A prescindere dai numeri – note a margine della violenza

di Mariasole Ariot

In de Jouvenel si legge: “un uomo si sente più uomo quando riesce a imporre se stesso e a fare degli altri strumenti della sua volontà”, cosa che gli procura un “piacere senza confronti”.

L’8 gennaio 2018, a 40 anni di distanza dall’uccisione di tre militanti di Fronte della Gioventù, Casa Pound organizza una manifestazione a Roma. Lo striscione aperto, Onore ai camerati caduti. Sfilano lungo le vie in silenzio rigoroso, assoluto, il silenzio che serve a non far parlare troppo di sé ma abbastanza da arrivare negli occhi e nelle bocche di chi vede. Saluti romani, teste dritte, petti impettiti. Il corteo si ferma e si dichiara PRESENTE.

In quell’occasione, in molti sottolineano l’esasperazione delle cifre: la foto del corteo passa di mano in mano, di bocca in bocca, vorticando tra chi si dice preoccupato e chi viveziona la realtà per risalire alla “vera verità” della grandezza del corteo, una verità numerica.

Io dico: a prescindere dai numeri.

A prescindere dalla possibilità di una foto ritoccata: conta che sia stato quel che è stato – che il violento abbia spazio, trovi territorio, confini per sconfinare.

E nel silenzio, in questo cortocircuito di silenzio, la violenza – detta e agita – prolifera.

Non abbiamo voluto vedere il troppo che già c’era, ma il nostro compito è di vedere prima: si diceva in fondo dicono solo al lupo al lupo.

Ma il lupo c’è, morde anche quando ulula.

Nel giorno immediatamente successivo alla morte di Pamela Mastropietro, in tv comincia lo sciacallaggio emotivo: gli intervistati non perdono l’occasione del pretesto per ricordare che quanto è accaduto era prevedibile. Prevedibile perché la presunta mano che ha fatto a pezzi il corpo non è una mano qualunque, nemmeno quella di un folle criminale, è una mano che sulla mano porta mani di altri, degli altri che un certo estremismo vuole ridurre a cenere.

Le parole di uno psichiatra molto presente nei media, Alessandro Meluzzi:

“questa ragazza non era un’eroinomane cronica […] , era una ragazza con delle fragilità, con dei comportamenti tossicofilici […] e che per una drammatica circostanza della sorte, incontra quanto di più mostruoso oggi stia calpestando il suolo italiano.

Nessuno poteva immaginare che sulla sua strada non trovasse un normale spacciatore di eroina ma trovasse una situazione di mostruosa ritualità – perché di questo si tratta – che purtroppo popola oggi il mondo della mafia nigeriana che sta progressivamente controllando il meracato degli stupefacenti in Italia. Rivolgerei anche un appello anche a coloro che oggi si ritrovano nella drammatica situazione di dipendere dal mercato: sappiate che il mercato a cui vi rivolgete è un mercato che potrebbe offrivi oltre alla droga , che è un mostro, un mostro ancora più terribile della droga“.

Non stiamo tornando indietro: stiamo andando avanti malissimo, velocizzati da quel che viene detto e da quello che non viene detto : il problema più rilevante.

Non si parla di fascismo, non si parla di razzismo, non si parla di violenza, di odio razziale, di xenofobia. Quando lo si fa, la parola è in sordina.

E il popolo va mantenuto in una condizione di sordità, come andasse scaraventato fuori dalla storia, tenuto ai margini, ammaestrato da chi racconta narrazioni che pacifichino l’esistenza.

“Estrema fonte di potere è tutti contro uno, estrema forma di violenza è uno contro tutti. E quest’ultima non è mai possibile senza strumenti” – scriveva la Arendt.

Ma non stanno forse dando i media, le parole che scorrono nelle testate dei giornali, questi stessi strumenti di cui la violenza ha bisogno? Non hanno forse dato i media quegli strumenti di cui Traini aveva bisogno?

Se la violenza compare “dove il potere è scosso”, significa che siamo in una situazione in cui il potere è muto ma per sottrazione, un potere muto e sordo, che cede di fronte al reale. Esiste un potere che si scuote e che scuote, che omette non per proteggere ma per non creare allarmismo.

L’allarme invece va detto, va urlato.

Noi abbiamo il dovere di allarmare, il dovere di dire ciò che non si vuole dire, di aprire le maglie della storia e infilarci la testa, il corpo, mettere le mani dove non si vorrebbe venissero affondate. Abbiamo il dovere di dire, di dichiarare, di non sottrarci, di non fare passi indietro: abbiamo il dovere di avanzare in direzione contraria, denunciare il denunciabile, estrarre le parole che non vengono dette, farlo non solo nella dimensione dell’anti, ma nel respiro dell’adesso, del cosa fare, del possibile. A prescindere dai numeri, a prescindere dalla quantità.

4 Commenti

  1. a prescindere dai numeri…quindi fosse solo uno che non la pensa come me,mi devo armare, anzi ci dobbiamo armare, e come sempre voi partite.

  2. ma no, @Vincenzo, non è così che va inteso il messaggio di grande respiro di Mariasole, dove lo vedi l’armarci contro uno? “denunciare il denunciabile, estrarre le parole che non vengono dette, farlo non solo nella dimensione dell’anti, ma nel respiro dell’adesso,” a questo ci invita Mariasole.

  3. Vicenzo, a prescindere dal fatto che ciò che ha fatto Luca Traini a Macerata non è un banale “non pensarla come me” ma un fatto di enorme gravità, io parlo di allarmarsi, non di armarsi, che è ben diverso.

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mariasole ariothttp://www.nazioneindiana.com
Mariasole Ariot ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), poesie e prose in antologie italiane e straniere. Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato a esposizioni collettive.  Aree di interesse: letteratura, sociologia, arti visuali, psicologia, filosofia. Per la saggistica prediligo l'originalità di pensiero e l'ideazione. In prosa e in poesia, forme di scrittura sperimentali e di ricerca. Cerco di rispondere a tutti, ma è necessario potare pazienza. Se non ricevete risposta, ricontattatemi a distanza di un mese. Il mio giudizio per eventuali pubblicazioni è ovviamente del tutto personale.