Inventare (e osservare) se stessi

di Enrico Palandri

Io e mia sorella Olga siamo stati bambini insieme e siamo finiti in ambienti sociali molto diversi. Quand’era piccola le facevo fare il portiere di calcio o il traditore russo di una guerra napoleonica. Ci sposavamo, morivamo eroicamente su qualche campo di battaglia, ci imbarcavamo in velieri costruiti con un pigiama e una scopa, impiantati su una piramide di cuscini, attraversando insieme oceani in tempesta per lasciarci alla fine, in lacrimosi addii, lungo le banchine di porti atlantici. Ascoltavamo insieme i toni di voce dei nostri genitori, le loro urla, le loro riappacificazioni, avvertivamo le variazioni dei loro umori uniti nello stesso sentire. Ci legavamo con nodi complicatissimi. Ci infliggevamo punizioni crudeli ma alla fine ci concedevamo il perdono, perché era così che tutti i giochi finivano, nella liberazione dai ruoli che ci eravamo attribuiti.
Poi i miei amici hanno iniziato a desiderare Olga. “C’è tua sorella?” chiedevano prima di accettare un invito a casa a giocare con me, e così certe sue amiche, che passavano da lei per arrivare a me. Nuove intenzioni nella pubertà tracciavano un confine tra l’affettività giocosa dell’infanzia e le imboscate del desiderio sessuale. Abbiamo iniziato a evitarci, la parentela è diventata melensa, uno sciroppo denso di ambiguità. Dalla straordinaria intimità dell’infanzia ci siamo ritrovati quasi estranei, spesso infastiditi l’uno dall’altra.
La prossimità dell’età prepuberale è restata però con noi, clandestina, un nocciolo per cui ancora oggi dire “mia sorella Olga” implica una primitiva complicità. Animale, un rumore nel bosco. Ci avvertiamo nei toni di voce e nei movimenti più che da quello che diciamo, anzi, ci sentiamo autorizzati da questa sensibilità a ignorare cosa pensa davvero l’altro, convinti di saperne di più, come quando ci affrontavamo da ragazzi e arrivavamo subito al conflitto, che era sempre emotivo.

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Era in questo modo che mia sorella Olga era diventata una sensitiva di umani, capace di avvertire l’arrivo di una tempesta tra i nostri genitori come un animale che si aggira per la campagna in cerca di un tronco cavo sotto cui aspettare che passi il temporale. Dopo anni di vicinanza emotiva a loro due, si era affacciata al mondo con un’allenatissima intelligenza emotiva. Si era trasformata in una rabdomante dei sentimenti, sapeva leggere le sorgenti e i corsi d’acqua sotterranei dell’anima e dei sensi come nessun altro: “Lui è gay ma non lo sa;” oppure: “Lei deve trovare qualcuno che l’insulti, il marito invece la tratta come una crocerossina…” Le scappavano frasi così perché il mondo era per lei umanità, conosceva la natura degli individui come altri conoscono la montagna, il mare o la musica. Era questo che attraeva tanti intorno a lei. Quando l’ascoltavo mi chiedevo come facesse a conoscere così bene persone che aveva appena incontrato: a lei è sempre bastato guardare gli umani per capire sotto la superficie delle convenzioni sociali il conflitto che avevano con se stessi, le tracce della violenza psicologica, un genitore manesco, il genere sessuale, la vera età diognuno. Era stata questa la formazione della sua infanzia e ne era diventata maestra.

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NdR: qui si può trovare la recensione di Marco Belpoliti su L’Espresso a “L’inventore di se stesso” di Enrico Palandri (Bompiani, 2017), dal quale sono tratti i due brevi passi