Mots-clés__Očered’, Fila

 

Očered’, Fila
di Giulia Marcucci

Vladimir Vysockij, Očered’ -> play
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Aleksej Sundukov, Očered’, 1986

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da Ljudmila Petruševskaja, Kujbyšev. Come sopravvivere, in La bambina dell’hotel Metropole, trad. di Giulia Marcucci e Claudia Zonghetti, Francesco Brioschi Editore, Milano, 2019, pp. 57-61.

 

A Kujbyšev restammo dunque in tre: io, la nonna e la zia. E subito cominciò la fame vera. In quanto nemica del popolo, Vava fu licenziata dalla fabbrica dopo un lunghissimo interrogatorio notturno negli uffici della polizia.
Vivevamo di quello che ci mandava la mamma, ovverossia degli alimenti versati da mio padre Stefan, giovane filosofo.

Durante la guerra funzionava tutto con le tessere annonarie. Noi ne avevamo tre: una per me bambina e due per loro, “persone totalmente a carico altrui”. Ci bastavano giusto per il pane nero, con la commessa che ogni volta staccava un tagliando. Verso la fine del mese, però, capitava spesso che il pane risultasse “già preso” [1] …
Ci mettevamo in fila alla mattina, quando era ancora buio, al gelo. La coda serpeggiava nel bianco della neve fino alla bottega, fino alla pesante porta congelata. Alla fine ci ritrovavamo dentro, al caldo, nella calca, stretti gli uni agli altri per non perdere il turno.
Nel caos della guerra la nostra salvezza era tutta in una frase: “Chi è l’ultimo? Dopo di lei tocca a me.” Incollato a chi ti stava davanti, per nessuna ragione avresti lasciato il tuo posto, in quel mondo dove regnavano la legge, l’ordine e la giustizia e che ti dava il diritto alla vita. Lo difendevi con le unghie e coi denti, il tuo posto, nessuno doveva scavalcarti! A quei tempi non era concepibile abbandonare la fila neanche per qualche minuto.
Nel minuscolo negozio il profumo del più squisito pane nero era fortissimo, dava le vertigini; quell’odore faceva dolere le mandibole e venire l’acquolina. I motori della fame si accendevano rombando negli stomaci vuoti, incitandoli a mettersi in moto. Noi allungavamo il collo, ciondolanti, spostandoci da un piede all’altro, ma senza mai avvicinarci d’un centimetro alla meta. La folla ondeggiava.
Avrei poi notato che anche i mimi fanno così, nei loro numeri: fingono di camminare, ma restano dove sono.
Finalmente arrivava il nostro turno. Il pezzo di pane della commessa pesava sempre meno di quanto ci spettava, lei faceva piovere dall’alto l’“aggiunta” sul piatto della bilancia che già conteneva il resto, il piatto si abbassava di un bel po’ e lei subito toglieva tutto. L’arte dell’inganno nella più miserevole delle sue espressioni. L’aggiunta la davano sempre ai bambini, ed era molto gradita. Io la spazzolavo seduta stante.

Il pane veniva diviso in tre parti uguali. Io divoravo subito la mia, sbocconcellandola sotto il cuscino. Poi la zia e la nonna mi davano qualche pezzo delle loro…
Quando chiedevo a Vava come avessimo fatto a sopravvivere, lei stringeva le spalle e sorrideva smarrita: “Non lo so.”
Per qualche tempo frequentai l’asilo, dove i bambini vivevano di vita propria; mangiavamo anche la colla di nascosto: s’era sparsa la voce che “sapesse di ciliegia”, e quando le maestre ci lasciavano da soli a fare i lavoretti con carta e forbici, affondavamo le dita nel barattolo e le leccavamo. Eravamo tutti convinti che nel corridoio vivesse la strega cattiva, la Baba Jaga, per cui non bisognava uscire soprattutto quando il pavimento era stato appena lavato (questo lo diceva la bidella). C’era anche un’altra regola: se passava un aereo, i miei compagni pronunciavano solennemente i nomi dei loro familiari al fronte, che in quel momento era come se volassero su di loro. E fieri si guardavano l’uno con l’altro. Io non avevo nomi da pronunciare. Umiliata, un giorno arrivai a casa e chiesi alla zia che nomi avrei potuto fare. Ci pensò su convinta, ma non avevamo uomini al fronte (Ženja, il suo adorato zio, era stato arrestato; stessa sorte era toccata al marito di sua zia; mio padre – che comunque ci aveva lasciate – era stato esonerato perché tubercolotico). Alla fine zia Vava tirò fuori due nomi. E anch’io, come gli altri, potei dire con voce fiera e squillante: “Lassù ci sono Serëža e Volodja.” Non avevo idea di chi fossero. Mi dissero poi che Volodja era l’ex marito di mia zia e Serëža il mio prozio! Aveva diciassette anni più di me, come seppi in seguito.

