I tetti e le scale

di Monica Pezzella

Due giorni dopo la nascita dei pulcini, la città si riempì di uomini che, con spazzole e secchi di colla, attaccavano i manifesti dei giochi. Tappezzarono il parapetto sul canale e la muratura dei palazzi vecchi. Tagliarono persino l’edera che ricadeva nodosa e fitta dalla cinta dietro la chiesa, per appiccicarli anche lì. Arrivarono nel buio del mattino, incuranti della notte tempestosa e del piovischio che l’acquazzone si era lasciato dietro. Sulla strada si abbassava la nebbia. Al riparo del gocciolatoio, con le unghie serrate su un angolo del cornicione, la Grigia e altri sei sette piccioni allungavano il collo e guardavano l’uomo che immergeva lo spazzolone nel secchio e stendeva sul muro il manifesto umido. Per due settimane, fino all’arrivo dei giochi, gli strati di cartoncino avrebbero continuato ad accumularsi uno sopra l’altro e già l’odore della colla, colata in rivoli sui marciapiedi, si mischiava con il sentore ferroso del temporale.

Allo spuntare del primo chiarore oltre i tetti, la Grigia volò sulle sagome indorate di spioventi e torrette fino al nido nella città vecchia, un buco irregolare sopra il collo ricurvo di una grondaia e, sul fondo, due stalattiti levigate come molari. Tutto ciò che lei e lo Stroppio erano riusciti a procurarsi per l’inverno, in vista della nidiata nuova.

Quando lo Stroppio la vide arrivare, uscì dal nido e saltò sulla grondaia per darle il cambio nella cova e farle posto dentro il buco scalcinato. Per due giorni e due notti, da quando i pulcini erano nati, la Grigia se li era tenuti nascosti sotto il caldo piumino del ventre. Si era alzata solo per sgranchirsi le ali e spingersi a becchettare qualcosa vicino ai bidoni sul retro della palazzina. Da quella mattina erano cominciati i turni di cova con lo Stroppio e adesso, mentre lui arruffava le piume e stendeva la coda in un ventaglio di sfumature nere e verdognole, come quelle che ha il petrolio sull’acqua, la Grigia gli guardò il collo sporco, il gozzo diradato e attaccaticcio, il moncherino della zampa gonfio e ritorto come un tubero. E le palpebre plumbee, pesanti. Lo Stroppio era stanco, ma i pulcini dormivano sazi sul cuscino di piumetta e ramoscelli. I corpi somigliavano a grossi datteri, dalle testoline ricoperte di peluria si allungavano becchi enormi e slabbrati. Il piccino che cresceva male dormiva pure lui. Non era giallo come gli altri. Sulla schiena e sulla testa gli spuntava una peluria grigiastra e la pelle, tutta raggrinzita sullo sterno sporgente, era violacea e secca e lo faceva somigliare a una prugna. Nascondeva la testolina implume sotto le ali dei fratelli, le palpebre traslucide strette nel sonno. Nei primi giorni era più facile nutrire i piccoli. Il gozzo dei genitori produceva una specie di latte caldo e mieloso, il becco dei pulcini era morbido e pulito e il mondo di fuori non aveva né motivi né forme per infilarsi nel nido e contaminarlo.

Quando i pulcini compirono cinque giorni, il latte finì. La Grigia e lo Stroppio tornarono ai luoghi dove il cibo era buono e abbondante. C’erano volte, soprattutto in estate, in cui bisognava mangiare le pietre per darsi l’impressione di avere il gozzo pieno e non soffrire la fame. Allora si beccava la strada vuota, le scagliette d’asfalto, il ghiaietto nei cortili, il terreno umido intorno alle radici. Adesso, con i pulcini, non lo si poteva più fare. Niente asfalto, niente ghiaietto, niente terreno. Il cibo doveva essere buono.

