La frontiera

di Antonio Iannone

Descrizione di una scena. Lo spazio mentale si dilata nell’immagine, «non si annega in superficie» canta una rèclame fin troppo provvidenziale dal televisore acceso. L’avvenimento è questo grumo di organismi mescolato tra le lenzuola nella forma dell’amplesso, la simbiosi è sublimata nel tessuto da cui entrambi sono occultati – ma a quali occhi? – attraverso la cui trama soltanto docilmente vengono le fonti delle cose esterne. Hanno spento le luci, non per pudore: per lasciarsi invece impressionare da sensazioni non visive, per «sottrarsi al regime dello sguardo» (parole di lui). La bocca incontra un corpo indecifrabile a cui segue una certa riposta uditiva…

Ma il televisore l’hanno lasciato acceso per non dover troppo riconoscere loro stessi.

La camera accoglie due sistemi. Il primo, quello degli amanti, è un sistema in moto, la parodia di una bestialità ancestrale. L’altro, quello della camera stessa, è il sistema inscenato-parodizzato entro cui quella bestialità non traspira se non a causa della congiunzione dei due.

Gli amanti si affannano nell’indagine sul piacere, ma una regione recondita della mente – quella dedita alla memoria – li invischia in parte nella ripetizione. Ogni colpo è dato per liberarsi di un ricordo, come spazzandolo via con la mano. L’immagine prolifica e si dischiude, così che avvenimenti insignificanti fluttuano in uno spazio intermedio tra i sistemi. Senza mai dirsi niente.

Un aneddoto di lei. Accade tutto in una fantasmagoria. Sin dentro i desideri, sin dentro la stanza intestina delle voglie nessuna esigenza ha superato le sue possibilità fattuali di essere soddisfatta e la felicità è dunque venuta come un ospite atteso che tuttavia si insidia irrigidendosi tra le pareti di casa. «Tra me e te c’è questo fastidio della felicità…», è l’archetipo delle considerazioni registrate in un quaderno sulla cui copertina è scritto: “Da non rileggere”Quegli aforismi che soltanto ieri sembravano così acuti sul tema della condizione umana, si esauriscono adesso nel ridicolo di chi si trova di fronte a un’imitazione di se stesso, ma conosce pure meschinità e consuetudini dell’imitato. Come può lavarsi i denti la stessa testa che pensa tanto acutamente? come può lasciarsi vincere dalla pigrizia e posticipare la sveglia di cinque minuti? come può ancora sopportare l’afflusso di sangue della femminilità e assoggettarsi ad esso? La scrittura inerisce al canone del ripudio del corpo. Quando rilegge i frammenti dal diario riconosce sin troppo bene la mano che si libera sulla pagina e la parola che le emerge sulle labbra: finzione. Questa è una donna che fa finta.

Ricorda l’aneddoto soltanto per averlo scritto, così che alla mente non venga ancora l’immagine sopra cui la narrazione ha tentato un certo tessuto letterario ma le parole di quella trama già posata da cui sforzarsi di ricavare un qualche idillio in movimento.

La scrittura, intesa come trasferimento (o anche: rinuncia) di una disposizione emotiva per mezzo di segni grafici, non si priva di alcuni moti infantili negati nell’esercizio letterario a cui è costretta dal mestiere di accademica. È la sua vendetta – anch’essa infantile? È un giudizio… – per aver dovuto sin da ragazza pensare più nitidamente degli altri. Si potrebbero leggere le sue pagine di diario insieme a uno di quegli articoli su “L’Ars amandi tra i pitagorici” che le attraversano il curriculum e osservare quanto i secondi languiscano di tutto ciò di cui i primi abbondano.

«Ieri ho visto A… in un negozio. Sono entrata anch’io per caso, una dottoranda mi ha macchiato la camicia di caffè – e prima di un convegno…! Così ho dovuto raggiungere la città. A… si aggirava tra i reparti con la stessa smorfia innocente di quando l’ho conosciuto. Ed era tutto quanto mi ha permesso di individuarlo contro l’eventualità che si trattasse di chiunque altro. Mi sono nascosta perché non mi riconoscesse, ma di fatto non avrebbe potuto riconoscermi, così come io non ho riconosciuto lui. Due estranei in un negozio. A casa non gli ho raccontato niente… perché ho incontrato un altro, sì: un altro».