(L’avrei conosciuto quasi sessant’anni dopo, quando tutti noi discendenti festeggiammo i centoquarant’anni anni del mio bisnonno Tato all’Hotel Metropole. Serëža era l’ultimo figlio di terzo letto di Tato, nato quando lui aveva una cinquantina d’anni. E venne fuori che durante la guerra era stato davvero un pilota.)

Tra l’altro, un giorno nel corridoio dell’asilo la vidi sul serio la Baba Jaga che scivolava via sotto al soffitto. Era un pomeriggio d’inverno ed era saltata la corrente. Tutti i bambini corsero come matti fuori dall’aula, si spingevano, strillavano, si sbracciavano a più non posso. Si sa, quando nessuno vede, la gente impazzisce! Nel corridoio era buio pesto; solo in lontananza un barlume di luce filtrava da una finestra alta (doveva avere nevicato, la notte prima). Scaffali lungo le pareti. D’un tratto, nella parte superiore del finestrone in fondo, là dove si apriva una finestrella d’aerazione, quasi sotto il soffitto si delineò un’ombra ritorta con la gobba, una specie di scimmia nera che allungò prima un braccio e poi una zampa per aggrapparsi a uno degli scaffali e poi scartò di lato senza un suono. Alle sue spalle si udì un fruscio di tessuto o di vesti. Sì che era la Baba Jaga! Era lei e io lo sapevo. La paura fu mia fedele compagna per tutta la mia vita di bambina. La nostra bidella aveva ragione, era meglio restare in classe.
(Non avevo considerato che i bambini si arrampicano ovunque senza timore anche al buio. E che qualcuno doveva essere arrivato in cima a uno scaffale e di lì giù, sul davanzale.)
Il secondo incubo della mia infanzia fu Koščej l’Immortale [2], ma dirò più avanti del nostro incontro.
Davvero i bambini sono capaci di vedere realmente gli spauracchi usati dai loro genitori…

A un certo punto non ci furono più soldi né per pagare l’asilo né per comprarmi le scarpe per andarci, perciò dovetti dirgli addio.
Per i poveri del nord russo le scarpe sono la cosa più importante. E nelle città i lapti non li sanno fare.
Da aprile a ottobre non c’erano problemi: correvo scalza in libertà dall’ultima neve fino alla prima nevicata successiva. Nessuno parlava più di tubercolosi, e nemmeno mi colava più il naso, addirittura.

Note

[1] Quella a cui avevano diritto era la razione più bassa, 300 grammi di pane al giorno. Fra pesature abbondanti e astuzie delle distributrici, poteva capitare di sentirsi dire di avere esaurito il quantitativo mensile.

[2] Come la Baba Jaga, Koščej l’Immortale è un personaggio negativo della mitologia e del folclore slavi. È detto Immortale perché per ucciderlo bisogna prima distruggere la sua anima, che è però nascosta “dentro un ago che sta dentro un uovo che sta dentro un’anatra che sta dentro una sacca di pelle che sta dentro una cesta di ferro sepolta ai piedi di una grande quercia nella favolosa isola di Bujan in mezzo all’oceano”.

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[Mots-clés è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]