Gli uomini mettevano grano e pane sopra i balconi. Non usavano le trappole perché volevano che i piccioni mangiassero il franto avvelenato e andassero a morire da qualche altra parte. E se non morivano in tempo, i genitori intossicavano anche la nidiata. Non si poteva neppure razzolare sotto i tavolini dei bar all’aperto, perché là, quando nessuno guardava, i camerieri sparavano agli uccelli con le pistole ad aria. Allora, tutto ciò che restava era la strada. La Grigia e lo Stroppio dovevano contendersi i tozzi di pane con gli storni e le cornacchie. Il cibo nutriente però non mancava, soprattutto adesso che per i giochi nel quartiere si erano messi i carretti con i dolci di sesamo e i pentoloni di olio bollente per la friggitoria. Nelle contrade di periferia c’erano i pollai, con le mangiatoie di granturco e i pastoni di crusca e ceci macinati, ma erano lontani dalla città vecchia e bisognava allontanarsi dal nido per raggiungerli. Erano quasi tutti prefabbricati perché dalla pineta arrivavano i corvi e le cornacchie grigie a mangiarsi i pulcini. Nel raggio battuto dalla Grigia, di pollai aperti ce n’erano solo due. Il primo era un pezzo di terra oblungo, poggiato contro un muro e cinto su tre lati da un’alta rete per galline a cielo aperto. I posatoi e le cassette della cova erano ombreggiati da un glicine che ricadeva da una lamiera ondulata. Quando le galline mangiavano, se si faceva in tempo, si poteva recuperare il pastone che cadeva dal retro delle mangiatoie. Il secondo pollaio era un po’ più vicino alla città vecchia, ma c’era un molosso a fargli la guardia. Gli uomini buttavano il pane e il franto direttamente nel terreno e usavano un secchio basso, tagliato in due, per metterci l’acqua. Il molosso era tenuto a una catena corta e dormiva in un bidone rovesciato, inferocito da molti anni di noia. La Grigia ci andava lo stesso perché, quando le galline avevano i pulcini, il pastone era fatto con uova e ricotta.

Con il gozzo pieno di questa minestra sostanziosa, la Grigia tornò al nido nel pomeriggio. I pulcini pigolavano forte. Solo il piccino fuligginoso dormiva e, mentre gli altri già sbattevano le ali per farsi avanti, lui stava in disparte sotto la stalattite di muratura. Aveva il muco al naso e gli occhi non si erano aperti ancora. Nel nido si diffuse l’odore di grano e ricotta, ma il piccino non si mosse. Quando il sole calò tornò il temporale. Tutta la notte la Grigia covò il corpicino freddo, rimase sveglia a guardare le gocce di pioggia scivolare sul moncherino dello Stroppio che riposava fuori sulla grondaia, perché nel nido non c’era posto per tutti e due. E ascoltò il rantolo catarroso tramutarsi ogni tanto in un ronzio stanco. Era il suo pulcino che faticava a respirare.

Al mattino il temporale si allontanò. La Grigia volò sopra i tetti incatramati verso la chiesa e il palazzone spigoloso della banca. Una polvere rossa riempiva il vento. Aveva lasciato allo Stroppio il nido umido e pigolante. Il piccino malato si era svegliato con le caruncole molli e rosse, incrostate di muco e saliva. Una giornata tiepida gli avrebbe dato speranza ma, allo spuntare del sole, il vento cadde e ricominciò a piovere. Durante la notte il gelo aveva ghiacciato le grondaie e ora una lastra spessa e scivolosa ricopriva i vetri delle finestre a tetto e sigillava gli infissi. Schegge di ghiaccio galleggiavano sulle pozzanghere. Nello spettrale silenzio della strada, i piccioni si lavavano tuffando il collo arruffato nelle pozze, l’acqua tanto fredda che sembrava dura. Le luci della piazza erano tutte accese. Lo striscione dei giochi si tendeva da parte a parte all’imbocco della via principale e, al riparo sotto il porticato della chiesa, un venditore sistemava sui ripiani di una vetrina ambulante le ciambelle di mais con semi di sesamo e i bastoncini di pastella.

