Ipazia, Tahirih, Shaima, Hevrin e le altre

di Daniele Ventre

Le culture figlie della rivoluzione neolitica e del patriarcato si contraddistinguono, fra l’altro, per quella peculiare sottospecie di femminicidio rituale di cui sono oggetto donne che non sono conformi al modello dominante, e fanno “lavori da uomini”. In determinati contesti storici, il femminicidio rituale avviene su larga scala, come nelle ondate di caccia alle streghe che funestano la storia del mondo occidentale fra il basso medioevo e la prima modernità; la circostanza per cui le cacce alle streghe mietono anche molte vittime di sesso maschile, paradossalmente conferma, più che smentire, l’appartenenza del fenomeno a tale dinamica femminicidiaria ritualizzata, che sia essa sancita o meno dallo Stato o dall’autorità religiosa: gli uomini processati per stregoneria spesso si occupano di alchimia o di cose celesti, vale a dire, non fanno “lavori da uomini”; occasionalmente, interviene anche l’omofobia come motivazione aggiuntiva. Va da sé che connotati di femminicidio rituale (inseriti nel più ampio novero dei crimini dettati da intolleranza religiosa, etnica o politica) si riconoscono facilmente anche nella persecuzione di religioni o etnie indesiderate per il potere costituito, sia che si parli di sante cristiane tardoantiche o di donne di fede Bahai e zoroastriana martirizzate in Iran dal 1852 a oggi, sia che si tratti dell’olocausto o di un altro qualunque degli innumerevoli stermini di massa di cui è graziosamente adorna la storia umana. In altri ambiti antropologici, e in sistemi giuridici meno formalizzati (tribali), il femminicidio rituale è l’effetto di un’azione esemplare immediata, quasi il portato di una sorta di spontaneismo primitivo.

Tale forma di femminicidio rituale si distingue da altre tre casistiche omicidiarie con vittime di sesso femminile: il ritualismo violento di alcune tipologie di serial killer, il semplice delitto d’onore, il sacrificio umano di ragazze. Quest’ultimo è tipico delle civiltà arcaiche. Per il movente, non va confuso con le torture e le condanne della caccia alle streghe, ma nasce da una forma di distorsione del sacro in contesti storico-antropologici degeneri, in ogni caso inquinati dalla violenza patriarcale (“la uccido perché è ciò che ho di più caro da offrire al dio; la uccido perché la vittima diventa dio” -a logiche in tutto simili obbedisce anche il sacrificio della vedova, realtà attuale dell’induismo fanatico e memoria mitologica ancestrale delle civiltà mediterranee antiche). Il femminicidio seriale (per procura o su commissione, come quello dei mostri di Firenze, o per azione in prima persona, come nel caso di Ed Kemper) appartiene ovviamente alla casistica dell’omicidio maniacale, per quanto possa connotarsi, data la “firma” distintiva dell’omicida, per elementi ritualistici pseudo-religiosi (e in taluni casi, addirittura para-esoterici) -tuttavia è banale osservare come a fare la differenza tra il ritualismo compulsivo del Lustmörder e il femminicidio rituale sia sempre la mancanza totale di un avallo anche solo generico da parte della dimensione normativa della comunità tribale, che anzi costruisce naturaliter una rete di deterrenti spontanei per gli omicidi seriali (assenti, per esempio, nelle zone rurali ad alta densità mafiosa). Il delitto d’onore ai danni di figlie o mogli o fidanzate è la tipologia criminale più vicina al nostro caso, ma ne differisce per un tratto specifico: l’omicida agisce più spesso da solo, inscenando una presunta reazione immediata, e dunque non riflessa, presuntivamente istintiva, al torto subito (“l’ho uccisa perché la amavo troppo, l’ho uccisa perché ha infangato il mio buon nome”), non è investito né implicitamente né dichiaratamente di uno scopo politico, non cerca necessariamente l’umiliazione del corpo della vittima (e da ogni analogia coi femminicidi rituali si escludono altresì le casistiche di omicidio passionale preterintenzionale, per ovvie ragioni). Nei casi di femminicidio suicidio, sia che il suicidio riesca o meno, il delitto per gelosia sfocia in una sorta di aberrante suicidio per procura (“non posso più vivere senza di lei, la uccido/mi uccido”) -è il paradigma maschile dell’infanticidio di Medea. Inoltre, a proposito di infanticidi e feticidi, vanno escluse dal novero dei femmincidi rituali specificamente definiti anche le pratiche di aborto selettivo ai danni di feti di sesso femminile e l’infanticidio delle bambine, fenomeni anch’essi propri delle civiltà rurali arcaiche, ma dettati da altre ragioni, di natura non tanto assiologica, quanto piuttosto brutalmente economica.

Le caratteristiche di un vero e proprio femminicidio rituale, quanto a movente, contesto e dinamiche di esecuzione, sono tre: 1) la vittima, che si distingue per il fatto che pubblicamente riveste ruoli o svolge attività “da uomini”, una presunta aberrazione che la privazione violenta della vita pretende di punire; 2) gli esecutori, mai da soli, che presumono e pretendono di rappresentare, con la loro pluralità, la comunità dei padri/mariti che reagisce all’aberrazione -la presunta “vigliaccheria” o la presupposta “strategia”, o le pretestuose ragioni del delitto di Stato, sono solo connotati accidentali, rispetto alla più grave pretesa e arroganza di rappresentare/costituire la comunità che punisce; 3) le sofferenze inferte alla vittima, tese a umiliarla e a mutilarla in quanto donna -le lesioni sul corpo della vittima, la cui eventuale bellezza alimenta in modo distorto la spinta omicida e la ferocia degli esecutori, dimostrano particolare efferatezza nell’infliggere dolore e nel distruggere l’identità fisica della persona torturata e uccisa in quanto è femmina -e si può parlare, da questo punto di vista, di genericidio in un senso differente, e opposto, rispetto a come intende il termine la sociologa Mary Ann Warden, che lo coniò per il massacro di Srebrenica, con riferimento allo sterminio selettivo degli uomini (per una guerra anch’essa connotata da marcati tratti contadini e tribali). Si aggiunga che le circostanze criminogene alla base del delitto sono quasi sempre legate a situazioni di crisi economica, politica o francamente militare –e tuttavia ci preme di evidenziare che quest’ultimo dato non è un’attenuante, bensì un’aggravante, perché nella totalità dei casi, la crisi è effetto delle politiche aggressive o di rapina della stessa egemonia sessista di classe che genera il crimine e la dinamica femminicidiaria in questione.

Il femminicida rituale patriarcale è pertanto l’incrocio fra un fanatico totalitario, un serial killer e un padre padrone, e il suo gesto si configura in tutto e per tutto come l’attuazione di una escalation dello stupro punitivo di gruppo. A ben riflettere, il suo crimine, sul piano giuridico, è in prospettiva potenzialmente più grave e pericoloso del generico omicidio o del genocidio, o del genericidio etnicamente marcato à la Warden, perché  non colpisce tanto il singolo individuo o la singola etnia, ma costituisce piuttosto un attentato all’umanità come tale; sul piano stricto sensu antropologico, appartiene allo stesso livello di civiltà in cui si estrinseca il rito del cannibalismo.

daniele ventre

Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina). 

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  1 comment for “Ipazia, Tahirih, Shaima, Hevrin e le altre

  1. carlo carlucci
    31 Ottobre 2019 at 09:47

    Niente da eccepire se non la forma ovvero un linguaggio infarcito, burocratico il quale finisce per annebbiare etc Il tema era ed é scottante.

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