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Gesti

la-rocca

di Lella de Marchi

 

appendice per una supplica

omaggio a Ketty La Rocca

 

 

Ketty La Rocca non ha un corpo, Ketty La Rocca

ha tante mani. mani bianche che si muovono

su di uno schermo nero che si muovono in tutti i modi

possibili in tutte le direzioni. mani che cercano corpi

che presuppongono l’esistenza di altri corpi pronti

ad accogliere i loro gesti. mani che supplicano altri ipotetici

corpi di avvicinarle di riceverne i gesti. ipotetici corpi

che stanno al di fuori del suo corpo che stanno

al di fuori dello schermo nero.

si potrebbe supporre che esistano tanti corpi quanti sono

i movimenti delle sue mani tanti corpi che corrispondono

perfettamente ad ogni gesto compiuto dalle sue mani.

si potrebbe pensare a cosa accadrebbe se un gesto

compiuto dalle sue mani fosse raccolto da un ipotetico

corpo, non necessariamente predisposto ad accogliere

proprio e solo quel gesto.

 

 

Untitled 1975-80 Francesca Woodman 1958-1981 ARTIST ROOMS Acquired jointly with the National Galleries of Scotland through The d'Offay Donation with assistance from the National Heritage Memorial Fund and the Art Fund 2008 http://www.tate.org.uk/art/work/AR00357

fuori di me

omaggio a Francesca Woodman

 

il mio corpo esiste, ne sono sicura, nudo o vestito esiste.

lo posso toccare lo posso sentire. anche da fuori

del corpo mi arrivano informazioni vaghe, bisbigli

dell’esistenza del corpo.

ma è certo che non posso vederlo, il mio corpo, tanto meno

vederlo in azione, mentre si muove più o meno

spontaneamente. dovrei presupporre l’esistenza di un corpo

fuori di me,di un corpo fuori di sé. un corpo che è me

e che non è me. un corpo che è sé e che non è sé. un corpo

che non sono io.

ma è certo che non posso separarmi del tutto da me e non

potendo separarmi del tutto da me non posso far altro che restare

a guardarmi mentre sono fuori di me, mentre non sono io.

mentre sono fuori di me, mentre non sono io il mio corpo visto

da me è parte integrante del paesaggio fuori di me. è dentro

l’architettura che hanno le cose è dentro le cose è quelle cose.

il mio corpo è un camino il mio corpo è un catino il mio

corpo è un corpo sospeso ad un architrave il mio corpo

è un serpente dentro il catino il mio corpo è un altro corpo.

tutte cose che sono me in quanto le vedo tutte cose che

non possono essere me perché sono fuori di me.

il mio corpo è in tutte le cose che vedo, è vero, ma non tutto

intero, a pezzi, un po’ qua e un po’ là, in modo vago

e trascorrente.

persino lo specchio fallisce nel tentativo di rendermi il corpo

in azione. dovrei sorprenderlo quando non sa che ci sono

e mi sto specchiando. dovrei assumere in me inesistenti quanto

improbabili pose o movimenti.

 

 

goldinTempo Umano Minore

omaggio a Nan Goldin

 

soltanto un mese fa il mio corpo era qualcosa d’intero

e giustificato, la mia pelle era liscia, la curva seguiva

la curva la retta seguiva la retta.

soltanto un mese fa il mio corpo era un insieme di segni

con sottoinsiemi era un sistema efficiente e ben collaudato.

soltanto un mese fa sul mio corpo c’erano spigoli angoli

rientranze fessure macchie rigonfiamenti.

soltanto un mese fa nel mio corpo tutto era dove

doveva, anche un’imperfezione era dove doveva, era

un tratto era un segno che lo distingueva.

non è solo il tempo a cambiare il volto

alle cose, non c’è solo il tempo cosmico e universale, il tempo

crudele che impone a tutti il nascere e il morire, c’è un tempo

umano e minore un tempo brutale che spacca il tessuto

del tempo cosmico e universale che spacca la fibra che spacca

la faccia, che impone un’aggiunta posticcia e assai

dolorosa di spigoli angoli rientranze fessure macchie

rigonfiamenti. un surplus di dolore un surplus d’imperfezione.

con altro tempo sopra quel tempo umano e minore fino

a raggiungere il tempo cosmico e universale il corpo, persino

il mio corpo, da fuori ritorna intero com’era.

con altro tempo sopra quel tempo umano e minore fino

a raggiungere il tempo cosmico e universale potrebbe

sembrare che il corpo, persino il mio corpo, sia sempre stato

sempre e solo intero com’era.

 

 

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Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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