La Grigia planò su un lampione. La lampada ronzava sotto gli artigli e gettava sul selciato un cerchio di luce che si intersecava con le circonferenze proiettate tutto intorno dagli altri lampioni. Poche figure umane si spostavano veloci nell’ombra aguzza della banca. Da lì sotto, non potevano vedere le simmetrie di luci e i coni di pulviscolo che cadevano come tendoni a tagliare la nebbia. Intorno alla calda testa del lampione aleggiava una nube di vapore e, attraverso l’aria tremula, la Grigia scorse un fagotto scuro sui gradini dell’entrata laterale della chiesa. Guardando meglio distinse il profilo di una cornacchia che, con il capo dritto e le ali cadenti sulla pietra, tendeva e gonfiava il collo come un mantice. Dal gozzo rotto, sporco di polvere e sangue, veniva fuori solo un soffio strozzato. In pochi minuti la piazza si riempì di gente. Nessuno guardava la cornacchia. Arrivarono i bambini a comprare le ciambelle di sesamo. Mentre il venditore era impegnato ad abbassare la tenda sulla vetrina ambulante, la Grigia planò a beccare i semi e le briciole.

Nel nido portò gli odori della festa, zucchero tostato e frittura, e per la prima volta l’arrivo dei giochi in città sembrò una cosa buona per tutti. Solo il piccino malato era lontano dalla felicità, stretto in un sonno che non lo lasciava uscire. A sera la Grigia tornò in piazza, volando nel vento contrario. Il banchetto ambulante non c’era più. L’aria si era irrigidita. Uno strato di ghiaccio copriva il corpo della cornacchia e il collo ferito ricadeva molle da un gradino. Morto, l’uccello non era che un cumulo di neve sporca. L’indomani sarebbero passati gli spazzini a portarlo via. L’acqua piovana aveva ripulito il selciato e la Grigia tornò al nido stanca e con il gozzo vuoto, ma col piumaggio impregnato degli aromi della festa che aleggiavano sopra la città. I pulcini le si accalcarono intorno, spintonando il corpicino malato giù in fondo, impiastricciandogli il becco dischiuso con una colla di escrementi e piume. La Grigia non lo covò. Non gli si avvicinò neppure. Sarebbe morto nella notte, presto, come la cornacchia. Restò ad ascoltare il suo respiro ansante e ininterrotto da lontano, ferma sulla grondaia su di una zampa sola, la testa incassata nel collo gonfio per scaldare le orecchie. Il vento, che per tutto il giorno era andato e venuto, portava fin lassù il fumo delle carbonelle dai balconi più sotto. A ogni minuto, alla Grigia sembrava che il piccino fosse finito, ma poi di nuovo il fischio catarroso si levava stremato nella notte senza rumori. Fuori e dentro al nido, il mondo era proprio ciò che era sempre stato, un insensato guazzabuglio di quiete e fatica.

Al mattino il sole emerse dalla lunga notte e rischiarò il cielo. Anche se non poteva vederlo, la Grigia sapeva che il piccino era vivo. Non si sentiva più lo stridio di vetri rotti che gli aveva scosso il corpo raggrinzo. Un raggio caldo, pieno di polvere vorticante, trafiggeva il nido e scaldava i pulcini. Tutti dormivano, tranne lui che la guardava con occhi neri e immobili, le ali piccole e storte attaccate al corpo come i germogli su un fagiolo. Le narici tumefatte, sotto due grosse rughe che gli pinzavano la fronte in mezzo agli occhi, gli conferivano un’espressione imbronciata e severa. Dal collo storto della grondaia, la Grigia osservava la linea frastagliata dei tetti. Lo Stroppio era uscito presto per beccare il selciato della piazza prima che gli uomini lo ripulissero degli scarti della notte. Ai piedi del palazzo, una figura curva procedeva a piccoli passi sul marciapiede trascinandosi dietro una scopa di ramoscelli e un secchio su due ruote. Ce n’era un’altra sulla parte opposta, vestita con gli stessi colori smorti. A quell’ora del mattino le strade erano attraversate dal sommesso frusciare e trotterellare degli spazzini che ramazzavano i rifiuti delle bancarelle, raccoglievano i manifesti sfaldati e strappati, scrostavano gli escrementi ammonticchiati sotto i palazzi, in corrispondenza dei cornicioni su cui i piccioni riposavano uno accanto all’altro in una fila compatta.

