Balcanica

di Filippo Polenchi (foto di Andrea Biancalani)

#1

I nostri compagni di viaggio ci introducono nel sonno. Un vecchio non respira, accanto a me, dall’altra parte del corridoio. Ha un vestito grande e marrone, le maniche di fustagno gl’inghiottiscono le mani. Solo la punta delle dita ballonzola in una fibrillazione ritmica. Il viso del vecchio è accartocciato, scuro, carta gialla da macelleria, da negozio alimentare disposto in curva. Quel viso non suda, non gocciola, non si bagna con la stessa patina oleosa che appiccica le nostre palpebre insieme, le fonde, finché non abbiamo più scelte che tener gli occhi chiusi e dormire. Nel volto del vecchio ogni sudore è assorbito dalla carta ruvida del suo epitelio. Ma il vecchio non respira. Ansima, fischia. Il suo petto si gonfia con parossismo, alla ricerca di aria in qualunque direzione: più in là di qualche centimetro c’è un po’ di ossigeno, basterebbe una molecola di ossigeno, un atomo, il piccolo dono dell’elemento, un’estrazione dalla massicciata della realtà. Cerca aria con la furia di una migrazione: sulle setole raspose del sedile un poco polveroso, nel vetro, nel sole alogeno che inchioda le ombre nel corridoio. La cerca più avanti, nel corridoio, nella piccola tv piazzata sopra il capo dell’autista, nel suo schermo muto e cieco.

#2

Dal mio diario:

“dopo 6 ore di bus siamo a Podgorica, sulla strada per Sarajevo. tutto questo giro per non passare dalla Serbia. la città sembra disegnata da De Chirico e colpita da una pandemia. nessuno in giro. città metafisica, tra Viareggio e una qualunque città russa. abbiamo mangiato un panino ripieno di pollo e verdure e ci ha serviti Sanya, una ragazza giovane e timidissima, con un grosso neo sul collo, che non sapeva nulla d’inglese. questo popolo si sta prendendo gli avanzi del nostro consumismo e li sta usando con la stessa ingenuità che avevamo noi negli anni ’60. quando inizieranno anche loro a fissare il buio? a Podgorica la vita inizia dopo le 17. pulviscolo di ragazzini, mamme, passeggini, biciclette, tacchi alti, zeppe, minigonne, ginocchia rotte, automobiline a motore elettrico che si riversa sulle strade, tra i cubi in cemento del socialismo reale.

cubi e volumi, case euclidee, desideri geometrici pensati e realizzati, alla Solaris.

tutto era così mentale che la città mancava di colore. c’era un’aria polverosa, una caligine gialla per le strade deserte. a Podgorica nessuno si sarebbe fermato di proposito; solo chi, come noi, ci capitava per caso l’avrebbe vista.

qui si beve birra Niksicko”.

#3

C’è un’aria da località di montagna. Fuori dalla finestra dell’albergo un caos quasi messicano: uno sferragliare di mezzi, voci, musiche planetarie. Fuori dalle stanze d’albergo, oltre il bazar, c’è il solito clima provvisorio di chi vive senza tante aspettative. Oggi mancavo. Mancavo e basta. Chiediamo a un tassista di portarci a Kolovice, perché a quanto pare c’è un monastero. L’autista è un ragazzo giovane, perlopiù biondo, con una testa come quella di un toro, poggiata sulle clavicole. Si vede immediatamente che non capisce nulla del posto che gl’indichiamo. Si consulta con un collega, uno più vecchio; ci stordisce l’odore di farina di ceci, di felafel, di spezie e soffritto d’aglio. Alla fine concordiamo un prezzo per 5 euro e partiamo, ma stiamo in auto per più di un’ora e per strada imbarchiamo due ragazzi che si fermano in un campeggio per strada (uno dei due ha le grucce). Alla fine il taxi si ferma in un punto sperduto, da qualche parte sulla montagna. Non c’è niente qui, se non una chiesa cattolica costruita dagli italiani. Torniamo indietro molto delusi, tra pareti rocciose, gole ombrose, chiaroscuri vegetali. Alla stazione è evidente che l’autista non aveva capito né la destinazione né il prezzo, perché ci chiede 50 euro. Gli diamo la metà e lui, sorridendo e scusandosi, se ne va. Vorrei sapere il nome delle ciabatte che il nostro autista e tutti gli altri tassisti del piazzale indossano.