Descrizione di una scena, ripresa. Nessuno può osservare il volto dell’altro, come in un gioco. I suoni che l’orecchio percepisce non provengono da alcuna bocca, né il desiderio esige che lo sguardo partecipi all’avvenimento. Lui le tiene la testa come la guardasse negli occhi, ma non osserva altrimenti che la frontiera di oscurità che li separa, la quale circola per l’abitacolo di tessuto.

Il televisore si spegne all’improvviso a causa di un timer programmato due giorni prima: nei giorni di assenza dell’altro, dormono entrambi cullati al sottofondo della trasmissione più soporifera, di solito un talk-show politico. La trovano, ma singolarmente e senza che l’altro conosca questa curiosa congiunzione, una bella arguzia.

La voce di lui è la prima articolazione di linguaggio oltre quella televisiva. E la sua parola designa un malinteso.

Un aneddoto di lui. Accade tutto come lo osservassimo giungere dal piano superiore dell’appartamento, dove ha riposto lo studio entro cui emergono copiosi i suoi «biglietti per l’ordinariato», come li definisce. Uno è sospinto dal vento sino al piano inferiore, dove la bambina è così pronta – «ha preso dalla mamma», scherzano – da afferrarlo al volo prima che raggiunga il pavimento. È un po’ annoiato di essere stato costretto alla distrazione da un avvenimento sopra cui non può esercitare alcun potere, gli ricordano di quanto provi a dimenticare annegandosi nello studio: l’anomalia, il disordine, la cattiva condotta. Argomenti del genere innervano il suo interesse scientifico e i corsi semestrali. Uno di quei docenti di cui nessuno potrebbe dir male.

Dalla balconata dice alla figlia di attenderlo, ma questa ripone il foglio sul primo tavolo che intercede a suo favore e si dissolve oltre lo sguardo. Riesce appena a trattenerne il profilo e dunque la schiena, i capelli tagliati a imitazione di sua madre. Le stanno bene, pur non assomigliandole troppo. Diventerà una donna bellissima, pensa: non sa a quale destino la costringono le parole dell’innocenza.

Si dedica alla pagina. «Dove credevi di andare?», sua moglie sorride di nascosto per non dargliela vinta. La voce della figlia, dal bagno: «Ma’, puoi venire?», «“Mamma” è troppo lungo per la tua generazione?», dice scherzando mentre gli occhi del padre osservano la donna spostarsi da un angolo all’altro. Trafigge lo spazio e distingue due regioni dell’appartamento.

Da adesso non potrai più attraversare la frontiera che lei ha istituito con un passo. Da adesso sei relegato al tuo sistema-mondo. Comunicherai con altri che non ti capiranno.

non ti capiranno non ti capiranno non ti capiranno non ti capiranno non ti capiranno non ti capiranno

Si apparta al piano superiore, e spia. La testa di sua moglie si avvicina alle scale, allora lui si nasconde nello studio. La camera di fianco è quella matrimoniale: di cosa avrà bisogno? cosa mi nascondono?

Se la donna si voltasse verso lo studio del marito, anche soltanto per saggiarne la presenza, potrebbe concedergli l’anelito di un nuovo linguaggio. Si dirige invece verso il piano inferiore, brandendo un oggetto indecifrabile.

È ancora per le scale quando lascia fluire il segreto dal territorio della discrezione: «Benvenuta nel mondo degli adulti!».

Prendono tutti l’entusiasmo alla lettera.

Descrizione di una scena, seconda ripresa. Un istante di incredibile silenzio, i gemiti sono stati raffreddati dal reiterato sottoporsi alle medesime condizioni di piacere. Ancora un’immagine interdice l’amplesso: quella di un’amazzone dai seni enormi che governa dall’alto un sesso di eccezionale dimensione. La scena schiocca nella mente di entrambi nel medesimo istante, e all’oscurità si sostituisce lo splendore di una pornografia condivisa.

È il segnale per cui il grumo recondito di vergogna si dissolva in una parola: il nome della figlia da adulta.

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1 commento

  1. Non posso che ringraziare Orecchio e l’intera redazione per l’attenzione donata al mio scritto.

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