Lo Stroppio planò sull’orlo sbreccato del nido. Il sole gli accendeva sfumature di verde e carminio sul collo nero. Pieno di colori nella luce calda, girò due volte su se stesso, sfregando le ali sul groppone bianco e tubando per svegliare i pulcini. Subito fu attorniato da un frenetico battere d’ali e fu sopraffatto dai becchi spalancati e tesi sulle zampe malferme. La Grigia ascoltò i fischi dei piccoli che si sovrapponevano ai richiami provenienti dagli altri buchi nei muri lungo la strada e seguì con gli occhi i piccioni che volavano da una palazzina all’altra nella luce bassa, trotterellavano di soppiatto sui balconi a rubare l’acqua dai sottovasi e si corteggiavano sulle ringhiere arrugginite. Più in alto, nel cielo profondo, il volo stazionario dei gabbiani. Adesso, nella città che si risvegliava, c’era anche il suo piccino, ignaro della battaglia che aveva combattuto durante la notte. Si trascinava su una zampa sola, l’altra abbandonata sotto la carena sporgente, e concentrava tutte le forze in un grido affamato. La sua volontà disperata e forte si dimenava nel corpo ancora troppo debole per gareggiare con i fratelli. Lo Stroppio nutrì gli altri pulcini che, una volta sazi, crollarono a uno a uno nel sonno. Poi si chinò sul piccino che pareva essersi ormai rassegnato, il grido ridotto a un pigolio sfinito. Con la punta arrotondata del becco, lo Stroppio dischiuse la bocca del piccolo e gli rigurgitò nel gozzo la minestra semidigerita. Il piccino incespicava nelle zampe e stentava a ingoiare, ma lo Stroppio lo seguì nei suoi movimenti affannati piegando il collo e abbassandosi sulle ginocchia, finché anche lui si addormentò, col gozzo pieno e caldo.

Alla bella giornata ne seguirono altre. Il sole stemperava il clima rigido e scioglieva i cristalli di brina che il continuo soffiare dei venti notturni scolpiva sui tronchi degli alberi e sui pali della luce. Nelle prime ore del mattino la città riluceva sotto un sottile strato d’acqua. Sul tetto immerso nella luce bianca e nel silenzio, i pulcini si esercitavano battendo le ali per non scivolare sul catrame sdrucciolevole. Incapaci di volare, si avvicendavano in saltelli goffi e pesanti nel tentativo di raggiungere il cappuccio piatto dei comignoli. Attraverso le canne fumarie si udivano i suoni e i passi nelle case, le voci degli uomini appena svegli. Dal nido non era difficile salire sul terrazzo.

Bastava saltare sulla grondaia e da lì infilarsi tra le bande di una ringhiera cadente e arrugginita. Il piccino malato non era ancora in grado di sollevarsi sulle zampe e spiccare in voli brevissimi. Si doveva accontentare di battere le ali all’interno del nido, che quando i fratelli non c’erano aveva tutto per sé. La voglia di guardare il mondo fuori, di tanto in tanto, lo spingeva ad avvicinarsi al bordo e allungare il collo verso il punto da cui provenivano i pigolii dei fratelli e il loro entusiastico frullare d’ali. La Grigia, dall’alto della balaustra, vedeva spuntare la testolina umida, le piume rade sui nervi tesi tra la nuca e l’attaccatura delle ali. Pian piano, gli occhi arancioni roteavano e la intercettavano, attraversati da un guizzo di impazienza cui seguiva, puntuale, un richiamo disperato. Quando le strade si animavano, i pulcini rientravano nel nido e la Grigia lisciava loro le piume ricoperte di fuliggine. Ben presto i piccoli sarebbero saltati sulla ringhiera rossa e storta e, anziché piombare giù sul tetto incatramato, si sarebbero levati in volo fino alla palazzina di fronte e da quella sui rami più bassi dei pini. Quando al suo piccino fossero cresciute lunghe e forti le remiganti delle ali, anche lui avrebbe spiccato il volo in cerca di un altro buco in un altro muro della città.