#4

Una ragazza mi dice che Trieste ci mette poco a essere triste: basta una vocale. Io e Andrea ci prendiamo una bella sbronza, nella tavola calda di Tito, un albanese. Dopocena gironzoliamo per le strade, a cercare refrigerio e proteggerci dal vento. Poi, sotto il loggiato di una chiesa, uno zingaro suona Ederlezi. Ci viene da ridere perché è il primo zingaro che vediamo, dopo le settimane nei Balcani. Lo paghiamo perché suoni ancora e ancora e lui si convince solo quando diciamo la parola “Kocani”. Si chiama Mikele, è uno zingaro di Bulgaria. Attacca con un lamento straziante, la litania di un rimpianto infinito, che ci schianta a sedere contro le colonne della chiesa ad ascoltarlo. In quel canto di tromba ci sono i Balcani che non abbiamo visto, quelli che in Macedonia si disperdono nelle lunghe strade che occupano le giornate. L’Ederlezi di Mikele, invece, è il triste rimpianto del profugo. Accanto a noi ci sono tre ragazzi. Uno di loro dorme. Alla fine compriamo il cd, dove in copertina c’è Mikele con il suo cappellaccio nero e il nome a caratteri dorati.

Quando sono a casa ascolto il disco, sperando che ritorni quel lamento della chiesa, ma ci sono solo i classici di Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Tony Bennett suonati dalla tromba su base midi di Mikele.

#5

1988.

Il colonnello croato dice a Fatir di andarsene a fare un giro in Italia. Fatir non ci pensa due volte: vive per mesi in albergo, a Trieste. Quando finisce i soldi scrive a casa e si fa spedire denaro. Tre mesi in questo modo. E poi altre lire, da suo padre. Quando conosciamo Fatir ha 45 anni e ne dimostra venti di più. Suo figlio non voleva partire per non lasciare la fidanzata italiana a casa. Fatir non ha mai dormito per strada. Non va in Serbia, con l’auto. Una volta ci provò e rimase in dogana per ore. Ci sconsiglia di farlo, per non restare inchiodati all’angolo per ore.

#6

A Kocani, terra di zingari, cerchiamo tracce della Kocani Orkestar. Troviamo, invece, Ivan Levkov, capostazione. Ci accoglie con una foresteria di parole; tutte quelle che non ha potuto spendere in questi anni di anonimato. È felice di vederci, ma degli zingari della Kocani Orkestar non vuol parlare. Ivan vuol bere, la sua grozjie, una grappa d’uva dolcissima, che ci avvelena di oblio il pomeriggio.

#7

La cerimonia della chiamata dei nomi. Affidiamo come gli altri i passaporti all’autista. Lui compila una lista e ci chiama uno per uno, dal predellino del pullman. Sono nomi ottomani, giugulatorie alfabetiche; rispondono all’anagrafe dei Muzzein, del nome che si scioglie nella preghiera dell’alba. I nostri nomi sono incongruenti, ridicoli. Non ci riconosciamo in questo appello. Saliamo defilati, senza dare nell’occhio, confusi fra le canottiere dei ragazzi, nelle musiche che provengono dai telefonini; fra i fazzoletti delle donne, pezzuole nere cotte dal sole, identiche e ripetute di generazione in generazione. Portano pacchi e borse sportive, comprate nei temporary store della capitale. Li cuoce il sole di Roma Tiburtina. Si abbatte vitreo e incandescente sulle pezzuole nere delle donne e delle vecchie, sulle camicie dalle maniche tagliate degli uomini, i loro cappelli. Un sole alogeno, incattivito, insudiciato dalle sopraelevate, gli scheletri elefantiaci dei rebus tangenziali. Un intrico di Escher domina il sottobosco putrido di queste ombre lacustri. Dentro gli occhi è il rombo imperscrutabile del transito romano. Il continuo e ripetuto suono della strada che alimenta se stesso.

