La letteratura garibaldina: la retorica dell’antiretorica

28 novembre 2016
Pubblicato da

preziosi_25_9788898007608_0   di Luigi Preziosi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo sforzo di contenimento dell’enfasi retorica non comporta comunque una degradazione del tono epico della narrazione. Piuttosto, i racconti dei memorialisti garibaldini costituiscono un corpus che nel complesso esprime una forma di epica abbastanza coerente e piuttosto riconoscibile. È un’epica domestica, e al tempo stesso quasi un’ammissione di modestia. Per quanto in particolare riguarda la spedizione dei Mille, l’impresa già si palesava immensa alla partenza da Quarto, ma le modalità con cui si era andata realizzando ed il risultato finale costituivano immediatamente leggenda, senza alcuna necessità di mediazioni letterarie: un migliaio di uomini aveva conquistato un regno, il conquistatore lo donava per la realizzazione di uno scopo di gran lunga superiore alla stessa conquista. Forse la presa di Troia aveva avuto necessità di un cantore per diventare mito, forse la realtà storica era stata di gran lunga inferiore al racconto omerico. O forse no. Ma le gesta dei Mille, agli occhi dei pochi che vi avevano partecipato e di tutti coloro che vi avevano assistito, erano cronaca contemporanea che si faceva storia: la dismisura dell’impresa era tale che i memorialisti non avevano bisogno di enfatizzare ulteriormente un evento che già era impresso nel ricordo di tutti come straordinario. Ad evitare la scelta di una sistematica solennità può aver contribuito anche la consapevolezza, o quanto meno il sospetto, della propria inadeguatezza, in confronto non tanto al compito di riferire gli eventi, di farli conoscere ed apprezzare, quanto al dovere di fronte alla storia che gli autori garibaldini si sentono chiamati a realizzare. Giovani appena usciti dalle Università (uno, Abba, ci sarebbe ritornato a terminare gli studi), impregnati di un sapere romantico che esalta la libertà dei popoli dall’oppressione, e di un sapere umanistico che indica nella loro impresa un evento atteso da centinaia di anni, ben a ragione possono sentirsi gli autori di un riscatto che generazioni di uomini hanno atteso invano, e che la sorte ha posto nelle loro mani. Facile allora coltivare il dubbio se essere o meno all’altezza della missione suprema di compiere la storia. Opportuna pertanto anche la scelta di non affidare la narrazione a pompose magniloquenze, ma di lasciare parlare in prima battuta gli eventi raccontati, di per sé sufficientemente suggestivi e non bisognevoli di ampliamenti retorici.

Di qui anche alcune strategie narrative, figlie dei tempi, ma perfettamente conseguenti al disegno di utilizzare un grado medio di retorica, consistenti nel ricorso al racconto singolo di eventi anche molto ordinari. L’autorappresentazione di sé, generalmente, non include particolari esaltazioni di eccezionali virtù militari, né specifiche consapevolezze di appartenere a reparti di eccellenza (i memorialisti, semmai, preferiscono mettere l’accento sulle motivazioni che li spingono alla guerra, che, essendo di straordinario valore, incoraggiano ad azioni straordinarie). E la cosa è già di per sé sorprendente, visto per contro il timore che le camicie rosse incutevano in coloro che dovevano fronteggiarli, fossero truppe appartenenti all’esercito delle due Sicilie, all’Imperial Regio Esercito o a quello prussiano.

I garibaldini si raffigurano invece spesso come circondati da un alone di giovanile spensieratezza, inframmettendo alle descrizioni degli scontri armati, anche là dove siano piuttosto crude, una copiosa serie di resoconti di diverso genere e di diverso tono.

In linea generale, una complessiva sembianza di ingenuità pare pervadere questi scritti: se è vero che può derivare anche dal limitato valore letterario delle opere, elimina, sotto il profilo che qui ci interessa, sospetti di un uso scaltro di artifizi formali. La retorica, nel senso prima precisato, non può allora essere considerata come strumento principe usato dagli autori garibaldini per la creazione della leggenda di cui essi stessi sono stati testimoni ed in qualche caso protagonisti23. È invece una sorta di sovrastruttura appoggiata sopra una materia già di per sé incandescente, che non ne avrebbe necessitato, e della cui edificazione gli autori garibaldini non sono se non minimamente, come s’è visto, responsabili. La superfetazione oleografica sembra invece inquadrarsi a dovere nel clima post risorgimentale, con risultati alti, dalle celebrazioni carducciane giù fino alla dannunziana Orazione per la sagra dei Mille, e un po’ meno alti (quali, ad esempio, le Rapsodie garibaldine di Marradi), e con finalità anche politiche, quali l’enfatizzazione del destino unitario della nazione (con conseguente valorizzazione dello stato centralista), a fronte dell’annacquamento dei significati più fortemente rivoluzionari del garibaldinismo. Fra di essi, in primo luogo, le tendenze mazziniane e repubblicane della maggior parte dei memorialisti, destinate fatalmente a restare sullo sfondo delle operazioni più apertamente celebrative del periodo24. Il fascismo, successivamente impossessa- tosi del mito garibaldino, sottolineandone il versante più marcatamente nazionalista (non del tutto estraneo ad esso, ma da esaminare con forte spirito critico: la campagna dei Vosgi dovrebbe pur dire qualcosa di diverso, in proposito), contribuiva da par suo ad ispessire le incrostazioni retoriche dell’impresa dei Mille. Dal secondo dopoguerra in poi, il mito pare appesantito dagli eccessi retorici del passato, né vi sono forti tentativi per rinfrescarlo, in anni che guardavano con forti diffidenze alle cose militari: ancora una volta si verifica l’errore di fondo, consistente nel non tenere nel debito conto le fonti, che, come non grondano di retorica, così contengono meno episodi bellici di quanto si potrebbe supporre. L’insofferenza di un tempo per la materia si è trasferita in questi ultimi anni in tentativi revisionistici dell’intero processo unitario del nostro Risorgimento, per lo più alimentati da contingenti finalità politiche. È anche contro queste tendenze che appare necessaria non solo la piena conoscenza dei fatti raccontati dagli autori garibaldini, ma anche del modo con cui essi sono stati raccontati.

L’eccesso di enfasi dei memorialisti garibaldini, nelle pagine dove effettivamente lo si riscontra, deriva dunque non tanto dall’uso malaccorto di espedienti retorici, divenuti via via sempre più indigesti per i lettori novecenteschi e oltre, ma più propriamente dall’atteggiamento psicologico degli autori. La rustica epopea costituita dall’insieme delle loro opere si fonda, infatti, su alcuni caratteri essenziali: irrefrenabili passioni, giovanili noncuranze e senso aspro dell’avventura, slanci di generosità audace ed al tempo spesso incosciente, disinteresse personale, ingenua baldanza e solidarietà verso i deboli. Non indaghiamo allora con eccessiva acribia critica la qualità letteraria delle loro opere, né imputiamo loro il disvalore estetico di un’agiografia che non hanno voluto. Consideriamo invece il pregio di testimonianze di prima mano su un periodo unico della storia nazionale, e lasciamoci trasportare dalle emozioni di coloro a cui toccò in sorte viverlo.

 

questi frammenti sono tratti dall’ultimo paragrafo (“Entusiasmo e retorica”) della postfazione di Luigi Preziosi al suo “Da Roma a Digione – Garibaldinismi a 150 anni da Bezzecca (1866-2016)”, edito da Nerosubianco

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