Il bosco è vivo

di Oreste Verrini

Il bosco è vivo, seppur io non veda animali o non senta rumori. Scruta i miei passi, controlla i miei gesti, trattiene il respiro come un osservatore. Un osservatore nascosto per non farsi scoprire. Eppure c’è! Una presenza antica, potente, aliena. Un’entità interessata al mio comportamento, ché io non sia minaccioso, e al contempo indifferente alla mia sorte. L’ampia depressione davanti a me, un tratto di sentiero di una ventina di metri di lunghezza, sprofondato di un paio di metri, è l’esempio di quanto la terra, il clima, la natura se ne freghino di noi animali zampettanti.
È l’esempio di quanto detto, la magnificenza di una forza, non saprei come altro definirla, che risponde a proprie leggi e non porta rispetto che per sé stessa. E mi sia concessa una breve, brevissima parentesi; per come la stiamo trattando, mi pare il minimo. Mentre scendo sul tratto accidentato provo, non per la prima volta, il sapore amaro della soggezione. Tonnellate di terra si sono mosse, cedendo al lavorio dell’acqua, ammassando a valle rocce e alberi come se fossero briciole di pane spostate su una tovaglia. Un essere umano presente a quella frana sarebbe stato sbalzato, scaraventato, spinto, colpito, travolto, abbattuto e sradicato come un albero, con percentuali di sopravvivenza quasi nulle.
Insignificante è pure troppo, mi dico.
Di fronte a manifestazioni così violente, prepotenti e inarrestabili non abbiamo mezzi. Dobbiamo solo sperare di esserne ben lontani. Non affretto il passo per abbandonare la conca ma, poco ci manca, pensieri e riflessioni di questo tipo, solo nel bosco, non aiutano. Mi trattiene dal mettermi a correre quel poco di rispetto che provo per me, sebbene la solitudine dovrebbe farmi preoccupare meno del mio amor proprio.
Il lungo falsopiano mi porterà fuori dal bosco, lo preannuncia l’azzurro del cielo che scorgo sullo sfondo e quelle che mi sembrano macchie di arancio che associo a tetti di case. Non devo aspettare molto per scoprire di avere ragione. Si tratta di tre case, almeno mi pare, visto che non sto a contarle, ben tenute, con infissi nuovi e lucidi, giardini ben curati e fioriere colorate. La strada passa sul loro fianco destro, aggirandole. Sono a Ca’ de la Conta ma lo scoprirò solo dopo, guardando la mappa. Un’anziana esce dalla porta di casa nello stesso momento in cui le passo davanti. Distratta dal tenere con due mani il contenitore per la cenere, non si accorge del mio passaggio. Se non fosse per il buongiorno che le rivolgo passerei senza che lei lo sapesse.
Alza il viso e mi saluta sorridendo. Poi mi chiede se ho incontrato dei cacciatori. Alla mia risposta negativa sembra quasi inquieta. Mi spiega che due di essi sono i nipoti che il giorno prima le hanno detto sarebbero venuti a cacciare da quelle parti. Ora è preoccupata, data la loro assenza, che possa essere successo qualche cosa.
Le dico che forse hanno solo cambiato zona di caccia, succede e non c’è nulla di strano. Sembra concordare o per lo meno così pare a me. Credo la nostra conversazione sia finita, mi appresto a ripartire ed invece mi chiede da dove vengo e dove vado. Faccio bene – sottolinea, ascoltata la risposta –, sono giovane e ho gambe buone. «Camminare fa bene» ci tiene a ricordarmi; anche lei ogni giorno fa la passeggiata ed ogni tanto, quanto il clima lo permette, va fino a Piolo – quasi quattro chilometri andata e ritorno – a piedi. Non male per una signora che ha quasi ottantatré anni.
Infine, come spesso succede, ed ogni volta mi riprometto di ragionare sulle motivazioni che spingono le persone a farlo, mi racconta la sua vita; il figlio che, per una gassosa, ma giuro non capisco il nesso, ha rischiato di rendere l’anima a Dio. Tanto che è ancora ricoverato in ospedale. E poi il marito morto, ma anche qui qualche pezzo me lo perdo, l’incidente al marito della figlia e altre brutte faccende che le fanno esclamare più volte che nessuno può dire non ne abbia passate. «Mai da star tranquilla,» mi ammonisce «mai, perché di pensieri, soprattutto brutti, ce n’è quanti se ne vuole.» E lei ne ha avuti davvero tanti.
Le dico che succede un po’ a tutti, e mi dà ragione.
Ma anche in questo caso un po’ di fatica a seguirla la faccio. Lei dimentica troppo spesso che non capisco il dialetto. Nella fretta di raccontare, nel piacere della conversazione, mette parole e inflessioni che non riesco proprio a decifrare, non sempre almeno.
La casa è molto bella e ben tenuta, glielo dico per farle i complimenti e lei ringrazia facendo presente che è anche merito della figlia che ogni fine settimana sale con la famiglia. Infine è ora dei saluti, mi ha fatto piacere parlare con lei e quasi mi spiace lasciarla sola. Non glielo dico, ma immagino che in qualche modo lo capisca perché dopo che ho percorso una decina di metri mi richiama: «Ho un bel gatto in casa. Passa tutto il tempo con me. Sapesse che compagnia mi fa!».
Nemmeno una parola in dialetto, forse perché possa cogliere appieno il valore delle sue parole e possa portarle con me. Posso stare sereno perché lei non è sola, anche oggi che non c’è nessuno nel minuscolo borgo.

 

NdR: questo brano è tratto da “Madri”, di Oreste Verrini, edito da Fusta (2019)

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