#8

Nel sogno c’è un vecchio che organizza una festa per quello che presumibilmente è il suo compleanno. La casa della festa è quella di campagna dove io e Andrea abbiamo pensato a questo viaggio. Ci sono tutti, ma proprio tutti: gli amici, i primi amori, conturbanti avventure sentimentali o soltanto il reparto Baci Rubati. (Manca la mia famiglia). Ci sono anche quelle persone che non si frequentano più perché c’è stato un momento nel quale noi e quelle persone eravamo così arrabbiati che ci sembrava giusto rompere tutto. Poi passa il tempo e si scopre di essere rimasti assenti per così tanto tempo che ormai la paura di non riconoscersi più in quello che eravamo c’impedisce l’ultimo, sensato, tentativo di chiamare nel cuore della notte e svegliare quei testimoni del nostro passato. Insomma, nel sogno ci sono anche queste persone, che nell’arco della vita sono disseminate qua e là.

Improvvisamente si scopre che al di là della festa gli invitati sono lì perché io e Andrea siamo tornati dal viaggio dai Balcani; sono lì per festeggiare il nostro ritorno. I primi amori sono ancora quella struggente tenerezza pomeridiana che erano al tempo; gli amici sono i compagni di una vita; coloro che non sono più nella nostra vita sono lì, di nuovo, per chiederci udienza, per domandarci scusa o per darci l’occasione di fare noi altrettanto.

Nel sogno sono in definitivo accordo col mondo. Mi sento come il verso di un poema.

Invece mi sveglio: sono ancora a Tetovo, lontano da tutto, in una gelida stanza d’albergo. Racconto il sogno ad Andrea. Per lui ha ragione lo Schnitzler del Doppio sogno: noi siamo anche quello che sogniamo. I sogni sono tanto reali quanto la realtà, quindi il mio sogno armonico era reale. “Reale quanto questo comodino”, dice Andrea. E ancora: “è successo davvero, che tu ci creda o no”.

A Skopje, qualche giorno dopo, mi dicono da casa che qualcuno se n’è appena andato.

#9

Il bar; al tavolino un uomo con due belle donne, bionde. Mosche dappertutto, uno sciame come polvere di caffè. Il posto è insolitamente fitto di partenze; pullman per Istanbul, Struga, Skopje, per la Svizzera.

Il bar è attesa. Nell’attesa c’è tutto, compreso il movimento. Il movimento è tempo, è dispiegamento della vita. Nel bar c’è vita, vita-in-attesa, attesa di movimento; qualcosa che sta per cominciare, poi l’attesa è finita.

La vita è sulla soglia, oltre è già troppo. Il bar della stazione è una soglia, più avanti è tutta un’altra faccenda (vale la pena o non vale la pena avventurarsi laggiù, se ne può discutere).

Se l’unico modo per cui abbia senso vivere è spostarsi di continuo, il bar è un senso+1, perché nel movimento manca l’assenza-di-movimento, che è invece nell’attesa, nell’infinita parata degli istanti prima di partire, mentre si beve una birra Ϲкoпскo (Scopsko) e si aspetta il pullman per un’altra città, un poco più a est.

#10

Da un po’ di tempo non riesco a dormire. La notte è tutt’altro che uno spazio neutro, un ricavo, la mia geografia di libera mobilitazione. Di notte sento forze che volteggiano sopra la casa, disegnano campi di gioco magnetici, intessono reticoli elettrici. È uno svolazzo invisibile, frustrante. L’inquieto circuito di traiettorie sopra la mia testa. Allora chiudo gli occhi. La scorsa notte è successo di tutto; poi si è alzato un vento incattivito che ha rovesciato vasi, schiantato vetri e battuto porte. Dalla finestra della camera da letto ho sentito una danza di foglie secche, per strada, e nel silenzio sembravano carta. Non riuscivo a pensare a niente; avevo la mente occupata dalle frequenze di quel vento. Gli Hertz epilettici mi facevano uscire fuori di cervello: ho aspettato l’alba sperando che le cose migliorassero e basta.

Non mi alzo, di notte, quando non dormo. Non esco. Rimango disteso, sgomento per quel rovescio della regola che vorrebbe vedermi in una fase di sonno profondo. Ma a quelle latitudini non ci arrivo. Rimango sulla superficie di un sonno interrotto, di momenti di stanchezza insopportabile. Rimango con gli occhi aperti, spesso, in un eccesso. Le pupille si riempiono di buio. Cerco d’impormi il silenzio, quello spazio di bianco dove non transitano variazioni ottiche, dove la somma ambiguità è non avere ambiguità. Il silenzio, però, rimane in fondo a quella landa nera, percorsa da prismi di luce, di variazioni sintetiche del blu, del rosso, dell’indaco, del giallo, del viola. Là in fondo brilla anche il tasto del silenzio, ma non riesco a raggiungerlo. Più forte è la sinfonia della febbre notturna che soffia col vento. Io con la notte e le sue brigate.