La città, dal canto suo, diventò ben presto pulitissima. Un giorno, di primo mattino, la Grigia planò sulla solita lampada e vide che non c’erano più gli escrementi degli uccelli a rigare i marciapiedi e persino i cornicioni sembravano più puliti. I cassonetti dell’immondizia erano vuoti e quelli vecchi o ammaccati erano stati sostituiti. Le finestre che affacciavano sulla piazza esponevano gli stendardi dei giochi che si gonfiavano baldanzosi nel vento. Fuori dai portoni non c’erano i sacchetti dei rifiuti e sulla strada non rotolavano cartocci e buste vuote. I lampioni erano ancora accessi quando si udì il mugugnare di un motore e un camioncino con un corto rimorchio coperto da un telone svoltò l’angolo e si addentrò nei vicoli del centro procedendo a stento. Poi il rombo del motore si allontanò fino a dileguarsi e i piccioni planarono sui tetti in gruppi di tre o quattro, attirati da un forte odore di grano e pane, per poi zampettare circospetti alla vista di un intruso che non si aspettavano di trovare.

La Grigia volò sul parapetto di un ampio terrazzo, già assediato da un nugolo di uccelli accalcati intorno a una breve scia di franto. La traccia conduceva a un’enorme gabbia in filo di ferro di forma ottagonale. Nonostante la porta fosse spalancata, nessuno si azzardava a entrare. Anche sul palazzo di fronte i piccioni affollavano la balaustra con il collo allungato a scrutare il lastrico. La Grigia saltò giù dal parapetto e becchettò il grano sparpagliato per terra. Ma la gabbia faceva paura, con il vento che soffiava tra le maglie e i piccioni che le svolazzavano intorno in un continuo avvicinarsi e ritrarsi, incoraggiati dalla fame e insospettiti dall’imponente rete di ferro. Il grano sparso sul catrame si esaurì in pochi minuti. Il primo a oltrepassare la soglia e addentrarsi sul fondo di alluminio cosparso di chicchi e croste di pane fu un grosso maschio grigio scuro che, girando su se stesso e tubando con fare spavaldo, finì nella gabbia quasi per caso. Subito gli altri vinsero l’esitazione e lo imitarono.

