Pezzo di natale incompiuto

di Davide Orecchio

Dal momento che sono nato il giorno di natale, scriverò un «pezzo di natale» incompiuto, manchevole, poco riletto. Nel giorno di natale, nel «pezzo di natale», accetto l’imperfezione.

Quando sono nato? In una clinica romana. Dove sono nato? Pochi mesi dopo lo sbarco sulla Luna.

A ventisei anni trovai un taccuino. Aveva l’aspetto delle cose che non importano. Aveva perso la fodera. Mia madre l’aveva lasciato lì, nel cassetto. Poche pagine di appunti forse dimenticati. Risalivano alla mia nascita. Poi mia madre era morta. Trovai parole per me:

«Quando siamo entrati in casa, è stato un momento molto duro. Tu dormivi. Io avevo la valigia. È una delle scene che ogni tanto mi tornano in mente all’improvviso e quando non me lo aspetto. Io in piedi, con i capelli sporchi e legati da un elastico, il cappotto scozzese, emozione – paura (in fondo sto tornando a casa con un figlio, oppure questa è una ragione per avere paura?). Tu a terra nel porte enfant blu, dormi e non sai niente. Un’altra scena. In clinica, una mattina alle cinque, era buio, l’infermiera entrò e ti depose fra le mie braccia. In braccio così ancora non ti avevo mai preso. Avevi gli occhi spalancati, un golf celeste un po’ grande ancora, mani piccolissime. Nella stanza c’era una luce un po’ blu, come sempre all’alba. Mi sono sentita così sola, con te e basta. Avevo paura. Eri così leggero e in fondo perché avresti dovuto appartenermi? Una gran tristezza».

Una lettera per il figlio nella culla. La lesse invece un figlio maturo, nel lutto.

*

Con vent’anni e più di ritardo, le ho risposto:

«Dunque avevi paura. Ne avevi di me?, ne avevi per me? Non ho mai capito davvero questa confessione, fino a oggi. Da poco ho letto un libro che se tu fossi viva ti regalerei: Simona Vinci, Parla, mia paura. Guarda qui cosa scrive:

“Lo avevo desiderato, era arrivato senza sforzo, dopo pochi mesi di tentativi, lo avevo partorito, era mia responsabilità, dovevo farcela a ogni costo”.

“Le parole che scrivevo su un quaderno mi bastavano a buttare fuori la paura. Scrivevo frasi irripetibili, la rabbia si condensava sulla pagina e mi abbandonava”.

“Avere un figlio è avere paura”.

Ora ho capito. È questo che intendevi, che sentivi?

Avere un figlio è avere paura?».

*

Forse tutte le madri, anche nel migliore ospedale, anche in una grotta a Betlemme, hanno paura.

*

Della mia risposta integrale ometto passaggi privati, personali, che solo mia madre può capire, che solo a lei e a me interessano, e certo non ai pochi che leggeranno queste righe. Estrapolo quanto segue, dalle frasi che le ho scritto:

 

Ora non devi avere

paura.

Voglio rassicurarti.

Dall’ultimo giorno che ci siamo visti,

e almeno per un po’,

me la sono cavata.

Ho dimostrato, credo,

una certa ostinazione.

Una resistenza

per vivere.

Non ho mai fatto debiti,

anche se un paio di volte ho dovuto trattenermi

dalla tentazione.

Ho trovato un lavoro.

Ho scritto.

Questo mi dispiace.

Che tu non abbia letto un rigo

di quello che ho scritto.

Ma senza la tua,

la vostra,

morte

io non avrei scritto un rigo

di quello che ho scritto.

A rifletterci sopra,

una nefandezza s’è trasformata in concime.

Ma avrei preferito la vita

e non scrivere nulla,

ça va sans dire.

*

L’aspetto positivo del «pezzo di natale» (incompiuto, manchevole, poco riletto) è che mi piace essere nato il giorno di natale. Non mi sento diminuito. Non sono un agonista, un competitore. Sono nato in un giorno importante, ne sono lieto. Ma riconosco i falsi sillogismi. Essere nato in un giorno importante, non fa di me alcunché d’importante. L’unico inconveniente, col passare del tempo, è che sempre più questo giorno mi ricorda gli assenti che mi generarono. Ma pare sia un sentimento incurabile.

Infine, un «pezzo di natale» (incompiuto, manchevole, poco riletto) non può sottrarsi all’obbligo dei buoni propositi per il futuro prossimo.

I miei sono quattro. Li elenco qui sotto, verticalmente:

 

non avere paura

studiare

lavorare

non avere paura.

 

*

9 Commenti

  1. caro Davide, sei in buona compagnia: Isaac Newton nacque il giorno di natale del 1642, ancorché al tempo la protestante Inghilterra non avesse ancora adottato il calendario gregoriano. Grazie di questo pezzo di natale (incompiuto, manchevole, poco riletto) . . .

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Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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