Una notte sono rimasto a fissare un ragno. Il palazzo di fronte al mio, dalla nudità del terrazzo, era illuminato dal giallo dei lampioni in basso. Aveva un aspetto sporco, senza ombre, un aspetto così insopportabilmente oggettivo e urgente. Il ragno era sul mio balcone. L’ho visto zampettare in cerchio. Ho immaginato che avesse paura di me, della mia imponderabile dimensione. Non fuggiva, però. Continuava la sua ginnastica macabra andando avanti, poi di lato, poi di nuovo avanti. Restava nei paraggi, a volte scompariva. Guardavo il palazzo e poi il balcone e non lo vedevo. Dopo poco, però, era di nuovo lì, di fronte a me. Ho pensato di schiacciarlo e basta, ma non si fa con i ragni. Di notte sono tiranneggiato da un senso superstizioso e naturale ancor più che durante il giorno. È ormai evidente che il balletto che questo ragno né più repellente né più minaccioso di altri sta compiendo un rituale apotropaico prima di sferrare un attacco: è una danza di morte, prima della battaglia. È così ostinatamente aggrappato alla sua liturgia di guerra, questo ragno. La minuscola orografia del suo corpo nero sprofonda nel più tenace istinto del sangue, nel tributo che domanda il suo codice genetico. È ingenuo e superbo questo ragno: crede nel suo onore da strada, come per una disperata febbre da infezione.

#11

Trame di informazioni incomprensibili sorvolano la nostra testa, calano in basso come un narcotico. Non oppongo forza. Lascio aperta giusto la frattura orizzontale che immette una bassa vibrazione di rosso, l’ipotesi di finire accecato. Sobbalziamo in questa notte divorata dal giorno, dalla luce, dalle aiuole autostradali.

#12

Sul pullman le musiche ottomane sono interrotte soltanto da sketch comici con una drammaturgia basica: un operaio addetto al manto stradale si fracassa un dito per errore, dopo essersi colpito accidentalmente col martello; due amici si lanciano torte di panna in faccia. Gli attori sono gli stessi: passano da una situazione all’altra con disinvoltura e incanto. Sono cortometraggi prima del cinema, incastrati nella transizione dal vaudeville al grande schermo. È una comicità che scatena risate e battimani e, in fondo, funziona. C’è una dolcezza paesana nel ridere di fronte a questi siparietti innocui, in mezzo alle montagne albanesi. I filmati scorrono in un VHS trasmesso da un videoregistratore ad uso schermo che domina il corridoio. Un occhio lontano e brillante ci proietta luce in faccia nella direzione opposta alla strada. Poi, in una delle scene, due amici ricordano un vecchio amore e cantano Marina, il mambo di Rocco Granata (1959). Tutti la conoscono; e cantano. L’unisono nasconde timbri, volumi, livelli di ubriacatura diversi, ma tutti hanno un amore lontano da ricordare. Scopro invece che il nome “Marina” era una marca di sigarette belga.

#13

Da un terrazzo sventolava una girandola arcobaleno e piante anemiche abbellivano coi loro spogli rami il grigiore del palazzo. La Macedonia era un posto disabitato dalla grazia; umido, squallido, spoglio. Un luogo abitato da fantasmi, da assenze. Non c’erano le montagne sassose della Grecia, ma campi dissodati, erbacce lasciate crescere senza cura e nelle città più grandi un’euforia patetica verso un futuro di benessere e capitalismo che altrove, in Europa […]

  4 comments for “Balcanica

  1. anna chiarloni
    8 Luglio 2019 at 09:11

    Bellissimo -bravo Filippo!

  2. Cecilia
    8 Luglio 2019 at 10:41

    brevi post (bellissimi) e fotografie (altrettanto belle) a quando il prossimo viaggio??????

  3. ste
    15 Luglio 2019 at 10:55

    Molto intrigante.
    Le parole, le frasi ti immergono nei luoghi di cui si narra. Le foto stimolano la lettura. Scatti di persone, di cose, di passaggi e riflessi che ti portano lontano, dentro Balcanica ma anche oltre.
    Bravi.

Comments are closed.