggi neppure immaginiamo e che finiranno insieme agli uomini e al loro prodigioso e fragile destino. (J. L. Borges, “In memoriam J.F.K.”)

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5 Commenti

  1. Il mio epitaffio potrebbe essere quel passaggio di Sade: mi ostino a vivere perché “Anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi”. [ C. B.]

  2. non trasmettono mai documentari sulle galline perché osservandole dovremmo rivedere l’eccezionalità che ci siamo ritagliati su misura del nostro ego sconfinato dimentichi che perfino il tempo geologico è un lampo nell’eternità

  3. Il mio epitaffio sarà lo stesso di Walter Chiari: !Amici, non preoccupatevi, è solo sonno arretrato”. Condivido, Effeffe.

  4. Tutto molto bello!!! Visto mi domandavo di cosa siamo fatti mi ricorderò che anche di questo siamo fatti…cenere e diamanti. Consiglio al proposito “Riflusso” racconto contenuto in “Oggetto quasi” di Josè Saramago, altro Nobel del quale rimangono oramai solo le ceneri non per niente deposte sotto un ulivo di fronte alla “Casas dos Bicos” sede della fondazione a lui intitolata nella “sua” Lisbona.

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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