da “Colpo di stato nella San Marino rossa”

di Daniele Comberiati

 

Ricorda Balducci, le parole del Gardini, ricordale mentre corri ora che la strada sembra piccolissima sotto i tuoi vent’anni, un tratto breve che i tuoi muscoli hanno percorso tante e tante volte. Ora è tuo l’assalto al cielo, Mario, sarà tuo prima di tutti gli altri: prima del 1968, dei corpi nudi vergognosamente coperti da barbe e capelli lunghi, prima del ferro, piombo e sangue del 1977, prima del Cile, prima dell’Argentina, prima dell’Africa. Prima. È il tuo Vietnam, Mario, prenditelo tutto, e Rovereta l’ultimo baluardo di quei figli di cagna, fratelli infami che tradiscono la propria famiglia in cambio delle briciole della borghesia. Compagni, osano ancora chiamarsi alcuni fra loro. Non sanno che sono tutti dietro di te, i Vietcong, e che sei tu il loro Ho Chi Minh, Mario, sei tu che sconfiggerai la terribile armata capitalista, non quel buono a nulla di Giacomini, il “patriarca”. Il Partito Socialista ha fatto il suo tempo anche a San Marino: non è lì che si annidano le larve della rivoluzione, o non è più lì che le larve si sono schiuse; altrove volano le farfalle pronte a prendersi il cielo. Giacomini padre e il figlio scemo, quello per cui tutto questo stava per crollare: ma non era questa la famiglia per cui sacrificarsi, tu lo sai bene Mario. Non è la famiglia borghese, con i suoi ruoli di genere modellati e schiacciati dal servizio al capitale, che riproduce e rafforza l’oppressione del proletariato; è l’altra famiglia quella per cui morire, l’unica che può renderti immortale, Mario. Te lo immagini? Balducci a Mosca, poi a Budapest, fra le gambe lunghissime delle compagne danubiane, infine nel gelo di Stalingrad e perfino a rendere omaggio a Togliattigrad e alle sue macchine, perché rimani un internazionalista, tu, ricordatelo sempre.

“In tutta la Repubblica non trovi / un albero che muova la sua foglia, / se il padre Giacomini non lo voglia / e Giacomini figlio non approvi”. Chi ti ha messo in testa questi versi, Mario, quale oscuro poeta, servo della violentissima controrivoluzione? Dimenticali, mentre corri e lo sciame di compagni ti segue, sei la loro Ape regina ora, Mario. Non tradirli, non deluderli. E dimentica anche il ventesimo congresso, le purghe di Stalìn, non serve tornarci adesso, dimentica la sintesi, Marx e Engels, quei libri sempre troppo alti e troppo difficili. Se c’è una speranza, quella è Gardini che te l’ha svelata: “i piedi in patria e la testa in Unione Sovietica”. E poi, per mettere tutto in chiaro, qualora ce ne fosse ancora bisogno: “terminata una discussione e presa una decisione, questa è obbligatoria per tutti gli iscritti”. E allora fanculo Giacomini, fanculo il segretario fantoccio, socialista di facciata in realtà zerbino dell’Italia, dell’America e della Cia. Che ci farà mettere a San Marino, quell’infame, una base Nato? Chi lo ha pagato, che cosa gli hanno promesso? No, Mario, questa è una controrivoluzione bella e buona. E alla controrivoluzione il proletariato risponde in un solo modo: contrattaccando. Niente polizia, mano armata della borghesia. Nessuna delega, nessun portaparola. Tutto il proletariato, compatto, a Rovereta. 1957, verso la vittoria!

Mario consumava i piedi sulla strada conosciuta e percorsa migliaia di volte. Mario si sentiva piccolissimo, minuscolo come se fosse stato al centro della Piazza Rossa, con Lenin nel 1917. Sentiva freddo, la sua pelle richiamava l’inverno russo nonostante fosse ottobre. E accelerava il passo per scaldare i pensieri, o per non pensare affatto, mentre la Repubblica intorno si agitava e a San Marino si apriva davvero una nuova era, solo che non si capiva cosa fosse, se alba o malinconico tramonto.

Il partito si era unito e poi spaccato di nuovo, come sempre. Voci insistenti dicevano che nella fabbrica della Rovereta, appena fuori dalla città, si erano rifugiati i golpisti e che ora, con l’aiuto dell’Italia e della Nato, cercavano un modo – violento o non violento – per invalidare le ultime elezioni. Ma quel clima elettrizzante e “adolescenziale”, come lo avrebbe definito in seguito, nel silenzio del Da Vinci che invece gli aveva dato una vecchiaia precoce, in Repubblica si percepiva ormai da alcuni giorni. Addirittura i più anziani, quelli per cui tutto era scritto nel Capitale, che leggevano come un libro magico di Nostradamus e non come un trattato di teoria politica da applicare (la famosa prassi marxista), andavano in giro per i bar fra una briscola e l’altra ad affermare che in fondo era tutto normale, logico anche. Se si guardava la storia di San Marino, almeno dalla Grande Guerra in poi, la presa del potere in modo non violento da parte di una coalizione di socialisti e comunisti era del tutto annunciata. D’altronde lo affermava anche Marx, in una nota a margine seppellita fra le pagine di quel libro immenso e illustrissimo. Se il potere non si può prendere attraverso la rivoluzione e la riappropriazione dei mezzi di produzione del proletariato, in particolari contesti storici una transizione democratica può considerarsi come alternativa. Gli altri, quelli che avevano ancora, nella memoria dei padri, le parole di Bakunin sussurrate tra le fronde delle campagne reggiane, li guardavano inorriditi e li trattavano da controrivoluzionari. Poi la partita a carte finiva, e in fondo erano tutti contenti che proprio lì, a San Marino, il partito comunista più a occidente del mondo fosse riuscito a prendere il potere senza spargimento di sangue.

“Ma ricordatevi, compagni: la borghesia userà tutti i mezzi a disposizione per impedirci di governare”.

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Estratto da: Daniele Comberiati, Colpo di stato nella San Marino rossa, Besa, 2018.

Mario Balducci è oggi un anziano come tanti, che vive la sua vecchiaia in un residence in Francia, fra solitudine e noia. Proprio lì, un giorno, viene raggiunto da una telefonata che riporta a galla un passato di ricordi dolorosi, quando Mario fu il primo dirigente della Repubblica socialista-comunista di San Marino e visse in prima persona i fatti di Rovereta del 1957, con il colpo di Stato che portò al rovesciamento del governo della Sinistra.
Quella telefonata spingerà Mario a prendere il primo autobus per tornare in Italia e incontrare Aurelio, in passato compagno e quasi fratello, diventato poi il traditore che cercherà di prendere il suo posto in politica e nel cuore di Adelaide Nicetti, la prima femminista moderna.
Il viaggio in Italia e l’incontro con l’amico che lo tradì coincide con un viaggio a ritroso nella giovinezza rivoluzionaria di Mario, in un passato costellato da rimorsi, dubbi e interrogativi, ma anche nella resistenza di un popolo che lottò per la propria indipendenza.

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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