La Grigia aveva il gozzo mezzo pieno e, insieme ai piccioni arrivati per primi e già sazi, fuggì nell’udire il rombo del camioncino che tornava a percorrere su e giù le strade del quartiere. Planò sul cappuccio piatto di una canna fumaria sopra il tetto di un palazzo in ristrutturazione. Sotto, la rete di protezione si tendeva e sbatacchiava tra i tubolari dei ponteggi. Il nido si trovava oltre due file di palazzine più basse. Da lì la Grigia poteva vedere i tozzi comignoli di rame su cui i pulcini si erano esercitati e un angolo della grondaia che girava intorno all’edificio. Il nido era nascosto da un’enorme scala. Alcuni gradini erano rossi di ruggine e in cima c’era una piattaforma circondata da ringhiere. Il vento diffondeva il brontolio del motore accesso e il cigolio degli ingranaggi che si assestavano affinché la piattaforma si posizionasse in corrispondenza del buco sopra la grondaia. La scala, una tetra struttura di segmenti estensibili in acciaio, si alzava dal rimorchio di un camion del tutto simile a quello che poco prima la Grigia e gli altri piccioni avevano intravisto mentre perlustrava, con metodo oscuro, i vicoli della città. Avvicinandosi, la Grigia si accorse che i tronchi degli alberi lungo il marciapiede erano uniti da un nastro a bande rosse e bianche. La scala si arrampicava lungo il muro nel suo grigiore metallico e glaciale, tagliava l’ombra delle chiome ed emergeva dalla foschia bassa. Un uomo in tuta e stivali saliva lentamente reggendo una cassetta di alluminio con il coperchio che si sollevava in due metà separate. Raggiunta la piattaforma, l’uomo avvicinò la scatola al nido, allungò un braccio e si sporse di lato, tenendo il coperchio semiaperto all’altezza del buco. Cercò di infilare dentro una mano inguainata, ma fu subito assalito da un frenetico battere d’ali e da un’esplosione di piume nere. Lo Stroppio svolazzò intorno alle braccia dell’uomo che, piegato in due, si aggrappò alla ringhiera con la mano libera. Quando l’uccello si posò sulla grondaia, tubando minaccioso, alzando e abbassando la testa a fendere l’aria con il becco, l’uomo lo scacciò agitandogli contro la cassetta di alluminio. Un pulcino allungò il collo a guardare fuori. Dall’alto piombò un guanto verde e ruvido che, per quattro volte, si spostò rapidamente dal nido alla scatola. Tre pulcini li prese subito. L’ultimo, invece, si era rifugiato giù in fondo, sotto una protuberanza del muro. Per raggiungerlo l’uomo fu costretto a infilare dentro il braccio fin quasi alla spalla. Con la testa girata di lato e la guancia accostata all’intonaco, rimestò la poltiglia di escrementi e lanugine finché le dita gommate non incontrarono il corpicino schiacciato contro il muro. Quando tirò fuori il braccio, l’uomo si accorse che la camicia gli si era tutta striata di escrementi verdognoli dal polso in su.

«Che porcheria» imprecò, scagliando l’ultimo pulcino nella scatola. «Quanto mi fanno schifo». Si udì un tonfo violento, poi il coperchio si chiuse. L’uomo si allungò sulle punte dei piedi per controllare che dentro non ci fosse più niente, quindi ridiscese, tenendo il contenitore poggiato su un fianco. Arrivato a terra, si rivolse a una seconda figura che sedeva nell’abitacolo del camioncino.

«Questi mettili nell’ultima camera a gas» disse. «In quell’altra non c’è più spazio». Gettò la scatola sul rimorchio e montò a bordo.

La scala si richiuse su se stessa e andò via, rumorosa e indifferente.

Il mattino portò una pioggia affilata e pungente e sembrò quasi che l’inverno dovesse tornare a sigillare la città. Il nido non era che un buco vuoto e freddo in un muro. Il temporale sorprese gli uomini durante la parata di apertura dei giochi. I fagotti e i tamburi avevano appena varcato la soglia coronata dallo striscione ed erano entrati nella strada principale, mentre la folla assisteva schiacciata contro i muri sotto gli stendardi, quando il cielo si era fatto scuro e il vento era cessato. La Grigia, dall’alto di una torretta, vide gli ombrelli aprirsi a uno a uno e la strada che si trasformava in un lungo tetto di campane nere e lucenti. La musica proveniva da là sotto, attutita e interrotta a tratti, come da una sala di pietra coperta da un’immensa cupola. Nel buio del temporale si accesero le luci a illuminare la facciata della banca.

La città era bella, e immobile.

  2 comments for “I tetti e le scale

  1. Corrado Aiello
    4 ottobre 2018 at 19:59

    Racconto di alta perizia e di rara sensibilità.

    • 9 ottobre 2018 at 10:45

      Sembra di essere lì, dentro un racconto di memorie sensibili (come scrive Corrado). Davvero molto bello

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